La Pasqua di solidarietà dell’Agape si è sviluppata in tre momenti di grande intensità emotiva. Il 28 marzo volontari, personale e anziani della RSA “Antonino Messina” hanno ripercorso le tappe della Passione di Gesù: di stazione in stazione, tra le poltrone occupate dagli ospiti della struttura. “Prima di tutto la vita”: il tema della via crucis è stato al centro delle riflessioni lette dai volontari, mentre croce e cartelli venivano spostati all’interno della sala ricreativa. La diagnosi di una malattia riporta tutti alla dimensione di fragilità della natura umana, ma non deve fare dimenticare che il malato resta un essere umano, al quale vanno riconosciuti diritti, dignità, rispetto. La vita va promossa in tutte le sue dimensioni e ogni malato è un essere umano unico e irripetibile. «Spesso vediamo il dolore altrui, ma per paura di esserne coinvolti volgiamo le spalle e non sappiamo accompagnare e dare sollievo a chi è nella sofferenza»: non sappiamo essere buoni cirenei, non riusciamo ad esprimere vicinanza e conforto. Bisogna pertanto operare affinché solitudine e desolazione non segnino l’esistenza di chi è malato e anziano. Un concetto ribadito da don Enzo Gioffré, con parole che hanno toccato le corde più profonde dell’animo, nell’omelia della Santa Messa celebrata nella struttura il primo aprile e incentrata sul valore della vita umana: «Quanto vale una vita umana? Quanto quella di un anziano?». Nella celebrazione don Enzo è stato assistito dal diacono Vince Cutrì, mentre l’accompagnamento musicale, intenso e commovente, è stato curato dal coro parrocchiale “Cosma Passalacqua”, presente con il Maestro Angela Luppino e con le coriste Noemi Flores e Rachele Pellegrino. Al termine della funzione sono state distribuite le immaginette del Cristo Risorto con stampati sul retro gli auguri dell’Agape, mentre un uovo di Pasqua è stato donato alla struttura dalla presidente Iole Luppino. Il terzo appuntamento ha infine avuto come protagonisti i partecipanti alla colonia estiva, con i quali i volontari hanno trascorso una serata conviviale presso il teatro della scuola paritaria “Padre Annibale Maria di Francia”, conclusasi con la consegna delle uova pasquali a grandi e piccini. Le festività in generale, ma la Pasqua in particolare, ci ricordano quanta solitudine e quanto dolore circondino le nostre vite fortunate. Sono in tanti, nel mondo ma anche vicino a noi, a non festeggiare perché non hanno cosa festeggiare: chi ha fame, chi ha sete, chi non ha di che vestirsi, chi è forestiero, chi è malato, chi è carcerato, chi è giunto alla fine del viaggio. A loro vadano un pensiero particolare e una speciale preghiera.
Eccoci qua. Siamo i delinquenti, i reietti, la feccia da evitare come la peste. Veniamo dall’Aspromonte, ma non abbiamo un pensiero nostro, schiavi come siamo del malaffare e dei malacarne che decidono della nostra vita e della nostra morte. Siamo noi stessi malacarne, visto che in alcuni comuni gli elettori hanno espresso un voto bulgaro al Sì per la riforma della giustizia. Mentre la maggioranza del Paese civilizzato si è opposta e con il suo No ha salvato democrazia e libertà. Per tutti, anche per noi che non vogliamo essere liberi e che tutta questa generosità neanche la meriteremmo. Da due giorni mi capitano sotto gli occhi letture vergognose, vomitevoli, sul significato del voto referendario. Più deplorevole del razzismo di chi si professa superiore, c’è solo il razzismo dei miserabili, dei kapò capaci di essere peggiori dei propri aguzzini. Lo schema è di una semplificazione sconfortante: in certi comuni ha trionfato il Sì perché si tratta di zone ad alta densità mafiosa, certificata ovviamente da inoppugnabili operazioni di polizia. Vivo in uno dei comuni carogna. Non c’è stato un manifesto, un’iniziativa politica, nessuno che abbia chiesto il voto per il Sì, né per il No. Ciononostante i cittadini sono andati a votare, con una percentuale di gran lunga superiore all’affluenza registrata in altre consultazioni referendarie. Sono andati e circa il 77% ha barrato il quadratino del Sì. Probabilmente non tutti i votanti avevano ben chiaro il contenuto del quesito. La mobilitazione, che a livello nazionale ha prodotto una buona partecipazione, è stata frutto della politicizzazione del referendum. Alla fine, in molti hanno votato a favore o contro il governo in una contingenza particolare: guerra, aumento del prezzo del carburante, scandali vari. E quindi ha prevalso il No. In Aspromonte si è votato pro o contro l’amministrazione della giustizia in generale ed ha prevalso un Sì che si potrebbe definire di frustrazione. Ha votato Sì chi pensa che qualsiasi riforma della giustizia migliorerebbe la situazione attuale. Chi ha avuto esperienza diretta o indiretta degli abusi compiuti sulla pelle di troppe persone. Chi sa a cosa può portare la “vicinanza” tra PM e GIP. Chi ha potuto verificare che, di emergenza in emergenza (prima il terrorismo, ora la criminalità organizzata), l’ordinamento italiano non garantisce a tutti uguali diritti e libertà: ce lo ricordano le interdittive antimafia, le norme per lo scioglimento dei comuni, i poveri cristi violentati dalla carcerazione preventiva per mesi e anni. Ha votato Sì chi è, di fatto, un cittadino di serie B. Anche se la riforma non toccava molte delle questioni citate, questo popolo reietto e schifato dai moralisti da salotto avrà pensato: ma sì, vediamo se per una volta riusciamo a farla pagare alla casta che non risponde mai dei propri errori. Tanto, più scuro della mezzanotte non può essere. Sarò più esplicito: senza “Eyphemos” il risultato a Sant’Eufemia sarebbe stato diverso. Ho conosciuto gente che non si recava alle urne dal 2020. Europee, politiche, regionali, comunali: saltate a piè pari. Dopo quel terremoto non si è più interessato a niente. Eppure, in questa circostanza, ha voluto partecipare. Ha votato per sentirsi, una volta tanto, protagonista e non vittima di uno Stato che reprime e arresta, ma non è capace di affrontare l’irrisolta questione meridionale senza ricorrere all’alibi della criminalizzazione di interi territori. Ha aperto la scheda e con la matita ha tracciato sul Sì una croce carica di rabbia, amarezza, delusione.
Mi mancano i tuoi silenzi. Nel tuo guardare muto ho spesso trovato risposte che neanche immaginavo. Seduti su una panchina, a rigirare tra le dita una foglia secca e a sbriciolarla per terra. Polvere che si mischia e scompare, inghiottita dal selciato. O che porta via il vento, lontano. Come i nostri acciacchi e il male di vivere, sempre accantonati, nascosti sotto il mantello delle giornate da consumare. Il tempo non è mai sufficiente per restare soli con sé stessi e capire ciò che realmente si desidera. Corriamo di qua e di là, fuggiamo dal tempo illudendoci di poterne rallentare lo scorrere. Dicevi proprio così: “non ho ancora capito cosa voglio”. Nascondevi dubbi e insicurezze nei vagoni dei treni. Su e giù per l’Italia, come in un tour romantico. Forzavi un sorriso mentre piazza dei miracoli faceva da sfondo alla tua inquietudine. Avere come meta il viaggio e sentirsi ovunque fuori posto: era la tua maledizione. Complementare alla mia, che non avevo nessuna intenzione di spaccare il guscio rassicurante di una routine noiosa per chiunque ma non per me, nonostante il disagio che mi provocava un luogo che ormai stentavo a riconoscere. Tutto era cambiato troppo in fretta. Persone, abitudini, anche i luoghi. Come se l’anima di ogni cosa avesse traslocato altrove. Un altrove diventato un pozzo buio, impossibile da risalire. Un posto dove dimenticare ed essere dimenticati. Un anticipo di morte, alla fine desiderata, per anestetizzare una normalità indecente nella sua volgare cacofonia. Mettevamo sui piatti della bilancia le nostre delusioni per riscontrarne una consolante equivalenza, ma intanto il tempo passava. Così in fretta da non riuscire ad afferrarlo per la coda, aggrapparsi e farsi trasportare ovunque pur di scontare la feroce condanna alla solitudine. Dove siamo finiti? Cosa siamo diventati? Due reduci distanti, sopravvissuti ai fendenti del destino oltre ogni previsione. Oltre ogni desiderio. Una gran perdita di tempo, ammettevamo quando ancora riuscivamo a trovarci senza neanche cercarci. Fedeli al patto di sangue inciso con la punta della lama sui polpastrelli degli indici, saldati a bacio di dama. Illusi che avremmo cantato per sempre la nostra canzone, che la sua melodia sarebbe sopravvissuta come le iniziali dei nostri nomi intagliate sulla corteccia del faggio. Prima di distrarci ad uno dei tanti bivi e smarrirci. Ma poi lo hai capito cosa volevi? A un certo punto abbiamo smesso di parlarne. Per non farci troppo male. Per non sembrare stupidi. Perché i bambini vogliono e, se non ottengono, fanno i capricci. Gli adulti invece si adeguano, anche a costo di spremere il sangue dalle labbra. Dei loro desideri resta un grumo di tempo perso. Avremmo voluto essere allegri a comando, con il click di una parola smozzicata tra i denti o di un rapido occhiolino. Dai, andiamo. Tu sulle mie spalle, le braccia attorno al collo, come antichi cavalieri all’assalto del futuro. Incoscienti, ma vivi. Ci siamo arresi. Siamo diventati due contorni sfocati, fantasmi tristi della sequenza finale di un sogno che svanisce al risveglio, senza lasciare alcun ricordo. Solo uno sbuffo di vento sul viso e un macigno sul cuore.
Non mi sorprende il livello di volgarità raggiunto dalla campagna referendaria sulla riforma della giustizia. I tempi, ormai, sono questi da un bel po’. Tempi da urlatori di professione, tempi da tifoserie pronte a darsele di santa ragione senza, in fondo, avere chiaro il motivo del contendere. Per cui è tutto uno schierarsi da una parte o dall’altra, a seconda di simpatie e antipatie personali. Per partito preso. Sintetizzando: chi è a favore del governo voterà Sì, chi lo avversa voterà No. Una semplificazione bella e buona, poiché non è da escludere l’esistenza di elettori, pronti ad infischiarsene degli ordini di scuderia, che voteranno secondo coscienza e discernimento propri. Il tema avrebbe meritato un confronto più pacato, non certe odiose strumentalizzazioni. Ma il clima è da Armageddon finale, quindi è inutile illudersi che qualcosa potrà cambiare nei prossimi giorni. Anzi, più si avvicina la data, più la gara a chi la spara più grossa si fa (per così dire) avvincente. Su un punto mi sembra si possa concordare: sia il fronte del No che quello del Sì hanno i migliori sponsor nel fronte avversario. Ormai non si contano infatti le dichiarazioni autolesioniste, in un campo e nell’altro. Da un punto di vista propagandistico, i sostenitori del No hanno il vantaggio di non dovere proporre niente. Si sa che è molto più facile raccogliere consensi “contro”, piuttosto che a “favore”. Nel caso del referendum, l’ambiguità del cosiddetto campo largo non ha modo di esplodere come avverrebbe, ad esempio, se la responsabilità di governo imponesse l’adozione di una linea unitaria in politica estera. Per cui è molto più semplice opporsi e strillare a difesa di quella costituzione che, evidentemente, non sarebbe stata in pericolo se la separazione delle carriere fosse stata realizzata dal centrosinistra, come più volte in passato è stato auspicato. In questo momento appare invece più “funzionale” stracciarsi le vesti per l’emerita fandonia del presunto assoggettamento del pubblico ministero alla politica. Quando l’unico assoggettamento certificato in Italia è quello della politica: vedere alla voce carriere stroncate e voto popolare ribaltato sulla base di inchieste finite nel nulla. In realtà sono due i cambiamenti che hanno spinto una parte della magistratura a salire sulle barricate: il sorteggio per la composizione del CSM e l’istituzione dell’Alta corte disciplinare. Il sorteggio (il quale – beninteso – avverrebbe tra giudici, non tra giocatori di bocce) andrebbe ad intaccare il potere delle correnti così ben descritto nel “sistema Palamara”; l’Alta corte abolirebbe il privilegio degli unici cittadini che di fatto non danno conto a nessuno del proprio operato e che non pagano mai per i propri errori: né in termini economici, né dal punto di vista professionale. Detto questo, disturba parecchio l’arroganza di chi si attribuisce il compito di stabilire quanto poco di sinistra siano quei giuda traditori che voteranno Sì. Disturba anche lo stigma del mafioso, corrotto, delinquente, piduista, fascista, utile idiota e chi più ne ha più ne metta. Procedendo per estrapolazioni, si può essere tutto e il contrario di tutto: ad esempio piduisti perché a favore della riduzione del numero dei parlamentari. Insomma, le analisi del sangue lasciamole ai medici, soprattutto nella terra delle ingiuste detenzioni. Si vota per una riforma, non per la tenuta della maggioranza: che oltretutto è bravissima a farsi male da sola e, in tutta evidenza, si regge in piedi soltanto perché all’orizzonte non s’intravede un’alternativa credibile. Che ognuno voti come ritiene più opportuno: ma se ancora c’è gente tentata dalla spallata al governo e dalla via giudiziaria al potere, vuol dire che dalla storia degli ultimi decenni non ha imparato niente.
È un tempo da non credere, inimmaginabile. Tempo di offese dure come la ragione che non si dà pace e non riesce a comprendere, come il muro contro il quale sbatte la testa incredula, come la corazza di un assioma che è falce e miete, forte di carte e timbri. Un eterno presente, da oggi e per sempre. Fissato in un’immagine che inchioda e fa sanguinare le mani, le carni. Un unico fotogramma che cancella ogni altro attimo di vita vissuta. Ma la verità vola più in alto, si stacca dalle miserie umane, si scrolla il fango di dosso con un gesto arcaico. Resiste contro tutto, nonostante tutto. Batte le ore di un orologio senza lancette. Non servono più. Può addensarsi e farsi nebbia, può tendere invano all’infinito. Non fa rumore. Ma, testarda, non si arrende alla logica del poteva andare peggio. Sopporta lo stigma non per rassegnazione, ma per orgoglio. Accetta pur non condividendo. E allo stigma, ci sputa sopra. Se è felicità minore, si fa bastare. Non ha pretesa di verifica, né di ribaltamento. Senza sentirsi per questo sminuita nella sua forza. Si salva perché respira umanità e compassione, si nutre di sofferenza e disappunto. È forse dimensione ineffabile, nella quale niente è come sembra per coloro che sanno. Che non hanno bisogno di mettere insieme ciò che insieme non era, di seguire punti lontani e trovarne il collegamento, di immaginare e di interpretare anche il non detto, di dipingere lo sfondo, di spalare la melma. Il calore degli abbracci e il sale delle lacrime riconducono ogni cosa ad un piano di umanità. Ciò che conta. Muoiono di sete i fiori non annaffiati. Uguale destino è dato in sorte a chi ha sete di verità e brancola nel deserto. Perché non esiste giustizia senza verità. Esiste però la verità senza giustizia, oltre la giustizia. L’unica in grado di rendere liberi, anche se i solchi alle caviglie fanno male.
Per la XXXIV Giornata mondiale del malato il messaggio del Santo Padre si è concentrato sulla figura del Buon Samaritano, protagonista di una tra le parabole più conosciute del Vangelo: «sempre attuale – ha commentato Leone XIV – e necessaria per riscoprire la bellezza della carità e la dimensione sociale della compassione, per porre l’attenzione sui bisognosi e sui sofferenti come sono i malati». Riprendendo la riflessione del Papa, l’omelia di don Enzo Gioffrè ha toccato le corde più intime dei partecipanti alla Santa Messa officiata all’interno della RSA “Antonino Messina” con l’assistenza del diacono Vince Cutrì e di Tonino Violi. A partire dai volontari dell’Agape, i quali ogni anno celebrano la ricorrenza presso la struttura per anziani di via Silvio Pellico e che, per mano della presidente Iole Luppino, hanno donato ai presenti una piccola croce con la Preghiera del Buon Samaritano e a don Enzo una statuetta della Madonna di Lourdes. «Ne ebbe compassione», afferma San Luca quando racconta della reazione del samaritano alla vista del ferito. Compassione è la capacità di “amare portando il dolore dell’altro”, è “amore attivo” che non cristallizza il presente, ma guarda al domani. In questo scarto dinamico ed emotivo, la solidarietà si eleva a carità. Il viandante del racconto evangelico non si limita a soccorrere l’uomo aggredito, ma – dopo averlo medicato – lo accompagna in una locanda, paga l’albergatore affinché ne abbia cura, promette di ripassare al ritorno per saldare il conto. Nella relazione con l’albergatore si coglie il superamento dell’impegno individuale e il passaggio alla dimensione sociale della compassione. Un’esperienza che si ripete in coloro che di fronte alla malattia non si voltano dall’altra parte, ma si accostano alla sofferenza per curare, accompagnare, dare sollievo: “i familiari, i vicini, gli operatori sanitari, le persone impegnate nella pastorale sanitaria e tanti altri”. Gli occhi lucidi dei volontari, del personale della RSA e degli anziani tradivano sentimenti complicati da controllare, nel corso della Messa – dedicata ai volontari e agli ospiti della struttura deceduti – e alla sua conclusione, quando il parroco ha somministrato il sacramento dell’unzione degli infermi. A rendere ancora più emozionante il momento, i canti eseguiti dal Coro parrocchiale “Cosma Passalacqua”, presente con il Maestro Angela Luppino, Noemi Flores e Rachele Pellegrino. Ancora una volta si è ripetuto il miracolo dell’amore capace di insegnare a vivere in un luogo che, per molti, poco ormai ha a che fare con la vita. In un tempo che non sembra più tempo, scandito da parole affaticate. Mentre volti sempre più familiari assumevano i tratti dei nonni, dei genitori, di noi stessi.
Il centosettantesimo anniversario della divisone della parrocchia di Sant’Eufemia offre lo spunto per ritornare su una vicenda che, allora, diede vita a non poche polemiche all’interno della comunità eufemiese. Come è noto, fino al 1856 era esistita una sola parrocchia, inizialmente con sede nella chiesa “Matrice”, la quale – dopo “u fracellu” del 1783 – era stata trasferita in quella di Santa Maria delle Grazie. Il terremoto aveva però determinato anche l’edificazione del paese nell’area denominata “Petto del Principe”, con il conseguente spostamento di circa metà della popolazione. Nell’istanza inoltrata il 12 giugno 1855 al sovrano Ferdinando II, il sindaco Michele Fimmanò aveva motivato la richiesta proprio con l’incremento demografico del quartiere “Petto”. Il vescovo di Mileto, Filippo Mincione, aveva fatto proprie le osservazioni di Fimmanò e il 19 agosto 1856 aveva emanato il decreto che erigeva la parrocchia di Sant’Eufemia Vergine e Martire. La decisione non era stata da tutti accolta con favore. Lo scontro dovette raggiungere livelli altissimi se il parroco Antonino Messina, sul numero di dicembre 1955 del Bollettino della parrocchia di Sant’Eufemia, sentiva ancora il bisogno di tornare sulla vicenda con toni durissimi. Anche se, nel suo caso, contava pure il bisogno di legare il passato al presente, di brandire le ragioni di un secolo prima per mettere i puntini sulle “i” di una polemica più recente. Commentando i fatti del 1856, Messina osservava che il decreto del vescovo Mincione appagava la richiesta degli abitanti del rione Petto e risolveva inoltre il problema della difficoltosa percorrenza, a piedi, della strada che collegava i due rioni (via Roma, comunemente denominata il “calvario”): «Un solo Rettore e Curato – si legge nel decreto – è insufficiente a reggere la cura di detto Comune; […] il rione Petto, dove hanno fissa dimora circa 3.000 mila abitanti, dista notevolmente dall’altro rione denominato “La Piazza”, dove in atto è sita la Chiesa Curata Arcipretale, cui gli abitanti dell’anzidetto rione, sia per le difficoltà della stagione invernale che di quella estiva, a motivo della via lunga, ardua e scoscesa non possono accedere senza grave incomodo per l’esercizio dei doveri religiosi, delle pie pratiche e dell’assistenza alle Sacre Funzioni; e […] neppure, per le stesse difficoltà, l’Arciprete può comodamente accedere al rione Petto per esercitarvi la cura delle anime». Il decreto, che indicava con precisione la delimitazione territoriale delle due parrocchie, affidava la cura della nuova al sacerdote Rocco Cutrì, restando quella di Santa Maria delle Grazie in capo all’arciprete Giovanni Zagarella. Tra le altre cose, stabiliva che l’arciprete usasse il timbro con l’immagine di Santa Maria delle Grazie e il parroco quello con l’effigie di Sant’Eufemia; che “ciascun curato, sia l’Arciprete che il Parroco, con la propria croce ed il clero, possono accompagnare al Camposanto o alla chiesa funerante i cadaveri dei propri filiali, nonostante si debba passare attraverso l’ambito dell’altrui giurisdizione”; che “il parroco di Sant’Eufemia nel giorno del Corpus Domini e in ogni altra processione prescritta da questa Rev.ma Curia Episcopale pro causa universali, con la propria Croce e col Clero, nell’ora stabilita si rechi nella Chiesa Arcipretale e si associ al clero della stessa processionalmente: parimenti anche l’Arciprete nella festa precipua e principale della Patrona Sant’Eufemia, con la propria croce e col clero sia presente nella chiesa Parrocchiale e si associ processionalmente a quel Clero”; che, “sia dentro che fuori della Chiesa, in tutte le Sacre Funzioni la precedenza è dovuta all’Arciprete e al suo Clero”; che “nel giorno di Sabato Santo le campane della Chiesa Parrocchiale debbono essere suonate subito che si ode il suono delle campane della Chiesa Arcipretale, non prima né dopo”. Nel suo articolo, il parroco esaltava il ruolo di Michele Fimmanò e, sgombrando il campo da ogni maldicenza del passato, sferrava una stoccata a quelle del presente: «Altri razzolando tra le cianfrusaglie dei luoghi comuni, dirà che l’erezione della nuova Parrocchia fu la conseguenza delle fazioni locali, chiesastiche e politiche; a costoro potremmo dire che mancano di serenità, quando, per giudicare i fatti del passato e purtroppo anche del presente, hanno bisogno di inforcare con sussiego le lenti della faziosità, la quale del resto non spiega un bel niente». I fatti del presente ai quali alludeva il sacerdote si riferivano al trasferimento (avvenuto il 24 ottobre 1955) dell’asilo infantile parrocchiale “San Diego” nei locali del vecchio Palazzo Fimmanò, che egli aveva acquistato e ristrutturato. La “maligna interpretazione”, messa in circolo dai detrattori del parroco, consisteva nell’accusa a Messina di essersi sostanzialmente impossessato del rudere “donato” alla chiesa dal vecchio proprietario: «È notorio – si legge invece nell’articolo “Smentite” – che il Parroco comprò il vecchio rudere con il suo denaro per fare quello che sarebbe parso più opportuno per lo svolgimento delle sue attività pastorali». Gli avversari del parroco si erano addirittura recati a Messina da Michele Fimmanò, omonimo nipote del sindaco che un secolo prima aveva avanzato la richiesta di divisione della parrocchia, “per tentare, con malevoli insinuazioni, di indurlo alla revoca del contratto notarile”. Ma era stato proprio Fimmanò a chiarire definitivamente la questione, indirizzando al parroco una lettera (riportata per intero sul giornale) nella quale precisava: «A proposito di tale vendita, a stroncare definitivamente ogni interessata e malevola interpretazione, debbo precisarvi che il motivo che mi ha indotto a tale alienazione fu determinato dalla necessità, per me, di porre fine alle continue ordinanze municipali per la recinzione del casalino, recinzione che io avevo fatto con esito negativo già in precedenza, e che non intendevo più fare, dato anche la forte spesa, cui sarei andato inutilmente incontro». Per tale motivo, proseguiva, aveva interessato parenti ed amici affinché trovassero un compratore disposto ad acquistare per sessanta-settantamila lire, smentendo quindi ogni ipotesi di beneficenza e concludendo con parole definitive: «Quando il mio fattore Luigi Fedele trattò la vendita con voi, io intesi vendere, ed infatti vendetti, come d’altra parte risulta dagli atti relativi, tale cespite a Voi come persona privata e non come Parroco ed in rappresentanza della Chiesa, come lo avrei venduto a qualsiasi altra persona si fosse presentata prima di Voi». A distanza di settant’anni, l’interesse del Bollettino del centenario non si esaurisce nella ricostruzione degli avvenimenti che avevano portato all’istituzione della seconda parrocchia. In sei pagine fitte di articoli è possibile ricostruire un’epoca e cogliere alcuni aspetti della società del tempo. La “Cronaca della Parrocchia” fa il resoconto dei 25 giorni di “ricreatorio pomeridiano” dedicato nel mese di settembre ai ragazzi, impegnati “all’ombra del campanile” con il catechismo ma anche con gare e giochi: prima del rientro a casa, avveniva inoltre la distribuzione di “una merenda di biscottini, formaggini, gianduiotti, mortadella”. “La festa di Sant’Eufemia” racconta di un’edizione “degna delle sue tradizioni”, grazie all’illuminazione curata dalla ditta Mercuri, ai fuochi d’artificio della ditta Foti, ai concerti del corpo musicale “Citta di Roccella”, alla generosità della comunità locale e degli eufemiesi che vivevano fuori, come è possibile constatare scorrendo l’elenco delle offerte ricevute dall’Italia, dalle Americhe e dall’Australia, che si aggiungevano al contributo dei componenti del Comitato e alla raccolta delle cassettine ritirate presso venti esercizi commerciali del paese. Altrove si annunciava la visita pastorale del vescovo De Chiara, con le relative istruzioni sulle modalità di accoglienza. Ma venivano anche pubblicati l’elenco delle offerte per lo stipo in noce di Sant’Eufemia (realizzato dall’intagliatore Fortunato Messina), l’aggiornamento trimestrale sui battesimi, matrimoni e funerali celebrati nella parrocchia e l’albo d’oro della Conferenza di San Vincenzo, con l’elenco degli 85 soci che mensilmente inviavano un’offerta per i poveri della parrocchia: nei mesi di agosto e settembre 1955 – veniva specificato – la Conferenza aveva erogato 2.900 lire per l’acquisto di medicinali e 2.110 per quello di generi alimentari. Infine, il “Notiziario sociale” informava sulle prestazioni sanitarie concesse a 312 titolari di pensioni di invalidità e di vecchiaia, mentre il “Notiziario dell’emigrante” dava delucidazioni sulla procedura burocratica necessaria per usufruire dei piani di assistenza governativa finalizzati al ricongiungimento dei familiari degli emigrati, per i quali era prevista anche l’erogazione di un prestito statale.
Con gli amici dell’Agape oggi abbiamo onorato il ricordo della cara Adelina. È incredibile come a distanza di diciannove anni la sua voce continui a parlarci, il suo sorriso a regalarci serenità. Un anno dopo la sua scomparsa scrissi alla sorella Antonietta e quella lettera poi è finita tra le pagine del suo libro “Una scia di luce. Nessuna vita è breve” (Laruffa Editore, 2010), che raccoglie gli scritti di Adelina e le testimonianze dei suoi amici. La ripropongo oggi, ed è un modo per ringraziare ancora.
Cara Antonietta, sin dai giorni immediatamente successivi alla morte di Adelina ho avvertito l’esigenza di comunicarti ciò che per me ha significato questo evento tanto luttuoso quanto sconvolgente. Si è trattato probabilmente dell’avvenimento che più mi ha cambiato, dopo il quale non sono più stato lo stesso. Già allora volevo parlartene perché, pur conoscendoti pochissimo, ho avuto la sensazione, maturata attraverso qualche sorriso o abbraccio (uno sguardo vale davvero più di mille parole), che tu mi leggessi nel pensiero, che la tempesta emotiva che si era scatenata dentro di me fosse a te visibile. In quei giorni però non riuscì a parlarti, né a scriverti. Probabilmente, non era ancora giunto il momento. E’ quasi trascorso un anno e tutto ora mi sembra più comprensibile. Non ho mai frequentato la Chiesa, né l’Azione cattolica. Mi sono avvicinato all’Agape quando ormai Adelina si era trasferita in pianta stabile a Fiuggi: insomma, non posso dire di essere stato tra i suoi amici più intimi, anche se spesso abbiamo trascorso momenti belli insieme. Poco prima della sua malattia abbiamo avuto modo di scambiarci qualche email e così, forse, ci siamo conosciuti meglio. Poi è subentrata la malattia e l’inizio del suo Calvario. E’ stato quello il momento decisivo. Io, che avevo cercato ovunque la presenza di un Dio a me sfuggente, che non riuscivo a spiegarmi il perché del dolore nella vita degli uomini, che avevo sempre faticato ad accettare persino l’idea che altri riuscissero a darsi una spiegazione, ebbene, in quel momento vidi tutto, trovai Dio laddove mai avevo pensato potesse esserci. Dio era con Adelina, era la sua stessa sofferenza, era la sua lotta senza speranza sì, ma pregna di un significato universale. Ogni volta che venivo a trovarla mi ripetevo che dovevo dirglielo, che dovevo ringraziarla per tutto ciò che la dignità con la quale ha affrontato la malattia mi aveva insegnato. Soprattutto, sentivo il bisogno di ringraziarla per avermi fatto conoscere Dio senza invitarmi a leggere questo o quel libro, senza impartirmi alcuna lezione teologica, come in passato avevano fatto (in buona fede, certo) tanti altri. La sua testimonianza è stata per me la lezione più proficua. Per tanti motivi, tutti questi pensieri rimasero dentro la mia testa. Li ho messi per iscritto, in seguito, su un foglio che è conservato nella cappella dove mi reco spesso per pregare e dove, finalmente, riesco ad avvertire la presenza di Dio. Un caro abbraccio, Domenic
Questo, invece, il testo del biglietto citato nella lettera: L’amore è la chiave di tutto. Essere in grado di avvertire il calore. Potrebbe essere questo il segreto. Allora ti rendi conto di quanto ce ne sia, a portata di mano, e non te ne eri mai accorto. Studi, leggi un sacco di libri e la risposta era là, proprio davanti a te, da sempre. Aspettava solo di essere decifrata. Capisci che pure l’assenza gioca un suo ruolo anch’esso importante. Potrebbe apparire una contraddizione: l’amore ha bisogno di vivere, di farsi vedere, di coinvolgere. L’amore ha bisogno di farsi amare. Invece non sempre è così. In un preciso momento, si manifesta proprio perché assente. C’è sempre stato, ma non l’avevi percepito. Per abbagliare ha dovuto spegnersi, annullarsi, scomparire, almeno apparentemente. Perché, in realtà, vive con maggiore forza di prima. È questo il senso della Via Crucis, di tutte le vie crucis.
Tra le opere e gli oggetti conservati all’interno del “Piccolo Museo della Civiltà Contadina” di Sant’Eufemia, gestito con passione e competenza da Caterina Iero, attira l’attenzione del visitatore il “Bambino Gesù di Capodanno”, noto nella tradizione popolare con il nome di “Capudannuzzu”. La piccola statua rimanda ai tre tradizionali cortei del primo gennaio che si tenevano nei rioni del paese, ma non solo: il “Capudannuzzu” in questione, infatti, risalente alla seconda metà dell’Ottocento e di proprietà del sacerdote Francesco Fedele, nel secondo dopoguerra assolveva la sua funzione benaugurante entro le mura domestiche degli eredi Fedele, dove veniva portato in processione da una stanza all’altra, per la gioia dei più piccoli. A differenza dei “Capudannuzzi” custoditi nelle chiese di Santa Maria delle Grazie (Paese Vecchio), Sant’Eufemia (Petto) e Sant’Ambrogio (Pezza Grande), il vestito in seta di bozzolo del “Bambino Gesù” di don Fedele era di colore tortora, mentre i capelli erano di seta e le decorazioni in cartone, sul quale venivano incollate delle bacchettine dorate. Ottocentesco era anche il “Capudannuzzu” della chiesa di Santa Maria delle Grazie. Come quello della chiesa di Sant’Ambrogio, indossava una tunica di velluto bordeaux con bordini di merletto in oro e i suoi riccioli biondi erano veri, tagliati ai bambini e alle bambine del rione. Il vestito era carico di ex voto in oro, di antica e pregiata fattura: spille, anelli, collanine, orologi, orecchini. La processione iniziava al termine della messa delle 10.30 e si svolgeva sul corso Umberto I, dalla fine del paese fino all’abitazione del sacerdote don Luigi Occhiuto. Lungo il tragitto venivano eseguiti i canti della tradizione natalizia, mentre i bambini sventolavano bandierine bianche e gialle o di varie nazioni. Comune a gran parte dei bambini e dei ragazzi del paese era, invece, l’usanza di riunirsi in gruppi che si presentavano davanti alle abitazioni per recitare una filastrocca di richiesta: «Bondì, bondì, bondannu, boni festi i Capudannu/ se m’ati e se non m’ati, cent’anni mi campati/ ma se non m’ati nenti, mi vi cadinu moli e denti!». Subito dopo veniva fatta esplodere una mistura di zolfo e polvere pirica dentro una vecchia chiave, alla cui bocca veniva legato un chiodo che fungeva da percussore e che veniva azionato con un colpo contro il muro. Allo scoppio, qualcuno si affacciava sull’uscio e offriva il poco che aveva: noci, castagne, fichi secchi, pittapie, susumelle, torrone. L’origine della ricorrenza religiosa affonda le radici nei riti propiziatori celebrati nell’antica Roma in onore del dio bifronte Giano nelle calende di gennaio, che dopo l’introduzione del calendario giuliano segnavano l’inizio del nuovo anno, fino ad allora coinciso con le calende di marzo dedicate a Giunone e all’arrivo della primavera. Tratto comune tra le due tradizioni è l’auspicio di un “buon inizio”, affidato dalla Chiesa alla benedizione del Bambino Gesù che invoca per la comunità un anno di prosperità, gioia e pace.
Si è concluso con la tombolata di ieri sera il Natale di solidarietà dell’Agape, ultima di tre distinte iniziative che hanno impegnato i volontari dell’Associazione nel mese di dicembre. Nei giorni precedenti c’era stata infatti la consegna di un dono agli ospiti della RSA “Antonino Messina”, a conclusione di una visita impreziosita dall’esecuzione di diversi canti della tradizione natalizia a cura di Noemi Flores e del maestro Angela Luppino, del coro parrocchiale “Cosma Passalacqua”. A seguire, la serata trascorsa in allegria con i ragazzi che in estate partecipano alla colonia estiva, presso il teatro della scuola paritaria “Padre Annibale Maria di Francia”. Un’occasione per scambiarsi gli auguri, improvvisare balli e canti e fare consegnare da Babbo Natale i regali dell’Associazione. Per l’Agape costituisce un punto d’orgoglio vedere confermato, anno dopo anno, l’affetto di un’intera comunità che partecipa numerosa alla propria tombolata. Da diciannove anni, la scelta di giorno 29 non è casuale, bensì dettata dalla volontà di continuare a ricordare l’esempio di fede, solidarietà e carità della compianta Adelina Luppino nel giorno del suo compleanno. Nel corso della serata è stato proiettato un video riassuntivo delle attività svolte nel corso del 2025 dall’Associazione presieduta da Iole Luppino: almeno una volta al mese la recita del Rosario insieme agli anziani della RSA “Antonino Messina”, la Giornata del Malato, le raccolte fondi per l’AIRC, la colonia estiva e le diverse iniziative di convivialità con i suoi partecipanti. In particolare, il 2025 dell’Agape ha vissuto un momento di grande emozione con il pellegrinaggio alla Porta Santa di San Pietro in occasione del Giubileo del Volontariato. “Ogni contributo conta”: il tema della Giornata mondiale del Volontariato 2025 sintetizza alla perfezione la filosofia di vita dell’Agape, che si regge sul contributo delle tante persone che le vogliono bene. Grazie a loro è possibile organizzare la colonia estiva, grazie a loro si riescono a realizzare iniziative di solidarietà in favore di soggetti svantaggiati socialmente ed economicamente, o anche soltanto a garantire il viaggio a Roma (come accaduto per il Giubileo) o qualche gita fuoriporta. Tutte le attività sono realizzate in virtù della generosità di chi partecipa ogni anno alla tombolata o ne consente la realizzazione offrendo premi e dolci da consumare nel corso della serata, degli esercenti commerciali, di chi sceglie di destinare all’Agape il 5 per mille, di chi decide di trasformare il dolore per la perdita di un familiare in amore verso gli altri mediante una donazione, di chi nel silenzio fa pervenire all’Associazione un contributo economico. A tutti loro è andato il ringraziamento dell’Agape, a conclusione della tombolata dedicata alla cara Nina Luppino, di recente scomparsa.
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