Non al denaro non all’amore né al cielo

L’11 novembre ricorreva il cinquantesimo anniversario del concept album di Fabrizio De André Non al denaro non all’amore né al cielo, nato dalla collaborazione con Giuseppe Bentivoglio (testi) e Nicola Piovani (musiche, arrangiamenti, direzione d’orchestra).
L’album è liberamente tratto dall’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters (1915), arrivata in Italia grazie a Cesare Pavese, appassionato studioso della letteratura americana che affidò il libro ricevuto dagli Stati Uniti ad una sua ex studentessa, la giovane Fernanda Pivano, che lo tradusse tra il 1937 e il 1941. Si era in pieno regime fascista, la cultura americana veniva osteggiata e la politica di italianizzazione toccava vette irraggiungibili di ridicolo: clamorosa l’imposizione del vocabolo “mescita” in luogo dell’inglese “bar”. L’esatto contrario di ciò che accade oggi con l’invasione di termini inglesi utilizzati anche quando non ce ne sarebbe bisogno. Da un eccesso all’altro, verrebbe da considerare.
L’ostracismo culturale investiva il campo musicale (jazz) e quello della letteratura: la stessa Pivano pagò con qualche giorno di carcere la traduzione del libro, pubblicato dalla casa editrice Einaudi nel 1943. La questione era politica poiché la raccolta di poesie di Masters toccava temi non graditi al regime, come dichiarò anni dopo “Nanda”: «Parlava della pace, contro la guerra, contro il capitalismo, contro in generale tutta la carica del convenzionalismo. Era tutto quello che il governo non ci permetteva di pensare. Mi hanno messo in prigione e sono molto contenta di averlo fatto».
De André, che aveva scoperto Edgar Lee Masters a circa diciotto anni, rimase colpito dal fatto che «nella vita, si è costretti alla competizione, magari si è costretti a pensare il falso o a non essere sinceri, nella morte, invece, i personaggi di Spoon River si esprimono con estrema sincerità, perché non hanno più da aspettarsi niente, non hanno più niente da pensare. Così parlano come da vivi non sono mai stati capaci di fare». Anni dopo riprese il libro, scelse 9 tra le 244 poesie e le riscrisse attualizzandone le vicende. Fernanda Pivano valutò straordinaria l’operazione: «Sono contenta dei suoi cambiamenti e mi pare che lui abbia molto migliorato le poesie. Sono molto più belle quelle di Fabrizio, ci tengo a sottolinearlo».
Nelle nove tracce musicali sfila l’umanità tipica della poetica deandreiana degli ultimi: lo scemo del villaggio che non riesce a dare forma al “mondo” che custodisce nel cuore; il giudice nano che si vendica del pettegolezzo della gente condannando a morte per soddisfare il proprio sadismo; l’ateo al quale due guardie bigotte cercano l’anima a forza di botte; il malato di cuore che muore baciando la donna amata (“il mio cuore le restò sulle labbra”); il medico che cura i più miserabili senza chiedere alcuna retribuzione; il chimico che muore da solo per paura dell’amore; l’ottico che realizza lenti speciali per consentire ai suoi clienti di “inventare i mondi sui quali guardare”; l’autobiografico suonatore Jones, musicista alcolizzato il cui anarchismo ispira il titolo dell’album.
Dormono tutti sulla collina, insieme alle vittime del lavoro e ai caduti in guerra, a Bert ucciso in una rissa, ad Ella morta di aborto e alla prostituta Maggie, “uccisa in un bordello dalle carezze di un animale”. Accomunati dalla morte, la livella che ci rende uguali e fa di ogni esistenza “un corpo fra i tanti a dar fosforo all’aria”.

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Francesco e Pasquale, morti per la patria a 18 anni

La propaganda e la letteratura patriottica definirono “ragazzi del ’99” i soldati italiani chiamati alle armi non ancora diciottenni, a partire dai primi mesi del 1917, e inviati al fronte dopo un addestramento approssimativo nei giorni successivi alla disfatta di Caporetto. Furono i più giovani combattenti della Grande Guerra ed il loro contributo fu decisivo per la tenuta della linea difensiva del Piave nella battaglia del Solstizio e per la successiva controffensiva che portò al trionfo di Vittorio Veneto.
Non furono tuttavia i più giovani eroi di guerra. In previsione di un’eventuale offensiva nella primavera del 1919, nel corso del 1918 fu infatti chiamata la classe 1900, che non partecipò ad azioni di guerra, essendo ancora nella fase di addestramento, ma “ufficialmente” fu impiegata soltanto nei servizi territoriali e nelle retrovie. Ma poiché in guerra le vittime non si raccolgono soltanto sui campi di battaglia, anche la classe 1900 diede il suo contributo di eroi.
D’altronde, per circoscrivere le statistiche a Sant’Eufemia d’Aspromonte, degli 88 caduti (il monumento ai caduti riporta erroneamente 92 nominativi) su circa 600 chiamati alle armi, 39 morirono in combattimento, 15 in seguito alle ferite riportate e 5 per gli effetti dei gas asfissianti; mentre 6 perirono nei campi di prigionia, 21 per malattia e 2 per infortunio.
Si calcola che nell’esercito italiano furono circa 100.000 i decessi per malattia: patologie dovute alla cattiva alimentazione, che avveniva in ambienti sporchi e con cibo conservato male, o causate dalle aberranti condizioni igieniche delle trincee, che facilitavano la diffusione di malattie infettive. Si moriva di colera, tubercolosi, tifo, malaria, meningite, “spagnola”, dissenteria. Si moriva per il freddo, causa principale delle malattie respiratorie e del congelamento degli arti.
Anche Sant’Eufemia pianse due giovanissime vite strappate agli affetti familiari. Il contadino Francesco Luppino (di Domenico e Condina Maria Eufemia), arruolato nel 6° reggimento fanteria, morì il 12 ottobre 1918 presso l’ospedale militare di riserva “Vittorio Emanuele” di Palermo, a causa di una non meglio specificata malattia.
Il pastore Pasquale Saccà (di Giuseppe e Morabito Nunziata), arruolato nel 4° reggimento alpino, spirò invece il 31 ottobre 1918 presso l’ospedaletto militare di Aosta, stroncato da una polmonite da influenza.
I loro nomi sono incisi a futura memoria nel monumento ai caduti al quale un gruppo di volontari, con grande senso civico, ha deciso di dare dignità e decoro in vista del 4 novembre, dandosi appuntamento il giorno prima per ripulire l’area.

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L’uomo non è il suo reato

Ripensavo a Vincenzo Pinneri proprio ieri, nel giorno del suo compleanno. Era infatti nato il 23 ottobre del 1924 ed è morto nel 2012, quasi novantenne. Un’età che forse nemmeno lui si sarebbe aspettato di raggiungere. Anzi, sono quasi certo che gli è dispiaciuto esserci arrivato.
Gli sono stato amico, come tanti in paese. Nonostante il suo caratteraccio, Pinneri era capace di gesti affettuosi, addirittura commoventi. Perché rispolvero il ricordo di un uomo che in gioventù commise crimini imperdonabili? La sua storia è nota, io stesso ne scrissi anni fa. Non mi interessava allora e non mi interessa adesso il mito che in qualche modo ne ha accompagnato la vita, trascorsa per 36 anni in prigione. Interessante può essere invece ribadire che l’uomo non è il suo reato.
La carriera criminale di Vincenzo Pinneri inizia nel 1942 con l’assassinio del fratello. Caino che uccide Abele. Sangue del proprio sangue. Si può commettere un delitto più grave? No, non si può. Nemmeno se il fratello maggiore era violento nei confronti del minore, sin da quando il ragazzino andava dietro ai muli e agli asini per raccogliere in un secchio gli escrementi da portare agli gnuri del paese, che li utilizzavano come concime per l’orto. Un contesto di degrado e di assoluta povertà, al quale fece da detonatore la fame portata in dote dalla seconda guerra mondiale.
La banda Pinneri, che nacque nello sbandamento economico, sociale e politico-istituzionale vissuto dopo l’8 settembre 1943, è finita sui libri di storia: della faida e delle altre poco sue edificanti gesta si sa tutto. Omicidi, assalto alla caserma dei carabinieri di Sant’Eufemia, attentato contro il questore di Reggio Calabria. Io stesso ho raccolto il suo punto di vista sulle vicende di quel lontano 1944, in una lunghissima intervista che non ho mai pubblicato e che doveva essere il canovaccio di un libro mai scritto.
Pinneri riacquistò la libertà nel 1978, dopo avere girato tutti gli istituti penitenziari di massima sicurezza: da Pianosa all’Asinara, da Porto Azzurro al carcere di Favignana, con le celle scavate nella roccia sotto il livello del mare: prive di finestre e talmente umide da infracidirgli i polmoni e costringerlo, nei suoi ultimi anni, a portarsi appresso la macchina per l’ossigenoterapia. Libero dopo avere conosciuto il morso delle cinghie dei letti di contenzione, i cui segni gli rimasero per sempre impressi sulla pelle.
In ricordo della lunghissima detenzione divenne per tutti “Ceo Galera”, ma del giovane sbandato e violento sopravviveva soltanto un residuo di irascibilità caratteriale. L’ho visto commuoversi per i giovani che non riuscivano a trovare lavoro ed erano costretti ad emigrare; l’ho visto piangere per la morte di una giovane ragazza, alla quale sinceramente avrebbe donato la propria vita, considerata ormai inutile. Ho ammirato la sua imbarazzante generosità. Mi sono emozionato per l’affetto che nutriva nei confronti dei bambini.
Non credo sia rilevante sapere se abbia cercato di riscattarsi rispetto a ciò che era stato nel primo mezzo secolo di vita, se abbia così consumato la sua personale espiazione.
La storia di Pinneri è invece paradigmatica della natura umana. Racconta che ognuno di noi è un mistero affascinante e terribile, capace di grandi nefandezze così come di sorprendenti atti d’amore. Spiega che non siamo una monade inscindibile e immutabile, bensì un caleidoscopio di sentimenti che, nell’arco di una vita, prevalgono o soccombono. Conferma infine che è sbagliato impiccare l’essere umano ad immagini e fatti cristallizzati.
Eraclito ci ha insegnato che se l’acqua del fiume non è mai la stessa, il fiume non è mai lo stesso. E così l’uomo.

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Le ragioni di un’astensione

Non sono affatto pentito di avere disertato le urne, né mi sento toccato dalla contestazione che, così facendo, ho permesso ad altri di decidere per me. Lo accetto con serenità. Né mi indigna l’esito delle elezioni, poiché non credo che nessuno abbia l’autorità morale per stabilire quando un risultato è eticamente accettabile e quando no. Chi vince è stato più bravo e sarà giudicato per quello che riuscirà a fare o a non fare.
Sono un elettore di centro-sinistra, ma non ho la vocazione al suicidio e nemmeno paraocchi che mi impediscano di vedere il caos (apparentemente) calmo calabrese.
Avrei avuto a disposizione tre scelte, una più scalcinata dell’altra. A partire dalla coalizione guidata da Amalia Bruni, candidata dell’ultima ora di PD, Cinque Stelle e un paio di liste allestite per fare gonfiare il petto in conferenza stampa: «Ci sostengono sei liste». Ma quando mai. Le ultime tre, insieme, non hanno raggiunto il 2%.
Anche la seconda alternativa (De Magistris) contemplava la presenza di diverse liste in funzione puramente decorativa. Opzione personalistica molto pompata a livello mediatico, con il velleitario lancio di una “rivoluzione gentile” in salsa populista. Proprio ora che il populismo mostra la corda: vedi a livello nazionale il mesto e inarrestabile declino dei Cinque Stelle. Basta bandane, basta toni ultimativi da salvatori della patria, basta l’arroganza di chi si ritiene il più puro tra i puri. Non guasterebbe un bagno d’umiltà. Che, per la verità, è mancata anche a Carlo Tanzi, autore ad urne aperte della dichiarazione più atroce: «A me interessa solo che la mia lista raggiunga il 4%». Sì, ciao.
La terza possibilità (Oliverio) più che una proposta politica, era il gesto estremo del marito che si taglia gli attributi per fare un dispetto alla moglie. La quale guadagna l’uscio con una ragione in più.
La vittoria di Occhiuto restituisce (ci si augura) la politica ai politici. D’altronde, puoi essere bravo e rispettabile quanto vuoi, ma alla fine contano i numeri. E i numeri, a livello locale, fortunatamente ancora li possiede chi sta sul campo 365 giorni su 365, chi ha rapporti con le comunità e con i territori, chi si confronta con le persone in carne e ossa, non con gli algoritmi. Se lo comprendessero anche a sinistra, finirebbe la stagione delle imposizioni romane, fatte digerire con il baratto della garanzia di qualche strapuntino personale. Impareranno la lezione? Qualche dubbio permane.
Non è serio scaricare responsabilità proprie su un elettorato comprensibilmente disorientato. Forse si è davvero toccato il fondo, dal quale non si può che risalire. E questa potrebbe davvero essere l’unica nota positiva di un disastro annunciato.

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Sant’Eufemia a Londra

«Perché non porti una statuetta di Sant’Eufemia nella parrocchia che frequenti a Londra? Sarà un modo per sentirsi a casa e poi sai che bello, per un eufemiese che dovesse capitare a Londra, sapere che anche là può andare a trovare la sua santa patrona!». È nata così l’idea che, tramite mio fratello Mario, il parroco della chiesa di Ognissanti a New Cross Road ha accolto con molto entusiasmo.
Father Grant, le cui omelie sono seguite con attenzione dai fedeli che ne apprezzano l’arte oratoria, è un sacerdote energico, affabile e dotato di un alto senso dell’umorismo, che nei rapporti interpersonali non guasta mai. Di origine giamaicana, ha inoltre una sensibilità particolare per le problematiche delle minoranze che compongono la multietnica comunità di New Cross.
La chiesa di Ognissanti, che dista circa trenta minuti da Trafalgar Square, è infatti un crocevia multietnico che rispecchia la vivacità e la varietà culturale del quartiere nel quale è stata edificata nel triennio 1869-1871, tra Southwark e Lewisham (Sud-Est di Londra), su progetto degli architetti Arthur Billing e Arthur Shean Newman, molto attivi nella costruzione e nella restaurazione di chiese a Londra e nel sud dell’Inghilterra. In stile neogotico con ampio rosone, tra i banchi delle tre navate i parrocchiani inglesi siedono accanto ai fedeli di origini africane e caraibiche, in linea con la mission che campeggia sulla pagina ufficiale All Saints Church New Cross: «Siamo una parrocchia anglicana di rito cattolico nel cuore della vibrante comunità di New Cross. Non vediamo l’ora di darti il benvenuto chiunque tu sia, comunque tu possa identificarti. Tutti sono benvenuti!».
La reazione di grande accoglienza è tutta nelle parole di una parrocchiana: «È bellissima, ha l’aspetto di una che ascolta. Le porterò dei fiori: tutti meritiamo di essere ascoltati».
Sant’Eufemia sarà presentata “ufficialmente” alla comunità religiosa di New Cross nella celebrazione eucaristica di domani mattina. Verrà collocata al centro di una delle finestre della chiesa, con un candelabro e un vaso di fiori, ai quali in un secondo momento sarà affiancata un’iscrizione illustrativa.

*Indirizzo: All Saints New Cross, 105, New Cross Road, New Cross London SE14 5DJ

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Al mare con l’Agape

Illustrazione realizzata da: Officina Grafica Gracy

Un modo per riprendere un discorso interrotto. La necessità di stare nuovamente insieme, per tentare di superare un anno e mezzo difficile, pesante. Certamente più pesante per chi non ha molte occasioni di svago e spende gran parte del tempo tra le mura di casa.
Dopo lo stop forzato dell’estate scorsa, è stato emozionante lasciarsi contagiare dall’allegria di sette tra i ragazzi che da oltre 20 anni l’Associazione di volontariato cristiano “Agape” di Sant’Eufemia d’Aspromonte accompagna al mare.
«Mi siete mancati». Be’, ci sei mancata anche tu. Ci siete mancati voi, con le vostre canzoni, i vostri abbracci, il vostro affetto rigenerante. La settimana trascorsa sotto gli ombrelloni del Lido Nausicaa Beach di Favazzina ha impegnato undici volontari dell’associazione, quattro dei quali non vivono più a Sant’Eufemia. C’è della magia nel filo della solidarietà che annoda queste vite. Che spinge chi è emigrato a far coincidere la data delle ferie con la colonia dell’Agape, per poter dare una mano.
L’orologio del tempo torna indietro, a quando tutto è iniziato. Lo spirito rimane quello, animato dal desiderio di fare qualcosa di utile per i soggetti più fragili della nostra comunità.
Niente di straordinario. Ma oggi, evidenziava Lucio Dalla, l’impresa eccezionale è essere normale. Ciò che può sembrare banale, non lo è affatto. Acqua, salsedine e sole sulla pelle. Un gelato. Una canzone intonata o stonata (chissenefrega) insieme. Ballare con la sabbia che punge i piedi.
La colonia è una bolla di felicità che conosciamo bene e che, sì, l’anno scorso è mancata a tutti.
Bisognava ripartire. Per chi ha avuto il covid e ci ha fatto spaventare, per chi si è ritrovata senza mamma, per l’Agape che tra qualche mese festeggerà i suoi trent’anni di attività, per noi stessi. Eccoci.
Nelle estati passate la signora Angiolina, la nonnina di tutti, attendeva il passaggio del pulmino per rivolgere il suo consueto augurio ai volontari: «Sempre avanti!». Ci piace pensare che l’abbia fatto anche quest’anno, da lassù.

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Gino Strada, una vita contro le guerre

«Tra i suoi ultimi pensieri – si legge sul sito di Emergency – c’è stato l’Afghanistan». Gino Strada se n’è andato proprio mentre i talebani stanno per riconquistare Kabul, in una terra che l’ha visto lungamente impegnato a cucire feriti, ingessare ossa spezzate, operare con il bisturi mentre attorno all’ospedale lo scoppio delle bombe diventava assordante. Nastro adesivo nelle finestre e via, per non interrompere l’opera umanitaria alla quale ha dedicato tutta la vita: la cura e la riabilitazione delle vittime di guerre e delle mine antiuomo. Fedele al principio che tutte le vite hanno uguale valore, “che le guerre, tutte le guerre, sono un orrore. E che non ci si può voltare dall’altra parte, per non vedere le facce di quanti soffrono in silenzio”. Parole scolpite nel libro testimonianza Pappagalli verdi. Cronache di un chirurgo di guerra (Feltrinelli, 1999), che contiene la prefazione di Moni Ovadia: «Gino Strada arriva quando tutti scappano, e mette in piedi ospedali di fortuna, spesso senza l’attrezzatura e le medicine necessarie, quando la guerra esplode nella sua lucida follia. Guerre che per lo più hanno un lungo strascico di sangue dopo la fine ufficiale dei conflitti: quando pastori, bambini e donne vengono dilaniati dalle tante mine antiuomo disseminate per le rotte della transumanza, o quando raccolgono strani oggetti lanciati dagli elicotteri sui loro villaggi. I vecchi afgani li chiamano pappagalli verdi». Morti e feriti privi di dignità, ridotti ad “effetti collaterali” di ogni sporca guerra: «Il 90% dei feriti di una guerra sono civili, molti dei quali bambini: è questo il nemico?».
Strada è stato definito un idealista concreto. Sono 11 milioni le persone curate in 18 paesi diversi a partire dal 1994, quando insieme alla moglie Teresa Sarti fondò Emergency: «Se ciascuno di noi facesse il suo pezzettino – il mantra della cofondatrice, morta nel 2009 – ci troveremmo in un mondo migliore senza neanche accorgercene». Un pezzettino “banale” come l’applicazione della Dichiarazione dei diritti dell’uomo, che Strada ha voluto pubblicare in appendice al suo Buskashì. Viaggio dentro la guerra (Feltrinelli, 2002): «Mi piacerebbe – scrisse in quell’occasione – che ce ne fosse una versione plastificata, di piccolo formato, da tenere nel portafogli con la carta d’identità e la tessera del gruppo sanguigno».
Dopo l’attentato delle Torri Gemelle a New York, lanciò la campagna “uno straccio per la pace”: «Uno straccio di pace appeso alla borsetta o al balcone o all’antenna della macchina o al guinzaglio del cane per chiedere che questa guerra finisca e non ne nascano altre. Volere la pace non significa mancare di rispetto alla memoria di chi è morto negli attentati. Confidare nella pace non significa non aver pianto per le migliaia di vittime innocenti». Io optai per un pezzo di stoffa bianco annodato allo specchietto retrovisore della mia auto: è ancora là.
Chissà come avrebbe reagito all’ipocrisia del cordoglio espresso da gente che mentre era in vita l’ha aspramente criticato, accusandolo neanche tanto velatamente di fare il gioco dei terroristi. Probabilmente avrebbe tirato fuori quel carattere irascibile, richiamato dal cantautore Daniele Silvestri nel suo commosso ricordo: «Gino mio. Gino nostro. Gino di tutti. Gino degli indifesi, dei feriti, Gino in guerra contro ogni guerra, sempre. Lasci un mondo che ti ha fatto incazzare quasi ogni giorno, eppure ’sto mondo di merda è un po’ meno di merda grazie a te e a chi negli anni da te ha imparato e ti ha seguito».

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Benvenuti nella giungla

A seguito delle proteste per la soppressione o scippo (dipende dai punti di vista) dello svincolo autostradale, il Potere, per benevola concessione, acconsentì al mantenimento di un tratto della vecchia autostrada, in modo che i cittadini di Sant’Eufemia non dovessero scendere a Pellegrina e poi risalire da Ceramida, prima di potersi immettere nel nuovo tracciato. Il progetto originario prevedeva infatti proprio questo: fantastico e lungimirante.
Da ciò conseguì il problema della manutenzione di un tratto di strada ignorato anche dal navigatore satellitare: Anas, Città metropolitana, amministrazioni comunali?
Fino ad ora, a seguito delle insistenze delle amministrazioni comunali e dei politici locali, in qualche modo si era ottenuto almeno lo sfalcio estivo da parte della Provincia, poi Città metropolitana. Se non a giugno, ad agosto: in modo, insomma, che i turisti non si dovessero dotare di machete per potere andare al mare.
Noi stanziali invece non abbiamo di questi problemi, essendo specialisti delle gimkane. Se non guidiamo col brivido non ci prendiamo gusto. Abbiamo bisogno delle scariche di adrenalina da rischio di incidente stradale per vivere bene. Per questo motivo, esultiamo nel constatare il trionfo della vegetazione su guard-rail e asfalto.
Benvenuti nella giungla, per dirla con il titolo di una celebre canzone dei Guns N’ Roses.
Purtroppo, non possiamo contare su nessuno. Per me è una magra consolazione essere sempre stato contrario all’abolizione della Provincia, che era l’ente più vicino alle comunità periferiche, delle quali esprimeva i rappresentanti. D’altronde, se i grandi che fecero l’Italia suddivisero la Penisola in province e non in regioni, un motivo doveva esserci. Vuoi vedere che era proprio quello di dare dignità istituzionale e rappresentanza ai territori di ogni singola provincia?

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San Lorenzo

Più che osservarla cadere, starci in groppa. Accarezzarne la criniera e a strappi di redini disegnare nel buio traiettorie impossibili. Tracciare il profilo di fantastici animali notturni. Senza farla spegnere mai. E che l’alba non sorprenda il bambino, non lo svegli dal sogno.

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La scossa di mastro Mimmo

Domenico Fedele e Maria Bagnato
Pietro Monterosso e Marilena Alescio

Ieri sera ha avuto luogo in Piazza Libertà l’evento “Festival della Moda 2021”, a cura dell’Associazione regionale sarti e stilisti calabresi e dell’Accademia nazionale dei sartori di Roma. La serata, presentata da Marilena Alescio, si è conclusa con una degustazione di dolci offerta dall’Associazione pasticcieri gelatieri artigiani.
“Niente di straordinario”, avremmo commentato qualche anno fa, quando il cartellone dell’estate eufemiese presentava iniziative a cadenza quasi quotidiana. Non voglio scomodare aggettivi enfatici, vorrei soltanto fare notare che la manifestazione di ieri è stata a mio avviso molto importante. Non si può vivere di nostalgia e di piagnistei, né di rabbia. Bisogna invece trovare la forza per reagire alle difficoltà del momento, all’abbattimento che serpeggia tra i tanti che negli ultimi decenni si sono molto spesi per la crescita culturale e sociale di Sant’Eufemia d’Aspromonte.
Abbiamo subito un duro colpo, non possiamo nascondercelo. Ma io credo che subire passivamente non sia la strada giusta. Né bisogna aspettare “tempi migliori”. I tempi questi sono, e con questi occorre misurarsi e, caso mai, cercare di indirizzarli in un senso più positivo. Ma dobbiamo farlo noi per primi. Se non ci risolleviamo da soli, di certo non lo farà nessuno al posto nostro. Il tempo sarà galantuomo. E con il tempo ogni cosa assumerà la sua reale dimensione. Una dimensione di giustizia, scevra dal pregiudizio.
E allora non nascondo l’emozione provata nell’ascoltare l’intervento iniziale di Domenico Fedele, che è delegato regionale dell’Accademia nazionale dei sartori e presidente dell’Associazione regionale sarti e stilisti calabresi. Un invito rivolto agli eufemiesi, affinché si diano una “scossa” e reagiscano. Che l’abbia fatto “mastro Mimmo” è un segnale molto forte: «Se posso farlo io a 85 anni – il senso delle sue parole – a maggior ragione potete e dovete farlo voi».
Grazie, quindi, a “mastro Mimmo” e grazie a Maria Bagnato e a Pietro Monterosso, due giovani stilisti eufemiesi che da diversi anni operano nel settore, facendoci sentire orgogliosi di appartenere a questa comunità. Possano i nostri tre concittadini essere di esempio e di incoraggiamento per tutti noi.

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