L’altalena

Le nuvole in alto si rincorrevano, sembrava che un Dio capriccioso soffiasse dietro. Quando erano nere, assumevano la forma delle mie paure: un mostro marino con le fauci spalancate, il volto feroce di un drago, un’esplosione terrificante. Altre volte un cuore, un pony o una pecorella rendevano invece il cielo allegro. Era la mia scenografia preferita. Scorrevano in fila, ora più vicino ora più lontano, ordinate una accanto all’altra come i tanti peluche che sul mio letto si tenevano per mano e mi chiedevano di abbracciarli. Mi divertiva assegnare ad ognuno un nome e addormentarli, a turno, tenendoli stretti tra collo e petto. Li scaldavo con il respiro affinché non soffrissero il freddo. In cambio, le loro carezze sulle guance mi davano la serenità necessaria per affrontare la notte senza paura. Le ombre stampate sul muro non mi spaventavano se stringevo forte il cagnolino, l’orsacchiotto o il pinguino. Abbracciato a loro, i rumori della notte non riuscivano a turbare il mio sonno.
Mi sarebbe piaciuto salire in groppa ai batuffoli di cotone che si allontanavano all’orizzonte. Quasi li toccavo quando la spinta all’altalena era più vigorosa: la “super-spinta”, la chiamavo; e solo due braccia possenti potevano lanciarmi così in alto da farmi accusare le vertigini. Non ero bravo a spingermi da solo, avevo bisogno di te. Con gli occhi chiusi interrompevo la mia risata urlando “basta, basta!”, e tu smettevi subito. L’altalena rallentava, ma quando stava per fermarsi ti ordinavo con tono perentorio: «Spingi!». Facevo anche la faccia cattiva, nel più bel gioco che avevamo inventato soltanto per noi. Tutto il resto, fuori, non esisteva.
Ero felice, le mani aggrappate alle catene che cigolavano mentre mi facevi volare avanti e indietro. I miei occhi andavano dalla punta degli scarponcini al tutt’attorno che scorreva a grande velocità. Guardavo il cielo da vicino e sfioravo nuvole, farfalle e rondini. Avrei voluto afferrare ogni cosa con le mie mani fredde, che poi tu riscaldavi tenendole tra le tue: «Come fai ad averle sempre calde?», ti chiedevo. Rispondevi che le tenevi a riposo dentro le tasche dei pantaloni quando non ti servivano, anche se non si dovrebbe fare perché le mani in tasca sono uno spreco, non servono a niente. Tranne che a tenerle tiepide.
Il vento in faccia scompigliava i miei capelli, fino a quando non cominciavo a frenare sfiorando la ghiaia con i piedi. Il volo stava per terminare e le tue braccia erano pronte a riportarmi a terra. Con la mano dentro la tua, tornavo a casa vestito d’aria e di cielo.

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