Capudannuzzu

Tra le opere e gli oggetti conservati all’interno del “Piccolo Museo della Civiltà Contadina” di Sant’Eufemia, gestito con passione e competenza da Caterina Iero, attira l’attenzione del visitatore il “Bambino Gesù di Capodanno”, noto nella tradizione popolare con il nome di “Capudannuzzu”. La piccola statua rimanda ai tre tradizionali cortei del primo gennaio che si tenevano nei rioni del paese, ma non solo: il “Capudannuzzu” in questione, infatti, risalente alla seconda metà dell’Ottocento e di proprietà del sacerdote Francesco Fedele, nel secondo dopoguerra assolveva la sua funzione benaugurante entro le mura domestiche degli eredi Fedele, dove veniva portato in processione da una stanza all’altra, per la gioia dei più piccoli. A differenza dei “Capudannuzzi” custoditi nelle chiese di Santa Maria delle Grazie (Paese Vecchio), Sant’Eufemia (Petto) e Sant’Ambrogio (Pezza Grande), il vestito in seta di bozzolo del “Bambino Gesù” di don Fedele era di colore tortora, mentre i capelli erano di seta e le decorazioni in cartone, sul quale venivano incollate delle bacchettine dorate.
Ottocentesco era anche il “Capudannuzzu” della chiesa di Santa Maria delle Grazie. Come quello della chiesa di Sant’Ambrogio, indossava una tunica di velluto bordeaux con bordini di merletto in oro e i suoi riccioli biondi erano veri, tagliati ai bambini e alle bambine del rione. Il vestito era carico di ex voto in oro, di antica e pregiata fattura: spille, anelli, collanine, orologi, orecchini. La processione iniziava al termine della messa delle 10.30 e si svolgeva sul corso Umberto I, dalla fine del paese fino all’abitazione del sacerdote don Luigi Occhiuto. Lungo il tragitto venivano eseguiti i canti della tradizione natalizia, mentre i bambini sventolavano bandierine bianche e gialle o di varie nazioni.
Comune a gran parte dei bambini e dei ragazzi del paese era, invece, l’usanza di riunirsi in gruppi che si presentavano davanti alle abitazioni per recitare una filastrocca di richiesta: «Bondì, bondì, bondannu, boni festi i Capudannu/ se m’ati e se non m’ati, cent’anni mi campati/ ma se non m’ati nenti, mi vi cadinu moli e denti!». Subito dopo veniva fatta esplodere una mistura di zolfo e polvere pirica dentro una vecchia chiave, alla cui bocca veniva legato un chiodo che fungeva da percussore e che veniva azionato con un colpo contro il muro. Allo scoppio, qualcuno si affacciava sull’uscio e offriva il poco che aveva: noci, castagne, fichi secchi, pittapie, susumelle, torrone.
L’origine della ricorrenza religiosa affonda le radici nei riti propiziatori celebrati nell’antica Roma in onore del dio bifronte Giano nelle calende di gennaio, che dopo l’introduzione del calendario giuliano segnavano l’inizio del nuovo anno, fino ad allora coinciso con le calende di marzo dedicate a Giunone e all’arrivo della primavera.
Tratto comune tra le due tradizioni è l’auspicio di un “buon inizio”, affidato dalla Chiesa alla benedizione del Bambino Gesù che invoca per la comunità un anno di prosperità, gioia e pace.

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Il Natale di solidarietà dell’Agape

Si è concluso con la tombolata di ieri sera il Natale di solidarietà dell’Agape, ultima di tre distinte iniziative che hanno impegnato i volontari dell’Associazione nel mese di dicembre. Nei giorni precedenti c’era stata infatti la consegna di un dono agli ospiti della RSA “Antonino Messina”, a conclusione di una visita impreziosita dall’esecuzione di diversi canti della tradizione natalizia a cura di Noemi Flores e del maestro Angela Luppino, del coro parrocchiale “Cosma Passalacqua”. A seguire, la serata trascorsa in allegria con i ragazzi che in estate partecipano alla colonia estiva, presso il teatro della scuola paritaria “Padre Annibale Maria di Francia”. Un’occasione per scambiarsi gli auguri, improvvisare balli e canti e fare consegnare da Babbo Natale i regali dell’Associazione.
Per l’Agape costituisce un punto d’orgoglio vedere confermato, anno dopo anno, l’affetto di un’intera comunità che partecipa numerosa alla propria tombolata. Da diciannove anni, la scelta di giorno 29 non è casuale, bensì dettata dalla volontà di continuare a ricordare l’esempio di fede, solidarietà e carità della compianta Adelina Luppino nel giorno del suo compleanno.
Nel corso della serata è stato proiettato un video riassuntivo delle attività svolte nel corso del 2025 dall’Associazione presieduta da Iole Luppino: almeno una volta al mese la recita del Rosario insieme agli anziani della RSA “Antonino Messina”, la Giornata del Malato, le raccolte fondi per l’AIRC, la colonia estiva e le diverse iniziative di convivialità con i suoi partecipanti. In particolare, il 2025 dell’Agape ha vissuto un momento di grande emozione con il pellegrinaggio alla Porta Santa di San Pietro in occasione del Giubileo del Volontariato.
“Ogni contributo conta”: il tema della Giornata mondiale del Volontariato 2025 sintetizza alla perfezione la filosofia di vita dell’Agape, che si regge sul contributo delle tante persone che le vogliono bene. Grazie a loro è possibile organizzare la colonia estiva, grazie a loro si riescono a realizzare iniziative di solidarietà in favore di soggetti svantaggiati socialmente ed economicamente, o anche soltanto a garantire il viaggio a Roma (come accaduto per il Giubileo) o qualche gita fuoriporta.
Tutte le attività sono realizzate in virtù della generosità di chi partecipa ogni anno alla tombolata o ne consente la realizzazione offrendo premi e dolci da consumare nel corso della serata, degli esercenti commerciali, di chi sceglie di destinare all’Agape il 5 per mille, di chi decide di trasformare il dolore per la perdita di un familiare in amore verso gli altri mediante una donazione, di chi nel silenzio fa pervenire all’Associazione un contributo economico.
A tutti loro è andato il ringraziamento dell’Agape, a conclusione della tombolata dedicata alla cara Nina Luppino, di recente scomparsa.

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Caro Gesù Bambino

Caro Gesù Bambino, sei proprio testardo. Però ti ammiro, davvero. Ammiro la tenacia con cui, ogni anno, puntualmente, (ri)nasci. Non deve essere facile respingere i così tanti “chi te lo fa fare?”, scritti ovunque a caratteri cubitali. Eppure lo fai, senza neanche pensarci più di tanto. Nessun dubbio, nessuna esitazione. Arrivi sempre. E non perché non sai leggere. Forse sai leggere troppo bene, leggi anche dietro le parole, tra le righe; leggi persino le parole mancate, quelle non dette o nascoste dentro gli occhi.
In realtà siamo noi a non sapere più aspettare, e un anno è un’attesa troppo lunga. Consumiamo tutto e subito, funziona così adesso. Ogni cosa invecchia velocemente e diventa presto uno scarto da smaltire. Nessuno sa riparare ciò che è difettoso, che necessiterebbe soltanto di un colpo d’ago. No.
Abbiamo imparato a differenziare, sappiamo qual è il bidone della spazzatura giusto. Così ci liberiamo di ciò che non è più utile senza alcun rimpianto, pronti a rimpiazzare ciò che è guasto con qualcosa nuova di zecca… fino a domani, quando anche lei sarà vecchia. Oppure ne facciamo a meno.
Sembra che niente sia così importante da dovere essere tutelato, difeso. Neanche la vita: pensa un po’, proprio tu che ogni 25 dicembre ce ne ricordi il mistero. Hai presente un vaso rotto? Pensa alla fatica che servirebbe per rimetterne insieme i cocci. Alla pazienza, anche. Noi invece non vogliamo stancarci e, a dirla tutta, non abbiamo affatto pazienza. Per questo corriamo sempre in avanti, lasciando il disordine dentro e dietro di noi.
Per questo non abbiamo tempo per (ri)nascere. Non è che si può sempre ricominciare: non dico da zero, ma neanche da due o da tre. È più comodo passare sopra ogni cosa come una slavina che trascina a valle.
Tu invece non ti stanchi mai. Ogni anno torni per ricordarci quanto effimero sia questo nostro spasmodico affannarsi: «Tutto è vanità e un correre dietro al vento», qualcuno aveva detto prima di te. Eppure corriamo lo stesso.
Dalla tua mangiatoia non smetti mai di parlare, di dirci che bisogna sperare anche quando non c’è speranza. Continuerai a farlo fino a quando ci saranno orecchie capaci di ascoltare. Cuori in grado di palpitare per il desiderio di pace e di giustizia. Occhi allenati a vedere la sofferenza, che non si girano dall’altra parte ma si riempiono della bellezza del “mi importa”. Fino a quando l’umiltà ci farà stare con i piedi per terra, perché “una generazione se ne va e un’altra viene”.
Pensare che tutto ruoti attorno alle nostre misere vite è stupida vanagloria, che dura un attimo e che ci fa sprecare quel poco di tempo che ci è dato. Niente è per sempre e nessuno è sempre la stessa persona, perché l’immutabilità appartiene alle fotografie, non alla vita. Ciascuno di noi contiene in uguale misura altezze e abissi. E la vita è una gara di equilibrio per non cadere nello sballottamento del suo continuo dimenarsi tra la polvere e l’altare.
Allora sì che capiremo quanto luminoso sia il gesto di chi sconfigge l’indifferenza con la forza della pietà e della carità. Allora sì che potremo finalmente fare i conti con la solitudine vestita a festa.

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Il Giubileo dei detenuti

I numeri della vergogna dicono che, a 2025 non ancora concluso, nelle carceri italiane ci sono stati 76 suicidi e 150 morti per altre cause. Una strage silenziosa, culminata con i quattro decessi registrati il 12 dicembre, nel primo dei tre giorni del Giubileo dei detenuti. Dati drammatici, ai quali va aggiunta la cifra del sovraffollamento medio nazionale, giunto ormai al 138,4% (63.831 persone detenute a fronte di 46.124 posti disponibili), che delineano i contorni di un’emergenza avvertita soltanto dagli addetti ai lavori e da coloro che, “calamandreianamente”, hanno visto perché dentro ci sono stati.
Non a caso di “emergenza negata” scrivono Gianni Alemanno e Fabio Falbo, quando dall’interno del braccio G8 di Rebibbia denunciano il “collasso” delle carceri italiane. Del quale i morti rappresentano la punta dell’iceberg di una quotidianità che in molte realtà è dolorosa: malati che non riescono a ricevere cure adeguate, celle umide e gelide per la mancanza di riscaldamento, muffa ovunque, docce prive di acqua calda, personale educativo, sanitario e penitenziario sottodimensionato, difficoltà a garantire attività trattamentali e lavorative.
Sono voci nel deserto quelle delle più alte cariche istituzionali e religiose. Del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che denuncia l’inadeguatezza di molti penitenziari rispetto al dettato costituzionale, laddove sancisce che “le pene devono essere umane e tendere alla rieducazione del condannato”. Di Papa Leone XIV, il quale – nel solco tracciato da Papa Francesco nella Bolla di indizione del Giubileo – auspica la concessione di “forme di amnistia o condono della pena” e “a tutti opportunità di reinserimento”.
La politica non ascolta perché è incapace di affrontare organicamente la questione, da sempre. Ecco perché suonano irresponsabili le parole di chi ha ipotizzato provvedimenti deflattivi entro Natale. Ma quando mai? Il tempo sarebbe stato sufficiente se la politica avesse fatto proprio, un anno fa, l’appello di Papa Francesco: «Propongo ai Governi che nell’Anno del Giubileo si assumano iniziative che restituiscano speranza; forme di amnistia o di condono della pena volte ad aiutare le persone a recuperare fiducia in sé stesse e nella società; percorsi di reinserimento nella comunità a cui corrisponda un concreto impegno nell’osservanza delle leggi». Ora, le parole in libertà producono soltanto l’effetto di alimentare illusioni ancora più brucianti.
D’altronde, quando non si sa che dire o che fare, puntualmente guadagna campo la convinzione che la costruzione di nuove carceri potrebbe risolvere il problema. Ma se anche questa potesse essere la soluzione, quanti anni passerebbero prima della realizzazione di nuovi istituti penitenziari?
È proprio la visione carcerocentrica dell’esecuzione penale che andrebbe ribaltata, ma un cambiamento di tale rilievo non sembra alla portata di un Paese giustizialista come l’Italia. Nel frattempo, tra una sterile dichiarazione e l’altra, i detenuti vivono in condizioni disumane, si ammalano e muoiono, si tolgono la vita.

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Ogni contributo conta

Nei giorni scorsi è stata celebrata la Giornata mondiale del volontariato, istituita dalle Nazioni Unite nel 1985 e quest’anno coincisa con la cerimonia di chiusura di Palermo capitale italiana del volontariato 2025, alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Le parole pronunciate dalla più alta carica dello Stato, nel Teatro Massimo del capoluogo siciliano, hanno esaltato il valore dell’impegno di quasi 5 milioni di persone (oltre il 9% della popolazione), che annualmente dedicano 84 milioni di ore del proprio tempo agli altri.
Papa Francesco considerava il volontariato come l’insieme di tanti piccoli gesti di servizio gratuito, che fanno sbocciare nei deserti della povertà e della solitudine “germogli di umanità nuova”. L’umanità di coloro che servono il prossimo senza servirsi del prossimo. Ma chi è il nostro prossimo?
Il sostantivo deriva dal latino proximus, superlativo di prope (quindi: “il più vicino”), che è all’origine anche del concetto di “prossimità” richiamato da Mattarella nel suo intervento: «La prossimità – prima rete di solidarietà – rende migliori e gratificanti le nostre vite». Conferire al concetto di prossimità un significato esclusivamente spaziale sarebbe però riduttivo. Prossimo è ogni essere umano percepito vicino a noi, dentro di noi, perché guardato con gli occhi del cuore.
Ha ragione Mattarella quando – riferendosi al volontariato – parla di “leva possente”, capace di dare un senso alle vite di coloro che si dedicano agli altri e al miglioramento delle condizioni della società nella quale vivono. È l’esperienza di giovani e meno giovani, credenti e non credenti, i quali non fanno altro che osservare il precetto cristiano di amare il prossimo come se stessi.
Le associazioni di volontariato danno risposte che spesso lo Stato – per ragioni molteplici – non è in grado di garantire. Sollevano il tappeto sotto il quale vengono nascoste l’ingiustizia e la diseguaglianza che caratterizzano la vita di chi patisce una situazione di disagio socio-economico, degli invisibili, dei tanti “scarti” schiacciati ed espulsi dal corpo della società come brufoli fastidiosi. Comportarsi da buoni cittadini, rispettare la natura e la bellezza del mondo, non essere indifferenti, ascoltare e guardarsi attorno, dedicare del tempo (poco o molto non importa) agli altri.
“Ogni contributo conta”, recita il tema della Giornata di quest’anno che definisce con chiarezza il significato di un impegno. La consapevolezza, cioè, che nessuno da solo è in grado di fare miracoli; né – per un altro verso – che per fare del bene siano richieste facoltà particolari. Ecco perché risultano ancora attuali le parole di Teresa Sarti, cofondatrice di Emergency: «Se ciascuno di noi facesse il suo pezzettino, ci troveremmo in un mondo migliore senza neanche accorgercene».

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L’altalena

Le nuvole in alto si rincorrevano, sembrava che un Dio capriccioso soffiasse dietro. Quando erano nere, assumevano la forma delle mie paure: un mostro marino con le fauci spalancate, il volto feroce di un drago, un’esplosione terrificante. Altre volte un cuore, un pony o una pecorella rendevano invece il cielo allegro. Era la mia scenografia preferita. Scorrevano in fila, ora più vicino ora più lontano, ordinate una accanto all’altra come i tanti peluche che sul mio letto si tenevano per mano e mi chiedevano di abbracciarli. Mi divertiva assegnare ad ognuno un nome e addormentarli, a turno, tenendoli stretti tra collo e petto. Li scaldavo con il respiro affinché non soffrissero il freddo. In cambio, le loro carezze sulle guance mi davano la serenità necessaria per affrontare la notte senza paura. Le ombre stampate sul muro non mi spaventavano se stringevo forte il cagnolino, l’orsacchiotto o il pinguino. Abbracciato a loro, i rumori della notte non riuscivano a turbare il mio sonno.
Mi sarebbe piaciuto salire in groppa ai batuffoli di cotone che si allontanavano all’orizzonte. Quasi li toccavo quando la spinta all’altalena era più vigorosa: la “super-spinta”, la chiamavo; e solo due braccia possenti potevano lanciarmi così in alto da farmi accusare le vertigini. Non ero bravo a spingermi da solo, avevo bisogno di te. Con gli occhi chiusi interrompevo la mia risata urlando “basta, basta!”, e tu smettevi subito. L’altalena rallentava, ma quando stava per fermarsi ti ordinavo con tono perentorio: «Spingi!». Facevo anche la faccia cattiva, nel più bel gioco che avevamo inventato soltanto per noi. Tutto il resto, fuori, non esisteva.
Ero felice, le mani aggrappate alle catene che cigolavano mentre mi facevi volare avanti e indietro. I miei occhi andavano dalla punta degli scarponcini al tutt’attorno che scorreva a grande velocità. Guardavo il cielo da vicino e sfioravo nuvole, farfalle e rondini. Avrei voluto afferrare ogni cosa con le mie mani fredde, che poi tu riscaldavi tenendole tra le tue: «Come fai ad averle sempre calde?», ti chiedevo. Rispondevi che le tenevi a riposo dentro le tasche dei pantaloni quando non ti servivano, anche se non si dovrebbe fare perché le mani in tasca sono uno spreco, non servono a niente. Tranne che a tenerle tiepide.
Il vento in faccia scompigliava i miei capelli, fino a quando non cominciavo a frenare sfiorando la ghiaia con i piedi. Il volo stava per terminare e le tue braccia erano pronte a riportarmi a terra. Con la mano dentro la tua, tornavo a casa vestito d’aria e di cielo.

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La colletta alimentare a Sant’Eufemia

«Aiutare il povero è infatti questione di giustizia, prima che di carità»: questo un passaggio significativo del messaggio di Leone XIV, in occasione della IX Giornata Mondiale dei Poveri istituita da Papa Francesco nel 2017 e coincisa, quest’anno, con il Giubileo dei Poveri. Nella messa in San Pietro, il Papa ha invitato a sviluppare una “cultura dell’attenzione” per sconfiggere l’indifferenza e auspicato “lo sviluppo di politiche di contrasto alle antiche e nuove forme di povertà, oltre a nuove iniziative di sostegno e aiuto ai più poveri tra i poveri”: «Agli operatori della carità, ai tanti volontari, a quanti si occupano di alleviare le condizioni dei più poveri – ha concluso – esprimo la mia gratitudine, e nel contempo il mio incoraggiamento ad essere sempre più coscienza critica nella società».
Messaggio fatto proprio dalla Fondazione Banco Alimentare per promuovere la Giornata Nazionale della Colletta Alimentare (istituita nel 1989), che ieri ha coinvolto circa 11.600 supermercati in tutta Italia. Tra i 21 Banchi Regionali coordinati dalla Fondazione, quello della Calabria ha raccolto 178 tonnellate dei prodotti a lunga conservazione richiesti: olio, verdure e legumi in scatola, tonno e carne in scatola, conserve di pomodoro e sughi pronti, alimenti per l’infanzia, riso. Gli alimenti raccolti da 5.000 volontari riconoscibili dalla pettorina arancione, in oltre 500 punti vendita, saranno infine destinati a 627 organizzazioni convenzionate con il Banco Alimentare Calabria, le quali assistono oltre 130.000 persone in difficoltà.
Anche quest’anno Sant’Eufemia ha fornito un prezioso contributo, grazie all’impegno dell’Associazione “Padre Annibale Maria di Francia”, che dal 2016 gestisce in paese l’organizzazione della colletta alimentare. Per realizzare l’iniziativa, l’Associazione si avvale della collaborazione dei ragazzi del locale liceo scientifico, oltre che del contributo di privati cittadini che per l’intera giornata presenziano all’uscita dei diversi punti di raccolta.
Il risultato è stato più che soddisfacente: complessivamente sono stati infatti raccolti 529,3 kg di beni alimentari, a conferma della generosità di una comunità sensibile alle tematiche della solidarietà e della carità.

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In fondo al pozzo

“Cosa c’è di diverso nel vostro morire?”, chiede il chimico dell’omonima canzone di Fabrizio De André nella straordinaria trasposizione musicale del capolavoro di Edgar Lee Masters. Cosa c’è di diverso nelle morti che ci circondano, che interrogano soprattutto sul senso della vita.
La morte fisica, certo. Il sipario che cala lasciando al di qua della tela ricordi, sorrisi, rimpianti. Con la quale, chi resta, deve in qualche modo imparare a convivere. Elaborando il lutto, raccomandano gli psicologi. Superando vuoti e assenze che trafiggono l’anima con i loro tuttoèfinito. Il tempo, in questi casi, può diventare un prezioso alleato. Perché riesce a colorare il buio con i colori dell’allegria passata, della condivisione dei momenti di felicità, delle tante lezioni imparate. La medicina del cuore confina in un angolo la sofferenza, esalta la gratitudine per ciò che è stato e per ciò che è rimasto. Il tempo stempera, diluisce, accarezza. È mano di mamma. La morte fisica è un punto di non ritorno, se c’è un aspetto sopportabile è proprio la sua irrimediabilità. Bisogna farsene una ragione. Se non sarà subito, accadrà dopo.
Altro avviene con la morte sociale. Chi muore fisicamente, è altrove: niente sente e niente vede. Un lungo sonno. Chi vive la condizione dell’appestato, avverte invece sulla propria pelle la morte vera: l’abbandono, l’emarginazione, il pregiudizio. È un morire diverso. E a nulla vale la resurrezione di un momento. La condizione prevalente è quella dell’oblio. Non si è più ciò che si è stati. Lo stigma è coperchio di bara che tutto esclude. Non se ne parla e basta. Per non compromettersi, per evitare imbarazzi in chi chiede e in chi risponde. Succede quando c’è di mezzo una malattia irreversibile, quando non si è più in grado o liberi di uscire di casa, di parlare, di coltivare relazioni.
Poi c’è la verità. Che sta sempre in fondo al pozzo, ricorda Leonardo Sciascia. Chi osserva da sopra, sporgendosi appena sul baratro, ci vede il sole o la luna. Si sente confortato da una certezza che è soltanto un riflesso. Un inganno. Ma soltanto chi cade dentro al pozzo conosce la verità. Al prezzo di fratture e con il rischio concreto di non riuscire più a risalire dal fondo. Di restarci.
Nel confino scuro che la memoria dissolve, vita e morte si abbracciano senza più niente aspettarsi. Impastandosi con il sangue e con le lacrime di giornate sempre uguali. E non sai più se è un giorno di festa o un giorno di lutto.

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I cioccolatini della ricerca AIRC 2025

Tornano “I giorni della ricerca”, l’iniziativa promossa dall’AIRC (Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro) per informare, sensibilizzare e sostenere la ricerca sul cancro in un anno particolare, che segna il sessantesimo anniversario della Fondazione.
Prevenzione, diagnosi precoce e nuove terapie sono strumenti fondamentali per combattere le patologie oncologiche: tanto è stato fatto, sia per quanto riguarda le probabilità di guarigione (con un aumento di quasi il 50% di italiani che hanno superato una diagnosi di tumore) che in termini di speranza di vita. Tuttavia, i dati rimangono molto alti: nell’ultimo anno sono state 390.000 le nuove diagnosi, più di mille al giorno.
Anche in questa circostanza l’Associazione di volontariato cristiano “Agape” di Sant’Eufemia sarà al fianco dell’AIRC e delle migliaia di volontari che, in 2.400 piazze, distribuiranno i “cioccolatini della ricerca”, unitamente ad una guida informativa sui traguardi raggiunti.
A fronte di una donazione di 15 euro, l’acquisto della confezione da 200 grammi di cioccolato fondente Venchi consentirà di aiutare concretamente AIRC a sostenere il lavoro di circa 6.000 ricercatori, impegnati quotidianamente nella lotta per rendere il cancro sempre più curabile.
Vi aspettiamo in piazza Matteotti, domenica 9 novembre, a partire dalle ore 9:00.

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Il poco che rimane

Nel silenzio ovattato della stanza una mano si tiene e non trattiene. Resta testardamente aggrappata alla coda della vita, che non può fermare mentre scivola via, in caduta libera. Il dorso è una mappa di sentieri che si incrociano e scivolano assecondando i bordi. Nei gonfi rivoli bluastri scorre la piena dei giorni andati, un soffio di tempo sbuffato tra due lamenti. Il palmo ricamato di cicatrici contiene una sola infinitesimale briciola di futuro, profezia finale che attende di inverarsi.
Due gambe mulinano nel sogno, ma non vanno da nessuna parte. Sono lontani i tempi delle lunghe inerpicate. Ogni passo era sudore e traguardo, la bandierina spostata un metro più in alto, fino alla vetta. La discesa è stata rovinosa, un proteggersi il capo dagli urti facendosi scudo con le braccia. Attutire per non soccombere, per riuscire ad arrivare a valle in qualche modo. Questo era necessario. Questo è stato fatto.
Ora è un camminare insicuro che squarcia la bruma imperforabile dell’ultimo viaggio. Potesse lo sgomento farsi raggio e rischiarare i contorni indefiniti del mistero. Ma è un taglio sull’abisso, nessuna luce segnala il percorso di un altrove di là dalla fessura. E la stanchezza ha un peso che nessuna bilancia dell’anima può pesare.
Gli occhi guardano ma non vedono. Galleggiano nel mare aperto che non conosce orizzonti e mescola cielo e acqua. Sul piano infinito le figure si scontrano e scartano di lato, senza dichiararsi. Senza averci capito molto di vento e di schiuma, di finzione e di realtà. L’onda dei ricordi è uno sciacallo che azzanna alla cieca, infierisce e scaraventa lontano, per precludere ogni ritorno. La memoria è un flipper impazzito, una cacofonia di voci che si accavallano prive di ordine e senso.
Padri diventati figli accoltellano l’aria, mamme bambine accarezzano un peluche o stuzzicano l’orlo sgualcito del maglione, prima di attaccarci un bottone immaginario. Uno stallo di bonaccia illude che dopo sarà pace. Per chi andrà e per chi resterà. Gli uni e gli altri dispersi sul campo: accanto, distanti.
Come un’epifania, il poco che rimane disvela il senso della vita. Diventa tutto.

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