La colonia estiva dell’Agape 2025

Ogni colonia estiva dell’Agape ha la sua particolare bellezza, che prescinde dai parametri generalmente utilizzati per definire la giornata di mare ideale sulla scorta dell’immaginario “vianelliano”: il mare una tavola blu, il cielo di mille colori, il sole a picco. Sono trascorsi molti anni da quando una ragazza impiegò pochissime parole per cogliere il significato più profondo dell’iniziativa-simbolo dell’associazione: «L’importante è stare insieme». Una frase che rimbomba nelle teste ogni volta che il cielo minaccia pioggia o la schiuma delle onde del mare si insinua minacciosa tra gli ombrelloni. Cerchiamo di andarci ugualmente in spiaggia, perché qualcosa di buono si riesce sempre a cavarlo fuori. Un gelato al lido, la pallina del ping pong che scappa sulla sabbia, il rito della merenda, gli abbracci che non mancano mai. Ecco perché non conta e non è risultato più di tanto pesante fare i salti mortali per realizzare una colonia formato spezzatino in tre diversi momenti, tra luglio e agosto, e non darla così vinta al meteo particolarmente ostile di quest’anno.
«È andata» è la frase che ogni volta riporta ciascuno alla propria quotidianità, anche se ci saranno altre occasioni per incontrarsi e gioire di piccoli-grandi momenti di condivisione.
Sul nastro delle ore spensierate, scorrono le immagini da custodire nel cuore. L’evergreen “Azzurro” cantata a squarciagola sul pulmino trasformato nel treno dei desideri di tutti: desideri semplici e innocenti, a misura di affetto e di attenzione. I selfie di M. che con le dita disegna cuoricini nell’aria e li offre ai volontari, sulle note dei Coma_Cose. I calci a un pallone che non possono non rievocare la caparbia di Giuseppe, anni fa, prima che ci lasciasse. La gioia negli occhi di G. con il “cuore di panna” tra le mani. Le millemila domande di C. sul pranzo di ogni componente della comitiva. La lavanda dei piedi insabbiati di R. tra il fragore delle risate. N. che vuole essere aiutato a tuffarsi tra le onde dentro la ciambella. L’ansia di C. che attende l’arrivo della pizza, seminascosto.
Emozioni che si rinnovano da quasi trent’anni, nell’immutabilità di un’opera caratterizzata dal servizio e dall’amore di coloro che la rendono possibile. L’impegno dei volontari, certo, ma anche il supporto di una comunità generosa, senza il quale sarebbe complicato portare avanti molte iniziative di solidarietà: i partecipanti alla tombolata di Natale, i donatori anonimi, chi sceglie di trasformare in carità il dolore, i contribuenti del 5 per mille, ai quali da parte dell’Agape va il più sentito ringraziamento mentre il sole tramonta e illumina i visi per l’istantanea finale.

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I giovani di Pont’i carta in cammino

I giovani di “Pont’i carta”, che si definiscono “voci in cerca di ascolto”, hanno una mission di non facile attuazione. L’ascolto è, al giorno d’oggi, esercizio poco praticato e il rumore disordinato di questi tempi confusi non aiuta. Occorre pazienza per riuscire a scartare, tra il bombardamento delle parole, quelle da salvare e da proteggere. Eppure ci provano, testardi, a indicare orizzonti diversi, fiduciosi che i tempi non saranno sempre questi, che un seme piantato potrà un giorno dare frutti inaspettati in termini di rispetto per la storia e per l’ambiente che ci circonda.
Il risultato dell’iniziativa del 14 agosto testimonia che i margini di azione per provarci esistono. È stato sufficiente il tam tam di pochi giorni per costringere il gruppo a chiudere le adesioni alla “camminata per scoprire il nostro territorio”, pervenute in così alto numero che si correva il rischio di rendere complicata la gestione della visita al litorale di Palmi, meta scelta per l’edizione di quest’anno. L’organizzazione è stata tuttavia perfetta, grazie all’impegno di Freedom Pentimalli e Francesco Martino, coadiuvati da Marco Bagnato, Davide Carbone, Francesca Caruso, Carmen Forgione, Lorena Garzo e Giuseppe Luppino.
Circa sessanta partecipanti (molti giovanissimi) si sono ritrovati in località Rovaglioso, punto di partenza del percorso ad anello di sette chilometri (asfalto, sterrato, sentiero) che ha portato la comitiva a visitare alcune caratteristiche grotte prima di sostare davanti a Villa Pietrosa, la dimora di Leonida Repaci. Per questo genere di iniziative “Pont’i Carta” può contare sulla professionalità e sull’esperienza di Freedom Pentimalli, guida ambientale escursionistica e membro della “Compagnia dei Cammini”: è toccato a lui condurre il gruppo, introdurlo nelle grotte e, al fresco dei ripari, fornire dettagliate informazioni sui luoghi visitati. In particolare, sul fascino del sistema di grotte a vari livelli di Pignarelle, scavate nell’arenaria e sulle cui pareti sono visibili i solchi lasciati dalle scalpellate dell’uomo, che furono in epoca bizantina il cuore di un insediamento monastico. Più risalente nel tempo, invece, la storia della grotta di Tràchina, all’interno della quale sono state rinvenute ceramiche risalenti all’età del Bronzo.
Dopo oltre quattro ore trascorse sotto un sole cocente, la comitiva ha potuto finalmente godere il refrigerio di un tuffo a Caletta Rovaglioso, iconica spiaggia “segreta” della Costa Viola incastrata tra le scogliere e raggiungibile dopo avere percorso una stradina composta da gradini che scende a picco sul mare, tra le meraviglie della macchia mediterranea. Un posto che profuma di zagara e di mito, quello legato ad Oreste, figlio di Agamennone e Clitennestra, il quale dopo avere ucciso la madre e l’amante Egisto, perse la ragione e cominciò a vagare per il Mediterraneo prima di approdare a Rovaglioso, dove recuperò il senno bagnandosi sette volte nelle sue acque.
Sulla comitiva ha infine aleggiato lo spirito di Leonida Repaci, richiamato da Freedom con la lettura intensa di “Quando fu il giorno della Calabria”. «La sua felicità sarà raggiunta con più sudore», concludeva lo scrittore palmese: una speranza che non può che essere condivisa da chi ama questa terra.

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Con Nessuno tocchi Caino nel carcere di Arghillà

Sono iscritto a Nessuno tocchi Caino dal 2020, da quando ebbi modo di verificare personalmente quanto corrispondesse al vero l’affermazione di Piero Calamandrei in riferimento alla condizione delle galere italiane: «Bisogna vederle, bisogna esserci stati, per rendersene conto».
Sono grato a Rita, Sergio ed Elisabetta perché, quando la loro incessante tournée tocca la Calabria, mi chiedono se voglio fare parte della delegazione che entra nelle carceri. Lunedì sono così “tornato” in un istituto penitenziario, quello di Arghillà. Un regalo ulteriore è stato poterlo fare insieme al caro Andrea, con il quale nel carcere di Palmi acquistavamo a turno il “Corriere della Sera”, per risparmiare sulla spesa. Il carcere è condivisione e sostegno, quando si ha la fortuna di incontrare anime belle. Se ne possono trovare, stipate nelle celle con la rete a maglia stretta dietro le sbarre delle finestre, nel silenzio rotto dagli scatti della serratura che accompagnano il tonfo del blindo alle 21, quando la cella diventa una bara.
L’estate è la stagione più drammatica per i detenuti, fondamentalmente perché tutte le attività vengono sospese. Anche per questo nei mesi estivi i suicidi e gli episodi di violenza aumentano. Di recente pure ad Arghillà si sono verificate aggressioni e la tensione, in alcuni momenti della nostra permanenza, era palpabile. Per alcuni reclusi le visite di questo genere non sono altro che passerelle politiche, tanta è la loro sfiducia nei confronti del mondo esterno. Nonostante l’onestà di Sergio, che non promette niente e, con la credibilità e la forza della sua storia personale, non smette mai di ammonire su come la violenza non possa mai essere la soluzione.
Arghillà non fa eccezione rispetto alla gran parte del resto d’Italia. Le criticità sono uguali: sovraffollamento, insufficienza del personale della polizia penitenziaria e di quello sanitario, condizioni generali contrarie “al senso di umanità” statuito dalla costituzione italiana.
In estate bisogna poi fare i conti con il caldo. Non tutti i reclusi possono permettersi l’acquisto di un ventilatore, mentre l’acqua viene erogata a fasce orarie. Nelle celle non ci sono frigoriferi: ci si arrangia con quelli termici da spiaggia, ma si può giusto conservare qualche alimento che altrimenti andrebbe a male. Di certo non c’è spazio per le bottiglie dell’acqua, che si beve alla rovente temperatura ambiente di Reggio Calabria.
Ascoltando il grido esasperato di alcuni detenuti che non riescono a telefonare a casa, per via di annosi problemi a carico della linea telefonica, penso infine a quanto sia ampio lo scarto tra le parole e le azioni, tra la propaganda di una riforma che doveva potenziare i contatti dei detenuti con i familiari e la realtà riscontrata. Ho pensato, ancora una volta, che sì: «Bisogna vederle, bisogna esserci stati, per rendersene conto».
Per questo è necessario sensibilizzare sulla barbarie di una giustizia che non può essere vendetta e afflizione, a sostegno della battaglia di civiltà per l’affermazione del diritto e per il rispetto – sempre e ovunque – della dignità umana.

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L’ultimo banditore

Non sempre il tempo è galantuomo. A volte è una spugna che tutto cancella. Volti, nomi, storie. Mondi che non esistono più, se non nel ricordo di qualche nostalgico irriducibile. Fotogrammi che si susseguono, per didascalia la raccomandazione di Corrado Alvaro: «È una civiltà che scompare, e su di essa non c’è da piangere, ma bisogna trarre, chi ci è nato, il maggior numero di memorie».
Per andare dove, mi chiedo. Oggi che il mondo sembra non sapere che farsene di ciò che è stato. Né riesce a guardare oltre l’orizzonte quotidiano. Chissà. Forse si tratta delle ubbie di chi fatica a comprendere la mutazione antropologica in atto, di chi sconta difficoltà di connessione con il presente e, forse per questo, si rifugia nel passato. Con il rischio inevitabile di scadere nella retorica del “si-stava-meglio-quando-si-stava-peggio”. Con buona pace di Alvaro, però, qualche lacrima finisce per rigare le guance. Ci si sente soli. È la solitudine dell’anima: la più ostinata, inconsolabile. Un “tutto finito” sbattuto in faccia.
Quanta tristezza suscita l’oblio. Dalle nostre parti, poi, con il cancellino in mano siamo dei fenomeni. La lavagna diventa il campo da gioco preferito. Manchi qualche anno dal paese ed è come non esserci mai vissuto. Anche se sei stato per tutta la vita un “personaggio”.
Ciccio Modaffari (“gaddina”) lo è stato. Forse per questo mi si è stretto il cuore nel vedere quanta poca gente gli ha reso l’ultimo saluto. Il mio primo ricordo risale a quasi mezzo secolo fa, quando ancora abitavo nel cortile di via De Nava, da mia nonna. In estate capitava spesso che venisse interrotto il servizio idrico e, a quei tempi, non esistevano i social per veicolare tempestivamente l’annuncio. Ci pensava il banditore pubblico: Ciccio. Si fermava negli incroci delle strade e con la sua voce squillante avvisava la popolazione: «Si jetta bandu/ ca e sei i stasira/ chiudinu l’acqua». E allora tutti a darsi da fare per riempire bottiglie, secchi e bacinelle. E sempre Ciccio aveva il compito di sostituire le lampadine della pubblica illuminazione servendosi di una lunga canna di bambù alla cui sommità vi era un gancio che si azionava tirando uno spago.
Come da tradizione nei paesini, il banditore era un dipendente comunale, solitamente uno spazzino – quando ancora il termine ancora non era politicamente scorretto. Lo era anche Ciccio, come lo era mio zio Ntoni, alle cui scope provvedevano le mani callose di mio nonno Mico legando l’erica al bastone con il filo di ferro. Conservo una foto bellissima di quella squadra di netturbini, i quali ogni giorno percorrevano le vie del paese per spazzare e raccogliere i rifiuti nel carrello a due bidoni. Le scope sui lati sembravano le lance di antichi cavalieri medievali.
La caratteristica di Ciccio era il porta a porta con un particolare ticchettio sui vetri delle porte, che riproduceva una delle tante marce eseguite dalle bande nelle feste di paese e infondeva allegria. Oltre al suo maleodorante sigaro, che fumava in piazza di pomeriggio, per rilassarsi. Quella piazza teatro dei nostri atroci scherzi di adolescenti, ai quali neanche lui poté sottrarsi. Perché là, nei locali della vecchia pescheria, lasciava la sua carriola, che una notte finì tra i rami di un albero della piazza e un’altra volta sul tetto del furgoncino di Ntona “a gelatera”. Altro personaggio mitico, capace di inserire in una maledizione tre o quattro parole volgarissime dopo che le avevamo fatto saltare in aria il braciere, collocando un paio di petardi dentro la latta posta sul carbone, davanti all’uscio di casa sua.
Un’altra abilità che faceva di Ciccio un “personaggio” era la facilità con la quale, nei funerali, riusciva puntualmente a “licenziarsi” per primo. Finché ha vissuto in paese non ne ha saltato neanche uno. Per usanza, dovere, abitudine. O forse perché, probabilmente, l’indifferenza è sentimento tipico di questa favolosa epoca moderna, sconosciuto ai suoi tempi.

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Intervista al volontario Domenico Forgione

(Dalla pagina Facebook dell’Agape)
Domenic è la memoria storica della nostra Associazione, non solo perché è uno dei veterani ma perché all’interno del suo blog vengono custoditi, da 15 anni, i ricordi più preziosi che abbiamo vissuto a casa Agape.
Ne diventa socio alla fine degli anni ’90 e da allora il suo contributo è fondamentale. A lui va spesso il merito di essere il più risoluto e di riuscire a tenere unito tutto il gruppo. Adora fare l’autista del pulmino nella colonia estiva.
Quest’oggi sarà il quarto protagonista dell’intervista al volontario. Si racconta e racconta, in modo profondo, della nostra associazione. Le nostre parole non saranno belle, forse, quanto le sue ma il nostro ringraziamento per quello che fa è sentito
.

C’è una canzone che è diventata la colonna sonora, negli anni, della vostra Associazione? Se è sì quale?
Ogni colonia estiva ha generalmente una canzone che sul pulmino diventa il tormentone dei viaggi verso la spiaggia. Cantiamo tutti e l’atmosfera di allegria che si respira, ogni anno, è un’emozione che si rinnova. La canzone alla quale sono personalmente più affezionato è però legata al “Giubileo degli ammalati e delle persone disabili” del 2016. L’Agape vi partecipò e, in una delle tre giornate, assistemmo alla “Festa di Benvenuto. Oltre il limite”, condotta da Rudy Zerbi e Annalisa Minetti. Tra gli artisti sul palco, dopo avere cantato “Vivere a colori” Alessandra Amoroso scese tra gli spettatori, rimase tra di noi a chiacchierare e a scattare delle fotografie, dimostrando grande sensibilità. Non so se è così per gli altri volontari, ma per me è quella la canzone dell’Agape.

Raccontaci un episodio simpatico o emozionante vissuto all’interno dell’Associazione.
Con gli episodi simpatici si potrebbe scrivere un libro. A volte siamo protagonisti noi volontari, altre i nostri amici. Claudio, Rocco, ma voglio ricordare Peppe Carbone e Franco Gaglioti, da questo punto di vista sono (o sono stati) irresistibili. Ricordo però un giorno che facevamo assistenza scolastica: un alunno delle elementari doveva comporre una frase con la parola “cicerone”. Ci pensò e poi scrisse: «Oggi ho mangiato pasta e ciceroni».
Anche gli episodi emozionanti sono molteplici. In particolare, per me, due. Il primo, un pranzo di Natale nella RSA “Antonino Messina”. Condividere quella giornata con gli anziani della struttura mi ha fatto riflettere su una cosa: non esiste volontariato se non si è disposti a rinunciare a qualcosa (in quel caso, il pranzo del 25 dicembre con le nostre famiglie). Se si pensa che il volontariato sia un’attività da svolgere “a tempo perso”, quando non si ha altro da fare, si è completamente fuori strada. Il secondo, il pellegrinaggio a Lourdes nel 2011. La serenità e la pace avvertite in quella settimana sono sensazioni indescrivibili. Per questo mi piacerebbe rivivere queste due esperienze.

Cosa ti ha spinto a fare volontariato e che impatto ha avuto il volontariato sulla tua vita?
Il volontariato, sia laico che religioso, era qualcosa di distantissimo dai miei interessi giovanili. Iniziai quasi per fare un favore a Peppe Napoli, che mi aveva chiesto se fossi disposto a dare una mano con l’assistenza scolastica. Accettai, con la puntualizzazione che non avrei partecipato a nessun’altra attività. In realtà, diversi miei amici facevano parte dell’Associazione, per cui – piano piano – fui costretto a fare tutto! Da allora sono trascorsi 27 anni e il volontariato è tra le cose più belle che mi siano capitate. C’è anche un altro aspetto, molto personale perché ha inciso profondamente nella mia vita. In genere, il percorso più comune è quello che porta dalla fede e dalla chiesa al volontariato. A me è successo il contrario: sono arrivato gradualmente alla fede grazie al volontariato e al rapporto con i deboli, con i fragili, con gli emarginati. Nei loro volti c’è quello di Dio: di questo ne sono certo. È stato un percorso lento, maturato in virtù di esperienze di vita che hanno avuto diversi momenti di rivelazione: il rapporto con chi vive nell’amore incondizionato situazioni di difficoltà, la malattia e la morte di Adelina Luppino, il pellegrinaggio a Lourdes, l’incontro con il cappellano del carcere di Palmi, don Silvio Mesiti.

Per favorire l’inclusività delle persone con disabilità reputi sia meglio rafforzare gli strumenti legislativi a disposizione oppure operare soprattutto dal punto di vista culturale?
Certamente gli strumenti legislativi sono indispensabili: va però detto che lo strumento legislativo diventa inefficace se le risorse economiche sono insufficienti. Il volontariato (che – ricordiamolo – ha come sua caratteristica la gratuità) esiste proprio per questo motivo: nel momento in cui Stato, Regioni e Comuni dovessero riuscire a soddisfare i bisogni di tutti, non avrà più ragione di esistere. Ma su questo non nutro molta fiducia. Riallacciandomi alla seconda parte della tua domanda, si possono eliminare le barriere architettoniche costruendo sui marciapiedi gli scivoli per le sedie a rotelle, ma se poi un cafone ci parcheggia davanti l’automobile… Pertanto, va senz’altro ricercato l’approccio culturale suggerito dalla tua domanda. Per fortuna, su queste tematiche oggi vi è una sensibilità maggiore rispetto al passato: questo fa guardare al futuro con un minimo di fiducia.

Dal 1991 sono trascorsi 34 anni: per un’associazione come l’Agape qual è il segreto di una così lunga durata?
Negli ultimi tre decenni molte cose sono cambiate e i numeri che avevamo intorno al 2000 non ci sono più. Le associazioni e il paese hanno bisogno dei giovani, che purtroppo sempre più numerosi vanno via. Questa è l’amara realtà.
Non sono però cambiate alcune cose, che possono in qualche modo spiegare la longevità dell’Agape. Il rapporto con le istituzioni, che è improntato sul riconoscimento del rispettivo ruolo e non prevede invasioni di campo, al di là di ogni legittima diversità di orientamento politico. Quello con la comunità, composta di gente generosa che non ha mai fatto mancare il proprio sostegno all’associazione. Ma soprattutto quello con le famiglie dei ragazzi che ci vengono affidati. La loro fiducia nei nostri confronti costituisce per noi la più grande gratificazione.

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Nino De Gaetano assolto dopo dieci anni perché il fatto non sussiste

Quando Nino fu travolto dall’inchiesta giudiziaria denominata “Rimborsopoli”, stava vivendo la fase più alta di una carriera politica che sembrava lanciatissima. Un cavallo di razza con il sacro fuoco della politica ad animarne un percorso inarrestabile, iniziato a diciannove anni come consigliere di circoscrizione a Reggio Calabria: in seguito consigliere e assessore comunale con Italo Falcomatà, a 28 anni, nel 2005, veniva eletto consigliere regionale. Assessore regionale con Loiero, rieletto alla Regione nel 2010, era stato nominato nuovamente assessore alla Regione con Oliverio, dopo le elezioni del 2014.
Un punto di riferimento per la sinistra, a livello regionale, provinciale e più in generale locale. Perché Nino, oltre alle sua indiscusse capacità politiche, ha qualità che pochi politici possiedono: l’umanità, la presenza, la difesa dei suoi amici contro tutto e tutti, anche quando schierarsi comporta un prezzo da pagare. Ne sono testimone, perché l’ho vissuto.
Grazie a Nino, insieme ad altri amici, costituimmo il circolo del Partito Democratico a Sant’Eufemia, nel novembre del 2013. E Nino è stato sempre al nostro fianco, pronto a supportarci e a dare risposte al territorio su nostro impulso. C’era solo un modo per fermare la sua ascesa politica, e puntualmente si è verificata: la via giudiziaria. Una bufera che nel giugno del 2015 lo travolse, portando al suo arresto per peculato e falso ideologico. Kaputt. In questi casi si dice che “gli sono state tagliate le gambe”: e così è stato.
Nella sua bontà, o per carità di patria, nella dichiarazione rilasciata dopo l’assoluzione (“perché il fatto non sussiste”) non fa alcun accenno al Partito Democratico. Quel partito, che è stato anche il mio, incapace di difendere i suoi migliori rappresentanti. A meno che non si tratti del sindaco di Milano. In quel caso, si fa quadrato. Per la Calabria invece è diverso: si sa che qua siamo tutti delinquenti, per cui – se qualcuno cade nella rete di un’inchiesta giudiziaria – qualcosa avrà fatto. È successo a Nino, è successo ad Oliverio, è successo a tanti altri. Con il risultato che oggi è sotto gli occhi di tutti: la Regione consegnata alla destra, sindaci e consiglieri comunali prontamente abbandonati dal partito al loro destino che per questo rinunciano a impegnarsi in politica, una classe politica e amministrativa stroncata dal pregiudizio e dalla paura.
Mi hanno rammaricato le conseguenze umane e politiche che Nino ha dovuto patire, ma soprattutto mi ha amareggiato l’occasione mancata, per tutti noi, di avere la possibilità di fare qualcosa di costruttivo per questa nostra terra.
Ora, chissà. Intanto, il tempo ha rimesso le cose al loro posto. Anche se ci sono voluti dieci lunghissimi anni. Poi (me lo auguro per lui e per tutti noi), si vedrà.
Non abbiamo mai avuto alcuna esitazione, questi dieci anni di calvario sono semmai serviti a rafforzare il cemento della nostra amicizia. Però, quanta rabbia e quanta delusione.

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The Final Cut

Aprilia, 17 febbraio 2014. Settant’anni dopo, Roger Waters fa pace con la memoria del padre eseguendo “Outside The Wall” con la tromba nel luogo in cui Eric Fletcher Waters perse la vita durante lo sbarco di Anzio. Il corpo del tenente dell’esercito britannico non è mai stato trovato e, soltanto dopo una ricerca durata decenni, si è finalmente riusciti ad individuare il punto esatto dello scontro tra alleati e tedeschi. Il giorno dopo, inaugura la stele dedicata alla memoria dei caduti dello sbarco rimasti senza sepoltura: «Sono arrivato alla fine del mio viaggio», la sua dichiarazione.
La fine del viaggio. Tenere bene in mente queste quattro parole prima di fare un salto all’indietro, al 1983 e all’uscita di “The Final Cut”, l’album più divisivo della storia dei Pink Floyd. Altrimenti si corre il rischio di non capirci niente.
Per alcuni si tratta dell’atto conclusivo, richiamato anche nel titolo, della vita della band londinese prima della separazione. Altri sostengono che l’album pubblicato con la nota “Requiem per il sogno del dopoguerra. Di Roger Waters, eseguito dai Pink Floyd”, sia in realtà il primo da solista del bassista del gruppo. Cifre delle vendite alla mano (comunque oltre tre milioni di copie, senza neanche una tournée), molti concordano sul flop discografico. Scorie dell’infinita quanto stupida tenzone tra gilmouriani e watersiani. Vero è che siamo alla fine di un ciclo, che Richard Wright è stato estromesso dal gruppo, che David Gilmour e Nick Mason soffrono la preponderanza del genio creativo di Waters. Vero è che il titolo iniziale doveva essere “Spare Bricks” (“mattoni avanzati”) e che quattro canzoni erano state scartate da “The Wall”. Eppure non si possono capire “Animals” e “The Wall” senza “The Final Cut”. Per questo l’album è pienamente Pink Floyd.
Sgombro subito il campo: se non fosse insulso stilare una classifica tra gli album dei Pink Floyd, “The Final Cut” starebbe sul mio personalissimo podio accanto a “The Dark Side Of The Moon” e “The Wall”.
L’ultimo capitolo dei Pink Floyd “con Waters” è un disco musicalmente sublime, da ascoltare e riascoltare, possibilmente con le cuffie. Esplosioni, rumori, suoni, voci: il sottofondo è musica. Dannata, paranoica.
Al centro c’è ovviamente il doloroso percorso di elaborazione del lutto di un uomo che a cinque mesi perde il padre. Ma c’è soprattutto una visione politica netta che Waters riprenderà e sublimerà da solista in quel capolavoro assoluto che è l’album “Amused to death” (1992). “The Final Cut” è un atto di accusa violentissimo contro tutti i conflitti, causati dagli “sprecatori di vita e di membra” che immaginerà chiusi in un ospizio intitolato al padre, una “casa per tiranni incurabili e re” dove i potenti della Terra possono continuare a giocare alla guerra. Ci finisce anche il primo ministro inglese, Margaret Thatcher: «Maggie, cosa abbiamo fatto?», la domanda con la quale Waters esprime la propria contrarietà alla guerra delle Falkland, scoppiata nel 1982.
Gli aggettivi per definire l’opera sono stati sprecati: intima, parossistica, claustrofobica, rabbiosa. Una seduta psicanalitica nella quale Waters si spoglia di ogni maschera (il Pink di “The Wall”, le bestie orwelliane di “Animals”) e si mostra nudo, con il suo dolore esibito senza filtri. Fantasmi e demoni corrono sul filo di parole pronunciate a labbra strette, lame di coltello che incidono la carne facendola sanguinare. Un pugno sferrato nello stomaco, che fa piegare le ginocchia. Un canto dolorosissimo che trascina nel buco nero dell’assenza, accompagnato ora dal sassofono straziante di Rafael Ravenscroft, (“The Gunner’s Dream”, “Two Suns In The Sunset”), ora dagli assoli sontuosi di Gilmour (“Yuor Possible Pasts”, “The Fletcher Memorial Home”, “The Final Cut”).
«Badate ai suoi sogni», raccomanda “The Gunner’s Dream”: un mondo senza guerre, cibo sufficiente per tutti, nessuno che uccide più i bambini. Il sogno pacifista destinato ad essere calpestato nel finale apocalittico di “Two Suns In The Sunset”, che racconta l’incubo nucleare, la razza umana giunta al capolinea e l’inutilità della rivelazione ultima: «Carbone e diamanti/ nemico e amico/ tutti siamo uguali/ alla fine».
«The Final Cut – aveva dichiarato Waters – parla di mio padre: ho iniziato a fare i conti con il mio obbligo verso di lui e forse mi sono alleggerito un po’». La fine del viaggio.

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Ciao, Pino

È proprio vero che la morte ci sorprende alle spalle. Non si è mai pronti. Inevitabilmente, poi, si associano volti cari ad esperienze condivise, a momenti vissuti insieme che sono stati più o meno felici. Si raccolgono i ricordi propri e quelli altrui, come per rubare un po’ di tempo a ciò che non ha più tempo, che non è tempo; per prolungare una vita che non è più vita, strappata a un saluto non scambiato nell’ultimo incontro.
Chi ci pensava. Chi poteva saperlo che quello sarebbe stato il nostro addio.
Pino, te ne sei andato in silenzio e scoprirlo è stata una deflagrazione. Da ieri si parla e si scrive di te, scavando nei ricordi sigillati dal sipario del tuo sorriso e dalle tue parole, che erano sentenze perché i principi nei quali credevi non erano per te barattabili. Perché essere idealista non può essere un demerito.
Si poteva essere d’accordo o in disaccordo con te, ma non si potevano mettere in dubbio, mai, la tua genuinità e la tua libertà di pensiero. Non dovevi niente a nessuno e da nessuno hai mai preteso niente. La tua forza, che qualcuno ha potuto equivocare considerandola scontrosità caratteriale, era tutta qua. È stata questa forza a consentirti di non essere etichettabile, di non sentirti vincolato al pensiero e alle azioni di nessuno, di poterti allontanare e di allontanare a tua volta senza traumi, di non trovarti nell’imbarazzante situazione di dovere rinunciare ai tuoi ideali, che sono stati la tua unica bussola: uguaglianza, giustizia sociale, attenzione per i più deboli.
Per me sei stato tante cose. Da bambino, sei stato il dio del calcio. Non ho potuto ammirarti sul rettangolo di gioco nei tuoi anni migliori, ma la leggenda sulle prodezze di Pino Pangallo l’ho ascoltata. Alcuni sostengono che sei stato il calciatore eufemiese più bravo di tutti. Ho fatto in tempo a giocare una sola volta con te, in una partita estiva tra una selezione locale e una di “oriundi”. Neanche a dirlo, per la nostra squadra segnasti tu, di gran lunga il più vecchio della squadra.
Ti vedevo però sempre nel “Bar Mario”, buon giocatore di biliardo (quante partite a goriziana abbiamo fatto nell’ultimo periodo di attività del circolo?) e presenza costante in quel microcosmo che ha innaffiato le mie amicizie più belle, facendole sopravvivere alla sua chiusura. Rapporti di affetto che sono state stampelle importanti per me e per la mia famiglia quando il mare si è gonfiato travolgendo tutto. Tu ci sei stato anche allora, con la tua amabile discrezione.
Negli anni, ci siamo spesso confrontati sulle questioni che più avevamo a cuore e che ruotavano attorno alla politica intesa come servizio, al tuo impegno nel sindacato, al particolare momento storico a livello nazionale, internazionale e locale. Grazie a questo dialogo, da te ho ricevuto uno tra i più belli attestati di stima quando fui candidato a sindaco nel 2017. Con la tua consueta sincerità mi dicesti che, se io lo avessi desiderato, ti saresti candidato nella mia lista, pur precisando che non disponevi di molti voti. Le dinamiche del voto, nei piccoli paesi, mi sono sempre state note. Così come mi era noto che tu, soggettivamente e oggettivamente, eri ciò che di più lontano da quelle logiche poteva esistere. Accettai, perché – come te – penso che alcuni valori vanno anteposti a qualsiasi ragionamento utilitaristico. E perdemmo, io per primo: ma che lezione hai dato a tutti. Di amicizia, di moralità e di lealtà.
Grazie di tutto, Pino: fai buon viaggio.

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Dona il tuo cinque per mille all’Agape

È di pochi giorni fa la comunicazione che, in virtù del cinque per mille devoluto da ventiquattro contribuenti nel 2024, all’Agape sono stati destinati 464,20 euro.
Può sembrare poca cosa, in realtà è tantissimo per chi, come la nostra associazione di volontariato, vive di donazioni e della raccolta di fondi che ogni anno viene effettuata in occasione della tombolata nel “Natale di solidarietà”.
Il prossimo mese i volontari saranno impegnati con la colonia estiva, l’iniziativa più onerosa per le casse dell’associazione: ci riempie di orgoglio riuscire a portarla a termine, da quasi trent’anni, con le nostre poche forze e con l’aiuto di una comunità capace di mostrare il suo volto generoso.
Le associazioni del territorio sono una risorsa insostituibile ed è un bene la presenza sempre più consistente di cittadini attenti alle loro esigenze, pronti a supportarle concretamente.
C’è chi si rimbocca le maniche e partecipa in prima persona alle attività proposte, ma c’è anche chi, non potendolo fare, affianca le varie realtà associative nei modi ritenuti più congeniali.
Navighiamo comunque tutti nella stessa direzione, uniti per raggiungere l’obiettivo di una società inclusiva e solidale, in grado di farsi carico dei più svariati bisogni: per fare, ciascuno, “il proprio pezzettino” e rendere così più bello il posto in cui si è scelto di vivere.
Un abbraccio virtuale ai nostri ventiquattro benefattori, con l’auspicio che molti altri possano seguirne l’esempio. Intanto: grazie, grazie, grazie.

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Questione di quorum

Da lunedì sera assistiamo al consueto balletto delle cifre e dei commenti sull’esito della consultazione referendaria. Legittimo che ognuno cerchi di tirare acqua al proprio mulino, ma va subito fatto notare che è finita come nelle precedenti volte dal 2000 ad oggi, fatta eccezione per il referendum del 2011 (acqua, nucleare, legittimo impedimento): mancato raggiungimento del quorum. E non per una percentuale infinitesimale: sette italiani su dieci hanno preferito fare altro piuttosto che recarsi al seggio.
Da destra si è subito gridato al trionfo, interpretando la scarsa affluenza come una rinnovata fiducia per Meloni e soci. Anche perché l’indicazione della coalizione al governo era stata proprio quella di disertare le urne, tranne la pattuglia di “Noi moderati” schierata per il no. Pur senza averne la controprova, con un pronostico in bilico è molto probabile che il distinguo non ci sarebbe stato. Ad ogni modo, anche il cittadino più sprovveduto è in grado di comprendere che intestarsi il 70% di astenuti è una forzatura priva di qualsiasi fondamento.
A sinistra non si è potuta nascondere la delusione. Tuttavia si è presa in mano la calcolatrice per verificare come l’affluenza sia stata superiore di quasi due milioni rispetto ai voti avuti dal centrodestra nelle ultime elezioni politiche. Ma anche in questo caso la forzatura è di facile lettura, posto che non tutti i votanti sono ascrivibili al centrosinistra: senza contare il dato deludente del quesito sulla cittadinanza, che semmai evidenzia ulteriormente quanto sia complicato fare convergere su una posizione unitaria le diverse anime dell’opposizione (Ucraina docet).
A perderci, ancora una volta, è la fiducia degli elettori. Svogliati, rassegnati di fronte ad uno spettacolo che puntualmente si ripete. E nel quale i referendum diventano armi di lotta interna, a prescindere dai contenuti. Non proprio un bel vedere, se pensiamo all’importanza di un istituto che ha rilevanza costituzionale e che invece si ritrova svilito della funzione di espressione della volontà popolare. Uno strumento che ha contribuito notevolmente alla crescita democratica dell’Italia, ridotto a parametro improbabile per valutare la configurazione di un avviso di sfratto al governo o lo stato di salute del “campo largo”.
Può darsi che l’istituto referendario abbia bisogno di un tagliando. In molti hanno sottolineato come oggi, con la possibilità di raccogliere digitalmente le firme, sia abbastanza facile raggiungere 500.000 sottoscrizioni. Ma per modificare il numero di firme necessarie (portandole a 800.000 o a un milione) occorre una legge costituzionale, così come per abbassare il quorum necessario per dichiarare valida la consultazione, che è l’altra proposta suggerita da più parti: magari abbassandolo al 40% o calcolando il 50% più uno sul dato dei votanti delle ultime politiche. Ciò per ovviare alla furbata che consente di fare saltare la validità del voto semplicemente unendo all’astensione regolare di ormai quasi metà dell’elettorato quella interessata di chi si oppone ai quesiti referendari. Un escamotage che ovviamente non può essere considerato deprecabile a seconda di chi lo applica. Così fan tutti.
Si tratta di proposte degne di attenzione, ma non va dimenticato che la ratio del quorum ha una sua nobiltà: impedire che una minoranza attiva abroghi le leggi approvate dal Parlamento, il quale rappresenta tutto il popolo italiano. Insomma, sfuggire alla logica della piattaforma Rousseau. Un complicato rompicapo per l’equilibrio dei poteri sancito dalla costituzione.
Certo è che la percentuale dei votanti ha subito negli ultimi decenni un crollo verticale, indipendentemente dal tipo di consultazione elettorale, le cui cause vanno principalmente rintracciate nel sentimento di antipolitica che investe ogni aspetto della vita pubblica.
Ci sarebbe in realtà bisogno di più politica, che è l’arte di trovare risposte efficaci ai problemi della collettività, senza arroccarsi su posizioni settarie e cercando un punto di caduta tra posizioni divergenti. L’arte del compromesso, il giusto mezzo. Vale anche per i referendum, destinati sempre a fallire se si riducono a battaglie identitarie che non riescono a coinvolgere trasversalmente il corpo elettorale, se riguardano questioni tecniche poco comprensibili dal cittadino comune, se si ha la sensazione che il fine sia principalmente quello di misurare la solidità di un governo o contrastarne l’attività cercando una convergenza estemporanea mentre si è praticamente divisi su molte altre questioni, basilari per dare un’idea convincente del perché si sta insieme.

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