Antiche polemiche sul Bollettino parrocchiale del 1955

Il centosettantesimo anniversario della divisone della parrocchia di Sant’Eufemia offre lo spunto per ritornare su una vicenda che, allora, diede vita a non poche polemiche all’interno della comunità eufemiese. Come è noto, fino al 1856 era esistita una sola parrocchia, inizialmente con sede nella chiesa “Matrice”, la quale – dopo “u fracellu” del 1783 – era stata trasferita in quella di Santa Maria delle Grazie. Il terremoto aveva però determinato anche l’edificazione del paese nell’area denominata “Petto del Principe”, con il conseguente spostamento di circa metà della popolazione. Nell’istanza inoltrata il 12 giugno 1855 al sovrano Ferdinando II, il sindaco Michele Fimmanò aveva motivato la richiesta proprio con l’incremento demografico del quartiere “Petto”. Il vescovo di Mileto, Filippo Mincione, aveva fatto proprie le osservazioni di Fimmanò e il 19 agosto 1856 aveva emanato il decreto che erigeva la parrocchia di Sant’Eufemia Vergine e Martire.
La decisione non era stata da tutti accolta con favore. Lo scontro dovette raggiungere livelli altissimi se il parroco Antonino Messina, sul numero di dicembre 1955 del Bollettino della parrocchia di Sant’Eufemia, sentiva ancora il bisogno di tornare sulla vicenda con toni durissimi. Anche se, nel suo caso, contava pure il bisogno di legare il passato al presente, di brandire le ragioni di un secolo prima per mettere i puntini sulle “i” di una polemica più recente.
Commentando i fatti del 1856, Messina osservava che il decreto del vescovo Mincione appagava la richiesta degli abitanti del rione Petto e risolveva inoltre il problema della difficoltosa percorrenza, a piedi, della strada che collegava i due rioni (via Roma, comunemente denominata il “calvario”): «Un solo Rettore e Curato – si legge nel decreto – è insufficiente a reggere la cura di detto Comune; […] il rione Petto, dove hanno fissa dimora circa 3.000 mila abitanti, dista notevolmente dall’altro rione denominato “La Piazza”, dove in atto è sita la Chiesa Curata Arcipretale, cui gli abitanti dell’anzidetto rione, sia per le difficoltà della stagione invernale che di quella estiva, a motivo della via lunga, ardua e scoscesa non possono accedere senza grave incomodo per l’esercizio dei doveri religiosi, delle pie pratiche e dell’assistenza alle Sacre Funzioni; e […] neppure, per le stesse difficoltà, l’Arciprete può comodamente accedere al rione Petto per esercitarvi la cura delle anime».
Il decreto, che indicava con precisione la delimitazione territoriale delle due parrocchie, affidava la cura della nuova al sacerdote Rocco Cutrì, restando quella di Santa Maria delle Grazie in capo all’arciprete Giovanni Zagarella. Tra le altre cose, stabiliva che l’arciprete usasse il timbro con l’immagine di Santa Maria delle Grazie e il parroco quello con l’effigie di Sant’Eufemia; che “ciascun curato, sia l’Arciprete che il Parroco, con la propria croce ed il clero, possono accompagnare al Camposanto o alla chiesa funerante i cadaveri dei propri filiali, nonostante si debba passare attraverso l’ambito dell’altrui giurisdizione”; che “il parroco di Sant’Eufemia nel giorno del Corpus Domini e in ogni altra processione prescritta da questa Rev.ma Curia Episcopale pro causa universali, con la propria Croce e col Clero, nell’ora stabilita si rechi nella Chiesa Arcipretale e si associ al clero della stessa processionalmente: parimenti anche l’Arciprete nella festa precipua e principale della Patrona Sant’Eufemia, con la propria croce e col clero sia presente nella chiesa Parrocchiale e si associ processionalmente a quel Clero”; che, “sia dentro che fuori della Chiesa, in tutte le Sacre Funzioni la precedenza è dovuta all’Arciprete e al suo Clero”; che “nel giorno di Sabato Santo le campane della Chiesa Parrocchiale debbono essere suonate subito che si ode il suono delle campane della Chiesa Arcipretale, non prima né dopo”.
Nel suo articolo, il parroco esaltava il ruolo di Michele Fimmanò e, sgombrando il campo da ogni maldicenza del passato, sferrava una stoccata a quelle del presente: «Altri razzolando tra le cianfrusaglie dei luoghi comuni, dirà che l’erezione della nuova Parrocchia fu la conseguenza delle fazioni locali, chiesastiche e politiche; a costoro potremmo dire che mancano di serenità, quando, per giudicare i fatti del passato e purtroppo anche del presente, hanno bisogno di inforcare con sussiego le lenti della faziosità, la quale del resto non spiega un bel niente».
I fatti del presente ai quali alludeva il sacerdote si riferivano al trasferimento (avvenuto il 24 ottobre 1955) dell’asilo infantile parrocchiale “San Diego” nei locali del vecchio Palazzo Fimmanò, che egli aveva acquistato e ristrutturato. La “maligna interpretazione”, messa in circolo dai detrattori del parroco, consisteva nell’accusa a Messina di essersi sostanzialmente impossessato del rudere “donato” alla chiesa dal vecchio proprietario: «È notorio – si legge invece nell’articolo “Smentite” – che il Parroco comprò il vecchio rudere con il suo denaro per fare quello che sarebbe parso più opportuno per lo svolgimento delle sue attività pastorali».
Gli avversari del parroco si erano addirittura recati a Messina da Michele Fimmanò, omonimo nipote del sindaco che un secolo prima aveva avanzato la richiesta di divisione della parrocchia, “per tentare, con malevoli insinuazioni, di indurlo alla revoca del contratto notarile”. Ma era stato proprio Fimmanò a chiarire definitivamente la questione, indirizzando al parroco una lettera (riportata per intero sul giornale) nella quale precisava: «A proposito di tale vendita, a stroncare definitivamente ogni interessata e malevola interpretazione, debbo precisarvi che il motivo che mi ha indotto a tale alienazione fu determinato dalla necessità, per me, di porre fine alle continue ordinanze municipali per la recinzione del casalino, recinzione che io avevo fatto con esito negativo già in precedenza, e che non intendevo più fare, dato anche la forte spesa, cui sarei andato inutilmente incontro». Per tale motivo, proseguiva, aveva interessato parenti ed amici affinché trovassero un compratore disposto ad acquistare per sessanta-settantamila lire, smentendo quindi ogni ipotesi di beneficenza e concludendo con parole definitive: «Quando il mio fattore Luigi Fedele trattò la vendita con voi, io intesi vendere, ed infatti vendetti, come d’altra parte risulta dagli atti relativi, tale cespite a Voi come persona privata e non come Parroco ed in rappresentanza della Chiesa, come lo avrei venduto a qualsiasi altra persona si fosse presentata prima di Voi».
A distanza di settant’anni, l’interesse del Bollettino del centenario non si esaurisce nella ricostruzione degli avvenimenti che avevano portato all’istituzione della seconda parrocchia. In sei pagine fitte di articoli è possibile ricostruire un’epoca e cogliere alcuni aspetti della società del tempo.
La “Cronaca della Parrocchia” fa il resoconto dei 25 giorni di “ricreatorio pomeridiano” dedicato nel mese di settembre ai ragazzi, impegnati “all’ombra del campanile” con il catechismo ma anche con gare e giochi: prima del rientro a casa, avveniva inoltre la distribuzione di “una merenda di biscottini, formaggini, gianduiotti, mortadella”.
“La festa di Sant’Eufemia” racconta di un’edizione “degna delle sue tradizioni”, grazie all’illuminazione curata dalla ditta Mercuri, ai fuochi d’artificio della ditta Foti, ai concerti del corpo musicale “Citta di Roccella”, alla generosità della comunità locale e degli eufemiesi che vivevano fuori, come è possibile constatare scorrendo l’elenco delle offerte ricevute dall’Italia, dalle Americhe e dall’Australia, che si aggiungevano al contributo dei componenti del Comitato e alla raccolta delle cassettine ritirate presso venti esercizi commerciali del paese.
Altrove si annunciava la visita pastorale del vescovo De Chiara, con le relative istruzioni sulle modalità di accoglienza. Ma venivano anche pubblicati l’elenco delle offerte per lo stipo in noce di Sant’Eufemia (realizzato dall’intagliatore Fortunato Messina), l’aggiornamento trimestrale sui battesimi, matrimoni e funerali celebrati nella parrocchia e l’albo d’oro della Conferenza di San Vincenzo, con l’elenco degli 85 soci che mensilmente inviavano un’offerta per i poveri della parrocchia: nei mesi di agosto e settembre 1955 – veniva specificato – la Conferenza aveva erogato 2.900 lire per l’acquisto di medicinali e 2.110 per quello di generi alimentari.
Infine, il “Notiziario sociale” informava sulle prestazioni sanitarie concesse a 312 titolari di pensioni di invalidità e di vecchiaia, mentre il “Notiziario dell’emigrante” dava delucidazioni sulla procedura burocratica necessaria per usufruire dei piani di assistenza governativa finalizzati al ricongiungimento dei familiari degli emigrati, per i quali era prevista anche l’erogazione di un prestito statale.

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Diciannove anni senza Adelina, e sembra ieri

Con gli amici dell’Agape oggi abbiamo onorato il ricordo della cara Adelina. È incredibile come a distanza di diciannove anni la sua voce continui a parlarci, il suo sorriso a regalarci serenità. Un anno dopo la sua scomparsa scrissi alla sorella Antonietta e quella lettera poi è finita tra le pagine del suo libro “Una scia di luce. Nessuna vita è breve” (Laruffa Editore, 2010), che raccoglie gli scritti di Adelina e le testimonianze dei suoi amici. La ripropongo oggi, ed è un modo per ringraziare ancora.

Cara Antonietta,
sin dai giorni immediatamente successivi alla morte di Adelina ho avvertito l’esigenza di comunicarti ciò che per me ha significato questo evento tanto luttuoso quanto sconvolgente.
Si è trattato probabilmente dell’avvenimento che più mi ha cambiato, dopo il quale non sono più stato lo stesso.
Già allora volevo parlartene perché, pur conoscendoti pochissimo, ho avuto la sensazione, maturata attraverso qualche sorriso o abbraccio (uno sguardo vale davvero più di mille parole), che tu mi leggessi nel pensiero, che la tempesta emotiva che si era scatenata dentro di me fosse a te visibile.
In quei giorni però non riuscì a parlarti, né a scriverti. Probabilmente, non era ancora giunto il momento.
E’ quasi trascorso un anno e tutto ora mi sembra più comprensibile.
Non ho mai frequentato la Chiesa, né l’Azione cattolica. Mi sono avvicinato all’Agape quando ormai Adelina si era trasferita in pianta stabile a Fiuggi: insomma, non posso dire di essere stato tra i suoi amici più intimi, anche se spesso abbiamo trascorso momenti belli insieme.
Poco prima della sua malattia abbiamo avuto modo di scambiarci qualche email e così, forse, ci siamo conosciuti meglio.
Poi è subentrata la malattia e l’inizio del suo Calvario. E’ stato quello il momento decisivo.
Io, che avevo cercato ovunque la presenza di un Dio a me sfuggente, che non riuscivo a spiegarmi il perché del dolore nella vita degli uomini, che avevo sempre faticato ad accettare persino l’idea che altri riuscissero a darsi una spiegazione, ebbene, in quel momento vidi tutto, trovai Dio laddove mai avevo pensato potesse esserci.
Dio era con Adelina, era la sua stessa sofferenza, era la sua lotta senza speranza sì, ma pregna di un significato universale.
Ogni volta che venivo a trovarla mi ripetevo che dovevo dirglielo, che dovevo ringraziarla per tutto ciò che la dignità con la quale ha affrontato la malattia mi aveva insegnato. Soprattutto, sentivo il bisogno di ringraziarla per avermi fatto conoscere Dio senza invitarmi a leggere questo o quel libro, senza impartirmi alcuna lezione teologica, come in passato avevano fatto (in buona fede, certo) tanti altri.
La sua testimonianza è stata per me la lezione più proficua.
Per tanti motivi, tutti questi pensieri rimasero dentro la mia testa. Li ho messi per iscritto, in seguito, su un foglio che è conservato nella cappella dove mi reco spesso per pregare e dove, finalmente, riesco ad avvertire la presenza di Dio.
Un caro abbraccio,
Domenic

Questo, invece, il testo del biglietto citato nella lettera:
L’amore è la chiave di tutto. Essere in grado di avvertire il calore. Potrebbe essere questo il segreto. Allora ti rendi conto di quanto ce ne sia, a portata di mano, e non te ne eri mai accorto. Studi, leggi un sacco di libri e la risposta era là, proprio davanti a te, da sempre. Aspettava solo di essere decifrata.
Capisci che pure l’assenza gioca un suo ruolo anch’esso importante. Potrebbe apparire una contraddizione: l’amore ha bisogno di vivere, di farsi vedere, di coinvolgere. L’amore ha bisogno di farsi amare. Invece non sempre è così. In un preciso momento, si manifesta proprio perché assente.
C’è sempre stato, ma non l’avevi percepito. Per abbagliare ha dovuto spegnersi, annullarsi, scomparire, almeno apparentemente. Perché, in realtà, vive con maggiore forza di prima.
È questo il senso della Via Crucis, di tutte le vie crucis.

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Capudannuzzu

Tra le opere e gli oggetti conservati all’interno del “Piccolo Museo della Civiltà Contadina” di Sant’Eufemia, gestito con passione e competenza da Caterina Iero, attira l’attenzione del visitatore il “Bambino Gesù di Capodanno”, noto nella tradizione popolare con il nome di “Capudannuzzu”. La piccola statua rimanda ai tre tradizionali cortei del primo gennaio che si tenevano nei rioni del paese, ma non solo: il “Capudannuzzu” in questione, infatti, risalente alla seconda metà dell’Ottocento e di proprietà del sacerdote Francesco Fedele, nel secondo dopoguerra assolveva la sua funzione benaugurante entro le mura domestiche degli eredi Fedele, dove veniva portato in processione da una stanza all’altra, per la gioia dei più piccoli. A differenza dei “Capudannuzzi” custoditi nelle chiese di Santa Maria delle Grazie (Paese Vecchio), Sant’Eufemia (Petto) e Sant’Ambrogio (Pezza Grande), il vestito in seta di bozzolo del “Bambino Gesù” di don Fedele era di colore tortora, mentre i capelli erano di seta e le decorazioni in cartone, sul quale venivano incollate delle bacchettine dorate.
Ottocentesco era anche il “Capudannuzzu” della chiesa di Santa Maria delle Grazie. Come quello della chiesa di Sant’Ambrogio, indossava una tunica di velluto bordeaux con bordini di merletto in oro e i suoi riccioli biondi erano veri, tagliati ai bambini e alle bambine del rione. Il vestito era carico di ex voto in oro, di antica e pregiata fattura: spille, anelli, collanine, orologi, orecchini. La processione iniziava al termine della messa delle 10.30 e si svolgeva sul corso Umberto I, dalla fine del paese fino all’abitazione del sacerdote don Luigi Occhiuto. Lungo il tragitto venivano eseguiti i canti della tradizione natalizia, mentre i bambini sventolavano bandierine bianche e gialle o di varie nazioni.
Comune a gran parte dei bambini e dei ragazzi del paese era, invece, l’usanza di riunirsi in gruppi che si presentavano davanti alle abitazioni per recitare una filastrocca di richiesta: «Bondì, bondì, bondannu, boni festi i Capudannu/ se m’ati e se non m’ati, cent’anni mi campati/ ma se non m’ati nenti, mi vi cadinu moli e denti!». Subito dopo veniva fatta esplodere una mistura di zolfo e polvere pirica dentro una vecchia chiave, alla cui bocca veniva legato un chiodo che fungeva da percussore e che veniva azionato con un colpo contro il muro. Allo scoppio, qualcuno si affacciava sull’uscio e offriva il poco che aveva: noci, castagne, fichi secchi, pittapie, susumelle, torrone.
L’origine della ricorrenza religiosa affonda le radici nei riti propiziatori celebrati nell’antica Roma in onore del dio bifronte Giano nelle calende di gennaio, che dopo l’introduzione del calendario giuliano segnavano l’inizio del nuovo anno, fino ad allora coinciso con le calende di marzo dedicate a Giunone e all’arrivo della primavera.
Tratto comune tra le due tradizioni è l’auspicio di un “buon inizio”, affidato dalla Chiesa alla benedizione del Bambino Gesù che invoca per la comunità un anno di prosperità, gioia e pace.

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Il Natale di solidarietà dell’Agape

Si è concluso con la tombolata di ieri sera il Natale di solidarietà dell’Agape, ultima di tre distinte iniziative che hanno impegnato i volontari dell’Associazione nel mese di dicembre. Nei giorni precedenti c’era stata infatti la consegna di un dono agli ospiti della RSA “Antonino Messina”, a conclusione di una visita impreziosita dall’esecuzione di diversi canti della tradizione natalizia a cura di Noemi Flores e del maestro Angela Luppino, del coro parrocchiale “Cosma Passalacqua”. A seguire, la serata trascorsa in allegria con i ragazzi che in estate partecipano alla colonia estiva, presso il teatro della scuola paritaria “Padre Annibale Maria di Francia”. Un’occasione per scambiarsi gli auguri, improvvisare balli e canti e fare consegnare da Babbo Natale i regali dell’Associazione.
Per l’Agape costituisce un punto d’orgoglio vedere confermato, anno dopo anno, l’affetto di un’intera comunità che partecipa numerosa alla propria tombolata. Da diciannove anni, la scelta di giorno 29 non è casuale, bensì dettata dalla volontà di continuare a ricordare l’esempio di fede, solidarietà e carità della compianta Adelina Luppino nel giorno del suo compleanno.
Nel corso della serata è stato proiettato un video riassuntivo delle attività svolte nel corso del 2025 dall’Associazione presieduta da Iole Luppino: almeno una volta al mese la recita del Rosario insieme agli anziani della RSA “Antonino Messina”, la Giornata del Malato, le raccolte fondi per l’AIRC, la colonia estiva e le diverse iniziative di convivialità con i suoi partecipanti. In particolare, il 2025 dell’Agape ha vissuto un momento di grande emozione con il pellegrinaggio alla Porta Santa di San Pietro in occasione del Giubileo del Volontariato.
“Ogni contributo conta”: il tema della Giornata mondiale del Volontariato 2025 sintetizza alla perfezione la filosofia di vita dell’Agape, che si regge sul contributo delle tante persone che le vogliono bene. Grazie a loro è possibile organizzare la colonia estiva, grazie a loro si riescono a realizzare iniziative di solidarietà in favore di soggetti svantaggiati socialmente ed economicamente, o anche soltanto a garantire il viaggio a Roma (come accaduto per il Giubileo) o qualche gita fuoriporta.
Tutte le attività sono realizzate in virtù della generosità di chi partecipa ogni anno alla tombolata o ne consente la realizzazione offrendo premi e dolci da consumare nel corso della serata, degli esercenti commerciali, di chi sceglie di destinare all’Agape il 5 per mille, di chi decide di trasformare il dolore per la perdita di un familiare in amore verso gli altri mediante una donazione, di chi nel silenzio fa pervenire all’Associazione un contributo economico.
A tutti loro è andato il ringraziamento dell’Agape, a conclusione della tombolata dedicata alla cara Nina Luppino, di recente scomparsa.

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Caro Gesù Bambino

Caro Gesù Bambino, sei proprio testardo. Però ti ammiro, davvero. Ammiro la tenacia con cui, ogni anno, puntualmente, (ri)nasci. Non deve essere facile respingere i così tanti “chi te lo fa fare?”, scritti ovunque a caratteri cubitali. Eppure lo fai, senza neanche pensarci più di tanto. Nessun dubbio, nessuna esitazione. Arrivi sempre. E non perché non sai leggere. Forse sai leggere troppo bene, leggi anche dietro le parole, tra le righe; leggi persino le parole mancate, quelle non dette o nascoste dentro gli occhi.
In realtà siamo noi a non sapere più aspettare, e un anno è un’attesa troppo lunga. Consumiamo tutto e subito, funziona così adesso. Ogni cosa invecchia velocemente e diventa presto uno scarto da smaltire. Nessuno sa riparare ciò che è difettoso, che necessiterebbe soltanto di un colpo d’ago. No.
Abbiamo imparato a differenziare, sappiamo qual è il bidone della spazzatura giusto. Così ci liberiamo di ciò che non è più utile senza alcun rimpianto, pronti a rimpiazzare ciò che è guasto con qualcosa nuova di zecca… fino a domani, quando anche lei sarà vecchia. Oppure ne facciamo a meno.
Sembra che niente sia così importante da dovere essere tutelato, difeso. Neanche la vita: pensa un po’, proprio tu che ogni 25 dicembre ce ne ricordi il mistero. Hai presente un vaso rotto? Pensa alla fatica che servirebbe per rimetterne insieme i cocci. Alla pazienza, anche. Noi invece non vogliamo stancarci e, a dirla tutta, non abbiamo affatto pazienza. Per questo corriamo sempre in avanti, lasciando il disordine dentro e dietro di noi.
Per questo non abbiamo tempo per (ri)nascere. Non è che si può sempre ricominciare: non dico da zero, ma neanche da due o da tre. È più comodo passare sopra ogni cosa come una slavina che trascina a valle.
Tu invece non ti stanchi mai. Ogni anno torni per ricordarci quanto effimero sia questo nostro spasmodico affannarsi: «Tutto è vanità e un correre dietro al vento», qualcuno aveva detto prima di te. Eppure corriamo lo stesso.
Dalla tua mangiatoia non smetti mai di parlare, di dirci che bisogna sperare anche quando non c’è speranza. Continuerai a farlo fino a quando ci saranno orecchie capaci di ascoltare. Cuori in grado di palpitare per il desiderio di pace e di giustizia. Occhi allenati a vedere la sofferenza, che non si girano dall’altra parte ma si riempiono della bellezza del “mi importa”. Fino a quando l’umiltà ci farà stare con i piedi per terra, perché “una generazione se ne va e un’altra viene”.
Pensare che tutto ruoti attorno alle nostre misere vite è stupida vanagloria, che dura un attimo e che ci fa sprecare quel poco di tempo che ci è dato. Niente è per sempre e nessuno è sempre la stessa persona, perché l’immutabilità appartiene alle fotografie, non alla vita. Ciascuno di noi contiene in uguale misura altezze e abissi. E la vita è una gara di equilibrio per non cadere nello sballottamento del suo continuo dimenarsi tra la polvere e l’altare.
Allora sì che capiremo quanto luminoso sia il gesto di chi sconfigge l’indifferenza con la forza della pietà e della carità. Allora sì che potremo finalmente fare i conti con la solitudine vestita a festa.

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Il Giubileo dei detenuti

I numeri della vergogna dicono che, a 2025 non ancora concluso, nelle carceri italiane ci sono stati 76 suicidi e 150 morti per altre cause. Una strage silenziosa, culminata con i quattro decessi registrati il 12 dicembre, nel primo dei tre giorni del Giubileo dei detenuti. Dati drammatici, ai quali va aggiunta la cifra del sovraffollamento medio nazionale, giunto ormai al 138,4% (63.831 persone detenute a fronte di 46.124 posti disponibili), che delineano i contorni di un’emergenza avvertita soltanto dagli addetti ai lavori e da coloro che, “calamandreianamente”, hanno visto perché dentro ci sono stati.
Non a caso di “emergenza negata” scrivono Gianni Alemanno e Fabio Falbo, quando dall’interno del braccio G8 di Rebibbia denunciano il “collasso” delle carceri italiane. Del quale i morti rappresentano la punta dell’iceberg di una quotidianità che in molte realtà è dolorosa: malati che non riescono a ricevere cure adeguate, celle umide e gelide per la mancanza di riscaldamento, muffa ovunque, docce prive di acqua calda, personale educativo, sanitario e penitenziario sottodimensionato, difficoltà a garantire attività trattamentali e lavorative.
Sono voci nel deserto quelle delle più alte cariche istituzionali e religiose. Del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che denuncia l’inadeguatezza di molti penitenziari rispetto al dettato costituzionale, laddove sancisce che “le pene devono essere umane e tendere alla rieducazione del condannato”. Di Papa Leone XIV, il quale – nel solco tracciato da Papa Francesco nella Bolla di indizione del Giubileo – auspica la concessione di “forme di amnistia o condono della pena” e “a tutti opportunità di reinserimento”.
La politica non ascolta perché è incapace di affrontare organicamente la questione, da sempre. Ecco perché suonano irresponsabili le parole di chi ha ipotizzato provvedimenti deflattivi entro Natale. Ma quando mai? Il tempo sarebbe stato sufficiente se la politica avesse fatto proprio, un anno fa, l’appello di Papa Francesco: «Propongo ai Governi che nell’Anno del Giubileo si assumano iniziative che restituiscano speranza; forme di amnistia o di condono della pena volte ad aiutare le persone a recuperare fiducia in sé stesse e nella società; percorsi di reinserimento nella comunità a cui corrisponda un concreto impegno nell’osservanza delle leggi». Ora, le parole in libertà producono soltanto l’effetto di alimentare illusioni ancora più brucianti.
D’altronde, quando non si sa che dire o che fare, puntualmente guadagna campo la convinzione che la costruzione di nuove carceri potrebbe risolvere il problema. Ma se anche questa potesse essere la soluzione, quanti anni passerebbero prima della realizzazione di nuovi istituti penitenziari?
È proprio la visione carcerocentrica dell’esecuzione penale che andrebbe ribaltata, ma un cambiamento di tale rilievo non sembra alla portata di un Paese giustizialista come l’Italia. Nel frattempo, tra una sterile dichiarazione e l’altra, i detenuti vivono in condizioni disumane, si ammalano e muoiono, si tolgono la vita.

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Ogni contributo conta

Nei giorni scorsi è stata celebrata la Giornata mondiale del volontariato, istituita dalle Nazioni Unite nel 1985 e quest’anno coincisa con la cerimonia di chiusura di Palermo capitale italiana del volontariato 2025, alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Le parole pronunciate dalla più alta carica dello Stato, nel Teatro Massimo del capoluogo siciliano, hanno esaltato il valore dell’impegno di quasi 5 milioni di persone (oltre il 9% della popolazione), che annualmente dedicano 84 milioni di ore del proprio tempo agli altri.
Papa Francesco considerava il volontariato come l’insieme di tanti piccoli gesti di servizio gratuito, che fanno sbocciare nei deserti della povertà e della solitudine “germogli di umanità nuova”. L’umanità di coloro che servono il prossimo senza servirsi del prossimo. Ma chi è il nostro prossimo?
Il sostantivo deriva dal latino proximus, superlativo di prope (quindi: “il più vicino”), che è all’origine anche del concetto di “prossimità” richiamato da Mattarella nel suo intervento: «La prossimità – prima rete di solidarietà – rende migliori e gratificanti le nostre vite». Conferire al concetto di prossimità un significato esclusivamente spaziale sarebbe però riduttivo. Prossimo è ogni essere umano percepito vicino a noi, dentro di noi, perché guardato con gli occhi del cuore.
Ha ragione Mattarella quando – riferendosi al volontariato – parla di “leva possente”, capace di dare un senso alle vite di coloro che si dedicano agli altri e al miglioramento delle condizioni della società nella quale vivono. È l’esperienza di giovani e meno giovani, credenti e non credenti, i quali non fanno altro che osservare il precetto cristiano di amare il prossimo come se stessi.
Le associazioni di volontariato danno risposte che spesso lo Stato – per ragioni molteplici – non è in grado di garantire. Sollevano il tappeto sotto il quale vengono nascoste l’ingiustizia e la diseguaglianza che caratterizzano la vita di chi patisce una situazione di disagio socio-economico, degli invisibili, dei tanti “scarti” schiacciati ed espulsi dal corpo della società come brufoli fastidiosi. Comportarsi da buoni cittadini, rispettare la natura e la bellezza del mondo, non essere indifferenti, ascoltare e guardarsi attorno, dedicare del tempo (poco o molto non importa) agli altri.
“Ogni contributo conta”, recita il tema della Giornata di quest’anno che definisce con chiarezza il significato di un impegno. La consapevolezza, cioè, che nessuno da solo è in grado di fare miracoli; né – per un altro verso – che per fare del bene siano richieste facoltà particolari. Ecco perché risultano ancora attuali le parole di Teresa Sarti, cofondatrice di Emergency: «Se ciascuno di noi facesse il suo pezzettino, ci troveremmo in un mondo migliore senza neanche accorgercene».

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L’altalena

Le nuvole in alto si rincorrevano, sembrava che un Dio capriccioso soffiasse dietro. Quando erano nere, assumevano la forma delle mie paure: un mostro marino con le fauci spalancate, il volto feroce di un drago, un’esplosione terrificante. Altre volte un cuore, un pony o una pecorella rendevano invece il cielo allegro. Era la mia scenografia preferita. Scorrevano in fila, ora più vicino ora più lontano, ordinate una accanto all’altra come i tanti peluche che sul mio letto si tenevano per mano e mi chiedevano di abbracciarli. Mi divertiva assegnare ad ognuno un nome e addormentarli, a turno, tenendoli stretti tra collo e petto. Li scaldavo con il respiro affinché non soffrissero il freddo. In cambio, le loro carezze sulle guance mi davano la serenità necessaria per affrontare la notte senza paura. Le ombre stampate sul muro non mi spaventavano se stringevo forte il cagnolino, l’orsacchiotto o il pinguino. Abbracciato a loro, i rumori della notte non riuscivano a turbare il mio sonno.
Mi sarebbe piaciuto salire in groppa ai batuffoli di cotone che si allontanavano all’orizzonte. Quasi li toccavo quando la spinta all’altalena era più vigorosa: la “super-spinta”, la chiamavo; e solo due braccia possenti potevano lanciarmi così in alto da farmi accusare le vertigini. Non ero bravo a spingermi da solo, avevo bisogno di te. Con gli occhi chiusi interrompevo la mia risata urlando “basta, basta!”, e tu smettevi subito. L’altalena rallentava, ma quando stava per fermarsi ti ordinavo con tono perentorio: «Spingi!». Facevo anche la faccia cattiva, nel più bel gioco che avevamo inventato soltanto per noi. Tutto il resto, fuori, non esisteva.
Ero felice, le mani aggrappate alle catene che cigolavano mentre mi facevi volare avanti e indietro. I miei occhi andavano dalla punta degli scarponcini al tutt’attorno che scorreva a grande velocità. Guardavo il cielo da vicino e sfioravo nuvole, farfalle e rondini. Avrei voluto afferrare ogni cosa con le mie mani fredde, che poi tu riscaldavi tenendole tra le tue: «Come fai ad averle sempre calde?», ti chiedevo. Rispondevi che le tenevi a riposo dentro le tasche dei pantaloni quando non ti servivano, anche se non si dovrebbe fare perché le mani in tasca sono uno spreco, non servono a niente. Tranne che a tenerle tiepide.
Il vento in faccia scompigliava i miei capelli, fino a quando non cominciavo a frenare sfiorando la ghiaia con i piedi. Il volo stava per terminare e le tue braccia erano pronte a riportarmi a terra. Con la mano dentro la tua, tornavo a casa vestito d’aria e di cielo.

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La colletta alimentare a Sant’Eufemia

«Aiutare il povero è infatti questione di giustizia, prima che di carità»: questo un passaggio significativo del messaggio di Leone XIV, in occasione della IX Giornata Mondiale dei Poveri istituita da Papa Francesco nel 2017 e coincisa, quest’anno, con il Giubileo dei Poveri. Nella messa in San Pietro, il Papa ha invitato a sviluppare una “cultura dell’attenzione” per sconfiggere l’indifferenza e auspicato “lo sviluppo di politiche di contrasto alle antiche e nuove forme di povertà, oltre a nuove iniziative di sostegno e aiuto ai più poveri tra i poveri”: «Agli operatori della carità, ai tanti volontari, a quanti si occupano di alleviare le condizioni dei più poveri – ha concluso – esprimo la mia gratitudine, e nel contempo il mio incoraggiamento ad essere sempre più coscienza critica nella società».
Messaggio fatto proprio dalla Fondazione Banco Alimentare per promuovere la Giornata Nazionale della Colletta Alimentare (istituita nel 1989), che ieri ha coinvolto circa 11.600 supermercati in tutta Italia. Tra i 21 Banchi Regionali coordinati dalla Fondazione, quello della Calabria ha raccolto 178 tonnellate dei prodotti a lunga conservazione richiesti: olio, verdure e legumi in scatola, tonno e carne in scatola, conserve di pomodoro e sughi pronti, alimenti per l’infanzia, riso. Gli alimenti raccolti da 5.000 volontari riconoscibili dalla pettorina arancione, in oltre 500 punti vendita, saranno infine destinati a 627 organizzazioni convenzionate con il Banco Alimentare Calabria, le quali assistono oltre 130.000 persone in difficoltà.
Anche quest’anno Sant’Eufemia ha fornito un prezioso contributo, grazie all’impegno dell’Associazione “Padre Annibale Maria di Francia”, che dal 2016 gestisce in paese l’organizzazione della colletta alimentare. Per realizzare l’iniziativa, l’Associazione si avvale della collaborazione dei ragazzi del locale liceo scientifico, oltre che del contributo di privati cittadini che per l’intera giornata presenziano all’uscita dei diversi punti di raccolta.
Il risultato è stato più che soddisfacente: complessivamente sono stati infatti raccolti 529,3 kg di beni alimentari, a conferma della generosità di una comunità sensibile alle tematiche della solidarietà e della carità.

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In fondo al pozzo

“Cosa c’è di diverso nel vostro morire?”, chiede il chimico dell’omonima canzone di Fabrizio De André nella straordinaria trasposizione musicale del capolavoro di Edgar Lee Masters. Cosa c’è di diverso nelle morti che ci circondano, che interrogano soprattutto sul senso della vita.
La morte fisica, certo. Il sipario che cala lasciando al di qua della tela ricordi, sorrisi, rimpianti. Con la quale, chi resta, deve in qualche modo imparare a convivere. Elaborando il lutto, raccomandano gli psicologi. Superando vuoti e assenze che trafiggono l’anima con i loro tuttoèfinito. Il tempo, in questi casi, può diventare un prezioso alleato. Perché riesce a colorare il buio con i colori dell’allegria passata, della condivisione dei momenti di felicità, delle tante lezioni imparate. La medicina del cuore confina in un angolo la sofferenza, esalta la gratitudine per ciò che è stato e per ciò che è rimasto. Il tempo stempera, diluisce, accarezza. È mano di mamma. La morte fisica è un punto di non ritorno, se c’è un aspetto sopportabile è proprio la sua irrimediabilità. Bisogna farsene una ragione. Se non sarà subito, accadrà dopo.
Altro avviene con la morte sociale. Chi muore fisicamente, è altrove: niente sente e niente vede. Un lungo sonno. Chi vive la condizione dell’appestato, avverte invece sulla propria pelle la morte vera: l’abbandono, l’emarginazione, il pregiudizio. È un morire diverso. E a nulla vale la resurrezione di un momento. La condizione prevalente è quella dell’oblio. Non si è più ciò che si è stati. Lo stigma è coperchio di bara che tutto esclude. Non se ne parla e basta. Per non compromettersi, per evitare imbarazzi in chi chiede e in chi risponde. Succede quando c’è di mezzo una malattia irreversibile, quando non si è più in grado o liberi di uscire di casa, di parlare, di coltivare relazioni.
Poi c’è la verità. Che sta sempre in fondo al pozzo, ricorda Leonardo Sciascia. Chi osserva da sopra, sporgendosi appena sul baratro, ci vede il sole o la luna. Si sente confortato da una certezza che è soltanto un riflesso. Un inganno. Ma soltanto chi cade dentro al pozzo conosce la verità. Al prezzo di fratture e con il rischio concreto di non riuscire più a risalire dal fondo. Di restarci.
Nel confino scuro che la memoria dissolve, vita e morte si abbracciano senza più niente aspettarsi. Impastandosi con il sangue e con le lacrime di giornate sempre uguali. E non sai più se è un giorno di festa o un giorno di lutto.

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