Caro Gesù Bambino

Caro Gesù Bambino, sei proprio testardo. Però ti ammiro, davvero. Ammiro la tenacia con cui, ogni anno, puntualmente, (ri)nasci. Non deve essere facile respingere i così tanti “chi te lo fa fare?”, scritti ovunque a caratteri cubitali. Eppure lo fai, senza neanche pensarci più di tanto. Nessun dubbio, nessuna esitazione. Arrivi sempre. E non perché non sai leggere. Forse sai leggere troppo bene, leggi anche dietro le parole, tra le righe; leggi persino le parole mancate, quelle non dette o nascoste dentro gli occhi.
In realtà siamo noi a non sapere più aspettare, e un anno è un’attesa troppo lunga. Consumiamo tutto e subito, funziona così adesso. Ogni cosa invecchia velocemente e diventa presto uno scarto da smaltire. Nessuno sa riparare ciò che è difettoso, che necessiterebbe soltanto di un colpo d’ago. No.
Abbiamo imparato a differenziare, sappiamo qual è il bidone della spazzatura giusto. Così ci liberiamo di ciò che non è più utile senza alcun rimpianto, pronti a rimpiazzare ciò che è guasto con qualcosa nuova di zecca… fino a domani, quando anche lei sarà vecchia. Oppure ne facciamo a meno.
Sembra che niente sia così importante da dovere essere tutelato, difeso. Neanche la vita: pensa un po’, proprio tu che ogni 25 dicembre ce ne ricordi il mistero. Hai presente un vaso rotto? Pensa alla fatica che servirebbe per rimetterne insieme i cocci. Alla pazienza, anche. Noi invece non vogliamo stancarci e, a dirla tutta, non abbiamo affatto pazienza. Per questo corriamo sempre in avanti, lasciando il disordine dentro e dietro di noi.
Per questo non abbiamo tempo per (ri)nascere. Non è che si può sempre ricominciare: non dico da zero, ma neanche da due o da tre. È più comodo passare sopra ogni cosa come una slavina che trascina a valle.
Tu invece non ti stanchi mai. Ogni anno torni per ricordarci quanto effimero sia questo nostro spasmodico affannarsi: «Tutto è vanità e un correre dietro al vento», qualcuno aveva detto prima di te. Eppure corriamo lo stesso.
Dalla tua mangiatoia non smetti mai di parlare, di dirci che bisogna sperare anche quando non c’è speranza. Continuerai a farlo fino a quando ci saranno orecchie capaci di ascoltare. Cuori in grado di palpitare per il desiderio di pace e di giustizia. Occhi allenati a vedere la sofferenza, che non si girano dall’altra parte ma si riempiono della bellezza del “mi importa”. Fino a quando l’umiltà ci farà stare con i piedi per terra, perché “una generazione se ne va e un’altra viene”.
Pensare che tutto ruoti attorno alle nostre misere vite è stupida vanagloria, che dura un attimo e che ci fa sprecare quel poco di tempo che ci è dato. Niente è per sempre e nessuno è sempre la stessa persona, perché l’immutabilità appartiene alle fotografie, non alla vita. Ciascuno di noi contiene in uguale misura altezze e abissi. E la vita è una gara di equilibrio per non cadere nello sballottamento del suo continuo dimenarsi tra la polvere e l’altare.
Allora sì che capiremo quanto luminoso sia il gesto di chi sconfigge l’indifferenza con la forza della pietà e della carità. Allora sì che potremo finalmente fare i conti con la solitudine vestita a festa.

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Il Giubileo dei detenuti

I numeri della vergogna dicono che, a 2025 non ancora concluso, nelle carceri italiane ci sono stati 76 suicidi e 150 morti per altre cause. Una strage silenziosa, culminata con i quattro decessi registrati il 12 dicembre, nel primo dei tre giorni del Giubileo dei detenuti. Dati drammatici, ai quali va aggiunta la cifra del sovraffollamento medio nazionale, giunto ormai al 138,4% (63.831 persone detenute a fronte di 46.124 posti disponibili), che delineano i contorni di un’emergenza avvertita soltanto dagli addetti ai lavori e da coloro che, “calamandreianamente”, hanno visto perché dentro ci sono stati.
Non a caso di “emergenza negata” scrivono Gianni Alemanno e Fabio Falbo, quando dall’interno del braccio G8 di Rebibbia denunciano il “collasso” delle carceri italiane. Del quale i morti rappresentano la punta dell’iceberg di una quotidianità che in molte realtà è dolorosa: malati che non riescono a ricevere cure adeguate, celle umide e gelide per la mancanza di riscaldamento, muffa ovunque, docce prive di acqua calda, personale educativo, sanitario e penitenziario sottodimensionato, difficoltà a garantire attività trattamentali e lavorative.
Sono voci nel deserto quelle delle più alte cariche istituzionali e religiose. Del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che denuncia l’inadeguatezza di molti penitenziari rispetto al dettato costituzionale, laddove sancisce che “le pene devono essere umane e tendere alla rieducazione del condannato”. Di Papa Leone XIV, il quale – nel solco tracciato da Papa Francesco nella Bolla di indizione del Giubileo – auspica la concessione di “forme di amnistia o condono della pena” e “a tutti opportunità di reinserimento”.
La politica non ascolta perché è incapace di affrontare organicamente la questione, da sempre. Ecco perché suonano irresponsabili le parole di chi ha ipotizzato provvedimenti deflattivi entro Natale. Ma quando mai? Il tempo sarebbe stato sufficiente se la politica avesse fatto proprio, un anno fa, l’appello di Papa Francesco: «Propongo ai Governi che nell’Anno del Giubileo si assumano iniziative che restituiscano speranza; forme di amnistia o di condono della pena volte ad aiutare le persone a recuperare fiducia in sé stesse e nella società; percorsi di reinserimento nella comunità a cui corrisponda un concreto impegno nell’osservanza delle leggi». Ora, le parole in libertà producono soltanto l’effetto di alimentare illusioni ancora più brucianti.
D’altronde, quando non si sa che dire o che fare, puntualmente guadagna campo la convinzione che la costruzione di nuove carceri potrebbe risolvere il problema. Ma se anche questa potesse essere la soluzione, quanti anni passerebbero prima della realizzazione di nuovi istituti penitenziari?
È proprio la visione carcerocentrica dell’esecuzione penale che andrebbe ribaltata, ma un cambiamento di tale rilievo non sembra alla portata di un Paese giustizialista come l’Italia. Nel frattempo, tra una sterile dichiarazione e l’altra, i detenuti vivono in condizioni disumane, si ammalano e muoiono, si tolgono la vita.

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Ogni contributo conta

Nei giorni scorsi è stata celebrata la Giornata mondiale del volontariato, istituita dalle Nazioni Unite nel 1985 e quest’anno coincisa con la cerimonia di chiusura di Palermo capitale italiana del volontariato 2025, alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Le parole pronunciate dalla più alta carica dello Stato, nel Teatro Massimo del capoluogo siciliano, hanno esaltato il valore dell’impegno di quasi 5 milioni di persone (oltre il 9% della popolazione), che annualmente dedicano 84 milioni di ore del proprio tempo agli altri.
Papa Francesco considerava il volontariato come l’insieme di tanti piccoli gesti di servizio gratuito, che fanno sbocciare nei deserti della povertà e della solitudine “germogli di umanità nuova”. L’umanità di coloro che servono il prossimo senza servirsi del prossimo. Ma chi è il nostro prossimo?
Il sostantivo deriva dal latino proximus, superlativo di prope (quindi: “il più vicino”), che è all’origine anche del concetto di “prossimità” richiamato da Mattarella nel suo intervento: «La prossimità – prima rete di solidarietà – rende migliori e gratificanti le nostre vite». Conferire al concetto di prossimità un significato esclusivamente spaziale sarebbe però riduttivo. Prossimo è ogni essere umano percepito vicino a noi, dentro di noi, perché guardato con gli occhi del cuore.
Ha ragione Mattarella quando – riferendosi al volontariato – parla di “leva possente”, capace di dare un senso alle vite di coloro che si dedicano agli altri e al miglioramento delle condizioni della società nella quale vivono. È l’esperienza di giovani e meno giovani, credenti e non credenti, i quali non fanno altro che osservare il precetto cristiano di amare il prossimo come se stessi.
Le associazioni di volontariato danno risposte che spesso lo Stato – per ragioni molteplici – non è in grado di garantire. Sollevano il tappeto sotto il quale vengono nascoste l’ingiustizia e la diseguaglianza che caratterizzano la vita di chi patisce una situazione di disagio socio-economico, degli invisibili, dei tanti “scarti” schiacciati ed espulsi dal corpo della società come brufoli fastidiosi. Comportarsi da buoni cittadini, rispettare la natura e la bellezza del mondo, non essere indifferenti, ascoltare e guardarsi attorno, dedicare del tempo (poco o molto non importa) agli altri.
“Ogni contributo conta”, recita il tema della Giornata di quest’anno che definisce con chiarezza il significato di un impegno. La consapevolezza, cioè, che nessuno da solo è in grado di fare miracoli; né – per un altro verso – che per fare del bene siano richieste facoltà particolari. Ecco perché risultano ancora attuali le parole di Teresa Sarti, cofondatrice di Emergency: «Se ciascuno di noi facesse il suo pezzettino, ci troveremmo in un mondo migliore senza neanche accorgercene».

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L’altalena

Le nuvole in alto si rincorrevano, sembrava che un Dio capriccioso soffiasse dietro. Quando erano nere, assumevano la forma delle mie paure: un mostro marino con le fauci spalancate, il volto feroce di un drago, un’esplosione terrificante. Altre volte un cuore, un pony o una pecorella rendevano invece il cielo allegro. Era la mia scenografia preferita. Scorrevano in fila, ora più vicino ora più lontano, ordinate una accanto all’altra come i tanti peluche che sul mio letto si tenevano per mano e mi chiedevano di abbracciarli. Mi divertiva assegnare ad ognuno un nome e addormentarli, a turno, tenendoli stretti tra collo e petto. Li scaldavo con il respiro affinché non soffrissero il freddo. In cambio, le loro carezze sulle guance mi davano la serenità necessaria per affrontare la notte senza paura. Le ombre stampate sul muro non mi spaventavano se stringevo forte il cagnolino, l’orsacchiotto o il pinguino. Abbracciato a loro, i rumori della notte non riuscivano a turbare il mio sonno.
Mi sarebbe piaciuto salire in groppa ai batuffoli di cotone che si allontanavano all’orizzonte. Quasi li toccavo quando la spinta all’altalena era più vigorosa: la “super-spinta”, la chiamavo; e solo due braccia possenti potevano lanciarmi così in alto da farmi accusare le vertigini. Non ero bravo a spingermi da solo, avevo bisogno di te. Con gli occhi chiusi interrompevo la mia risata urlando “basta, basta!”, e tu smettevi subito. L’altalena rallentava, ma quando stava per fermarsi ti ordinavo con tono perentorio: «Spingi!». Facevo anche la faccia cattiva, nel più bel gioco che avevamo inventato soltanto per noi. Tutto il resto, fuori, non esisteva.
Ero felice, le mani aggrappate alle catene che cigolavano mentre mi facevi volare avanti e indietro. I miei occhi andavano dalla punta degli scarponcini al tutt’attorno che scorreva a grande velocità. Guardavo il cielo da vicino e sfioravo nuvole, farfalle e rondini. Avrei voluto afferrare ogni cosa con le mie mani fredde, che poi tu riscaldavi tenendole tra le tue: «Come fai ad averle sempre calde?», ti chiedevo. Rispondevi che le tenevi a riposo dentro le tasche dei pantaloni quando non ti servivano, anche se non si dovrebbe fare perché le mani in tasca sono uno spreco, non servono a niente. Tranne che a tenerle tiepide.
Il vento in faccia scompigliava i miei capelli, fino a quando non cominciavo a frenare sfiorando la ghiaia con i piedi. Il volo stava per terminare e le tue braccia erano pronte a riportarmi a terra. Con la mano dentro la tua, tornavo a casa vestito d’aria e di cielo.

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La colletta alimentare a Sant’Eufemia

«Aiutare il povero è infatti questione di giustizia, prima che di carità»: questo un passaggio significativo del messaggio di Leone XIV, in occasione della IX Giornata Mondiale dei Poveri istituita da Papa Francesco nel 2017 e coincisa, quest’anno, con il Giubileo dei Poveri. Nella messa in San Pietro, il Papa ha invitato a sviluppare una “cultura dell’attenzione” per sconfiggere l’indifferenza e auspicato “lo sviluppo di politiche di contrasto alle antiche e nuove forme di povertà, oltre a nuove iniziative di sostegno e aiuto ai più poveri tra i poveri”: «Agli operatori della carità, ai tanti volontari, a quanti si occupano di alleviare le condizioni dei più poveri – ha concluso – esprimo la mia gratitudine, e nel contempo il mio incoraggiamento ad essere sempre più coscienza critica nella società».
Messaggio fatto proprio dalla Fondazione Banco Alimentare per promuovere la Giornata Nazionale della Colletta Alimentare (istituita nel 1989), che ieri ha coinvolto circa 11.600 supermercati in tutta Italia. Tra i 21 Banchi Regionali coordinati dalla Fondazione, quello della Calabria ha raccolto 178 tonnellate dei prodotti a lunga conservazione richiesti: olio, verdure e legumi in scatola, tonno e carne in scatola, conserve di pomodoro e sughi pronti, alimenti per l’infanzia, riso. Gli alimenti raccolti da 5.000 volontari riconoscibili dalla pettorina arancione, in oltre 500 punti vendita, saranno infine destinati a 627 organizzazioni convenzionate con il Banco Alimentare Calabria, le quali assistono oltre 130.000 persone in difficoltà.
Anche quest’anno Sant’Eufemia ha fornito un prezioso contributo, grazie all’impegno dell’Associazione “Padre Annibale Maria di Francia”, che dal 2016 gestisce in paese l’organizzazione della colletta alimentare. Per realizzare l’iniziativa, l’Associazione si avvale della collaborazione dei ragazzi del locale liceo scientifico, oltre che del contributo di privati cittadini che per l’intera giornata presenziano all’uscita dei diversi punti di raccolta.
Il risultato è stato più che soddisfacente: complessivamente sono stati infatti raccolti 529,3 kg di beni alimentari, a conferma della generosità di una comunità sensibile alle tematiche della solidarietà e della carità.

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In fondo al pozzo

“Cosa c’è di diverso nel vostro morire?”, chiede il chimico dell’omonima canzone di Fabrizio De André nella straordinaria trasposizione musicale del capolavoro di Edgar Lee Masters. Cosa c’è di diverso nelle morti che ci circondano, che interrogano soprattutto sul senso della vita.
La morte fisica, certo. Il sipario che cala lasciando al di qua della tela ricordi, sorrisi, rimpianti. Con la quale, chi resta, deve in qualche modo imparare a convivere. Elaborando il lutto, raccomandano gli psicologi. Superando vuoti e assenze che trafiggono l’anima con i loro tuttoèfinito. Il tempo, in questi casi, può diventare un prezioso alleato. Perché riesce a colorare il buio con i colori dell’allegria passata, della condivisione dei momenti di felicità, delle tante lezioni imparate. La medicina del cuore confina in un angolo la sofferenza, esalta la gratitudine per ciò che è stato e per ciò che è rimasto. Il tempo stempera, diluisce, accarezza. È mano di mamma. La morte fisica è un punto di non ritorno, se c’è un aspetto sopportabile è proprio la sua irrimediabilità. Bisogna farsene una ragione. Se non sarà subito, accadrà dopo.
Altro avviene con la morte sociale. Chi muore fisicamente, è altrove: niente sente e niente vede. Un lungo sonno. Chi vive la condizione dell’appestato, avverte invece sulla propria pelle la morte vera: l’abbandono, l’emarginazione, il pregiudizio. È un morire diverso. E a nulla vale la resurrezione di un momento. La condizione prevalente è quella dell’oblio. Non si è più ciò che si è stati. Lo stigma è coperchio di bara che tutto esclude. Non se ne parla e basta. Per non compromettersi, per evitare imbarazzi in chi chiede e in chi risponde. Succede quando c’è di mezzo una malattia irreversibile, quando non si è più in grado o liberi di uscire di casa, di parlare, di coltivare relazioni.
Poi c’è la verità. Che sta sempre in fondo al pozzo, ricorda Leonardo Sciascia. Chi osserva da sopra, sporgendosi appena sul baratro, ci vede il sole o la luna. Si sente confortato da una certezza che è soltanto un riflesso. Un inganno. Ma soltanto chi cade dentro al pozzo conosce la verità. Al prezzo di fratture e con il rischio concreto di non riuscire più a risalire dal fondo. Di restarci.
Nel confino scuro che la memoria dissolve, vita e morte si abbracciano senza più niente aspettarsi. Impastandosi con il sangue e con le lacrime di giornate sempre uguali. E non sai più se è un giorno di festa o un giorno di lutto.

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I cioccolatini della ricerca AIRC 2025

Tornano “I giorni della ricerca”, l’iniziativa promossa dall’AIRC (Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro) per informare, sensibilizzare e sostenere la ricerca sul cancro in un anno particolare, che segna il sessantesimo anniversario della Fondazione.
Prevenzione, diagnosi precoce e nuove terapie sono strumenti fondamentali per combattere le patologie oncologiche: tanto è stato fatto, sia per quanto riguarda le probabilità di guarigione (con un aumento di quasi il 50% di italiani che hanno superato una diagnosi di tumore) che in termini di speranza di vita. Tuttavia, i dati rimangono molto alti: nell’ultimo anno sono state 390.000 le nuove diagnosi, più di mille al giorno.
Anche in questa circostanza l’Associazione di volontariato cristiano “Agape” di Sant’Eufemia sarà al fianco dell’AIRC e delle migliaia di volontari che, in 2.400 piazze, distribuiranno i “cioccolatini della ricerca”, unitamente ad una guida informativa sui traguardi raggiunti.
A fronte di una donazione di 15 euro, l’acquisto della confezione da 200 grammi di cioccolato fondente Venchi consentirà di aiutare concretamente AIRC a sostenere il lavoro di circa 6.000 ricercatori, impegnati quotidianamente nella lotta per rendere il cancro sempre più curabile.
Vi aspettiamo in piazza Matteotti, domenica 9 novembre, a partire dalle ore 9:00.

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Il poco che rimane

Nel silenzio ovattato della stanza una mano si tiene e non trattiene. Resta testardamente aggrappata alla coda della vita, che non può fermare mentre scivola via, in caduta libera. Il dorso è una mappa di sentieri che si incrociano e scivolano assecondando i bordi. Nei gonfi rivoli bluastri scorre la piena dei giorni andati, un soffio di tempo sbuffato tra due lamenti. Il palmo ricamato di cicatrici contiene una sola infinitesimale briciola di futuro, profezia finale che attende di inverarsi.
Due gambe mulinano nel sogno, ma non vanno da nessuna parte. Sono lontani i tempi delle lunghe inerpicate. Ogni passo era sudore e traguardo, la bandierina spostata un metro più in alto, fino alla vetta. La discesa è stata rovinosa, un proteggersi il capo dagli urti facendosi scudo con le braccia. Attutire per non soccombere, per riuscire ad arrivare a valle in qualche modo. Questo era necessario. Questo è stato fatto.
Ora è un camminare insicuro che squarcia la bruma imperforabile dell’ultimo viaggio. Potesse lo sgomento farsi raggio e rischiarare i contorni indefiniti del mistero. Ma è un taglio sull’abisso, nessuna luce segnala il percorso di un altrove di là dalla fessura. E la stanchezza ha un peso che nessuna bilancia dell’anima può pesare.
Gli occhi guardano ma non vedono. Galleggiano nel mare aperto che non conosce orizzonti e mescola cielo e acqua. Sul piano infinito le figure si scontrano e scartano di lato, senza dichiararsi. Senza averci capito molto di vento e di schiuma, di finzione e di realtà. L’onda dei ricordi è uno sciacallo che azzanna alla cieca, infierisce e scaraventa lontano, per precludere ogni ritorno. La memoria è un flipper impazzito, una cacofonia di voci che si accavallano prive di ordine e senso.
Padri diventati figli accoltellano l’aria, mamme bambine accarezzano un peluche o stuzzicano l’orlo sgualcito del maglione, prima di attaccarci un bottone immaginario. Uno stallo di bonaccia illude che dopo sarà pace. Per chi andrà e per chi resterà. Gli uni e gli altri dispersi sul campo: accanto, distanti.
Come un’epifania, il poco che rimane disvela il senso della vita. Diventa tutto.

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Armando e Titina, una vita tra dolci e biscotti

Alla signora Titina brillano gli occhi quando allarga il suo bel sorriso e, senza esitazione, afferma: «Cca mi scura e cca mi brisci. In questo posto ho dato l’anima, vivo tra queste mura da cinquantanove anni, ma non mi è pesato per niente. Il lavoro, anche se impegnativo, non mi ha stancata perché l’ho svolto con passione, con amore. La pasticceria è stata la mia vita: se dovessimo smettere, starei male».
La pasticceria Vizzari a Sant’Eufemia rappresenta un’istituzione. Armando Vizzari, figlio e nipote di pasticcieri, custodisce da molto tempo il testimone passatogli dal padre Domenico e dallo zio Nino. Oggi che di anni ne ha ottantaquattro sottolinea con orgoglio: «Sono nato qui e qui sto morendo, al “Purgatorio”. In questa stradina c’era la casa dei miei genitori e qua ho aperto la pasticceria, dopo avere imparato l’arte sin da bambino in quella di mio padre».
Tempi mitici, nei quali le lavorazioni venivano eseguite manualmente, senza l’ausilio dei moderni macchinari. Triturare le mandorle per l’impasto delle paste secche richiedeva muscoli d’acciaio, perché i due rulli che le macinavano andavano azionati a forza di braccia. Il forno era a legna e il fumo investiva chi lo governava. Per ottenere la temperatura giusta occorreva regolarsi con il colore della pietra collocata all’interno: «Il calore la faceva diventare bianca, più scura, marroncina. Se il piano (“u solu”) non era riscaldato adeguatamente, i biscotti si bruciavano».
Per questo occorreva essere “sperti”, specialmente quando si utilizzava un forno particolare, in grado di contenere fino a dodici teglie. Ogni prodotto (torrone, stomatico, piparelli, susumelle, pittapie, amaretti, paste di mandorle) necessitava di una temperatura diversa, che doveva essere più alta per la “nsudda i ferru”, un dolce all’epoca molto richiesto perché, per tradizione, i giovani lo regalavano alle fidanzate dopo averci fatto scrivere sopra parole d’amore.
L’approvvigionamento degli ingredienti di preparazione non era faccenda semplice. Per rifornirsi i pasticcieri si recavano a Messina, dove compravano anche la nocciolina e i ceci da rivendere nelle feste di paese: «Raggiungevamo Villa San Giovanni in autobus, prendevamo il traghetto e dopo lo sbarco ci dirigevamo dai fornitori. Quindi caricavamo la merce sulle spalle e tornavamo a casa. Una volta cresciuti economicamente, per arrivare a Villa utilizzavamo un’Ape (la lambretta) e ci portavamo dietro un carretto sul quale sistemavamo gli acquisti».
Quella dei mercati costituiva un’attività collaterale, che comportava anch’essa grande sacrificio: «Ne abbiamo fatte di nottate. Abbiamo pure dormito sui marciapiedi, quando sostavamo nei paesini per più giorni. In occasione della festa di San Rocco, raggiungevo a piedi mio padre ad Acquaro portando sulle spalle sacchi di nocciolina, ceci, susumelle».
Per Armando la svolta coincide con il rientro dal servizio militare. Un’esperienza drammatica perché la compagnia di Vizzari, di stanza a Casarsa (Pordenone), nell’ottobre del 1963 è tra le prime inviate a Longarone, paese sul quale si era abbattuta una massa d’acqua di circa 300 milioni di metri cubi, fuoruscita dalla diga del Vajont in seguito alla frana di un costone del monte Toc. Nel suo reportage per il “Corriere della Sera”, il giornalista e scrittore Dino Buzzati consegnò all’eternità l’immagine drammaticamente più suggestiva dell’immane tragedia che cancellò Longarone e provocò quasi duemila vittime: «Un sasso è caduto in un bicchiere colmo d’acqua e l’acqua è caduta sulla tovaglia. Solo che il bicchiere era alto centinaia di metri, il sasso era grande come una montagna e sotto, sulla tovaglia, stavano migliaia di creature umane che non potevano difendersi». Straziante è il ricordo del fango e della morte che si presentarono agli occhi del giovane eufemiese: «Arrivammo a Longarone per dare una mano. Ho visto cadaveri impigliati tra i rami degli alberi e mucche gonfie all’inverosimile. Mi è rimasta impressa la visione dei binari del treno che la forza dell’acqua aveva fatto attorcigliare “comu na ligaredda” (in italiano: “convolvolo”, pianta rampicante il cui nome deriva dal latino “convolvere”, avvolgere). Suddivisi in gruppi, avevamo il compito di spalare il fango e di scavare tra i detriti per verificare se ci fossero dei sopravvissuti. Non ne trovammo nemmeno uno». Recupera invece una banconota di diecimila lire, che prontamente – senza neanche pensarci – consegna al tenente della compagnia, tra l’incredulità dei commilitoni.
Assolti gli obblighi di leva, Armando si mette in proprio e sposa la quasi diciottenne Titina Romeo. Figlia del muratore Francesco e di Margherita, con la mamma e con la sorella Rosalia si era dedicata fino ad allora alla lavorazione delle maglie: «Da qualche parte abbiamo ancora conservata qualche macchina. Ma una volta sposata mi sono adattata ed ho imparato il mestiere».
Talmente bene che, riconosce Armando, di fatto è lei ora a portare avanti l’attività. Tra le specialità della pasticceria Vizzari una menzione speciale va al torrone mandorle e miele e alle monachelle, anticamente chiamate “ghetti”. Ai tanti clienti che sostengono la bontà delle “monachelle di Titina”, Armando risponde con ironico disappunto: «Guardate che la ricetta è mia: il pasticcere sono io, non mia moglie. Possibile che nessuno mi vuole riconoscere questo merito?».
Titina segue ogni produzione, confeziona, impacchetta: «Sono certosina, mi piace prestare la giusta attenzione a tutto. Lui mi prende in giro e dice che metto la mia “brocciata” ovunque. Ma le cose vanno fatte per bene».
Le mani dei coniugi Vizzari profumano di dedizione, sacrificio… e vaniglia: «Quando penso ai miei nonni – racconta con emozione e con orgoglio la nipote Rosa – li immagino perennemente intenti a dosare, impastare, sfornare. Quando ero piccola amavo farmi coccolare da mia nonna perché ero convinta che le sue mani emanassero sempre l’odore dolce della vaniglia. Sono eccezionali pasticceri e, ancora di più, nonni speciali».
Armando e Titina sono la testimonianza di come la sovrapposizione tra attività e vita privata possa diventare un esempio di cultura del lavoro, della sua dignità. Forse è questo il riconoscimento più prezioso, che non prescinde, ovviamente, dalla qualità della produzione: «E sennò – conclude Armando con sagace saggezza – la gente se ne fregherebbe (il verbo utilizzato è molto più colorito) di noi, confinati in questo sperduto vicoletto!».

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Dieci anni senza Totò Ligato

Caro Totò,
sembra ieri e invece sono trascorsi già dieci anni. Sapessi quante cose ti sei perse. Per alcuni versi forse è meglio così. Ti vedo, Totò: l’immagine è quella consueta, ripetuta negli anni. Arrivi con la tua Punto (sì, sempre lei: più scassata di allora, ma tenace come te), accosti e vai subito al sodo: «Dai, facciamo una chiacchierata, che argomenti di discussione ce ne sono». Quindi accendi una sigaretta, giochi con l’accendino sul tavolino del bar e inizi a parlare, con quel tuo inconfondibile timbro di voce.
La prima stoccata è per qualche collega autore di strafalcioni grammaticali e sintattici. Roba da marchiare con un bel tratto di penna rossa. O da riderci su, come a te piaceva fare nonostante l’incazzatura. Pensa, Totò: oggi è peggio di ieri. Nell’ultimo decennio c’è stato un impazzimento generale. Dieci anni fa ancora i social non avevano completamente invaso le nostre vite; per alcuni oggi diventati la vita vera. Sappiamo tutto: cosa la gente mangia o non mangia, quando esce e con chi, dove trascorre le vacanze, la straordinarietà della vita di ognuno, costellata – ça va sans dire – di successi memorabili che dovremmo, pare, tutti memorare. Chiunque scrive su qualsiasi argomento, fotografa, documenta, posta in maniera compulsiva. E pazienza se la lingua italiana ormai è diventata un optional per “professoroni” da perculare. Si indigna la gente, Totò: soprattutto si indigna. Peppe Voltarelli dovrebbe aggiornare la sua celebre canzone: “lamentarsi come ipotesi” non basta più. Bisogna indignarsi. Indignarsi. Indignarsi ancora.
Lo so, ora inizierai a parlarmi di università. Lascia stare, non pensare alla tua facoltà di Magistero ai tempi del preside Mazzarino. Molte università – ahinoi anche pubbliche – sono diventate dei laureifici. E poi oggi c’è l’intelligenza artificiale, con quella puoi fare tutto. Scrivere un articolo, una relazione, una tesi, un libro. Qualsiasi cosa. Cioè, te le scrive lei tutte queste cose, ma tu ci fai un figurone anche se di veramente tuo non c’è niente. Né studio, né sudore, né sentimenti. Mica come te, che andavi a cercare le notizie con le tue gambe, che volevi vedere con i tuoi occhi prima di scrivere. Anni fa Mimmo Rositano mi fece vedere una foto di voi due nei pressi della discarica di Melicuccà, avvolti dalla nebbia del mattino. Eri là per documentare ciò che stava succedendo, come dovrebbe fare ogni giornalista degno di questo nome. Giornalisti disposti a buscarsi un raffreddore, oggi, se ne vedono pochi per strada. Chi scrive, chi parla con cognizione di causa? Eppure viviamo in un mondo cacofonico. Dove ognuno pensa di conoscere fatti e persone e parla, parla, parla. Spara-sentenze evidentemente ignare del celebre adagio: «Un bel tacer non fu mai scritto».
Di te, invece, si dovrebbe scrivere. Per farti conoscere a coloro ai quali il tuo nome non dice niente. Affinché ai più giovani giunga l’eredità degli articoli da te dedicati alle storie degli umili, che grazie alla tua penna trovavano riscatto e dignità. Non era solo opera di memoria, era un atto di amore per questi nostri territori. Ai lettori della “Gazzetta del Sud” hai offerto ritratti indimenticabili di personaggi di paese, in particolare della tua Melicuccà, la Bagolaro del tuo romanzo Sabbia.
Da dieci anni anche tu sei un personaggio di Bagolaro. Per questo scrivo di te. Perché scrivere può diventare atto di giustizia, quando tenta di strappare le ragnatele dell’oblio che avvolgono le storie e le persone.
Forse l’ho fatta lunga, Totò. Magari continuiamo un’altra volta. Ora finisci di fumare, calca bene il cappello sulla testa e vai. Quando ripassi, però, fermati ancora. Come allora.

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