
Il centosettantesimo anniversario della divisone della parrocchia di Sant’Eufemia offre lo spunto per ritornare su una vicenda che, allora, diede vita a non poche polemiche all’interno della comunità eufemiese. Come è noto, fino al 1856 era esistita una sola parrocchia, inizialmente con sede nella chiesa “Matrice”, la quale – dopo “u fracellu” del 1783 – era stata trasferita in quella di Santa Maria delle Grazie. Il terremoto aveva però determinato anche l’edificazione del paese nell’area denominata “Petto del Principe”, con il conseguente spostamento di circa metà della popolazione. Nell’istanza inoltrata il 12 giugno 1855 al sovrano Ferdinando II, il sindaco Michele Fimmanò aveva motivato la richiesta proprio con l’incremento demografico del quartiere “Petto”. Il vescovo di Mileto, Filippo Mincione, aveva fatto proprie le osservazioni di Fimmanò e il 19 agosto 1856 aveva emanato il decreto che erigeva la parrocchia di Sant’Eufemia Vergine e Martire.
La decisione non era stata da tutti accolta con favore. Lo scontro dovette raggiungere livelli altissimi se il parroco Antonino Messina, sul numero di dicembre 1955 del Bollettino della parrocchia di Sant’Eufemia, sentiva ancora il bisogno di tornare sulla vicenda con toni durissimi. Anche se, nel suo caso, contava pure il bisogno di legare il passato al presente, di brandire le ragioni di un secolo prima per mettere i puntini sulle “i” di una polemica più recente.
Commentando i fatti del 1856, Messina osservava che il decreto del vescovo Mincione appagava la richiesta degli abitanti del rione Petto e risolveva inoltre il problema della difficoltosa percorrenza, a piedi, della strada che collegava i due rioni (via Roma, comunemente denominata il “calvario”): «Un solo Rettore e Curato – si legge nel decreto – è insufficiente a reggere la cura di detto Comune; […] il rione Petto, dove hanno fissa dimora circa 3.000 mila abitanti, dista notevolmente dall’altro rione denominato “La Piazza”, dove in atto è sita la Chiesa Curata Arcipretale, cui gli abitanti dell’anzidetto rione, sia per le difficoltà della stagione invernale che di quella estiva, a motivo della via lunga, ardua e scoscesa non possono accedere senza grave incomodo per l’esercizio dei doveri religiosi, delle pie pratiche e dell’assistenza alle Sacre Funzioni; e […] neppure, per le stesse difficoltà, l’Arciprete può comodamente accedere al rione Petto per esercitarvi la cura delle anime».
Il decreto, che indicava con precisione la delimitazione territoriale delle due parrocchie, affidava la cura della nuova al sacerdote Rocco Cutrì, restando quella di Santa Maria delle Grazie in capo all’arciprete Giovanni Zagarella. Tra le altre cose, stabiliva che l’arciprete usasse il timbro con l’immagine di Santa Maria delle Grazie e il parroco quello con l’effigie di Sant’Eufemia; che “ciascun curato, sia l’Arciprete che il Parroco, con la propria croce ed il clero, possono accompagnare al Camposanto o alla chiesa funerante i cadaveri dei propri filiali, nonostante si debba passare attraverso l’ambito dell’altrui giurisdizione”; che “il parroco di Sant’Eufemia nel giorno del Corpus Domini e in ogni altra processione prescritta da questa Rev.ma Curia Episcopale pro causa universali, con la propria Croce e col Clero, nell’ora stabilita si rechi nella Chiesa Arcipretale e si associ al clero della stessa processionalmente: parimenti anche l’Arciprete nella festa precipua e principale della Patrona Sant’Eufemia, con la propria croce e col clero sia presente nella chiesa Parrocchiale e si associ processionalmente a quel Clero”; che, “sia dentro che fuori della Chiesa, in tutte le Sacre Funzioni la precedenza è dovuta all’Arciprete e al suo Clero”; che “nel giorno di Sabato Santo le campane della Chiesa Parrocchiale debbono essere suonate subito che si ode il suono delle campane della Chiesa Arcipretale, non prima né dopo”.
Nel suo articolo, il parroco esaltava il ruolo di Michele Fimmanò e, sgombrando il campo da ogni maldicenza del passato, sferrava una stoccata a quelle del presente: «Altri razzolando tra le cianfrusaglie dei luoghi comuni, dirà che l’erezione della nuova Parrocchia fu la conseguenza delle fazioni locali, chiesastiche e politiche; a costoro potremmo dire che mancano di serenità, quando, per giudicare i fatti del passato e purtroppo anche del presente, hanno bisogno di inforcare con sussiego le lenti della faziosità, la quale del resto non spiega un bel niente».
I fatti del presente ai quali alludeva il sacerdote si riferivano al trasferimento (avvenuto il 24 ottobre 1955) dell’asilo infantile parrocchiale “San Diego” nei locali del vecchio Palazzo Fimmanò, che egli aveva acquistato e ristrutturato. La “maligna interpretazione”, messa in circolo dai detrattori del parroco, consisteva nell’accusa a Messina di essersi sostanzialmente impossessato del rudere “donato” alla chiesa dal vecchio proprietario: «È notorio – si legge invece nell’articolo “Smentite” – che il Parroco comprò il vecchio rudere con il suo denaro per fare quello che sarebbe parso più opportuno per lo svolgimento delle sue attività pastorali».
Gli avversari del parroco si erano addirittura recati a Messina da Michele Fimmanò, omonimo nipote del sindaco che un secolo prima aveva avanzato la richiesta di divisione della parrocchia, “per tentare, con malevoli insinuazioni, di indurlo alla revoca del contratto notarile”. Ma era stato proprio Fimmanò a chiarire definitivamente la questione, indirizzando al parroco una lettera (riportata per intero sul giornale) nella quale precisava: «A proposito di tale vendita, a stroncare definitivamente ogni interessata e malevola interpretazione, debbo precisarvi che il motivo che mi ha indotto a tale alienazione fu determinato dalla necessità, per me, di porre fine alle continue ordinanze municipali per la recinzione del casalino, recinzione che io avevo fatto con esito negativo già in precedenza, e che non intendevo più fare, dato anche la forte spesa, cui sarei andato inutilmente incontro». Per tale motivo, proseguiva, aveva interessato parenti ed amici affinché trovassero un compratore disposto ad acquistare per sessanta-settantamila lire, smentendo quindi ogni ipotesi di beneficenza e concludendo con parole definitive: «Quando il mio fattore Luigi Fedele trattò la vendita con voi, io intesi vendere, ed infatti vendetti, come d’altra parte risulta dagli atti relativi, tale cespite a Voi come persona privata e non come Parroco ed in rappresentanza della Chiesa, come lo avrei venduto a qualsiasi altra persona si fosse presentata prima di Voi».
A distanza di settant’anni, l’interesse del Bollettino del centenario non si esaurisce nella ricostruzione degli avvenimenti che avevano portato all’istituzione della seconda parrocchia. In sei pagine fitte di articoli è possibile ricostruire un’epoca e cogliere alcuni aspetti della società del tempo.
La “Cronaca della Parrocchia” fa il resoconto dei 25 giorni di “ricreatorio pomeridiano” dedicato nel mese di settembre ai ragazzi, impegnati “all’ombra del campanile” con il catechismo ma anche con gare e giochi: prima del rientro a casa, avveniva inoltre la distribuzione di “una merenda di biscottini, formaggini, gianduiotti, mortadella”.
“La festa di Sant’Eufemia” racconta di un’edizione “degna delle sue tradizioni”, grazie all’illuminazione curata dalla ditta Mercuri, ai fuochi d’artificio della ditta Foti, ai concerti del corpo musicale “Citta di Roccella”, alla generosità della comunità locale e degli eufemiesi che vivevano fuori, come è possibile constatare scorrendo l’elenco delle offerte ricevute dall’Italia, dalle Americhe e dall’Australia, che si aggiungevano al contributo dei componenti del Comitato e alla raccolta delle cassettine ritirate presso venti esercizi commerciali del paese.
Altrove si annunciava la visita pastorale del vescovo De Chiara, con le relative istruzioni sulle modalità di accoglienza. Ma venivano anche pubblicati l’elenco delle offerte per lo stipo in noce di Sant’Eufemia (realizzato dall’intagliatore Fortunato Messina), l’aggiornamento trimestrale sui battesimi, matrimoni e funerali celebrati nella parrocchia e l’albo d’oro della Conferenza di San Vincenzo, con l’elenco degli 85 soci che mensilmente inviavano un’offerta per i poveri della parrocchia: nei mesi di agosto e settembre 1955 – veniva specificato – la Conferenza aveva erogato 2.900 lire per l’acquisto di medicinali e 2.110 per quello di generi alimentari.
Infine, il “Notiziario sociale” informava sulle prestazioni sanitarie concesse a 312 titolari di pensioni di invalidità e di vecchiaia, mentre il “Notiziario dell’emigrante” dava delucidazioni sulla procedura burocratica necessaria per usufruire dei piani di assistenza governativa finalizzati al ricongiungimento dei familiari degli emigrati, per i quali era prevista anche l’erogazione di un prestito statale.
















