Festa della mamma con l’azalea della ricerca

L’azalea della ricerca colorerà circa 4.000 piazze, domenica 10 maggio, in occasione della festa della mamma. Dal 1984 la storica campagna di raccolta fondi per la ricerca sui tumori che colpiscono le donne ha contribuito in maniera decisiva allo sviluppo della ricerca scientifica oncologica.
Per il rapporto “I numeri del cancro in Italia 2025”, ogni anno sono circa 175.000 le donne che si ammalano di cancro. E se quello alla mammella (30% delle diagnosi) resta il più frequente, un motivo di speranza lo fornisce il dato della sopravvivenza dopo cinque anni, che proprio grazie alla ricerca ha raggiunto l’88%.
A Sant’Eufemia d’Aspromonte saranno ancora una volta i volontari dell’Agape ad occuparsi della distribuzione della piantina simbolo della battaglia contro i tumori femminili. Insieme all’azalea verrà consegnata anche una pubblicazione sulle differenze di sesso e genere in oncologia, arricchita da consigli utili per ridurre i rischi mediante la prevenzione quotidiana.
Con una donazione di 18 euro, potremo festeggiare le nostre mamme e sostenere il lavoro di 5.000 ricercatori nella lotta contro il cancro.
Chi volesse aderire alla prevendita, può contattare i volontari dell’associazione.
Vi aspettiamo in piazza Matteotti, dalle ore 9.00 alle 13.00.

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Borghi in scena a Sant’Eufemia d’Aspromonte

Farà sosta a Sant’Eufemia d’Aspromonte, l’8 e il 9 maggio, la carovana teatrale di “Borghi in scena”, curata da Adexo arti creative, Officine jonike arti e Calabria dietro le quinte.
Nel primo appuntamento, venerdì 8 maggio alle ore 10:00 presso l’istituto comprensivo “Don Bosco”, saranno di scena la magia e l’ironia di Teatro dietro le quinte, con Nina Theatre. Compagnia di fama internazionale nota per la realizzazione di spettacoli unici e appassionanti, l’evento vedrà il coinvolgimento degli alunni della scuola media nella performance “Costruiamo un puppet con un calzino”.
Nel pomeriggio, alle ore 18:30 presso la sala consiliare del palazzo municipale, Adexo arti creative metterà in scena “Ecuba, il sogno”, rivisitazione in chiave moderna del mito greco con protagonista Daniela D’Agostino (regia di Basilio Musolino, musiche di Antonio Aprile, speaker Pasquale Zumbo). Ecuba è infatti una giovane profuga di guerra che per sopravvivere lavora come badante, stretta tra i fantasmi del passato e le difficoltà del presente. La drammaturgia è di Katia Colica, di recente insignita del “San Giorgio d’Oro”, la più alta onorificenza reggina, con la motivazione: «Autrice, performer e direttrice artistica, si distingue per la capacità di trasformare la scena in un luogo in cui parola e corpo diventano strumenti di resistenza. La sua ricerca teatrale coniuga rigore drammaturgico, tensione etica e impatto civile attraverso una pratica artistica intesa non come matrice narrativa da riprodurre, ma come dispositivo critico capace di indagare e interrogare il presente. Rappresentando la Calabria e l’Italia anche sulla scena internazionale, è diventata una delle voci più riconoscibili del teatro contemporaneo del Mezzogiorno».
Sabato 9 maggio, di nuovo presso la sala consiliare alle 18:30, Officine jonike arti presenterà infine “Alfa e Omega” di Domenico Loddo e Maria Milasi, con la regia di Americo Melchionda. Alfa e Omega, interpretate da Maria Milasi e Kristina Mracova, sono due “portatrici sane di disperazione” che tentano in qualche modo di salvarsi dai colpi del destino dando un senso allo smarrimento delle proprie esistenze.
Tre appuntamenti di grande rilievo culturale, che le tre associazioni hanno voluto presentare a Sant’Eufemia d’Aspromonte, in una delle nove date della loro tournée calabrese (le altre tappe: Aiello Calabro, Bova, Gallicianò, Gerace, Gioiosa Jonica, Pentedattilo, Portigliola, Stilo).

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Addio al Maestro Domenico Antonio Tripodi

«Che si fa a Sant’Eufemia?». Le conversazioni telefoniche con il maestro Domenico Antonio Tripodi iniziavano sempre con la domanda su ciò che accadeva in paese. Era il suo modo per continuare ad essere presente nella sua terra d’origine, che ha sempre portato nel cuore e in giro per il mondo con le mostre dei sui quadri a New York, Tokio, Istanbul, Parigi, Londra, Stoccolma, Mosca. Un eufemiese viscerale fino alla fine della sua lunga vita (il 9 giugno avrebbe compiuto 96 anni), che ogni estate amava fare ritorno nella casa dove era nato e che nel corso dell’anno non smetteva mai di tenere i contatti con gli amici di più o meno lunga data. Percorreva a piedi le vie del paese in compagnia della moglie Eufemia (“Fena”) con il passo lento e l’occhio attento di chi conosceva la storia di Sant’Eufemia e si soffermava per trovare conferme e registrare mutamenti, per incontrare gente, scambiare un saluto e intrecciare i ricordi. Dotato di una solida base culturale, amava la discussione alta e quella bassa, che affrontava con proverbiale pacatezza.
Ho avuto la fortuna di essergli amico e di godere della serenità che trasmetteva il suo eloquio. “L’Aspromontano” (come veniva soprannominato) ne aveva fatta di strada, partendo dalla bottega di pittura e di scultura che era stata anche lo studio fotografico del padre, Carmelo, nel piano rialzato dell’abitazione di via Nucarabella. Ancora bambino, con un pezzo di carbone del braciere disegnava sul pavimento in tavola e, quando la “tela” non bastava, per completare l’opera utilizzava anche i gradini della scala che portavano al piano terra.
Ci incontravamo e ci sentivamo con regolarità, anche se alla mia ultima telefonata non ha avuto la forza di rispondere. Ho potuto così salutarlo tramite la moglie, con la triste consapevolezza che anche una parentesi importante della mia vita si stava per chiudere.
Periodicamente, da Roma arrivava il pacco di Tripodi contenente monografie, ritagli di giornale, copie di lettere ricevute dai più grandi critici d’arte e riproduzioni delle sue opere. Fonti utilizzate per la stesura di Sant’Eufemia d’Aspromonte nell’età̀ contemporanea. Storia, società̀, biografie, che hanno anche consentito di sottrarre all’oblio l’opera del padre (premiato a Palermo e a Parigi all’inizio del Novecento e testimone della tragedia del terremoto del 1908, che fissò per sempre su fotografie preziosissime) e quella del fratello Graziadei, il “restauratore di Dio” (tra le opere restaurate, la Cappella degli Scrovegni a Padova). Legatissimo alla famiglia, ci teneva tantissimo a fare conoscere non solo le sue opere, ma anche quelle della “dinastia dei Tripodi”. Per questo non si fermava mai. Ha continuato a lavorare fino alla fine per donare bellezza e cultura, diventando un punto di riferimento per un’intera comunità, che ne seguiva con orgoglio i successi.
Il liceo scientifico di Sant’Eufemia gli aveva regalato l’ultimo tributo in occasione del “Dantedì” 2026, quando gli studenti avevano dato voce e vita ai versi della Divina Commedia attraverso le circa 150 opere (tra disegni e pitture) dedicate da Tripodi ai versi del Sommo Poeta. Un’opera monumentale, frutto di circa trent’anni di ricerche, studi e sperimentazioni, della quale andava fiero.
«Lo zio Antonio – mi ha scritto la nipote Carmelita – è andato a vedere se il Cielo che Lui ha dipinto in maniera mirabile sia così bello». Con la morte di Tripodi, la comunità eufemiese perde uno dei suoi figli migliori e alla sua grandezza, riverente, si inchina.

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Alex Zanardi, l’uomo che visse due volte

15 dicembre 2001, Motor Show di Bologna. Sono trascorsi tre mesi esatti dal terribile incidente che procura al pilota Alex Zanardi l’amputazione di entrambe le gambe. Tre mesi, sette infarti e sedici interventi chirurgici dopo. Sul palco, tra gli altri, un emozionato Michael Schumacher, che gli consegnerà il premio al termine di una standing ovation infinita. Quando Zanardi fa il suo ingresso sulla sedia a rotelle il pubblico scatta dalle poltroncine rosse della sala, applaude e piange, piange e applaude. Per Zanardi è la prima uscita pubblica: ha già le protesi, ma ancora non ha imparato a farle camminare. Viene aiutato ad alzarsi e, una volta avuto in mano il microfono, ringrazia tutti e conclude: «Sono talmente emozionato che mi tremano le gambe». L’autoironia è stata probabilmente il superpotere di Zanardi, che considerava un vantaggio della doppia amputazione il fatto di non correre il rischio di beccarsi un raffreddore andando in giro scalzo.
La sua vicenda è nota. Pilota di Formula 1 e di Formula Cart, il 15 settembre 2001 perde entrambe le gambe dopo un incidente in gara. In coma per quattro giorni e con poco meno di due litri di sangue in corpo, lotta tra la vita e la morte. Vince. Deciso a guardare “la metà che era rimasta, non la metà che era andata persa”, si ripete che è inutile piangersi addosso. Inutile pensare a ciò che non si può fare per colpa di ciò che non si ha: meglio pensare a ciò che si può fare grazie a ciò che si ha. È il suo mantra.
Torna alle gare su vetture modificate apposta per lui e chiude i conti anche con la pista dell’incidente, nella quale due anni dopo “percorre” i giri restanti il giorno della disgrazia.
Infine lascia l’automobilismo e passa allo sport paralimpico. Con l’handbike conquista tutto quello che c’è da vincere, tra cui quattro ori olimpici e otto mondiali: «L’incidente – dirà – mi ha dato modo di fare cose che forse in un’altra vita non avrei mai avuto l’occasione di provare».
Zanardi diventa simbolo di tenacia, grinta, forza di volontà, passione. Molti ragazzi con disabilità, grazie al suo esempio, si avvicinano allo sport. Le ricerche scientifiche su protesi e attrezzature subiscono un forte sviluppo. Un mito vivente che trascina letteralmente il movimento, organizzando eventi su eventi. Il suo sorriso è disarmante, i suoi occhi brillano di vita. Ai giovani che incontra per raccontarsi ripete di essere una persona molto felice e che considera l’incidente la cosa più bella che gli poteva capitare.
Il destino però non era ancora sazio e riappare tragicamente il 19 giugno 2020, quando la sua handbike si scontra frontalmente con un camion su una strada provinciale della Toscana. Zanardi affronta un secondo calvario di interventi e un anno di degenza in ospedale. Quindi torna a casa, protetto dal riserbo della moglie Daniela e del figlio Niccolò. Nessuna notizia filtrerà più all’esterno, fino al tragico epilogo nello stesso giorno della morte di Ayrton Senna.
Tra le prime dichiarazioni dopo la diffusione della notizia del suo decesso, quella della campionessa paralimpica Bebe Vio riassume ciò che Zanardi ha rappresentato, un messaggero di speranza: «Mi hai dato la forza per ripartire, convincendomi che con o senza gambe avrei potuto fare tutto».
Fedele alla regola dei cinque secondi («Quando in una gara ti accorgi di avere dato tutto, ma proprio tutto, tieni duro ancora cinque secondi, perché è lì che gli altri non ce la fanno più») Alex Zanardi ha insegnato che gli imprevisti della vita, anche i più dolorosi, possono diventare un’opportunità. Che non bisogna mai mollare. Che a volte, mentre si cerca per terra ciò che si è perso, può capitare di trovare qualcosa che vale la pena raccogliere. E che, come canta Vecchioni nel brano che gli ha dedicato, “se non potrai correre/ e nemmeno camminare/ ti insegnerò a volare”. Vola ancora, Alex.

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Viva il 25 aprile, sempre e per tutti

Anni fa Claudio Magris scrisse che “è triste dovere difendere la Resistenza”. Eppure tocca farlo, nonostante l’evidenza dell’elemento discriminante nella valutazione del fatto storico: c’era una parte giusta e una parte sbagliata.
Da un lato, coloro che sacrificarono anche la vita per scacciare i nazi-fascisti dal suolo italiano e per cancellare i vent’anni di dittatura culminati con la vergogna delle leggi razziali e l’ingresso dell’Italia in guerra. Uomini e donne di diversa estrazione politica (comunisti, cattolici, socialisti, azionisti, liberali, repubblicani, monarchici) che “salirono in montagna” per riscattare anche chi non si era opposto a due decenni di violenza e soppressione di ogni libertà: «Abbiamo combattuto assieme – dichiarò Arrigo Boldrini, il mitico “comandante Bulow” – per riconquistare la libertà per tutti: per chi c’era, per chi non c’era e anche per chi era contro».
Dall’altro, gli adoranti sostenitori del buffone in fez: «Abbiamo vinto noi – spiegò Vittorio Foa al repubblichino Giorgio Pisanò – e sei diventato senatore; se aveste vinto voi io sarei morto o sarei finito in galera». Per questo – se ne faccia una ragione il presidente del Senato, Ignazio La Russa – non si possono mettere sullo stesso piano coloro che lottavano per la libertà e i seguaci del nazifascismo. E anche se la Resistenza si è macchiata di eccessi e di crimini, ciò non scalfisce la grandezza storica, politica e morale di quella lotta, che rappresenta l’evento fondante della Repubblica italiana.
Fortunatamente, per un La Russa a Palazzo Madama, possiamo contare al Quirinale sulla confortante presenza di Sergio Mattarella. Anche oggi il capo dello Stato italiano ha colto l’occasione della ricorrenza per ribadire con forza l’importanza della memoria storica: «Lo scrittore statunitense William Faulkner – ha ricordato nel suo intervento a San Severino Marche – ammoniva che “il passato non è mai morto, non è neanche passato”. Ciò che è accaduto non svanisce ma vive nelle conseguenze che ha prodotto. Il passato ha plasmato il presente. Ecco perché per la Repubblica vale l’impegno che esorta: ora e sempre Resistenza!».
L’incitamento finale, che riprende la chiusura della celebre lapide “ad ignominia” dedicata da Piero Calamandrei al criminale di guerra Albert Kesserling, è ancora sangue pulsante.
Proprio per questo fa rabbia e indigna il fascismo dei sedicenti antifascisti che nei cortei bruciano le bandiere dell’Unione europea. Unione, per inciso, nata dall’antifascismo.
Fa rabbia e indigna l’allontanamento dai cortei di chi porta la bandiera dell’Ucraina, da cinque anni vittima dell’aggressione russa.
Fanno rabbia e indignano le contestazioni alla Brigata Ebraica e quel “siete solo saponette mancate” rivolto ai discendenti di coloro che, nei campi di concentramento, furono davvero trasformati in saponette.

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Noi detenuti meno soli e disperati durante la pandemia grazie a Francesco

Un anno fa ci lasciava Papa Francesco. Poco più di un mese prima, l’Agape di Sant’Eufemia aveva partecipato al Giubileo del Volontariato (8-9 marzo). Nella Santa Messa di domenica mattina, piazza San Pietro era un tripudio di bandiere e striscioni di incoraggiamento (“Papa Francè c’è”) per il Santo Padre, che si trovava in ospedale. Il Papa non c’era, ma tutti ne avvertivamo la presenza. La commozione era palpabile, fortissima quando il cardinale Michael Czerny lesse l’omelia scritta dal Pontefice, il quale ricordava i “tanti piccoli gesti di servizio gratuito” che “nei deserti della povertà e della solitudine” fanno sbocciare “germogli di umanità nuova: quel giardino che Dio ha sognato e continua a sognare per tutti noi”.
Nel 2016 l’Agape aveva avuto un altro “incontro” con Bergoglio, in occasione del Giubileo della Misericordia. In quella circostanza, l’emozione raggiunse il diapason quando il Papa percorse la piazza sulla papamobile per salutare i fedeli. Un cappellino dell’Agape passò allora dalle mani di un volontario a quelle di un membro della security che accompagnava a piedi il veicolo del Papa.
C’ero in entrambe le circostanze. E c’ero quando, durante la pandemia, dalla cappella di Santa Marta il Pontefice entrava nelle celle dei detenuti per confortare e lenire la solitudine. L’anno scorso scrissi di quei giorni per “Il Dubbio”.

Nella sezione c’era un silenzio irreale. L’orologio in mezzo al corridoio segnava le 14:50. Come sempre. Chissà da quanti anni. Il tempo in carcere non esiste, che le lancette stiano ferme o si spostino sul quadrante non fa differenza. È un tempo sospeso tra una battitura e l’altra. Dai camerotti e dai cubicoli arrivava in stereofonia la telecronaca di ciò che stava succedendo in piazza San Pietro. I nostri occhi erano tutti incollati in alto, sopra il cancello serrato, fissi sul teleschermo.
Un uomo vestito di bianco attraversava la piazza deserta, sotto la pioggia, prima di fermarsi sotto un crocifisso: «Come i discepoli del Vangelo siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda». Parlava del Covid, ma costretti in tre metri per quattro sentivamo ancora più nostre quelle parole. Dalla rete a maglia fittissima delle finestre, nelle ore diurne, anche la luce faticava ad entrare. Ci sentivamo soli, maledettamente soli.
Dal mondo di fuori arrivavano notizie frammentarie, che stentavamo a comprendere. I camion militari con le bare, l’aggiornamento quotidiano delle vittime della pandemia dai telegiornali che divoravamo. Non ci fidavamo di ciò che ci dicevano da casa. I colloqui erano stati sospesi: restavano le lettere, le telefonate e poi, finalmente, l’introduzione delle videochiamate. L’unico lascito positivo di quella terribile catastrofe sanitaria.
Giungevano notizie sui distanziamenti, sulle autorizzazioni per uscire di casa per la spesa, sul controllo poliziesco fino a davanti l’uscio delle porte, sugli inseguimenti, le multe, le denunce. Non capivamo. Paradossalmente, tutte queste precauzioni ci erano state risparmiate. Carcere e distanziamento sono due sostantivi che non possono stare nella stessa frase. Nelle celle, nel cortile: impossibile. Mascherine, neanche a parlarne. Almeno all’inizio. Ma neanche dopo, tranne quando si doveva accedere all’infermeria o alla matricola.
Gli ultimi possono anche morire, non fanno rumore. Se così non fosse, i nostri governanti dovrebbero impazzire per i suicidi che si registrano dietro le sbarre. E agli ultimi pensava Papa Francesco. Nel disorientamento generale, lo sentivamo vicino. Avvertivamo la potenza della preghiera, che non chiede il miracolo, bensì la concessione della forza necessaria per affrontare la burrasca. Ognuno la propria. Ci nutrivamo delle sue parole di speranza e della sua compagnia ogni mattina alle sette, quando appariva sui teleschermi dalla cappella di Santa Marta. Molti di noi appresero allora che visitare i carcerati era una delle sette opere di misericordia corporale.
Papa Francesco veniva a farci visita tutti i giorni. Nel carcere di Palmi suppliva l’assenza forzata di don Silvio, che fino ad allora era stata la nostra ancora di salvezza. Con le sue parole di conforto, lo sguardo di comprensione, l’indignazione per le troppe ingiustizie che da cappellano avvertiva come conficcate nelle sue carni.
In uno degli ultimi incontri prima della cancellazione definitiva di ogni visita, gli avevo proposto di organizzare una via crucis nel cortile. In carcere non mancano i poveri cristi e, fortunatamente, neanche i cirenei compassionevoli, compagni che aiutano l’altro a sorreggere la croce con un gesto di umanità o con una parola di incoraggiamento.
Ovviamente, non se ne fece niente. Riuscì però a fare una sortita il giorno di Pasqua, ad affacciarsi dalla porta sul cortile per un saluto, a fare avere a ciascun detenuto un bocconcino con la crema. Ci restava però Papa Francesco. Il rappresentante di una Chiesa che ciclicamente e inutilmente chiede un gesto di clemenza, denuncia la barbarie del carcere, invita alla compassione e alla carità.
La mia, la nostra, tutte le solitudini del mondo si condensavano in una macchia bianca raccolta in preghiera sotto la croce. Ci sentivamo un po’ meno soli.

IL DUBBIO (23 aprile 2025)

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Sospesi

Nella celebre battuta di un suo spettacolo teatrale, il cabarettista tedesco Karl Valentin – che raggiunse l’apice del successo negli anni Venti del secolo scorso – osservava che “una volta il futuro era migliore”. Concetto ribadito da un aforisma di successo attribuito, tra gli altri, anche al coevo poeta e scrittore francese Paul Valéry: «Il guaio del nostro tempo è che il futuro non è più quello di una volta».
Parlare di futuro implica necessariamente esprimere delle considerazioni sul presente. Nel periodo storico a cavallo tra le due guerre mondiali, evidentemente, il domani non ispirava eccessiva fiducia. La società faceva i conti con le conseguenze devastanti del primo conflitto mondiale, mentre all’orizzonte i totalitarismi protagonisti del Novecento non lasciavano presagire niente di buono.
Nel secondo dopoguerra il futuro è stato invece migliore. I nostri genitori e i nostri nonni, che avevano raschiato il fondo della povertà negli anni Quaranta e Cinquanta, hanno dato corpo, anima e passione al sogno di una società migliore, con più opportunità e più diritti per tutti. Hanno incarnato l’idea di un cammino inarrestabile, costato fatica e sudore, certo, ma che dava loro la certezza di lasciare il mondo un po’ migliore di come lo avevano trovato. Meno sofferenze e privazioni, casa di proprietà, una discreta stabilità economica, diritti più estesi. La lotta politica e sociale mirava a liberare il mondo da tirannidi, miseria, sfruttamento, disuguaglianze, ingiustizie. Chi ha vissuto quegli anni aveva fede nel futuro. Oggi in cosa si ha fede? Oggi cos’è il futuro?
Non è semplice azzardare una risposta adeguata, convincente, rassicurante. L’idea stessa del tempo risulta stravolta nell’epoca del qui e ora. Non sappiamo più aspettare, non vogliamo aspettare. Viviamo di fretta, schizzando di qua e di là come il mercurio impazzito di un termometro rotto. E anche se abbiamo l’affanno, non ci fermiamo nemmeno per un attimo: per prendere fiato, per goderci il paesaggio mentre lo attraversiamo e la vita mentre la viviamo. «Si vive – ha scritto Claudio Magris – non per vivere, ma per aver già vissuto». Con l’ansia malata che arrivi domani o il mese prossimo, in modo da sapere come andrà a finire ciò che maggiormente ci interessa.
Insieme al futuro della vita quotidiana è scomparso anche il futuro dei grandi ideali. La tensione verso l’alto sopravvive, ammaccata, in pochi sognatori. La velocità ha ingoiato il futuro, lasciandoci inermi tra le macerie del presente: emergenza educativa, analfabetismo funzionale, impoverimento culturale, violenza verbale, il gigantesco punto interrogativo su dove ci porterà lo sviluppo e l’utilizzo dell’intelligenza artificiale. Sullo sfondo, il contesto preoccupante di guerre, crisi energetica, cambiamento climatico, qua inverno demografico e là esplosione demografica.
Una volta il futuro era migliore perché suo carburante era la speranza. Il dominio della religione dell’oggi non concede spazio al futuro, né alla speranza. A volte ci sentiamo un po’ come il Principe di Salina: «Siamo vecchi, Chevalley. Molto vecchi». O forse è soltanto smarrimento perché non riusciamo a comprendere il nuovo, legati come siamo al vecchio. Sospesi tra due mondi e tra due ere, come nella Bisanzio di Francesco Guccini.

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La Pasqua di solidarietà dell’Agape

La Pasqua di solidarietà dell’Agape si è sviluppata in tre momenti di grande intensità emotiva. Il 28 marzo volontari, personale e anziani della RSA “Antonino Messina” hanno ripercorso le tappe della Passione di Gesù: di stazione in stazione, tra le poltrone occupate dagli ospiti della struttura. “Prima di tutto la vita”: il tema della via crucis è stato al centro delle riflessioni lette dai volontari, mentre croce e cartelli venivano spostati all’interno della sala ricreativa.
La diagnosi di una malattia riporta tutti alla dimensione di fragilità della natura umana, ma non deve fare dimenticare che il malato resta un essere umano, al quale vanno riconosciuti diritti, dignità, rispetto. La vita va promossa in tutte le sue dimensioni e ogni malato è un essere umano unico e irripetibile. «Spesso vediamo il dolore altrui, ma per paura di esserne coinvolti volgiamo le spalle e non sappiamo accompagnare e dare sollievo a chi è nella sofferenza»: non sappiamo essere buoni cirenei, non riusciamo ad esprimere vicinanza e conforto. Bisogna pertanto operare affinché solitudine e desolazione non segnino l’esistenza di chi è malato e anziano.
Un concetto ribadito da don Enzo Gioffré, con parole che hanno toccato le corde più profonde dell’animo, nell’omelia della Santa Messa celebrata nella struttura il primo aprile e incentrata sul valore della vita umana: «Quanto vale una vita umana? Quanto quella di un anziano?».
Nella celebrazione don Enzo è stato assistito dal diacono Vince Cutrì, mentre l’accompagnamento musicale, intenso e commovente, è stato curato dal coro parrocchiale “Cosma Passalacqua”, presente con il Maestro Angela Luppino e con le coriste Noemi Flores e Rachele Pellegrino.
Al termine della funzione sono state distribuite le immaginette del Cristo Risorto con stampati sul retro gli auguri dell’Agape, mentre un uovo di Pasqua è stato donato alla struttura dalla presidente Iole Luppino.
Il terzo appuntamento ha infine avuto come protagonisti i partecipanti alla colonia estiva, con i quali i volontari hanno trascorso una serata conviviale presso il teatro della scuola paritaria “Padre Annibale Maria di Francia”, conclusasi con la consegna delle uova pasquali a grandi e piccini.
Le festività in generale, ma la Pasqua in particolare, ci ricordano quanta solitudine e quanto dolore circondino le nostre vite fortunate. Sono in tanti, nel mondo ma anche vicino a noi, a non festeggiare perché non hanno cosa festeggiare: chi ha fame, chi ha sete, chi non ha di che vestirsi, chi è forestiero, chi è malato, chi è carcerato, chi è giunto alla fine del viaggio. A loro vadano un pensiero particolare e una speciale preghiera.

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Un Sì di frustrazione

Eccoci qua. Siamo i delinquenti, i reietti, la feccia da evitare come la peste. Veniamo dall’Aspromonte, ma non abbiamo un pensiero nostro, schiavi come siamo del malaffare e dei malacarne che decidono della nostra vita e della nostra morte.
Siamo noi stessi malacarne, visto che in alcuni comuni gli elettori hanno espresso un voto bulgaro al Sì per la riforma della giustizia. Mentre la maggioranza del Paese civilizzato si è opposta e con il suo No ha salvato democrazia e libertà. Per tutti, anche per noi che non vogliamo essere liberi e che tutta questa generosità neanche la meriteremmo.
Da due giorni mi capitano sotto gli occhi letture vergognose, vomitevoli, sul significato del voto referendario. Più deplorevole del razzismo di chi si professa superiore, c’è solo il razzismo dei miserabili, dei kapò capaci di essere peggiori dei propri aguzzini.
Lo schema è di una semplificazione sconfortante: in certi comuni ha trionfato il Sì perché si tratta di zone ad alta densità mafiosa, certificata ovviamente da inoppugnabili operazioni di polizia.
Vivo in uno dei comuni carogna. Non c’è stato un manifesto, un’iniziativa politica, nessuno che abbia chiesto il voto per il Sì, né per il No. Ciononostante i cittadini sono andati a votare, con una percentuale di gran lunga superiore all’affluenza registrata in altre consultazioni referendarie. Sono andati e circa il 77% ha barrato il quadratino del Sì.
Probabilmente non tutti i votanti avevano ben chiaro il contenuto del quesito. La mobilitazione, che a livello nazionale ha prodotto una buona partecipazione, è stata frutto della politicizzazione del referendum. Alla fine, in molti hanno votato a favore o contro il governo in una contingenza particolare: guerra, aumento del prezzo del carburante, scandali vari. E quindi ha prevalso il No.
In Aspromonte si è votato pro o contro l’amministrazione della giustizia in generale ed ha prevalso un Sì che si potrebbe definire di frustrazione. Ha votato Sì chi pensa che qualsiasi riforma della giustizia migliorerebbe la situazione attuale. Chi ha avuto esperienza diretta o indiretta degli abusi compiuti sulla pelle di troppe persone. Chi sa a cosa può portare la “vicinanza” tra PM e GIP. Chi ha potuto verificare che, di emergenza in emergenza (prima il terrorismo, ora la criminalità organizzata), l’ordinamento italiano non garantisce a tutti uguali diritti e libertà: ce lo ricordano le interdittive antimafia, le norme per lo scioglimento dei comuni, i poveri cristi violentati dalla carcerazione preventiva per mesi e anni. Ha votato Sì chi è, di fatto, un cittadino di serie B.
Anche se la riforma non toccava molte delle questioni citate, questo popolo reietto e schifato dai moralisti da salotto avrà pensato: ma sì, vediamo se per una volta riusciamo a farla pagare alla casta che non risponde mai dei propri errori. Tanto, più scuro della mezzanotte non può essere.
Sarò più esplicito: senza “Eyphemos” il risultato a Sant’Eufemia sarebbe stato diverso. Ho conosciuto gente che non si recava alle urne dal 2020. Europee, politiche, regionali, comunali: saltate a piè pari. Dopo quel terremoto non si è più interessato a niente. Eppure, in questa circostanza, ha voluto partecipare. Ha votato per sentirsi, una volta tanto, protagonista e non vittima di uno Stato che reprime e arresta, ma non è capace di affrontare l’irrisolta questione meridionale senza ricorrere all’alibi della criminalizzazione di interi territori. Ha aperto la scheda e con la matita ha tracciato sul Sì una croce carica di rabbia, amarezza, delusione.

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Senza rumore

Mi mancano i tuoi silenzi. Nel tuo guardare muto ho spesso trovato risposte che neanche immaginavo. Seduti su una panchina, a rigirare tra le dita una foglia secca e a sbriciolarla per terra. Polvere che si mischia e scompare, inghiottita dal selciato. O che porta via il vento, lontano. Come i nostri acciacchi e il male di vivere, sempre accantonati, nascosti sotto il mantello delle giornate da consumare. Il tempo non è mai sufficiente per restare soli con sé stessi e capire ciò che realmente si desidera. Corriamo di qua e di là, fuggiamo dal tempo illudendoci di poterne rallentare lo scorrere.
Dicevi proprio così: “non ho ancora capito cosa voglio”. Nascondevi dubbi e insicurezze nei vagoni dei treni. Su e giù per l’Italia, come in un tour romantico. Forzavi un sorriso mentre piazza dei miracoli faceva da sfondo alla tua inquietudine. Avere come meta il viaggio e sentirsi ovunque fuori posto: era la tua maledizione. Complementare alla mia, che non avevo nessuna intenzione di spaccare il guscio rassicurante di una routine noiosa per chiunque ma non per me, nonostante il disagio che mi provocava un luogo che ormai stentavo a riconoscere.
Tutto era cambiato troppo in fretta. Persone, abitudini, anche i luoghi. Come se l’anima di ogni cosa avesse traslocato altrove. Un altrove diventato un pozzo buio, impossibile da risalire. Un posto dove dimenticare ed essere dimenticati. Un anticipo di morte, alla fine desiderata, per anestetizzare una normalità indecente nella sua volgare cacofonia.
Mettevamo sui piatti della bilancia le nostre delusioni per riscontrarne una consolante equivalenza, ma intanto il tempo passava. Così in fretta da non riuscire ad afferrarlo per la coda, aggrapparsi e farsi trasportare ovunque pur di scontare la feroce condanna alla solitudine.
Dove siamo finiti? Cosa siamo diventati? Due reduci distanti, sopravvissuti ai fendenti del destino oltre ogni previsione. Oltre ogni desiderio. Una gran perdita di tempo, ammettevamo quando ancora riuscivamo a trovarci senza neanche cercarci. Fedeli al patto di sangue inciso con la punta della lama sui polpastrelli degli indici, saldati a bacio di dama. Illusi che avremmo cantato per sempre la nostra canzone, che la sua melodia sarebbe sopravvissuta come le iniziali dei nostri nomi intagliate sulla corteccia del faggio. Prima di distrarci ad uno dei tanti bivi e smarrirci.
Ma poi lo hai capito cosa volevi? A un certo punto abbiamo smesso di parlarne. Per non farci troppo male. Per non sembrare stupidi. Perché i bambini vogliono e, se non ottengono, fanno i capricci. Gli adulti invece si adeguano, anche a costo di spremere il sangue dalle labbra. Dei loro desideri resta un grumo di tempo perso.
Avremmo voluto essere allegri a comando, con il click di una parola smozzicata tra i denti o di un rapido occhiolino. Dai, andiamo. Tu sulle mie spalle, le braccia attorno al collo, come antichi cavalieri all’assalto del futuro. Incoscienti, ma vivi.
Ci siamo arresi. Siamo diventati due contorni sfocati, fantasmi tristi della sequenza finale di un sogno che svanisce al risveglio, senza lasciare alcun ricordo. Solo uno sbuffo di vento sul viso e un macigno sul cuore.

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