Il dolore corre sul filo dei ricordi ed è lotta impari quando si viene svegliati da una notizia così tragica. Nonostante la bellezza di ciò che è stato, la felicità rivissuta punge il cuore e lo fa sanguinare. Non è facile accettare che Aldo Coloprisco ci abbia lasciati così, di colpo. Che abbia abbandonato i suoi alunni, aprendo nei cuori una voragine che cerchiamo di colmare con le immagini del nostro personale posto delle fragole: tra i banchi della scuola media “Vittorio Visalli”, tra le quinte di un teatro che per molti è stato romanzo di formazione. Il professore Coloprisco sapeva che dedicarsi alle cose che più si amano mantiene giovani. Per questo, fino alla fine, ha continuato a scrivere, a organizzare eventi culturali e a fare teatro con la sua Compagnia dei Capocotti, dopo il trasferimento a Frascati negli anni Novanta. Senza però mai recidere il filo che lo legava a Sant’Eufemia, suo paese d’adozione grazie alla splendida Carmelita Tripodi: moglie, complice, musa ispiratrice. Gli allievi di un tempo erano nel tempo diventati amici, i ruoli sublimati in un rapporto paritario e solido. Coloprisco rimaneva così il professore trentenne o quarantenne, dal quale diverse generazioni di eufemiesi hanno ricevuto l’affetto e l’attenzione di un genitore. In tanti sono passati dai banchi di scuola alle rappresentazioni teatrali più mature, hanno partecipato all’esperimento del circolo “Mistra”, hanno contribuito alla realizzazione delle iniziative culturali promosse da quest’uomo mite, ma determinato. In tanti, ogni estate, venivano convocati a casa sua, per una chiacchierata e per la consegna di un suo premuroso omaggio. Coloprisco non ha mai lasciato indietro nessuno, coerente nella vita di tutti i giorni ai valori che hanno improntato l’unicità del suo essere docente. Che non era soltanto l’insegnamento, in terza media, dei rudimenti del latino, perché “potrebbe servire a chi deciderà di iscriversi al Classico o allo Scientifico”; né la scampagnata di fine anno sull’Aspromonte, che raggiungevamo a piedi lungo i sentieri e dove ci aspettava Carmelita, con l’auto carica di ogni ben di Dio. In aula abbiamo conosciuto la democrazia della sistemazione dei banchi a ferro di cavallo: la dimostrazione plastica che, tra quelle pareti, non esistevano i primi e gli ultimi della classe, né i “figli di”. Eravamo tutti uguali. Il suo teatro di confine, le cui sedie noi studenti avevamo trasportato a scuola dall’ex cinema, è stato lotta sul campo e pratica concreta di inclusione, che ha offerto la possibilità di uscire dall’isolamento a chi generalmente viveva ai margini della società. Le sue commedie dialettali, così come Pirandello (“La patente”, “La giara”) o Corrado Alvaro (“Gente in Aspromonte”), sono state occasione di aggregazione e di responsabilizzazione, oltre che un potente strumento di liberazione dal pregiudizio e dalla discriminazione. Generazioni di eufemiesi hanno avuto modo di maturare una coscienza civile, di comprendere quanto sia nobile impegnarsi per migliorare, migliorando sé stessi, la realtà circostante. Fuori dal nozionismo delle lezioni di italiano abbiamo imparato a vivere. L’attività teatrale esaltava la funzione liberatrice della cultura, nel solco di quel socialismo umanitario che ha costituito il fulcro della formazione politica di Coloprisco. Il quale, tanto per inquadrare lo spessore del personaggio, svolgeva gratuitamente le ore dedicate nel pomeriggio alle prove, in tempi che non contemplavano ancora l’attuale miriade di progetti didattici. Aldo Coloprisco era un idealista e odiava la guerra: «Maledetti gli uomini che vogliono la guerra, bestie più delle bestie» (“L’uomo e la regina”). Nei suoi romanzi ha trattato temi di grande interesse: i nostri microcosmi destinati a scomparire a causa dell’emorragia costante di giovani che emigrano in cerca di lavoro, la violenza che governa la natura e la società, la libertà, il potere dei media e la condizione dell’uomo nella società dei consumi, la forza emancipatrice dei libri. Non a caso, dopo il suo trasferimento a Frascati, Sant’Eufemia non ha più avuto una libreria. Quella libreria con i volumi esposti nella vetrinetta all’esterno, tanto cara al suo alter ego Giovanni Florio (“Il libraio di Meladoro”), il quale fa giungere in uno sperduto paese dell’Aspromonte le edizioni economiche degli autori italiani e stranieri più famosi, organizza la “settimana del libro”, ne fa un punto d’incontro nel quale si può parlare di scrittori e poeti, ma anche scambiare esperienze e riflettere sul passato e sul presente. Florio crede nella potenza salvifica della parola e non perde occasione per ribadire la strettissima relazione che intercorre tra sogni, libri e libertà: “i sogni sono libertà”. Si definisce “un venditore di sogni, non di morte” ed esorta i suoi concittadini a comprare libri ai figli, per farli sognare e per sottrarli ad un destino criminale. D’altronde, la vera antimafia è quella esercitata dai buoni educatori: l’“esercito di maestre elementari” che nelle parole di Gesualdo Bufalino sconfiggerà la mafia. A tutti noi Coloprisco ha fatto comprendere che i sogni sono parte importante della vita, perché – per dirla con De André: «Un uomo senza utopia, senza sogno, senza ideali, vale a dire senza passioni e senza slanci, sarebbe un mostruoso animale fatto semplicemente di istinto e di raziocinio, una specie di cinghiale laureato in matematica pura». Ma soprattutto – anche con le sue vicende personali – ci ha insegnato che la libertà è un bene non negoziabile per nessuna ragione al mondo.
Se a Tita “’a capurala” viene chiesto cosa ha significato per lei fare il pane, le si illuminano gli occhi chiari e risponde con il sorriso di chi è soddisfatta della lunga vita vissuta, ora che va per i novanta: «Ho lavorato con amore e forza di volontà, affinché la gente potesse mangiare il pane di casa». Poi chiude con un proverbio: «Pani ’i casa, muzzica e basa», che rimanda al gesto antico di raccogliere e baciare il pane caduto a terra. Amore, passione e forza di volontà sono le chiavi per entrare nel mondo di questa donna tenace, che non si è mai arresa di fronte alle difficoltà e che ha saputo rialzarsi anche quando il fato le ha tolto il secondogenito Leonardo Vincenzo in un incidente stradale. Non è mai stata in discesa l’esistenza di Tita, nata Emilia Georgia: nome e cognome attribuitile dal brefotrofio di Reggio Calabria, dove viene portata subito dopo la nascita avvenuta a Bova Marina il 28 aprile 1937. Destino comune ad altri dieci tra fratelli e sorelle che Rocco Violi, rimasto vedovo e già padre di sette figli, aveva avuto dalla giovane Brigida Cuppari, la ragazza che aveva preso le veci della consorte: «Di questi undici figli – osserva Tita con amarezza – mio padre non ha voluto tenerne nessuno. Uno per volta ci ha portati tutti al brefotrofio e a nessuno di noi diede il suo cognome. Mia madre non riuscì a ribellarsi di fronte all’ingiustizia di doversi dividere dai figli, tantomeno ci cercò mai più. Una sola volta venne per richiedere uno dei miei fratelli più piccoli, ma la responsabile della struttura le consigliò di non riprenderselo poiché con la guerra in corso i bambini avrebbero certamente ricevuto più cibo e più cure dove già si trovavano». Del brefotrofio Tita ricorda i nomi di alcune monache (la Madre suor Candida, suor Eusebia, la cuoca suor Assunta e suor Fortunatina), ma anche le operatrici che lavavano i bambini e i loro piccoli indumenti nelle vasche attaccate al muro, una accanto all’altra: «In inverno i vestiti non si asciugavano mai. Le nutrici, poverette, si coricavano tardi perché avevano molto lavoro da svolgere. Conservo il ricordo della donna che mi sistemava presto nel suo letto, in modo da riscaldarlo, e che – una volta finito di lavorare, a notte inoltrata – mi spostava nel mio. Ma io non ero dispiaciuta per questo: le balie erano donne che si davano da fare, che si prendevano cura di noi». Tempo di freddo e di fame, tempo di guerra: «In quel periodo ci davano sempre polenta, ma a me non piaceva. La tenevo in bocca ma spesso non la mangiavo». Tita ha ancora davanti agli occhi i razzi luminosi nel cielo dello Stretto di Messina e dentro le orecchie la sirena dell’allarme antiaereo: «Il rifugio si trovava al piano di sotto. Al suono dell’allarme scappavamo e ci mettevamo tutti a faccia in giù. Rientrato il pericolo tornavamo sopra, come se nulla fosse accaduto». Nel bombardamento del 21 maggio 1943, una bomba scoppia però nel cortile del brefotrofio, provocando la morte di suor Fortunatina, di trentatré bambini e di quattordici nutrici. La vita di Tita giunge al primo punto di svolta diversi mesi dopo, quando una coppia di coniugi senza figli di Sant’Eufemia d’Aspromonte decide di rivolgersi al brefotrofio: il muratore a cottimo Vincenzo Carbonaro (originario di Bova) e la moglie Angela Tripodi. Vincenzo riesce sempre ad avere assegnato qualche lavoro in montagna, grazie alla benevolenza degli ingegneri e degli appaltatori reggini, i quali vogliono bene a quest’uomo serio e gran faticatore. Angela è casalinga, ma cura anche un pezzetto d’orto di proprietà del medico condotto Vincenzo Fimmanò. Per anni allevano la figlia di una loro prima cugina, fino a quando i genitori non la riportano a casa, poiché la considerano ormai abbastanza grande e in grado di badare ai fratellini. Angela entra nel brefotrofio con una nipote, mentre una balia sta facendo il bagnetto alla bambina. Poi una suora accompagna per mano Tita e le presenta la signora («Emilia, questa è la tua mamma»): «Io – ricorda Tita – ero felicissima. Mi attaccai al collo, ma subito dopo mia mamma mi respinse, mi guardò e chiese alla suora se non ci fosse una bimba più bella, magari bionda. La suora rispose di non cambiarmi per niente al mondo, perché ero sola e nessuno sarebbe mai andata a cercarmi per avermi indietro. Piacqui invece alla nipote, che suggerì alla zia di portarmi a casa, anche perché avrei sofferto molto, ora che pensavo di avere trovato mia mamma. Si convinse e mi portò con sé». L’arrivo in paese, nel 1944, è una festa. Emilia viene accolta da molti bambini, che si complimentano per le scarpette e il vestitino nuovo che la madre aveva procurato tra quelli usati, ma in buono stato, dalle cuginette. Viene subito chiamata Tita, come la madre del padre adottivo, che però non fa in tempo a legittimarla perché morirà poco tempo dopo, ancora giovane. Lo farà la madre, che le darà anche il cognome: Tripodi. Tita impara a lavorare all’uncinetto e con i ferri, sa cucire e rammendare. Nel frattempo sposa Nicola Giuseppe Calarco, superando l’ostilità iniziale della famiglia del coniuge, che non vedeva di buon occhio il matrimonio con la figlia di una donna sulla cui moralità si appuntava il pregiudizio di chi ci vedeva una madre snaturata, che partoriva figli uno dopo l’altro e li portava tutti al brefotrofio. Negli anni la coppia avrà negli anni quattro figli: Giovanni, Leonardo Vincenzo, Angelo e Maria Grazia. Di soldi, però, le sarte a quei tempi ne vedono pochi. Tita, poi, prova quasi vergogna a chiedere il compenso per il lavoro eseguito. Per questo chiede al marito di consentirle di andare a lavorare con lui in campagna, nella proprietà di contrada San Luca. Nicola Giuseppe si dimostra all’inizio riluttante, infine acconsente. Un giorno Tita assiste casualmente alla conversazione tra il marito e un ispettore della profilassi che si trovava in paese per effettuare l’analisi delle acque, il quale suggerisce al contadino di “portare sulla strada” la produzione agricola, per venderla “come fanno a Bagnara”: «Raccolsi dieci lattughe, le misi dentro un “cuverchiu” (cesto di vimini) e le portai sulla strada. Furono subito acquistate da diversi passanti. Ripetei l’operazione più volte, mentre mio marito mi guardava tra lo sbalordito e il contrariato. La sera rientrai a casa stanca morta, ma felice. A mia mamma, che ormai quasi non vedeva più, dissi di “amprari u scossu” (allargare la parte centrale del grembiule) e ci feci scivolare dentro il ricavato della vendita. Toccava le monete con le dita e, incredula, mi chiedeva dove avessi trovato tutto quel denaro». Da lì a poco, la vita di Tita subirà la seconda svolta, quella decisiva. I suoceri gestiscono da tempo un forno: in particolare la suocera, soprannominata “’a capurala” perché il marito, Giovanni Calarco, aveva preso parte alla Prima guerra mondiale. Dichiarato disperso nella “battaglia degli Altipiani”, combattuta per contenere la “Strafexpedition” austroungarica, era stato in realtà fatto prigioniero nel combattimento del 31 maggio 1916 (Monte Pasubio e Monte Novegno) ed era rimpatriato soltanto a guerra finita. Marito e moglie fanno il pane per conto terzi: loro clienti sono Mariuzza “’a guardia Crea”, Ntonuzza “’a Rofalazza”, Peppina “’a Pedazzi”, che lo rivendono nelle rispettive “putighe”, oltre alle famiglie che portano la farina per fare il pane per consumo proprio. Un giorno, però, la suocera di Tita cade e si rompe una gamba: «Io – racconta – iniziai a lavorare nel forno proprio dopo l’infortunio di mia suocera. Inizialmente si occupò del forno Mariuzza Crea, che cuoceva il pane per sé e che però, dovendo badare alla bottega, aveva difficoltà a controllare anche il forno. Fino a quel momento, non avevo idea di come si infornasse, anche se ero molto curiosa e quando mi trovavo a passare toccavo il pane, cercavo di capire al tatto se la lievitazione fosse al punto giusto. Mia suocera mi lasciava fare, un po’ anche per farmi contenta: mi chiedeva se secondo me la temperatura del forno fosse giusta per la cottura del pane. Un giorno Mariuzza mi chiese se me la sentivo di fare il pane per una famiglia di Sinopoli, con il suo aiuto. Accettai e, anche se poi fui lasciata sola, non mi persi d’animo: iniziai ad impastare la farina (allora lo facevo ancora a mano, senza l’ausilio dell’impastatrice), pulì per bene il forno, lo accesi e sistemai il fuoco in avanti aiutandomi con una scopa. Sembrava facessi da sempre quel lavoro. Infornai il pane, lo ruotai e chiusi il coperchio del forno. Lo controllai, lo feci “nnarijari” (controllare la cottura togliendo il coperchio e lasciando aperto il forno, in modo da fare abbassare la temperatura), infine tolsi i filoni dal forno. Mi bruciai un po’ le mani, ma ci riuscì. Quando vennero a ritirare il pane, i clienti rimasero sorpresi. Fu il mio primo pane». Alla fine degli anni Cinquanta Tita eredita così il forno e il soprannome: “’a capurala”. Inizialmente lavora per i cosiddetti “partitari”, che portano la farina, pagano 800 lire per l’impasto e lasciano inoltre due filoni di pane, mentre lei mette la legna, 2-3 chilogrammi di “lavato” (lievito) e il lavoro. In un secondo momento acquista la licenza per la vendita e inizia a infornare con più frequenza, fino a cinque volte al giorno: tre la domenica, l’ultima delle quali alle 9.30, in tempo per venderlo entro mezzogiorno. Non compra la farina, ma acquista il grano dell’Aspromonte, che fa macinare in un mulino. L’abitazione di contrada San Luca si trasforma in una sorta di deposito per la conservazione del grano. Tutte le stanze ne sono piene. Nell’impasto, va ad occhio fino a quando il figlio Angelo non la affianca nel lavoro e gradualmente la sostituisce, dopo il periodo del Covid: «Qualche signora elogiava il fatto che da noi il pane di 2 kg durava una settimana e che quello che acquistava altrove durava due giorni. Un’altra mi impressionò perché mi chiese quanto pesasse il mio pane. Pensavo che avesse qualche lamentela da fare. Invece mi disse che pesava 2.650 kg. Mi feci una bella risata e risposi “Bonu, bonu, ca manginu i figghjoli”. Quando qualcuno portava con sé i bambini, io dividevo un filone e ne davo un tozzo a testa. Alcuni sospiravano… C’era molta fame. I sacrifici che facevo Nostro Signore me li ricompensava il doppio. La clientela aumentava, il guadagno mi usciva lo stesso. Mi bastava». Per molti anni Tita può contare anche sull’aiuto fondamentale della figlia Maria Grazia, che sacrifica le giornate e le nottate dividendosi tra il forno e i libri. Riuscirà a laurearsi e oggi è un’apprezzata docente in una scuola superiore del Nord Italia. Per fare il pane aggiunge alla farina alcune “sassolate” di “granza” (cruschello), che lo rendono più saporito, più consistente e più croccante. Diverso il procedimento per il pane biscotto: «Bisogna tagliare i pani non ancora cotti con l’“angialedda” (paletta), disporli nelle teglie e infornarli la sera. Fino alla mattina successiva il forno deve rimanere socchiuso, affinché entri un po’ d’aria». Inoltre, produce “pitte avanti furnu” («Ne facevo 4 infornate, 18-20 “pitte” per volta), “cimeddi” a Pasqua, stomatico. Per sessant’anni: una vita. Voltandosi indietro, Tita vede una donna che si è trovata bene con tutti, che ha rispettato e che è stata rispettata. Per il figlio Angelo, la nuora Mimma e il nipote Giuseppe, che oggi continuano a fare “u pani da’ capurala”, ha una sola raccomandazione da fare: «Atinci u pani bonu ’e cristiani».
Lo andrò a cercare sotto la Luna, come faceva lui in trench stile Bogart con Keaton, un malinconico pianista di jazz. Lo troverò con Cencio il nano che non ha una storia da dire, con Amerigo e il suo cinto d’ernia che sembra una fondina per la pistola, con la ragazza dell’Autogrill che mescola birra chiara e Seven Up mentre lui, imbarazzato, picchietta l’indù in latta di una scatola di tè, con il pensionato che rigira sulla stufa la sua povera minestra, con l’anarchico lanciato a bomba contro l’ingiustizia, o con il frate che fece esclamare a Umberto Eco: «Che coraggio far rimare amare con Schopenhauer!». E poiché – ci ha insegnato – gli eroi son tutti giovani e belli, eccolo per sempre con capelli e barba neri mentre insieme ad Augusto Daolio canta “Noi”: «Quando i cieli diventano più scuri e in bocca hai solo rabbia/ e piove solo sabbia per le strade e sui muri/ c’è bisogno di gente molto forte per fare assieme il viaggio/ che inizia non sai dove e passa cento porte». L’eterno studente e burattinaio di parole Francesco Guccini è entrato a casa mia ai tempi del liceo, saltando fuori dallo zaino di mio fratello Luis in tre musicassette: “Radici”; “L’isola non trovata”; “Quasi come Dumas”. Un cantautore coltissimo che Eco ha paragonato a Walt Whitman: capace di rime e assonanze ricercatissime, di citazioni dotte e riferimenti letterari eruditi, ma anche di temi “bassi”, di sberleffo puro, come sa chiunque abbia ascoltato l’album “Opera buffa” o la canzone “I fichi” nel disco non a caso intitolato “D’amore, di morte e di altre sciocchezze”. Guccini ha accompagnato la mia vita trovando per me parole e metafore che non sapevo, mi ha fatto fare incontri che mai avrei pensato: Ginsberg, Kerouac, Hemingway, Borges, Montale, Gozzano, il profeta Isaia. Un libertario perso dietro le nuvole e la poesia, attaccato alle proprie radici, ad un mondo in via di estinzione riproposto sotto forma di mito (l’infanzia, la saggezza dei montanari dell’Appennino). E poi l’intimismo di certe situazioni raccontate come da dietro una cinepresa e i temi dello scorrere del tempo, della Resistenza, della rivolta e della lotta contro le ingiustizie (emblematica la vicenda di Silvia Baraldini), dei miti vissuti fra la via Emilia e il West, dei vinti e dei piccoli eroi delle occasioni perse, del rimpianto per i giorni sprecati e per gli attimi lasciati andare, della felicità che non è un anagramma quasi perfetto di facilità. Guccini ha dato sostanza allo smarrimento che proviamo quando non riusciamo a comprendere il nuovo, legati come siamo al vecchio: sospesi tra due mondi e tra due ere come nella sua insondabile Bisanzio, in bilico tra il vecchio che va scomparendo e il nuovo che non si è ancora manifestato: «qualcosa sta cambiando, ma è un debole presagio che non dice come e quando». Mi ha insegnato a coltivare l’arte del dubbio, a diffidare dalle verità assolute e a pensare che la storia può ripetersi, perché è autoassolutorio credere che “l’uomo in fondo è buono/ meno il nazi infame”. Mi ha fatto amare Ulisse e il suo folle volo con i remi che diventano ali, Don Chisciotte che sputa il cuore in faccia all’ingiustizia (che duetto con il “Flaco” Juan Carlos Biondini!), Cirano che usa la penna come una spada: ma anche “il mistero delle vite/ che si dipanano lungo la scacchiera” e la bellezza del rovistare tra i ricordi e gli oggetti del passato. Tra “i nostri miti morti ormai” della bellissima “Incontro”, da oggi c’è anche lui.
*Per un fan di Guccini sarà facile rintracciare nel post molte citazioni di sue canzoni, appositamente non virgolettate per non appesantire il testo con eccessiva punteggiatura.
Anche questa “è andata”: ce lo ripetiamo da una trentina d’anni dopo avere accompagnato tutti a casa. Due parole che racchiudono la soddisfazione perché tutto si è svolto nel migliore dei modi. Non si è mai abbastanza esperti e ogni volontario avverte il senso di responsabilità nei confronti delle famiglie che per una settimana affidano all’Agape i propri ragazzi. Una frase che però nasconde, inevitabilmente, un po’ di magone per il tempo volato via troppo in fretta. Si vorrebbe fare di più, si dovrebbe fare di più. Lo sappiamo. Quindi “è andata” diventa un impegno già assunto per la prossima estate. Quel che sarà, si vedrà. Intanto, ci siamo goduti questa colonia estiva. Il senso del raccontarla, di tentare di raccontarla, è nella speranza di trasmettere il desiderio di provare un’esperienza di volontariato unica soprattutto per le emozioni che riesce a mettere in circolo. Ognuno di noi ha diritti ma anche doveri nei confronti della società nella quale vive. Tra i doveri, quello di occuparsi degli altri, in particolare di chi sta un po’ più indietro e, spesso, non viene neanche notato. “I care” (mi importa, ho a cuore), aveva fatto scrivere don Lorenzo Milani su una parete della scuola di Barbiana. Ci importa, ecco. Riuscire a far sì che importi anche ad altri sarebbe una grande vittoria. E faciliterebbe un po’ le cose, perché lo sforzo organizzativo dell’iniziativa più caratterizzante dell’Agape è sempre notevole. La colonia estiva è una magia che si ripete, complicata da riassumere facendo ricorso alle parole del vocabolario ordinario. La colonia è molte cose. È il momento in cui i volontari diventano lo strumento di una comunità generosa, il cui sostegno economico (partecipazione al veglione di fine anno, donazioni) è fondamentale per la realizzazione di tutte le iniziative di solidarietà dell’Agape. È il bambino impazzito di gioia che ripete: «Sono contento perché ho imparato a nuotare!». È Vince che festeggia il compleanno spegnendo la candela su un plumcake, mentre i ragazzi intonano “tanti auguri a te”. È la più piccola della comitiva che incolla stickers e cerotti sulla fronte di tutti. È il repertorio musicale molto vintage dell’auto di Enzo. E poi le caramelle donate da R. ai volontari, l’amicizia nata tra due ragazze, un tuffo dopo l’altro. È Mariella, che da diciotto anni vive a Torino e a marzo già vuole conoscere la data della colonia per potersi organizzare con le ferie in modo da esserci, sempre. È il ricordo di chi non c’è più, ma continua a vivere nel ricordo delle tante giornate trascorse insieme in spiaggia. È il vicino d’ombrellone che compra i ghiaccioli per tutti. È la coppia di sconosciuti che lascia i vassoi con i gelatini per il dopo pizza, nella giornata conclusiva. O quella che passa per una visita, si rimbocca le maniche e dà una mano. È l’emozione della signora del lido che ormai ci ospita da diversi anni, al momento dei saluti. È infine la dimostrazione pratica che non si può fare volontariato se non si è disposti a rinunciare a nessuno dei millemila impegni quotidiani che ciascuno di noi ha. Perché non si tratta di fare qualcosa a tempo perso, bensì di fare qualcosa che dia un senso al tempo. Il nostro tempo, qui e ora.
È trascorso ormai un secolo da quando, sul finire del 1926, l’ematologo Vittorio Formentano lanciò a Milano un appello per la costituzione di un gruppo di donatori di sangue che, il 16 febbraio 1927, diede vita all’AVIS (Associazione Volontari Italiani del Sangue). Ottant’anni, invece, sono passati dalla fondazione dell’AVIS nazionale, che oggi conta più di 3300 sedi in tutta Italia, per un totale di un milione e trecentomila soci. Grandi sono lo spirito di solidarietà, la generosità e l’altruismo che animano i donatori, grazie ai quali le strutture sanitarie possono contare su scorte di sangue da utilizzare al bisogno. Secondo i dati forniti dall’AVIS, sono 1800 i pazienti che ogni giorno hanno bisogno di una trasfusione di sangue. Un numero che, da solo, fa comprendere l’importanza di un gesto gratuito ed anonimo in favore del prossimo. Quasi due milioni sono state le sacche di sangue raccolte nel 2025. Di queste, 405 provenivano da Sant’Eufemia d’Aspromonte, dove dal 2007 opera una sezione comunale che ogni anno si distingue tra le prime, a livello nazionale, nel rapporto tra numero di abitanti e donazioni. Se alle sacche raccolte dall’AVIS aggiungiamo anche quelle dell’ADSPEM (anch’essa presente sul territorio eufemiese), c’è davvero da provare orgoglio per la generosità dei nostri concittadini in un settore di così vitale importanza. Fondata dal dottore Carmine Alvaro, che ne ricoprì per primo la carica di presidente e al quale negli anni si sono succeduti Salvatore Condello e Carmine Luppino, l’AVIS di Sant’Eufemia è dal 2023 presieduta da Pamela Violi. L’attuale direttivo è composto inoltre da Vincenzo Fedele, Antonino Fedele, Saverio Garzo, Giuseppe Versace, Salvatore Siviglia e Carlo Violani. Con l’inaugurazione della sede concessa dall’amministrazione comunale in piazza don Minzoni, l’AVIS di Sant’Eufemia compie un ulteriore passo in avanti, che certamente le consentirà di operare con maggiore efficacia. Dopo lo scoprimento della targa di intitolazione alla compianta Eufemia Nolgo, la benedizione del parroco don Enzo Gioffrè ha preceduto gli interventi della presidente Pamela Violi, di Giovanna Micalizzi (presidente AVIS provinciale), di Antonino Posterino (vicepresidente AVIS regionale), di Carmine Alvaro (fondatore AVIS eufemiese) e del sindaco Pietro Violi. In genere sono due al mese le raccolte di sangue organizzate, con una media di circa quaranta sacche mensili che, nel 2024, hanno toccato il record di 512 donazioni. Cifre di assoluto rilievo, come quelle che raccontano una realtà della quale andare fieri, composta da 120 soci e circa 250 donatori, ai quali va l’apprezzamento di un’intera comunità.
Nel volume I figli di nessuno tornano a casa. Internati Militari Italiani: diecimila calabresi nei lager nazisti (I Coribanti, 2025), Letizia Cuzzola ricostruisce una pagina poco conosciuta della seconda guerra mondiale, che si inserisce nella vicenda più ampia dei circa 650.000 soldati internati nei lager nazisti dopo l’armistizio dell’8 settembre. Un aspetto comune alla maggior parte dei prigionieri di guerra è la ritrosia nel raccontare il dramma vissuto. I motivi possono essere molteplici: il timore di non essere creduti, l’imbarazzo a riferire quanto subito, un modo per esorcizzare il dolore. Ad ogni modo, come scrive Francesco “Kento” Carlo nella prefazione, “molti, tornati a casa, non hanno raccontato nulla”. In alcuni casi il riserbo viene superato all’avvicinarsi della morte, quando – più o meno coscientemente – prende il sopravvento il dovere della memoria, l’imperativo etico che trasforma il racconto in impegno civile contro l’oblio e l’indifferenza. È ciò che accade a Gaetano Marafioti, nato il 18 luglio 1919 a Canandaigua, nell’Ontario (Stato di New York), dove i genitori Fortunato e Rosa Ascrizzi, originari di San Procopio, per un decennio gestiscono una drogheria al civico 45 di Niagara Street, prima del rientro in patria nella metà degli anni Venti.
Soltanto pochi anni prima di morire (2002), Marafioti decide infatti di dettare alla figlia Pina il ricordo della sua partecipazione alla seconda guerra mondiale, successivo allo svolgimento del servizio di leva, iniziato a marzo del 1940: poco prima dell’ingresso in guerra dell’Italia (10 giugno) e undici mesi dopo l’occupazione e l’annessione italiana dell’Albania, dove arriva quando viene richiamato e mandato al fronte: a Durazzo, che nei piani del comando militare doveva fungere da avamposto per la conquista della Grecia. La campagna militare inizia il 28 ottobre 1940, ma il proposito mussoliniano di “spezzare le reni alla Grecia” si rivelerà velleitario. L’azione, ideata come prova di forza da esibire presso l’alleato nazista, si impantana fino a quando (aprile 1941) l’esercito del Terzo Reich non prende l’iniziativa e, in tre settimane, costringe alla resa l’esercito greco. Marafioti è di stanza a Kastoria, al confine con l’Albania, e poi a Lamia, nell’entroterra della Grecia centrale. Le condizioni climatiche in inverno sono proibitive, anche a causa dell’inadeguato equipaggiamento: «Faceva così freddo – ricorda Marafioti – che eravamo costretti a legare dei sacchi ai piedi per evitare il congelamento». Ancora più drammatico è il ricordo della trincea, con la morte che sibila a pochi centimetri dalle orecchie.
Fino all’8 settembre 1943, le truppe italiane svolgono compiti di presidio e occupazione di un territorio caratterizzato da aree particolarmente insalubri. Ne risente anche la salute di Marafioti, il quale – secondo quanto riportato sul foglio matricolare – contrae la malaria e, il 6 luglio 1942, viene ricoverato presso l’ospedale da campo n. 450. L’armistizio che getta l’Italia nel caos ha conseguenze disastrose, poiché lascia alla mercé dell’ex alleato nazista i soldati italiani, i quali vengono catturati, fatti prigionieri e deportati nei campi di lavoro: «Dopo l’8 settembre – racconta Marafioti – fummo catturati dai tedeschi. Ci fecero salire sui vagoni piombati, che erano privi di aperture. Eravamo almeno 70-80 prigionieri stipati in ogni vagone. Il viaggio verso la Germania durò quattro giorni, che trascorremmo senza cibo né acqua, senza aria né luce. Alcuni soldati bevevano l’acqua che scorreva lungo le pareti del vagone quando pioveva, altri bevevano la propria urina. Durante una sosta in Romania barattai la mia coperta con due pani. La donna che aveva accettato lo scambio mi aveva anche indicato la strada per tentare la fuga, ma fui immediatamente bloccato». Marafioti viene deportato a Buchenwald, nell’area destinata ai prigionieri impiegati come manodopera: «Non eravamo considerati prigionieri bensì internati, quindi privi della protezione della Croce Rossa Internazionale. A me andò meglio rispetto ad alcuni miei compagni che furono fucilati, anche se il doppio status di “traditore” e nativo degli Stati Uniti d’America mi valse un trattamento speciale: percosse e razione di cibo dimezzata. Ogni tanto l’aria era ammorbata dal fumo e dal puzzo dei forni crematori in funzione». L’artificio lessicale, che classifica come “Italienische Militärinternierte” (Internati Militari Italiani) i soldati fatti prigionieri, ha una conseguenza sostanziale perché – sottolinea Letizia Cuzzola – consente ad Hitler di “tenere buono” il Duce (da poco liberato dai nazisti a Campo Imperatore e messo a capo della Repubblica Sociale Italiana): «[Mussolini] poté considerarli come il proprio esercito momentaneamente “ospitato” in Germania in attesa di intervenire e, soprattutto, [permise] di aggirare quanto stabilito dalla Convenzione di Ginevra del 1929 sul trattamento dei prigionieri di guerra. Ed è così che i soldati catturati fra la Francia e i Balcani iniziarono il loro calvario nei lager nazisti». Un mese dopo Marafioti viene trasferito a Singen, al confine con la Svizzera, che ospitava diciassette campi di lavoro forzato gestiti dalle industrie del luogo. Vi rimane per quasi 19 mesi, lavoratore coatto nella fabbrica Georg Fischer A.G., la cui produzione era stata convertita per sostenere lo sforzo bellico tedesco.
Gli internati militari italiani dormono in baracche in legno prive di servizi igienici e di acqua corrente, con al centro una grande stufa alimentata a carbone. La razione di cibo quotidiana consiste nella “suppe”: mezzo litro di zuppa di verdure (rape, carote, bucce di patate, cavolo) bollite con 8 grammi di grasso a testa, più circa 200 grammi di pane, contenente solo in minima parte farina, che viene “appesantito” con cenere e segatura. Nei ricordi di Marafioti la quantità di pane è di gran lunga inferiore e il brodo più scarso: «Tanta era la fame, che alcuni internati mangiavano le ortiche, che crescevano rigogliose sulle fosse comuni, dove venivano seppelliti i corpi dei prigionieri fucilati o morti per altre ragioni». Dopo due infelici tentativi di fuga, per i quali viene pestato a sangue per tre giorni, riesce a scappare quando la guerra sta per finire. Impietosito dalle penose condizioni del prigioniero, la sentinella che inizialmente vorrebbe riportarlo al campo, in uno slancio di umanità e lo tiene nascosto per due giorni. Lo rifocilla con pane e cioccolato, poi lo lascia andare. Marafioti ripara nella vicina Svizzera e da lì raggiunge a piedi l’Italia. Giunto a Milano, il 29 aprile 1945 assiste all’esposizione dei corpi di Benito Mussolini, di Claretta Petacci e dei gerarchi fascisti, appesi a testa in giù alla tettoia del distributore di carburante di Piazzale Loreto, in quella che Ferruccio Parri definirà “esibizione da macelleria messicana”: «A Milano – racconta Marafioti – vidi gente correre tutta nella stessa direzione e chiesi cosa stesse succedendo. Mi unì al fiume di persone e mi ritrovai a Piazzale Loreto, dove assistetti allo spettacolo raccapricciante dei corpi di Mussolini, Claretta Petacci e i gerarchi appesi a testa in giù. Non dimenticherò mai quella scena». Vive da sbandato e quotidianamente si reca nel sotterraneo della stazione, dove alcune suore distribuiscono qualcosa da mangiare. Alla religiosa che un giorno lo rimprovera perché si accorge che aveva fatto tre volte la fila, risponde che ha bisogno di una scorta di scatolette da portare con sé per potere affrontare il viaggio verso la Calabria. Infine parte: «Riuscì a salire a bordo di un camion degli americani e raggiunsi così Palmi, dove casualmente incontrai un mio zio farmacista. Non mi riconobbe, tanto ero dimagrito, con la barba incolta e malvestito. Dopo qualche mese fecero ritorno a casa anche altri due miei fratelli, i quali fortunatamente non avevano patito l’esperienza della prigionia». L’orrore della guerra e dei campi di concentramento lascia ferite profonde, che il tempo non cancella: «Mio padre – ricorda la figlia Pina – non elabora questo trauma nemmeno dopo molti anni di ritorno alla normalità. Vive con crisi di panico ricorrenti ed è costretto ad assumere psicofarmaci per il resto dei suoi giorni. Negli anni Sessanta viene anche sottoposto a dieci sedute di elettroshock». Marafioti continua a vivere con un macigno sul cuore e un dolore da tenere nascosto, per non provocare sofferenza agli affetti più cari. Fino al giorno in cui, al tramonto della sua vita, decide di raccontare, con parole che fanno riecheggiare il monito di Primo Levi: “meditate che questo è stato”.
Arriviamo a Reggio Calabria che sono passate le 6, quasi tre ore dopo l’inizio dell’incubo. In una stanza mi prendono le impronte digitali, misurano l’altezza, scattano le foto segnaletiche. In tarda mattinata scendo la scalinata della Questura, accompagnato da due poliziotti che mi raccomandano di tenere le manette nascoste sotto le maniche del giaccone. Dal lato opposto della strada ho puntati contro i teleobiettivi del plotone d’esecuzione. Partiamo a sirene spiegate, che vengono spente quando imbocchiamo l’autostrada. Lo show è finito. Al carcere di Palmi la prima tappa è nell’ufficio matricola, a seguire visita medica e ispezione corporale. Mi spoglio davanti a due agenti che mi fanno accovacciare: una manovra che consente di accertare che non nasconda qualcosa nell’ano. Nudo e ubbidiente agli ordini, realizzo che da adesso in poi la mia volontà non conterà niente. È scivolata tra le dita di lattice che tastano il mio corpo. Vengo infine accompagnato nella cella e per la prima volta odo il tonfo metallico degli scatti che chiudono il pesante cancello alle mie spalle. Tre detenuti stanno cenando: c’è un buon profumo di sugo con la nduja ma non ho fame, nonostante sia digiuno da un giorno. Assaggio comunque qualche forchettata di fusilli. Luigi e Francesco mi preparano il letto, secondo una prassi consolidata per i “nuovi giunti”. Luigi è abilissimo nel sistemare delle palline di carta ai quattro angoli del coprimaterasso, che arrotola e tira in modo da renderlo il più aderente possibile al materasso già spolverato con abbondante borotalco, insieme al cuscino. Nella cella si diffonde un profumo di infanzia fuori luogo. Lenzuolo e coperta vengono quindi annodati sotto il materasso, con una tecnica efficace. Nella prima settimana farò soltanto acquisti “personali”. Sono esentato dalla spesa relativa alla gestione comune della cella: generi alimentari, detersivi e “cose di casa”. Sono inoltre dispensato dal fare pulizie. Dovrò soltanto stare attento e imparare le dinamiche e le regole della convivenza. Una vera e propria formazione sul campo. Alle 21.00 viene chiusa la porta blindata e si spegne la luce. Sono fisicamente distrutto e mi addormento quasi subito. Mi sveglio verso le due e poi ancora altre volte, anche a causa della “conta” dell’agente che apre lo spioncino e con una torcia illumina i volti dei detenuti in piena notte. La mattina dopo scopro il rituale della “battitura”, che viene ripetuta alle 13.00, tutti i giorni: un paio di colpi di manganello alle sbarre delle finestre, con i quali una guardia ne verifica l’integrità. Non abbiamo il frigorifero. Al suo posto, un frigo termico di quelli che si portano in spiaggia. Per mantenere fresche le poche cose che ci stanno dentro, abbiamo a disposizione dei “siberini”, che vengono sostituiti quotidianamente. Il contenitore è troppo piccolo per conservarvi anche qualche bottiglia, per cui beviamo acqua calda, bollente a mano a mano che si avvicina l’estate. Non abbiamo neanche i congelatori “comuni”: quando arriva il pacco da casa si divide il contenuto con altri detenuti, in modo da consumare gli alimenti prima che vadano in malora. Per i detenuti, la domenica è il giorno più lungo e triste della settimana. Non c’è la consegna della posta, il gancio con l’esterno che fa sentire vivo anche chi si trova sepolto in carcere. Non è inoltre prevista la saletta, il luogo delle sfide a briscola, scopone, burraco e ping-pong. Si esce dalla cella soltanto per le ore d’aria nel cortile: al rientro pomeridiano, poco prima delle 16.00, è già tempo di darsi la buonanotte. È però anche il giorno dedicato alla preparazione di torte o della pizza. Il “forno” consiste in una padella sulla quale va appoggiata la “campana” (una pentola bucherellata come quella per le caldarroste), che viene posto sul fornellino da campeggio, mentre i bruciatori di due fornellini ai quali è stato smontato il piatto vengono inseriti in due fessure, ai lati della campana. Accendere i fornellini laterali, regolare la fiamma e capovolgere la campana è una manovra delicata, da eseguire velocemente e che necessita di un elevato livello di manualità. Per un giorno, nel reparto si respira odore di dolci e di festa, o la spensieratezza di una serata in pizzeria. Per quattro mesi è questa la mia routine, prima del trasferimento di fine giugno, sotto un sole cocente. Il furgone è una fornace. Si sta molto scomodi, stretti tra lo schienale in plastica e le sbarre che separano i due vani. I bocchettoni dell’aria climatizzata, dietro, sono chiusi. Io e il mio compagno di viaggio teniamo le ginocchia appoggiate alle sbarre che chiudono uno spazio di neanche un metro quadrato. Il peso delle manette ai polsi crea solchi sulla pelle e, anche se tento di tenerle appoggiate sulle gambe, sento ugualmente molto dolore. Facciamo due soste in autogrill, giusto il tempo di andare in bagno. Un agente mi fa scendere tirandomi dalle manette, sotto lo sguardo dei curiosi. Per tutto il viaggio abbiamo a disposizione un panino e una bottiglietta d’acqua da mezzo litro. Quando arriviamo a Santa Maria Capua Vetere, sei ore dopo la partenza, ho sete. Tanta sete. La giornata è ancora lunga. Entriamo e usciamo da celle di sosta fatiscenti, luride e bollenti. Quella accanto all’ufficio matricola è disumana. L’impressione è che ci parcheggino qua per colpire la nostra dignità di uomini e per fiaccare il nostro spirito. L’aria è irrespirabile, sembra di inalare calce. Per non asfissiare stiamo incollati all’unica finestra con le sbarre, accanto ad un water lurido. Le mura sono scrostate e umide. Accostata ad una parete, una branda arrugginita con un materasso insozzato e coperto di polvere. Sotto un vecchio tavolino, il foglio di un rotolone di carta imbrattato di feci. Sulle mura ci sono incisi nomi, cuori, frasi oscene e un fallo lungo quasi quanto l’intera parete. Quando veniamo accompagnati nella cella sono le 18. Siamo sfibrati, affamati e assetati, frastornati. Eppure non è ancora finita. La cella dell’isolamento è “liscia” e sporchissima: due brande, un tavolino, due sgabelli, il televisore, un mini-frigorifero che guardo stupito. Non vedo un frigorifero da quattro mesi. Una guardia ci consegna una scopa, una bottiglia di candeggina, due stracci e due spugne. Iniziamo dalle bilancette, in modo da potere sistemare dentro ciò che abbiamo portato con noi e per liberare il pavimento dall’ingombro dei borsoni. Passiamo alle brande e agli infissi, che sono sudici. Quindi laviamo la cucina e il bagno. Nel water ci sono tracce di feci, ma non c’è lo spazzolino, né ci hanno fornito dei guanti. Tocca lavare a mani nude. Dopo avere ordinato i letti finalmente mangiamo qualcosa: un panino che un detenuto ci passa dalla cella accanto, con salame e pecorino. Ci mettiamo a letto, ma è impossibile dormire. La cella è invasa da zanzare che entrano dalle finestre, sotto le quali fa bella mostra una montagna di spazzatura affollatissima di gatti e gabbiani il cui verso accompagnerà costantemente le nostre ore. Mi guardo i polsi ancora doloranti. Le giornate sono torride e lunghissime, si suda anche a stare fermi. Fa troppo caldo per pensare di passeggiare sotto il sole. Preferisco farlo dentro la cella, cinque passi in avanti e cinque indietro. Nel cortile – una vasca in cemento dalle mura altissime – non c’è un angolo d’ombra. Molti detenuti ci vanno in ciabatte, pantaloncini e a torso nudo. Dentro le celle, invece, bagnano le magliette e le indossano, per cercare di ottenere un minimo di refrigerio. Terminata la quarantena, veniamo trasferiti nel reparto. La cella è vecchia, priva di doccia e di acqua calda, le pareti sono scrostate e di un colore cupo. Per lavarsi bisogna fare richiesta e utilizzare (tra le 8.30 e le 16.00) le docce comuni che si trovano nel corridoio. Durante il giorno più volte cerco di darmi una rinfrescata lavandomi “a pezzi” con l’acqua fredda, color ruggine, del lavandino e del bidet. Nonostante asciughi bene le orecchie, dentro resta sempre una patina simile alla creta. Non so fare il “canotto”, un rimedio curioso adottato dai detenuti per fare la doccia… senza doccia. Si taglia un sacco grande della spazzatura in modo da ricavarne un rettangolo, quindi si annodano i quattro angoli al collo di quattro bottiglie di plastica. Il detenuto vi entra dentro e si versa addosso un paio di bottiglie d’acqua, che resta all’interno del “canotto” senza bagnare eccessivamente il pavimento. Finita la doccia, gli angoli del canotto vengono afferrati con le mani e si procede al suo svuotamento nel water. Il caldo non aiuta chi già non gode di buona salute. Mi trovo nelle docce comuni quando un detenuto chiede aiuto urlando. Sta soccorrendo Antonio, un ragazzo di circa trent’anni che mi ha colpito per i molti tic del viso e del corpo, oltre che per quel “pam pam” che ripete mentre parla. Nel cortile, sta sempre seduto su un gradino, o in piedi, con le spalle appoggiate al muro. Tiene la testa tra le mani e ondeggia avanti e indietro con il busto. Imbottito di psicofarmaci, guarda nel vuoto e sembra stanchissimo, intorpidito. Ogni tanto perde la conoscenza e allora è un chiamare a voce alta la guardia, per soccorrerlo e portarlo in infermeria. Esco di corsa in accappatoio e mi dirigo verso di loro. Antonio non è svenuto, ma è completamente assente: un sacco che si affloscia su sé stesso. Lo afferriamo dalle ascelle e dalle gambe e lo trasportiamo nella sua cella, dove per regolamento non potremmo entrare. Nel frattempo giunge un altro detenuto, di rientro dal cortile. Antonio sta sempre più male. I due chiamano l’appuntato di sezione, poi prendono Antonio in braccio e si avviano verso le scale per portarlo in infermeria. Cerco lo sguardo dell’agente e non mi trattengo: «Dovreste fare qualcosa, una relazione, chiedere provvedimenti adeguati. Questo poveraccio in carcere rischia di morire. Dovrebbe stare in un centro clinico, non qua». Mi sembra dispiaciuto, quasi rassegnato. Ma non dice niente e si allontana senza replicare.
A ripensarci oggi, rido come allora. Alcuni di noi seguivano in televisione una partita di tennis, mentre lui stava giocando a scala quaranta. Dava le spalle al teleschermo, non guardava proprio da quel lato. I suoi occhi erano fissi sulle carte, intenti a studiare lo scarto migliore o a immaginare la pescata vincente. Fosse caduto il mondo, si sarebbe spostato. In realtà, credo che non si sia mai scaldato più di tanto. Neanche quella notte che, in un autogrill, si ritrovò la canna di una pistola puntata sulla schiena: «Se ti muovi ti stendo come un coniglio», la minaccia del rapinatore che, subito dopo, si dileguò con il suo tir, lasciandolo a piedi. Non si mosse, però non riuscì a trattenere la battuta e rispose: «E chi sei, John Wayne?». Assorto nel gioco, il mondo attorno a lui non esisteva. In tv la partita era finita, il telecronista Gian Piero Galeazzi stava chiudendo il collegamento: «E dal Centrale del Roland Garros di Parigi è tutto. Una cordiale buonasera a tutti». “Giacca i ferru” continuò a guardare le carte tra le mani, nella sala stranamente non volava una mosca: silenzio assoluto. Gli altri giocatori attendevano che scartasse. Infine: «Nto culu», con un tono così pacato che, se lo avesse ascoltato, anche Galeazzi sarebbe scoppiato a ridere, nonostante l’invito a prenderla in quel posto fosse rivolto a lui. Mi sembra di sentirlo il tono alto della voce di “don Nino”. Gridava sempre. E poi chiedeva, chiedeva. Un curiosone, impiccione, la cui risata usciva dalle porte e arrivava in strada. Rideva a crepapelle quando “u Pileri” ci raccontò che qualche figlio di buona donna l’aveva lasciato a piedi perché gli aveva rubato la macchina: «Era una 127 bellissima, modello Super 1050. Aveva pure la quinta!». Nel frattempo faceva il suo ingresso “u Micuneddu”. Una scarpa più alta e l’altra più bassa, claudicante faceva il giro dei tavoli alla ricerca della Gazzetta del Sud: “tsi-tsu-tsi-tsu”, il tic sonoro che accompagnava la sua lenta andatura. Aveva l’ossessione del cambio del dollaro con la lira, che consultava per regolarsi se gli conveniva convertire la pensione americana che riceveva. Il “farmacista” cercava due compagni per una partita a “calavrisa”. Carattere fumantino e la pistola sempre in tasca, ancora ci domandiamo come uno sconsiderato, una volta, tentò di barare, provocando la sua reazione. Che scena! Il poveretto avanti e il “farmacista” che gli correva dietro con la pistola in pugno. Assisteva all’inseguimento “u viddozzu”, in quel momento non in preda ad uno dei suoi ricorrenti attacchi epilettici. Crollava a terra oppure, se si trovava già seduto, ingoiava la sigaretta e faceva la pipì addosso. In uno dei tre biliardi si susseguivano le partite a boccette. Le bestemmie di “Galera” facevano tremare i muri. Quando vinceva cantava: «Il generale Cadorna ha scritto alla regina: “Se vuoi vedere Trieste te la mando in cartolina”». Quando perdeva, ricordava al vincitore che c’era un motivo se aveva trascorso una quarantina d’anni al gabbio: «Tu vuoi morire giovane». Voleva vincere sempre e non ci stava a perdere. Ad onore del vero, a nessuno piaceva perdere. “U Mammineddu”, che era altissimo, nella fretta dell’esecuzione del tiro, una volta rialzandosi si infilò con la testa dentro al lampadario del biliardo. Quando era in vena di scherzi, suggeriva ai giocatori di sostituire i birilli: «Questi non vanno bene», diceva, e al loro posto sistemava cinque proiettili del Revolver che, regolarmente denunciato, portava sempre nella fondina sotto l’ascella. “U Griddu” lasciava dietro di sé una fragranza di vaniglia. Era pasticciere, ma all’occorrenza si improvvisava anche fisioterapista specializzato in massaggi, con risultati altalenanti. Con il tamburello era una furia, in coppia col “Bagasciu” all’organetto le serate estive in piazza non terminavano mai. Il suo colpo da diciannove punti è rimasto nella storia, così come la boccia che, scagliata con una forza esagerata, prese il volo e sfiorò pericolosamente le teste del gruppo impegnato in una partita a “ciapanò” nel tavolo di fronte. Frank “il Mongolo” e lo “zio Pino” erano però di un’altra categoria: bravissimi nei tiri ad effetto, giocavano di sponda come se colpissero di dritto, facevano schizzare fuori dal biliardo i birilli del filotto e, all’acchito, accostavano la biglia alla sponda “al bacio”. Nel secondo biliardo “italiane” e “goriziane” si alternavano senza pause. Si profilava l’ennesima maratona che sarebbe proseguita sino al mattino successivo, tra il fumo di centinaia di sigarette, caffè a litri e giusto qualche tramezzino fatto preparare alla moglie da Mario. Conveniva anche mettere fuori servizio il telefono del bar, per evitare le chiamate di madri e moglie infuriate per quelle “una mezzoretta e vengo, cominciate a cenare”, che mettevano a rischio gli equilibri familiari. Nel terzo biliardo si giocava invece a “Bazzica”. Il “fotografo” era un vero fenomeno, capace con la sua biglia di fare punti nelle situazioni più complicate, nonché di colpire il pallino ovunque fosse posizionato. Sasà era invece lentissimo nell’esecuzione. Un tempo infinito con la stecca che scorreva avanti e indietro sulla mano senza che scoccasse il colpo. Anche sorseggiare il caffè era un’agonia per il barista che ne contava gli infiniti sorsi, intercalati da soffi e “ahhh” di puro godimento. Il “ragioniere” si gustava lo spettacolo seduto su una delle sedie dell’ex cinema che perimetravano la sala, agganciate l’una con l’altra. Sistemate tutte attorno ai biliardi, venivano spesso utilizzate per la pennichella da chi era stanco o, soltanto, aveva mangiato troppo. Il record imbattuto di soci appisolati fu di nove: con la faccia sul palmo della mano, con il mento sul petto, con la nuca appoggiata al muro per onorare la controra estiva. Sette, invece, quelli che, un pomeriggio, si ritrovarono con la stessa identica camicia a maniche corte, color verde, acquistata alla “Centrale della Moda”, scatenando una corsa a casa per cambiarla. Ogni tanto il “ragioniere” commentava con la sua tipica inflessione reggina, ma non partecipava alle partite. Era più uomo da ramino, scala quaranta, “calavrisa”, “ciapanò” e “bestia”, il gioco dai piatti più ricchi. Come “Pedazzi”, che ogni tanto regalava a noi bambini monetine da 5, 10 e 20 lire ormai fuori corso da collezionare, mentre gustava compiaciuto un cornetto Algida all’amarena. “U pacciu” scriveva, tutti i giorni, sui bloc notes segna-punti lasciati sui tavoli. Pagine e pagine di righe fittissime. Riflessioni filosofiche e letterarie, domande alle quali egli stesso dava risposta: «Ti piace Ugo Foscolo? Risposta: no». E la firma in calce, preceduta dal titolo onorifico “Monsignore”. Nella sala giochi i più giovani erano alle prese con le sfide ai videogiochi, flipper e calciobalilla. In palio, i tranci di “Sparacani”, che arrivava nel pomeriggio con diverse teglie di pizze farcite con alici e olive. Così buone, non ne ho assaggiate mai più.
Te ne sei andato nel giorno del tuo compleanno, settantasette anni dopo l’arrivo dentro il cestino che aveva viaggiato sulla littorina da Palmi, dove zia Carlotta aveva partorito, e che fu appoggiato sulla finestra della baracca di nonna Sarina. Nei ricordi di mio padre, allora piccolissimo, entrasti a casa dalla finestra. Carlotta era magliaia e Sarina ricamatrice, ma per le sarte gli anni 50 sono stati tempi duri. Qualche uovo come metodo di pagamento non poteva bastare per sfamare cinque figli. Sì, perché tu sei stato il quinto fratello, il bambino di due famiglie che sono state una nella condivisione di una ristrettezza che non fu solo spazio fisico. Così è sempre stato nel cuore di mio padre e dei miei zii. Così è stato anche nel mio, che ha accolto con ammirazione storie di povertà e dignità snocciolate come un rosario. A guardarle da qua, dal privilegio di esistenze senza grandi privazioni, sorridevamo. Lo abbiamo fatto anche mentre la tua vita scivolava via dal letto dell’ospedale, con in mano il caffè di un rito ormai lontano da quello ripetuto nella nostra quotidianità: tu che arrivavi con la Yaris davanti al mio ufficio e, dal finestrino, mi invitavi a salire. Nonostante la sofferenza, sorridevi ancora nel rivederti imbianchino: come mio padre, come zio Stefano. In equilibrio precario sulla ruota di scorta della Vespa di Luigi Borzumato, fino a Cosoleto insieme ad altri due garzoni: quattro passeggeri, più la scala, i secchi e tutto il resto. Gli ultimi, sono stati due mesi infiniti. Un tempo sospeso, che non sembrava passare mai e che, invece, ora avvertiamo essere volato. Un battito di ciglia, come il tuo il giorno prima di lasciarci. L’ultimo saluto a Rosina, di qua del vetro del reparto della terapia intensiva, per suggellare in una frazione di secondo oltre sessant’anni di amore. “Salvatore di Rosina” e “Rosina di Salvatore”: non soltanto formule di riconoscimento, bensì sublimazione di un rapporto che è stato simbiotico. Il vostro tutto. È stato un calvario, un intreccio di dolore e di amore. Perché sei stata una brava persona, che sapeva farsi volere bene. Un uomo buono: questo l’aggettivo più utilizzato da chi ha espresso un dispiacere sentito, non di circostanza. Come in una celebre canzone, con un cacciavite in mano facevi miracoli. Ne abbiamo beneficiato in tanti. Ti rivedo aprire il cofano e tirare fuori due borse di arnesi vari, prima di eseguire un qualsiasi lavoretto. Rivedo la tua meticolosità nel riparare la corda di una tapparella, una sveglia, un asciugacapelli; la pulizia nell’attaccare una mensola o una presa elettrica. Soprattutto, la tua disponibilità quando qualcuno aveva bisogno del tuo intervento. Mi mancherà la tua consulenza, se il motore della mia macchina farà rumori strani, che certamente io non saprò decifrare. Mi mancherà commentare con te le gare di Formula Uno, la tua grande passione insieme a quella per gli aerei. Mi mancherà la delicatezza delle tue attenzioni: «Ho comprato due ricotte, prendine una e portala a tuo padre». E mi mancherà la tua risata contagiosa, fragorosa, irrefrenabile quando esplodeva. Mentre scrivo, sei ancora insieme a Rosina sul divano di casa mia, con le lacrime agli occhi per il mio ritorno dopo sette mesi di ingiustizia. Nessuno ti ha abbandonato. Parenti, amici che sono venuti a trovarti, che hanno chiesto di te, che sono passati dal mio ufficio per ricevere notizie. Tutto questo affetto l’hai meritato e ti ringrazio, perché un po’ di calore è arrivato anche a me. Ti ho voluto bene. Ti voglio bene.
Capitava spesso, quando da bambini si giocava a calcio in piazza municipio, che il pallone finisse tra le aiuole che ne abbellivano l’ingresso. Ed è così che avvenne il mio primo “incontro” con Carlo Muscari, un eufemiese protagonista della rivoluzione napoletana del 1799: allora, per me, soltanto una lastra di marmo posata a terra, tra i cespugli verdi. La lapide era la riproduzione di quella collocata il 6 marzo 1900 nella sala consiliare del palazzo municipale della “piazzetta” (in via Garibaldi: oggi, corso Umberto I), al termine del discorso commemorativo tenuto nel centenario della morte da Michele Fimmanò, consigliere provinciale e mattatore incontrastato delle vicende politico-amministrative di Sant’Eufemia per circa sessant’anni. La lastra originale, distrutta dal terremoto del 1908, su impulso dello storico eufemiese Vittorio Visalli, che ne aveva curato il testo, fu riprodotta nel 1927 e collocata nel nuovo palazzo municipale, da poco edificato nell’attuale sede. Tuttavia, quel palazzo fu demolito nella metà degli anni Ottanta del secolo scorso e, con esso, andò persa anche la targa marmorea dedicata a Muscari. Su Carlo Muscari, giustiziato in piazza Mercato a Napoli il 6 marzo 1800, nella sua Sant’Eufemia calò così l’oblio, nonostante la sua presenza in fondamentali libri di storia: su tutti, Vittorio Visalli (“I Calabresi nel Risorgimento italiano”) e Gaetano Cingari (“Giacobini e sanfedisti in Calabria nel 1799”). Con due pubblicazioni ravvicinate, Caterina Iero (“Sancta Euphemia”, 1997) e l’Associazione Sant’Ambrogio, che nel 1999 ristampò un libro introvabile di Vincenzo Tripodi (“Breve monografia su Sant’Eufemia d’Aspromonte”, 1945), hanno però avuto il merito di conservare la memoria dell’iscrizione sulla lapide. Subito dopo la pubblicazione de “Il cavallo di Chiuminatto” (2014), nel quale, scrivendo sulla toponomastica del paese, affrontai anche la ricostruzione della biografia di Muscari (approfondita nel 2021 in “Sant’Eufemia d’Aspromonte nell’età contemporanea”) avevo lanciato su questo blog la proposta di riprodurre e ricollocare all’interno del municipio la lapide, insieme ad un’altra contenente l’epigrafe scritta da Visalli in occasione della posa della prima pietra del nuovo palazzo municipale (5 luglio 1914). Proposta rilanciata nel 2019, quando l’attuale aula consiliare fu restaurata da Nicola Dardano grazie alla generosità dell’ingegnere Antonino Crea, che ne finanziò i lavori. Nel 2023, per iniziativa dell’Associazione culturale “Aspromonte” c’è stata infine la collocazione lungo le strade del paese di nove pannelli storici, uno dei quali posizionato sulla via Muscari. Per tutti questi motivi, ho accolto con gioia l’invito dell’Associazione “Tommaso Campanella”, che con la donazione di una riproduzione della targa marmorea dedicata a Muscari compie un gesto concreto di impegno per la conservazione della memoria storica della nostra comunità. La cerimonia si terrà nel palazzo municipale, alle ore 17 di sabato 23 maggio: per Sant’Eufemia sarà un momento di elevato valore storico e culturale.
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