
Te ne sei andato nel giorno del tuo compleanno, settantasette anni dopo l’arrivo dentro il cestino che aveva viaggiato sulla littorina da Palmi, dove zia Carlotta aveva partorito, e che fu appoggiato sulla finestra della baracca di nonna Sarina. Nei ricordi di mio padre, allora piccolissimo, entrasti a casa dalla finestra. Carlotta era magliaia e Sarina ricamatrice, ma per le sarte gli anni 50 sono stati tempi duri. Qualche uovo come metodo di pagamento non poteva bastare per sfamare cinque figli. Sì, perché tu sei stato il quinto fratello, il bambino di due famiglie che sono state una nella condivisione di una ristrettezza che non fu solo spazio fisico. Così è sempre stato nel cuore di mio padre e dei miei zii. Così è stato anche nel mio, che ha accolto con ammirazione storie di povertà e dignità snocciolate come un rosario.
A guardarle da qua, dal privilegio di esistenze senza grandi privazioni, sorridevamo. Lo abbiamo fatto anche mentre la tua vita scivolava via dal letto dell’ospedale, con in mano il caffè di un rito ormai lontano da quello ripetuto nella nostra quotidianità: tu che arrivavi con la Yaris davanti al mio ufficio e, dal finestrino, mi invitavi a salire. Nonostante la sofferenza, sorridevi ancora nel rivederti imbianchino: come mio padre, come zio Stefano. In equilibrio precario sulla ruota di scorta della Vespa di Luigi Borzumato, fino a Cosoleto insieme ad altri due garzoni: quattro passeggeri, più la scala, i secchi e tutto il resto.
Gli ultimi, sono stati due mesi infiniti. Un tempo sospeso, che non sembrava passare mai e che, invece, ora avvertiamo essere volato. Un battito di ciglia, come il tuo il giorno prima di lasciarci. L’ultimo saluto a Rosina, di qua del vetro del reparto della terapia intensiva, per suggellare in una frazione di secondo oltre sessant’anni di amore. “Salvatore di Rosina” e “Rosina di Salvatore”: non soltanto formule di riconoscimento, bensì sublimazione di un rapporto che è stato simbiotico. Il vostro tutto.
È stato un calvario, un intreccio di dolore e di amore. Perché sei stata una brava persona, che sapeva farsi volere bene. Un uomo buono: questo l’aggettivo più utilizzato da chi ha espresso un dispiacere sentito, non di circostanza.
Come in una celebre canzone, con un cacciavite in mano facevi miracoli. Ne abbiamo beneficiato in tanti. Ti rivedo aprire il cofano e tirare fuori due borse di arnesi vari, prima di eseguire un qualsiasi lavoretto. Rivedo la tua meticolosità nel riparare la corda di una tapparella, una sveglia, un asciugacapelli; la pulizia nell’attaccare una mensola o una presa elettrica. Soprattutto, la tua disponibilità quando qualcuno aveva bisogno del tuo intervento.
Mi mancherà la tua consulenza, se il motore della mia macchina farà rumori strani, che certamente io non saprò decifrare. Mi mancherà commentare con te le gare di Formula Uno, la tua grande passione insieme a quella per gli aerei. Mi mancherà la delicatezza delle tue attenzioni: «Ho comprato due ricotte, prendine una e portala a tuo padre». E mi mancherà la tua risata contagiosa, fragorosa, irrefrenabile quando esplodeva.
Mentre scrivo, sei ancora insieme a Rosina sul divano di casa mia, con le lacrime agli occhi per il mio ritorno dopo sette mesi di ingiustizia.
Nessuno ti ha abbandonato. Parenti, amici che sono venuti a trovarti, che hanno chiesto di te, che sono passati dal mio ufficio per ricevere notizie. Tutto questo affetto l’hai meritato e ti ringrazio, perché un po’ di calore è arrivato anche a me. Ti ho voluto bene. Ti voglio bene.













