Punto e a capo

Non sono il primo e non sarò l’ultimo caso di malagiustizia. Dovrei quasi ritenermi “fortunato”, visto che la mia posizione è stata archiviata e, pertanto, mi è stata almeno risparmiata l’ulteriore umiliazione di dovere affrontare un processo.
Sono soddisfatto? No. Arrabbiato? Neanche. Sono deluso. Nessuno dovrebbe essere privato della libertà ed essere scaraventato nel “cimitero dei vivi”, prima dell’accertamento della sua colpevolezza.
Non riesco a togliermi dalla testa le immagini di me che scendo per primo le scale della questura di Reggio Calabria il 25 febbraio 2020, giorno dell’operazione “Eyphemos”. Né le sentenze emesse da televisioni, giornali e quotidiani online, locali e nazionali. Sarebbe onesto che gli amanuensi delle procure che si annidano nelle redazioni giornalistiche ammettessero: «Ci siamo sbagliati perché, come sempre, abbiamo considerato dogma l’ipotesi investigativa degli inquirenti; perché, come sempre, abbiamo fatto carne di porco del principio della presunzione d’innocenza».
Non riesco a scacciare via la sensazione d’impotenza suscitata dalla constatazione dell’irrilevanza degli strumenti difensivi: rigetto della comparazione fonica di parte; inutilità delle argomentazioni a discolpa presentate, per me coerenti e logiche sin dal principio di questa assurda storia; mortificazione del diritto alla difesa, fino a quando la procura non ha deciso di affidare al RIS di Messina la perizia che a settembre, 205 giorni dopo l’arresto, ha finalmente portato alla mia scarcerazione poiché, essendo stato accertato lo scambio di persona, non sussistevano più i “gravi indizi di colpevolezza”.
Comprendo l’errore, ma non accetto l’accanimento. Questa amara sensazione ha accompagnato ogni giorno della mia detenzione, martellante come il sostantivo utilizzato dal pubblico ministero e avallato dal tribunale della libertà nel rigettare il ricorso: secondo l’accusa, contro di me risultava un “coacervo” di indizi. Ma io non dovevo giustificarmi per comportamenti o atti considerati penalmente rilevanti da chi ha condotto l’indagine. C’era una questione preliminare, sostanziale, decisiva che andava affrontata subito perché concerneva l’errata attribuzione alla mia persona dell’identità del soggetto intercettato. E invece ci sono voluti sette mesi per accertare quello che ho sostenuto sin dall’interrogatorio di garanzia, due giorni dopo l’ingresso in carcere, senza la necessità di ascoltare la registrazione: «Non sono io. Fate una perizia fonica, perché quella voce non può essere la mia». Sette mesi che ho trascorso in prigione: non a piede libero, né agli arresti domiciliari. Troppi, ritengo, per uno Stato di diritto appena appena decente.
Non ho fiducia nella giustizia italiana. Credo invece nella verità, una forza tenace come la goccia che scava la roccia.
Ora inizia il secondo tempo, che intendo come impegno per una battaglia di civiltà minoritaria e impopolare: contro la gogna del giustizialismo mediatico, contro l’aberrazione della carcerazione preventiva, contro la condizione disumana di molte carceri italiane.
Scarto il buono dal brutto: la presa di coscienza di questioni mai considerate nella loro complessa rilevanza, diventate ora ragione di studio e per le quali credo valga la pena spendersi. Da libero cittadino e da osservatore purtroppo privilegiato.

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Don Silvio Mesiti: Il tunnel della speranza

Don Silvio Misiti è uno scandalo vivente. Scandalo nell’accezione biblica di “inciampo”, un ostacolo che costringe a soffermarsi e a riflettere. Le sue parole e la sua vita da prete di frontiera sono un monumento di fede e di umanità. «Ero carcerato e siete venuti a visitarmi», una delle sette opere di misericordia corporale, che mette l’uomo in rapporto con la solitudine, il rimorso, la vergogna, la disperazione di chi vive recluso; un invito ad affondare mani e piedi nelle discariche sociali (sovr)affollate, perlopiù, dagli scarti della collettività.
Le alte mura sormontate dal reticolato sono la frontiera tra due mondi che non si parlano. Don Silvio, cappellano del carcere di Palmi da quasi mezzo secolo, è appunto lo scandalo di un ostinato dialogo tra sordi: di qua i buoni, di là i cattivi. La pietra d’inciampo che obbliga la società e la politica a non volgere lo sguardo altrove.
Il diario che ha deciso di dare alle stampe si riferisce ad un periodo storico difficile e convulso, ma è emblematico del suo modus operandi all’interno della realtà carceraria composta da detenuti, polizia penitenziaria, operatori, figure istituzionali. Il tunnel della speranza. Il Supercarcere di Palmi negli anni di piombo (Laruffa Editore, 2021) è una testimonianza preziosa sotto il profilo storiografico, perché propone un punto di vista inedito sulle biografie dei protagonisti della lotta armata reclusi nella struttura speciale voluta dal generale Carlo Alberto Dalla Chiesa nel 1979. Una sorta di “università”, ricordata dalla memorialistica relativa a quel periodo, che tra cortili e brandine produsse documenti e risoluzioni, ma portò anche a spaccature premonitrici di molteplici fallimenti politici e personali. Il nucleo centrale del libro, costituito dalle pagine annotate dall’autore tra il 10 marzo 1981 e il 31 dicembre 1982, racconta “in presa diretta” la reazione dei terroristi al cospetto degli eventi significativi di quel cruciale snodo storico: il sequestro dell’assessore regionale della Campania Ciro Cirillo, l’attentato a Giovanni Paolo II, il sequestro e l’assassinio di Roberto Peci.
Ma nel carcere non vivevano soltanto i detenuti politici. La testimonianza di don Silvio è più ampia ed arriva ad abbracciare i giorni nostri con considerazioni attente sul mutamento, nel tempo, della composizione socio-culturale della popolazione carceraria, con proposte e contributi che affrontano i temi al centro del dibattito attuale sulla giustizia: presunzione d’innocenza, rispetto della dignità umana, reinserimento sociale.
Il tunnel della speranza è un libro crudo, senza filtri, che punta i riflettori su drammi noti soltanto a chi entra in un carcere: suicidi, atti di autolesionismo, tentativi di ribellione e violenze. Il carcere è un’esperienza estrema, ma nella bufera la parola di don Silvio diventa la fune alla quale aggrapparsi. Per non farsi trascinare nel gorgo, per non perdersi. Parola che conforta anche quando si tratta di un veloce saluto ai detenuti nel cortile del passeggio: «Ancora qua siete?».
La vita è ciò che ti accade mentre sei occupato a fare altri progetti, cantava John Lennon in “Beautiful boy”. Vita fatta di incontri inimmaginabili e proprio per questo belli. Forse per questo non casuali.

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Ritratto di famiglia

Erano vestite tutte uguali le nostre nonne. La stoffa da tagliare e cucire arrivava dalle Americhe, spedita da parenti emigrati che non dimenticavano chi era rimasto in paese. Non sorridono Ciccia, Femia e Mica, in posa nell’unica fotografia dei primi anni Venti che le ritrae insieme ai genitori Rosa e Carmine, al piccolo di casa Ciccio e alla zia Francesca, sorella della madre. Il lampo al magnesio le disorienta.
Carmine e Rosa sono sopravvissuti al terremoto del 1908, così come Francesca, che vive con loro e che invece non supererà il secondo parto, a soli 29 anni.
Carmine è un reduce della Prima guerra mondiale, ma non sa che farsene dell’encomio solenne ricevuto per la ferita da shrapnel alla mano destra nella Seconda battaglia dell’Isonzo. A quel tempo aveva già una moglie e una figlia di un anno che lo attendevano a casa. Un contadino analfabeta dell’Aspromonte era già un eroe senza bisogno di lanciarsi contro le trincee austriache. Il suo orizzonte abbracciava la famiglia e il lavoro a giornata nei campi e nelle carbonaie; le terre irredente non sapeva neanche cosa fossero.
La primogenita Ciccia e la seconda figlia Mica portano i capelli con la riga di lato, Ciccio ha il caratteristico “cannolo” dei maschietti. Femia ha i capelli molto corti: forse ha preso i pidocchi, per cui si è resa necessaria una rasatura.
Francesca tiene una mano appoggiata sulla spalla di Ciccia. Quasi un presagio. Anni dopo sposa infatti Mico, lavoratore a giornata e carbonaio anche lui, dal quale ha due figli. Quando muore, un mese dopo la nascita di Ntoni, la nipote ha già 17 anni: tocca a Ciccia allevare la prole mentre i maschi della casa sono a lavoro. A quel punto, il matrimonio con lo zio di undici anni più grande diventa una conseguenza naturale, necessaria: amore o non amore, funziona così nelle famiglie strette dal bisogno. Senza troppe domande. Arrivano cinque figli, ma tre se li porta via il destino dopo pochi mesi di vita, negli anni a cavallo della Seconda guerra mondiale, vissuta da Mico in Libia.
Sono tempi in cui la morte si respira e in fondo si accetta. Le piccole bare portate sulla testa dalla “pulicia rizza” sono l’immagine frequente di un dolore silenzioso e rassegnato.
Anche Mica e Femia si sposano. Mica non si tira mai indietro quando c’è da lavorare. Vive in simbiosi con Diego le giornate pesanti nelle carbonaie fumanti e nei campi dell’Aspromonte, addolcite dopo il tramonto dal ritmo della tarantella; più tardi nel Nord-est della Francia, dove raccolgono barbabietole insieme ai figlioletti, curano le piantine in una serra, trovano impiego in una fabbrica che produce compensato, alloggiati accanto per mantenere accesa la caldaia giorno e notte.
Femia non emigra, il suo regno è a “Crasta”, dove con Nino lavora la terra per tutta la vita: senza un lamento, senza essere mai sfiorata dal pensiero che quella non sia una vita piena. Una concezione sacra del lavoro, che mette in pari perché la dignità ha la nobile ruvidezza dei calli delle proprie mani.
Ciccio segue le orme del padre e del cognato. Carbonaio pure lui, prima del trasferimento a Morlupo, dove con il padre e con il cognato trova impiego come operaio. Ma è solo una parentesi.
Carmine, nonostante i suoi quasi sessant’anni, decide di partire per l’Argentina. L’idea è quella di fare qualche soldo e poi farsi raggiungere dal resto della famiglia. Lo segue il figlio, quasi subito. La moglie invece si ammala di tracoma e perde la vista, per cui la commissione che valuta lo stato di salute degli emigranti la dichiara inabile.
Carmine muore a Buenos Aires qualche anno dopo. Del figlio, il cui matrimonio per procura con Peppina naufraga al momento del ricongiungimento in Argentina, giungono a casa sporadiche notizie finché la madre resta in vita, accudita da Ciccia. Poi più niente. Il filo si spezza e Ciccio scompare, inghiottito dalle fauci di qualche oscuro barrio.

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Messaggi di “lingue tagliate”

Messaggi di “lingue tagliate” è il titolo di un articolo di Gesualdo Bufalino, confluito nel libro La luce e il lutto (Sellerio, 1996), che interpreta una singolare lettera datata 2 novembre 1973: un foglietto a righe, riempito di disegnini e spedito da una donna siciliana analfabeta al marito emigrato in Germania.
Nei paesini e nelle “rughe” era consuetudine rivolgersi a chi aveva un minimo di alfabetizzazione, per fare scrivere sotto dettatura le lettere da inviare ai parenti emigrati e per farsi leggere quelle ricevute. Si trattava di figure importanti, che svolgevano una funzione dal riconosciuto valore sociale. Alcuni lo facevano a pagamento, la maggior parte per amicizia e per quel senso di solidarietà molto sviluppato nei microcosmi rurali del tempo. Mia nonna Ciccia, con la sua quinta elementare conseguita negli anni Venti del 1900, era un punto di riferimento per parenti e vicini di casa, nonostante qualche comprensibile errore ortografico e sintattico.
La coppia del racconto però non si fida, o comunque non vuole dare conto delle questioni familiari a persone estranee. Pertanto ricorre ad una comunicazione – sottolinea Bufalino – che rimanda «indietro di qualche millennio: a un tempo prealfabetico, di balbuziente innocenza, quando la scrittura era di là a venire».
In una paginetta, la donna informa il marito sulla vita quotidiana del paesino. In primo piano vi è il suo cuore trafitto per la lontananza del consorte e i tre figli da accudire. Il più piccolo ha un lieve problema di salute: infatti la sua postura è inclinata. Aggiorna poi lo sposo circa l’andamento dell’economia domestica: in particolare dettaglia le entrate e le uscite della stagione olearia, conclusasi con un saldo positivo. Ma riferisce anche il risultato delle elezioni comunali, che hanno visto trionfare la Democrazia Cristiana, sponsorizzata dal parroco, sul Partito Comunista. Il commento “politico” è un’istantanea amara del Sud immobile, con la povera gente rassegnata al duro lavoro nelle terre, al di là del responso dell’urna. Dopo un riferimento all’imminente Natale, la chiusura è dedicata al sentimento dell’amore: un vincolo indissolubile rappresentato da due fedi intrecciate, capace di sopravvivere alla distanza e alle difficoltà.
La macchina del tempo azionata dalla lettera sembra riportare il lettore addirittura all’antico Egitto, con i suoi papiri fitti di geroglifici. Eppure tutto questo accadeva cinquant’anni anni fa. Ieri.

Di seguito, l’interpretazione che Bufalino dà del testo scritto dalla donna:
«Amore mio caro, il mio cuore è trafitto dal tuo pensiero lontano, e ti tendo le braccia insieme ai tre figli. Tutti in buona salute, io e i due grandicelli, indisposto, ma non gravemente, il piccino. La precedente lettera che t’ho spedito non ha ricevuto risposta e ne soffro. Tua madre, colpita da un male, si trova in ospedale, dove mi reco a trovarla. Non temere che ci vada a mani vuote; né sola, dando esca a malelingue: m’accompagna il figlio mezzano, mentre il maggiore rimane a guardare il minore. Il nostro poderetto, ho provveduto che fosse arato e seminato. Ai due “giornalieri” ho dato 150.000 lire. Si son fatte le elezioni per il Comune. Ho votato Democrazia Cristiana, come il parroco m’ha suggerito. Per la Falce e Martello la sconfitta è stata grande: come fossero morti, in un cataletto.
Ma che vincano gli uni o gli altri, è tutt’una. Nulla cambia per noi poveretti: abbiamo zappato ieri, zapperemo ancora domani. Molte ulive quest’anno, dai nostri ulivi. L’uomo e i due ragazzi che ho assunto, l’uno per bacchiarle, gli altri per raccoglierle a terra, mi sono costati 27.000 lire. Altre 12.000 lire le ho spese per il frantoio. Ne ho ricavato tant’olio da riempire una giara grande e una piccola. Posso ricavarne il prezzo corrente che è di 1.300 lire al litro.
Amore lontano, il mio cuore ti pensa. Ora, soprattutto, che viene Natale e vorrei essere insieme a te, cuore a cuore. Un abbraccio, dunque, da me e dai tre figliolini. Arrivederci, amore caro, il mio cuore è tuo e ti sono fedele, unita a te come i nostri due anelli».

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La Varia di Sant’Eufemia d’Aspromonte

Un secolo fa anche Sant’Eufemia d’Aspromonte aveva la sua “Varia” o “Carro trionfale”, come si legge nella didascalia dell’unica immagine arrivata ai nostri giorni. La fotografia, che documenta il passaggio della Varia sul corso Umberto I il 4 agosto 1929, è stata pubblicata dal periodico “Incontri” (edito dall’Associazione culturale “Sant’Ambrogio”) sul numero di gennaio-marzo 1995, a corredo della preziosissima ricostruzione storica del professore Luigi Crea.
Autore dell’opera e della sua messa in funzione fu, negli anni Venti e Trenta del 1900, Giuseppe Forgione, artigiano del legno noto con il soprannome “Sticchiarella”. Molto abile nella costruzione di macchine ad ingranaggi, tra le sue creazioni si ricordano inoltre un presepe con i pastori in movimento, una Varia più piccola, che veniva portata in processione in occasione della festa di San Giuseppe, e una costruzione meccanica con le statuette di San Giuseppe, la Madonna e Gesù adolescente.
La Varia era dedicata ai SS. Cosma e Damiano, il cui culto a Sant’Eufemia ha origini antiche ed è molto sentito: in particolare a partire dal 1837, quando i due santi ascoltarono le suppliche dei fedeli e il paese non fu toccato dall’epidemia di colera che stava seminando la morte nel circondario di Palmi. Un altro evento miracoloso risale invece al 7 ottobre 1843, giorno in cui coloro che si trovavano all’interno della chiesa si accorsero con stupore che le statue, realizzate nel 1816 dall’artista di Serra San Bruno Vincenzo Zaffiro, aprivano e chiudevano gli occhi, li alzavano al cielo e li abbassavano.
La costruzione meccanica era alta 12-13 metri ed era trainata da sei paia di buoi; un altro paio, posizionato nella parte posteriore, fungeva da freno. Sulla base della costruzione venivano disposte una ventina di ragazzine vestite di bianco, in genere provenienti da nuclei familiari poveri o orfane di guerra, insieme agli “ammalati” dei SS. Cosma e Damiano.
Posizionate sui lati della macchina, due coppie di angeli venivano fatte scorrere verso l’alto e verso il basso. Le colonne che si innalzavano dalla base si univano in cima, formando degli archi che sorreggevano la piattaforma sulla quale stavano sedute altre due file di bambine. Al di sopra vi era il globo terrestre, attraversato da un asse che faceva girare il sole e la luna. Infine, sopra le nuvole e i visi degli angeli, dominava la statua del Padre Eterno con una bambina al suo fianco.

Sull’argomento:

  • Luigi Crea, Il Carro Trionfale o Varia di S. Eufemia d’Aspromonte, “Incontri”, anno 7 – n. 1 (gennaio-marzo 1995).
  • Carmela Cutrì – Eufemia Tripodi, Cosma e Damiano. Medici-Martiri-Santi nella storia del culto in S. Eufemia d’Aspromonte, Virgiglio Editore, Rosarno (RC) 1998.
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Novecento

Renato Guttuso, “Contadini al lavoro” (1951)

Tra le tante cose scritte nel 2020, oggi mi è capitato di rileggere un pensiero dedicato al mio paese, una comunità composta da gente laboriosa, molto distante dall’etichetta approssimativa e ingiusta che le è stata appiccicata addosso. Mentre scrivevo, pensavo ai sacrifici delle generazioni del secolo scorso e alla validità della loro lezione per i giovani di oggi.

NOVECENTO
Non volevamo il cielo
ma zolle da dissodare
fragranza di pane
stanze tiepide.
Sui sentieri di spine
abbiamo piantato i nostri anni
madidi
spazzati e germogliati
altrove.
Parlavamo l’idioma universale
del lavoro
della dignità,
le creature aggrappate
a mani intarsiate
dalla fatica del futuro.
Tenete a mente
i nostri volti riarsi
portateli a spalla
come una reliquia.

4 giugno 2020

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Ora d’aria

“La ronda dei carcerati” (Vincent Van Gogh, 1890)

Su gambe irrequiete
da muro a muro
inseguono
il volo della rondine
tendono l’orecchio
al rombo dei motori
si incrociano
e non riconoscono
i volti uguali
di girasoli
piegati dal vento.

[Palmi, 24 maggio 2020]

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Sapessi, zio Pino

Sapessi, zio Pino, le festività pasquali di quest’anno. Simili a quelle dell’anno scorso, del resto, ma con molta più stanchezza nello spirito per la lucina che non si intravede. Da tempo viviamo le “ultime due settimane di sacrifici”. Come Godot, la fine dell’emergenza forse arriverà domani.
Ti ho pensato. Mi sono tornati in mente la colomba e lo champagne a casa tua, dopo la veglia, tutti gli anni per tantissimi anni. E le nostre pasquette di comitive variabili nell’arco della stessa giornata. Perché la pasquetta, come il ferragosto, non è mai stata pratica da risolvere in poche ore. Si iniziava la mattina e si finiva col buio. Chi arrivava, si univa a chi già alle dieci aveva acceso il fuoco. Ricordo la più “affumicata”, quella volta che per la pioggia non potemmo salire in Aspromonte e decidemmo di improvvisare una grigliata nel caminetto di casa tua. Impregnati di fumo di carne arrostita, ad ascoltare i tuoi improbabili racconti sul “saggio” che avevi scritto e la storia fantastica di Morlupo. Ci scendevano le lacrime per quanto ridemmo.
Ora non si può più, non solo per il Covid. Negli ultimi due anni ti sei perso parecchio. Forse è meglio così, per te che avevi l’indignazione sempre pronta e che avresti reagito male, con molto dispiacere, nel sapere che qualcuno, tra quelli che mangiavano e bevevano con noi, è stato tirato dentro vicende assurde. Vorrebbero insegnarci chi sono persone che conosciamo da una vita, chiarire cosa fanno o non fanno. Attribuire addirittura nomi e soprannomi diversi da quelli che abbiamo sempre saputo. Sì, sono al corrente della prassi del “politicamente corretto”. Non si può contestare, si deve soltanto subire e attendere il tempo galantuomo. Un espediente ipocrita e vigliacco, a dirla tutta.
Insomma, zio, qua si è stanchi e soli. Il giorno di pasquetta, proprio dall’altro lato della strada, se n’è andata “zia Concetta”, che ti voleva bene, così come ne ha voluto a tutti quelli che hanno avuto la fortuna di conoscerla. Nella “ruga” siamo passati in tanti dalle sue mani per le iniezioni, quando ancora la siringa era in vetro e si doveva bollire per la sterilizzazione. Neanche un funerale ha potuto avere, lei che era così religiosa.
Penso a quanto sia triste, quando giunge il momento di andare, non potere tenere la mano a questi anziani che a lungo hanno riscaldato le nostre, ci hanno accarezzato la testa, ci hanno raccontato storie della notte dei tempi.
È capitata la stessa dolorosa sorte a Sofia, di là dello Stretto, che non ha potuto avere il conforto della figlia. A me tutto questo sembra un grave sconvolgimento nell’ordine dell’universo. Anche questa è una crudele ingiustizia, dura da accettare.
Forse ho divagato, zio Pino. È che quando arriva una raffica di nostalgia non la puoi controllare. Come il cucchiaio di vetro del Poeta, che scava nelle nostre storie colpendo a casaccio.

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E pensare che il principio della presunzione di innocenza esiste dal 1948

Con cinque anni di ritardo, due giorni fa la Camera ha recepito la direttiva europea 2016/234, dedicata al “rafforzamento di alcuni aspetti della presunzione di innocenza e del diritto di presenziare al processo nei procedimenti penali”. Merito dei deputati Enrico Costa (Azione) e Riccardo Magi (+ Europa), firmatari dell’emendamento approvato; ma merito anche di Marta Cartabia, che sin dall’insediamento in via Arenula ha impresso una forte discontinuità rispetto ai due governi Conte. Già in occasione della presentazione delle linee guida del suo ministero, la titolare della giustizia era stata tranchant: «A proposito della presunzione di innocenza, permettetemi di sottolineare la necessità che l’avvio delle indagini sia sempre condotto con il dovuto riserbo, lontano dagli strumenti mediatici per un’effettiva tutela della presunzione di non colpevolezza, uno dei cardini del nostro sistema costituzionale».
Inutile nascondersi che senza provvedimenti consequenziali, la direttiva rischia la fine dell’articolo 27 della costituzione (“L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva”), forse il più bistrattato nell’ordinamento italiano. Lettera morta. Per cui sarà necessario attendere (oltre all’approvazione del senato) i decreti attuativi, che prevederanno opportune sanzioni per coloro che disattenderanno la normativa. È stato fatto un piccolo passo in avanti, ma tanti altri ancora ne occorreranno per smaltire le scorie del feroce giustizialismo che, da Mani pulite in poi, ha monopolizzato il dibattito politico in Italia.
Il testo della direttiva europea sancisce il principio, tanto ovvio quanto quotidianamente calpestato, della non colpevolezza fino alla condanna definitiva: «La presunzione di innocenza sarebbe violata se dichiarazioni pubbliche rilasciate da autorità pubbliche o decisioni giudiziarie diverse da quelle sulla colpevolezza presentassero l’indagato o l’imputato come colpevole fino a quando la sua colpevolezza non sia stata legalmente provata. Tali dichiarazioni o decisioni giudiziarie non dovrebbero rispecchiare l’idea che una persona sia colpevole».
Finiranno le gogne pubbliche, lo show mediatico delle conferenze stampa e delle sfilate in manette, l’asservimento dell’informazione alla tesi accusatoria che, è bene ribadirlo, è un’ipotesi investigativa da comprovare nelle aule dei tribunali?
Filiazione diretta della mortificazione della presunzione d’innocenza è la carcerazione preventiva, uno strumento di tortura legalizzata. Anche a me è capitato di considerare che “se l’hanno arrestato, qualcosa avrà fatto”. Mi sono ricreduto quando ho conosciuto persone assolte in primo grado “per non avere commesso il fatto”, ma rovinate psicologicamente, economicamente e socialmente dopo quattro anni di custodia cautelare in carcere. Ho visto i loro occhi bassi e ascoltato le loro drammatiche storie.
I mille casi all’anno di ingiusta detenzione in Italia, di fatto derubricati a “effetto collaterale” della lotta alla criminalità, sono uno scempio. Mille non può essere soltanto un freddo numerino: dietro quella cifra che dovrebbe togliere il sonno a chi ha fatto arrestare ingiustamente degli innocenti, pulsa il cuore di uomini e donne in carne ed ossa, c’è la disperazione di famiglie distrutte, sanguina la ferita di chi lotta per riannodare il filo di vite scosse. Spesso si è portati a guardare con distacco a problemi che possono toccare ad altri, mai a noi: per questo manca la percezione dell’enormità di un errore giudiziario. Anche perché, se va bene, si tratta di notizie riportate in un trafiletto di giornale, non certo in prima pagina.

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Il folle volo di Ulisse

Italo Calvino definiva classico “un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire”. La letteratura è sempre contemporanea, perché parla al presente: interroga, risponde, emoziona. I poeti hanno la capacità di pescare nel profondo dell’anima le parole che noi comuni mortali non riusciamo a trovare. In un celebre dialogo del film “Il postino”, Mario confida a Pablo Neruda: «A me mi piaceva pure quando avete detto “Sono stanco di essere uomo”, perché è una cosa che pure a me mi succede però non lo sapevo dire».
Il dialogo dell’umanità con Dante va avanti da sette secoli. I versi della Divina Commedia risuonano attuali: basti pensare all’invettiva “Ahi serva Italia, di dolore ostello/ nave sanza nocchiere in gran tempesta/ non donna di provincie, ma bordello!”, quando si vuole mettere alla berlina l’incapacità della nostra classe politica.
Per onorare il “Dantedì” scelgo il XXVI canto dell’Inferno, luogo di espiazione dei consiglieri fraudolenti: coloro che, avendo in vita raggirato il prossimo con le parole, per l’implacabile legge del contrappasso hanno assunto le sembianze di una lingua di fuoco. Tra di loro, Dante incontra Ulisse e Diomede, avvolti in una fiamma bicorne poiché complici nell’inganno che convinse Achille a combattere contro i troiani e nel furto del Palladio. Per questo sono condannati a scontare insieme, in eterno, la propria pena.
La vita è un viaggio, raffigurato da Dante come l’ascesa verso la luce della salvezza. Molti critici contrappongono il viaggio di Dante a quello di Ulisse. Il primo autorizzato da Dio, il secondo blasfemo nel suo tentativo di esplorare l’emisfero sud della terra per giungere al monte del Purgatorio.
Dopo le peripezie della sua vita, Ulisse avrebbe potuto godersi un meritato riposo. Ma un demone, dentro, lo divora e lo spinge all’azione: vuole oltrepassare il finis terrae delle colonne d’Ercole, confine estremo delle terre esplorabili e metafora del limite posto da Dio alla conoscenza umana. Per convincere i compagni a seguirlo ricorre, per l’ultima volta, alla sua abilità oratoria: «Considerate la vostra semenza:/ fatti non foste a viver come bruti/ ma per seguir virtute e canoscenza».
Nel “folle volo” i remi si trasformano in ali, il viaggio diventa una corsa ad impattare contro la punizione divina del naufragio: “infin che ’l mar fu sovra noi richiuso”, il verso finale che sembra il coperchio di una bara.
Il folle volo è un azzardo fatalmente destinato al fallimento. Eppure la sete di conoscenza è il motore dello sviluppo dell’umanità. L’elevazione della condizione umana deve molto ai visionari che si lanciano nel vuoto e spingono più in là il limite.
Più in generale, ci lanciamo in un folle volo ogni volta che troviamo dentro di noi la forza per affrontare l’ignoto. Ogni volta che la vita ci pone davanti ad un cambiamento. Ogni volta che ne misuriamo le difficoltà con la paura nel cuore. Spesso il limite è nella nostra mente, nelle ubbie che ci tormentano o nelle convenzioni che accettiamo passivamente, per viltà o per quieto vivere. Rinunciando al viaggio, rinunciamo a noi stessi. E rimane il rimpianto.

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