Quando il custode non custodisce

Stamattina l’acqua che scendeva dal rubinetto aveva un poco rassicurante colore marrone. Ho pensato: «Chissà se qualcuno ha già chiamato per segnalare il problema». Che al comune sia arrivata o meno una telefonata, l’inconveniente è durato poco tempo.
Ci sono posti, nella nostra civilissima Italia, dove le cose non funzionano così. L’acqua sgorga costantemente mista a terra, ma farlo presente alle autorità competenti è fatica sprecata. È il caso della casa circondariale “Francesco Uccella” di Santa Maria Capua Vetere. Molti sono a conoscenza di questa vergogna e, qualche volta, la questione ha guadagnato spazio pure sui giornali. Senza tuttavia produrre alcuna iniziativa eclatante. Nell’indifferenza generale, i detenuti continuano a lavarsi con l’acqua sporca e a cucinare con l’acqua minerale. Da anni e chissà per quanti anni ancora.
Non è vero che il carcere non ci riguarda. Noi cittadini siamo lo Stato. E lo Stato ha il dovere di “custodire” chi finisce dietro le sbarre. Ciò comporta un alto grado di responsabilità, alla quale sfugge chi calpesta la dignità dei detenuti che gli vengono affidati, per un periodo più o meno lungo. Così come non lo adempie ogni volta che un detenuto si toglie la vita: 54 nel 2021, 61 nel 2020, 25 nei primi cinque mesi del 2022. Custodia, per definizione, è l’attività di sorvegliare, avere cura, assistere cose o persone.
Politici, avvocati e la cosiddetta “società civile” dovrebbero incatenarsi ai cancelli del carcere di Santa Maria Capua Vetere e urlare “da qua non ce ne andiamo fino a quando, là dentro, dai rubinetti non scenderà acqua potabile e trasparente”.
Senza girarci intorno: quella struttura andrebbe chiusa perché non rispetta la dignità umana. Ma è un abbaiare alla luna, se non si riesce a dare voce a chi non ha voce: «Quello che non si sa – scrisse Enzo Tortora (del quale oggi ricorre il trentaquattresimo anniversario della morte) in una delle sue Lettere dal carcere – è che una volta gettati in galera non si è più cittadini ma pietre, pietre senza suono, senza voce, che a poco a poco si ricoprono di muschio. Una coltre che ti copre con atroce indifferenza. E il mondo gira, indifferente a questa infamia».

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14 maggio 1976: il giorno in cui Sant’Eufemia uscì da un incubo

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Il 14 maggio 1976 segnò per Sant’Eufemia il risveglio da un incubo, condensato nelle lacrime di una donna inginocchiata in mezzo alla strada: «La Madonna ha fatto il miracolo. Il nostro medico è ritornato a casa sano e salvo». Dopo 77 giorni veniva restituito agli affetti familiari e alla comunità eufemiese il medico condotto Giuseppe Chirico (1915-1995), che all’alba era stato rilasciato dai sequestratori lungo la strada provinciale tra i Piani di Carmelia e l’abitato di Delianuova. Alle sette di mattina una folla immensa abbracciò “Don Pepè”, appena sceso dall’auto dei carabinieri che lo aveva riaccompagnato a casa.
Ho scritto di Giuseppe Chirico in diverse occasioni e mi onoro di avere curato il testo del documentario realizzato nel 2001 dalla Pro Loco eufemiese, per l’assegnazione “alla memoria” del Premio Solidarietà “Ginestra”. Don Pepè è tra le personalità più amate nella storia di Sant’Eufemia d’Aspromonte. Per l’umiltà, l’umanità e il senso del dovere: qualità proprie di chi fa della professione una missione al servizio della collettività.
È stato pertanto per me naturale riservare a Chirico un paragrafo del libro Sant’Eufemia d’Aspromonte nell’età contemporanea, integrando il materiale documentario già in mio possesso con i servizi giornalistici realizzati per la Gazzetta del Sud da Giuseppe Toscano e Luigi Malafarina (che lo intervistò “a caldo”, subito dopo il rilascio), ma soprattutto raccogliendo l’inedita testimonianza del figlio Gaetano sui tragici giorni del sequestro e sul rapporto d’amore del padre con i suoi concittadini: «Mi portava spesso da piccolo con sé alle visite a domicilio con la sua mitica Fiat 500 bianca. Lì mi accorgevo dell’affetto e del calore di cui veniva circondato dai suoi pazienti e dai familiari, affetto da lui ricambiato».
Proprio per questo, il rapimento provocò uno shock collettivo. Un tradimento, una intollerabile vigliaccata contro un uomo e un professionista esemplare che non conosceva orari di lavoro, “reperibile” giorno e notte, come ricorda il suo amico professore Giuseppe Calarco nel documentario: «Eravamo soliti fare la passeggiata serale. Ricordo che capitava che venisse chiamato per soccorrere qualcuno: senza scomporsi, salutava e col sorriso di sempre si allontanava per fare, come diceva lui, il suo dovere». E infatti, quando la banda dei sequestratori entrò in azione (intorno alle ore 21 del 27 febbraio), Don Pepè stava effettuando il consueto giro serale, con in tasca qualche caramella da offrire ai bambini da visitare a domicilio.
«Guardate come hanno ridotto il nostro medico», urlò un’altra donna vedendo Don Pepè con la barba lunga e incerto nei passi, a causa dei due mesi e mezzo trascorsi per lo più bendato e legato ad una catena. Un’immagine che ancora oggi commuove, al pari dell’intervento del professore Luigi Crea in occasione del conferimento al dottore Chirico del “Premio Sant’Ambrogio” (dicembre 1990): «Sono tanti quelli di cui Lei ha ascoltato il primo vagito e che adesso La ringraziano; sono tanti quelli a cui Lei ha donato la salute del corpo, contribuendo così anche a rendere l’animo più sereno e che adesso La ringraziano; sono tanti quelli che hanno aspettato con ansia il Suo arrivo nella loro casa, sentendosi confortati dalla Sua sola presenza, e che adesso La ringraziano; sono tanti quelli che, in momento di difficoltà materiale e spirituale, si sono rivolti a Lei sicuri di essere ascoltati e capiti e che adesso La ringraziano; sono stati tanti quelli che, prima di chiudere gli occhi alla vita terrena, L’hanno ringraziata, rasserenati dall’amorosa e quasi paterna Sua presenza al loro capezzale. Sembra quasi che anche le case, le strade, gli angoli dei rioni, abituati da sempre a vedere la Sua figura girare instancabilmente in ogni momento del giorno e della notte, vogliano unirsi a noi in questo momento per esprimere il loro grazie. […] Non possiamo però prima non chiederle scusa se in questi cinquant’anni, a volte, non Le abbiamo usato il rispetto che Lei meritava. Soprattutto vogliamo chiederLe scusa per quei vergognosi settantasette giorni che tutti noi cittadini non abbiamo saputo evitarLe. Nei momenti di riflessione e di ricordi, quando persone, avvenimenti Le scorreranno davanti agli occhi, facendoLe rivivere la Sua vita passata, non si fermi, Dottore, su quei tristi giorni, quanto piuttosto sulla gioia che invase tutto il paese per il suo ritorno a casa».

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L’Azalea della Ricerca per la festa della mamma

In occasione della Festa della Mamma torna nelle piazze italiane l’Azalea della Ricerca AIRC. Domenica 8 maggio, come di consueto, a Sant’Eufemia d’Aspromonte saranno i volontari dell’Agape ad occuparsi della distribuzione della piantina simbolo della battaglia contro i tumori femminili.
Con l’Azalea verrà consegnata una speciale Guida contenente informazioni su prevenzione e cura dei tumori e tre salutari ricette firmate dall’ambasciatrice AIRC Antonella Clerici, dalla foodblogger Monica Papagna e dallo chef Stefano Sforza.
Con una donazione di 15 euro, potremo così festeggiare le nostre mamme e dare un aiuto concreto alla lotta contro il cancro.
Vi aspettiamo in piazza Matteotti, dalle ore 9.00 alle 13.00.

Chi volesse aderire alla prevendita, può contattare i volontari dell’Agape o telefonare a Peppe Napoli (+39 333 928 4284).

Come da foto, le azalee AIRC nel tempo diventano cespugli di fiori bellissimi.

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Carmela e Nino, testimoni di un secolo

Un paragrafo di “Sant’Eufemia d’Aspromonte nell’età contemporanea” raccoglie la doppia intervista ai due centenari Carmela Cutrì e Nino Condina, che purtroppo non hanno fatto in tempo a vedere il volume. Sin dall’inizio della ricerca mi ero prefissato di scrivere un libro che a livello metodologico facesse interagire le fonti scritte (documenti d’archivio e biobibliografici) con quelle orali, con la viva voce di chi aveva vissuto in prima persona alcuni degli avvenimenti narrati. Anche altri paragrafi seguono questo doppio binario, ma la testimonianza di Carmela e di Nino è unica, poiché le loro vite incarnano il paradigma del passaggio di un’epoca, iniziata in case illuminate dalla fiammella della “lumera”: stoppino, mezza patata e olio in un recipiente. Abitazioni nelle quali mancava l’acqua e che erano prive dei servizi igienici. Per i bisogni si andava fuori e ci si lavava con l’acqua della fonte dentro un catino, in estate anche all’aria aperta.
Secondo l’efficace immagine di Carmela, il contadino “u viddicu su dirgiva” con le patate, che non mancavano mai. Solo in particolari ricorrenze (Carnevale, Natale, matrimoni) sulla tavola arrivavano la carne, il pesce stocco e il baccalà. Il pane, che si faceva in casa o nei forni, veniva conservato anche per un mese. A volte era così “lligamatu” che lo sforzo per masticarlo – ricorda Nino – provocava dolore alle meningi.
Molti però non avevano la possibilità di produrre o di acquistare il grano, cosicché si arrangiavano raccogliendo nei campi altrui i rimasugli della trebbiatura (“spicareddi”).
Nelle terre si zappava dal canto del gallo fino a sera. A volte anche di notte, con il chiarore della luna. Una fatica che non possiamo immaginare, ma che non impediva la cosiddetta “vesperata” a fine giornata: si accendeva un fuoco, si cucinavano le uova, poi si cantava e si ballava. Come nei matrimoni, tra i tavoli collocati sotto la pergola e nello spazio dell’aia destinato alla trebbiatura del grano, dove trovavano sistemazione i lunghi cortei che accompagnavano gli sposi all’uscita dalla chiesa. Con le immancabili “maniche di giacca” cucinate e servite con l’ausilio di stoviglie, posate e piatti presi in prestito da parenti e amici. Matrimoni e feste erano le ricorrenze nelle quali anche i più piccoli si “mutavano” e indossavano l’abito buono, più nuovo rispetto a quello liso di tutti i giorni: vestine per le bambine; per i maschietti, pantaloni con lo spacco che, aprendosi quando si acquattavano, consentiva loro di fare i bisogni. Le mutande erano indumenti per adulti e il bucato, chi viveva lontano dai lavatoi pubblici, lo faceva nel fiume o nelle “gebbie”.
E ancora, la guerra. Nino che si salva per miracolo nell’affondamento dell’incrociatore “Gorizia”; le famiglie, in paese, che sfuggono ai bombardamenti degli Alleati trovando riparo in rifugi ricavati nei costoni della montagna o all’interno della galleria ferroviaria infestata dalle pulci.
Racconti incredibili sui quali si è abbattuto il cloroformio del benessere, che però sono accaduti soltanto ieri, a pensarci bene. Se la speranza è di non dovere mai più rivivere quella miseria, ricordare da dove veniamo deve darci la consapevolezza che da allora tanta strada è stata percorsa. E che non possiamo dire “si stava meglio quando si stava peggio”, se quando si stava meglio non c’era famiglia che non avesse pianto un parente perito nel terremoto del 1908 o caduto in una delle due guerre, bimbi morti in tenera età per un “dolorino di pancia”, donne non sopravvissute al parto, famiglie che si nutrivano di “cosch’i vecchia”, “paparini” e cardi.
Se quando si stava “meglio” – per fortuna – noi non c’eravamo.

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Viva la libertà, senza retorica

La Liberazione costituisce l’evento fondante della Repubblica e segna il riscatto del popolo italiano dal disonore della dittatura fascista, delle leggi razziali e dell’ingresso nella seconda guerra mondiale. Come tutte le ricorrenze, ha un senso se non si riduce a vuota retorica, a citazione di frasi che non hanno attinenza con lo stato reale della libertà in Italia, oggi.
Il 25 aprile viene celebrato onorando la memoria dei caduti per la libertà, della quale tutti ci sentiamo paladini quando – ad esempio – riproponiamo la celeberrima epigrafe composta da Piero Calamandrei per la lapide “ad ignominia” dedicata al criminale di guerra nazista Albert Kesselring, o la lettera scritta nel 1933 dal “recluso politico” Sandro Pertini, che si dissociava con sdegno dalla richiesta della grazia presentata al regime fascista dalla madre. Non bisogna abbassare la guardia poiché – come ammoniva Calamandrei – “la libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare”.
Eppure esistono posti, nel nostro amato Bel Paese, nei quali per molta gente quell’aria manca, e non dovrebbe mancare. Nelle carceri italiane sono attualmente reclusi oltre 54.000 detenuti, 16.000 dei quali non ancora condannati definitivamente: 8.500 di essi addirittura in attesa di primo giudizio. Un detenuto su tre, secondo la lettera della nostra Costituzione, è un presunto non colpevole.
Un dramma silenzioso, che non provoca alcuna indignazione se non in settori minoritari della società e della rappresentanza politica. Non potrebbe essere diversamente, dopo tre decenni di propaganda giustizialista che hanno fatto dire ad un (per fortuna ex) ministro della Giustizia che gli innocenti non finiscono in carcere e a un celebre (per fortuna ex) pubblico ministero che un innocente è un colpevole che l’ha fatta franca.
Il carcere preventivo rappresenta il buco nero della giustizia italiana. Statisticamente, ogni anno circa 1.000 persone che finiscono in carcere sono innocenti. Prigionieri sequestrati per mesi o per anni dallo Stato, non dall’Anonima sequestri, per effetto di uno strumento emergenziale (la custodia cautelare) che nel tempo è diventato distorsione e abuso.
Alla luce di queste tragedie umane, siamo sicuri che in tema di libertà personale esista in Italia una questione più grave dello scempio costituzionale che si consuma quotidianamente con l’ingiusta privazione della libertà a danno di un così alto numero di persone?
Buona festa della Liberazione, dunque. Senza retorica.

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Palamara, atto secondo

Un anno dopo l’uscita del libro-intervista Il sistema. Potere, politica, affari: storia segreta della magistratura italiana, Alessandro Sallusti e Luca Palamara sono tornati in libreria Lobby & Logge. Le cupole occulte che controllano «il Sistema» e divorano l’Italia, che completa il quadro sconcertante dello stato della giustizia in Italia. Il secondo atto è un viaggio in quello che Palamara definisce il “dark-web” del sistema giudiziario, l’ombra nella quale si muovono «faccendieri, servizi segreti più o meno deviati, logge all’incirca massoniche o più semplicemente lobby che usano la magistratura, a sua volta lobby potente, e l’informazione, per regolare conti, consumare vendette, puntare su obiettivi altrimenti irraggiungibili, fare affari e stabilire nomine propedeutiche ad altre, e ancora maggiori utilità, Cambiare, di fatto, il corso naturale e democratico delle cose».
La mia impressione è che questo secondo volume stia avendo un risalto mediatico inferiore rispetto al primo, nonostante la realtà descritta offra molteplici spunti di riflessione. Dalla presunta loggia Ungheria alle faide correntizie, alle dinamiche “politiche” che determinano la gestione di inchieste e pentiti, alla deriva giustizialista iniziata con Tangentopoli, all’opacità di certa antimafia, per finire all’implosione di un sistema che ha portato a compimento la profezia di Francesco Cossiga: «Finiranno ad arrestarsi tra di loro». Dalla giustizia ad orologeria all’intreccio perverso tra procure e informazione, che fa dire a Palamara che un gruppo composto da un procuratore della Repubblica con i suoi aggiunti e sostituti, un ufficiale della polizia giudiziaria “ammanicato” con i servizi e un paio di giornalisti delle testate più importanti ha un potere superiore a quello del Parlamento, del premier e dell’intero governo.
Lo spaccato inquietante conferma quanto sia indispensabile mobilitarsi a sostegno dei referendum che si terranno il 12 giugno. Tranne qualche rara eccezione, da questa classe politica non c’è da attendersi nessun sussulto di dignità sul tema della giustizia. Solo ipocrisia, come quella di chi sostiene che le riforme vanno fatte in Parlamento: campa cavallo. Tanto che fa venire i brividi alla schiena la reazione scomposta dell’Associazione nazionale magistrati contro la mini-riforma Cartabia: un attacco sostanziale al principio cardine della separazione dei poteri, secondo il quale compito dei giudici è applicare le leggi, non produrle.
Sono emblematici il mutismo del servizio pubblico e l’indifferenza generale nei confronti della mortificazione del fondamentale diritto dei cittadini ad essere informati sui referendum. Così come il silenzio assordante sulle vicende raccontate da Palamara, che coinvolgono toghe stellate e i vertici istituzionali della magistratura e della politica italiana negli ultimi vent’anni.
Tutto questo conferma la sensazione di avere di fronte una casta dalla doppia morale. Sull’esistenza di due giustizie, con un metro di giudizio valido per tutti tranne che per i magistrati e uno esclusivo dei giudici, profetiche appaiono le parole di Giulio Andreotti, opportunamente rievocate da Sallusti: «Quando ho dovuto affrontare il mio processo ho capito perché la stupenda scritta “La legge è uguale per tutti” è alle spalle e non davanti agli occhi del giudice».

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I Pink Floyd per l’Ucraina

Si intitola “Hey Hey Rise Up” il brano musicato dai Pink Floyd che segna il ritorno della leggendaria band, a 28 anni dall’album “The Division Bell”, l’ultima uscita del gruppo nel 1994. La canzone, che dodici ore dopo la pubblicazione su YouTube aveva già oltre due milioni di visualizzazioni, nasce dalla collaborazione di David Gilmour (chitarra) e Nick Mason (batteria) con il bassista Guy Pratt e il tastierista Nitin Sawhney, mentre la voce è quella di Andriy Khlyvnyuk, frontman della band ucraina Boombox.
Gilmour aveva conosciuto Khlyvnyuk a Londra nel 2015, in un concerto di solidarietà in supporto dei membri di “Belarus Free Theatre” imprigionati, che prevedeva la partecipazione del gruppo russo Pussy Riot, già perseguitato da Putin (su questo blog ne ho scritto nel 2012: Putin, pussy via) e, appunto, dei Boombox. Khlyvnyuk ebbe però problemi con il visto e non poté esibirsi, per cui il resto della band accompagnò Gilmour nella sua performance, che vide tra l’altro l’esecuzione della celebre “Wish You Were Here”, dedicata proprio al leader dei Boombox.
In tournée negli Stati Uniti al momento dell’invasione russa, Khlyvnyuk ha lasciato la band ed è rientrato in Ucraina per difendere la propria terra. Qualche settimana fa su Instagram ha postato dalla piazza Sofiyskaya di Kiev un video, nel quale intona un brano risalente alla prima guerra mondiale (“Il vilburno rosso nel prato”), diventato oggi l’inno della resistenza ucraina: «Un momento potente – ha dichiarato Gilmour – che mi ha spinto a volerlo trasformare in musica».
Il titolo del nuovo brano dei Pink Floyd riprende l’ultima frase della canzone, un incoraggiamento a rialzarsi e a tornare a gioire (nella traduzione inglese: «Hey, Hey, Rise up and rejoice»). Nel video, le terribili immagini della distruzione e della disperazione provocate dalla guerra si sovrappongono a quelle dei quattro musicisti e di Khlyvnyuk in piazza: «Abbiamo fatto cantare Andriy sullo schermo mentre suonavamo. Quindi noi quattro avevamo un cantante, anche se non fisicamente presente con noi».
Copertina del brano, i cui ricavi saranno devoluti all’Ukraine Humanitarian Relief Found, è il girasole (fiore nazionale dell’Ucraina) realizzato dall’artista cubano Yosan Leon. Un riferimento esplicito alla scena della donna che affronta un soldato russo regalandogli semi di girasole: «Prendili e mettili in tasca – l’esortazione divenuta virale – così almeno cresceranno quando voi tutti morirete qui».

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La “Via Crucis del malato” con l’Agape

La “Via Crucis del malato” rientra tra le iniziative più consolidate dell’Associazione di volontariato cristiano “Agape” di Sant’Eufemia, in virtù della storica collaborazione con la Residenza sanitaria per anziani “Mons. Prof. Antonino Messina”. Ogni anno suscita profonda emozione rinnovare il rito religioso insieme a chi affronta l’ultimo tratto di vita con le spalle gravate dal peso della propria croce.
Guidati dal parroco don Marco, volontari, anziani e operatori sanitari hanno così ripercorso le stazioni della Passione di Cristo: «Signore – recitava la preghiera introduttiva – voglio rifare con Te la strada della Croce. La tua sofferenza porti un po’ di luce al mio dolore. La forza e il coraggio con i quali hai affrontato la morte diventino la mia forza e il mio coraggio, affinché meno pesante mi sia il cammino della vita».

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Il fatto non sussiste, di Irene Testa

Irene Testa, tesoriera del Partito Radicale, ha raccolto in un libro 25 storie di malagiustizia tratte dalle interviste realizzate per la rubrica “Lo stato del diritto”, che conduce su Radio Radicale. Tra le vicende raccontate c’è anche quella che mi ha riguardato personalmente.
«Ho raccolto delle storie – scrive –, realizzate grazie alla voce dei protagonisti per la rubrica “Lo stato del Diritto” che viene trasmessa sulla rete nazionale di Radio Radicale. Ho ritenuto che questi preziosi racconti andassero pubblicati perché mostrano una fotografia del dolore che tutti noi, da cittadini, rischiamo ogni giorno di subire. A causa di un sistema arroccato nella celebrazione e conservazione del proprio status quo anziché del diritto, dei diritti, della democrazia della Repubblica. Questo è il momento giusto per farlo. In primavera, grazie al referendum promosso dal Partito Radicale e dalla Lega, gli italiani avranno l’occasione di cambiare alcune distorsioni del sistema del quale queste storie sono la viva testimonianza».
La prefazione del volume è di Gaia Tortora, giornalista di La7 e figlia di Enzo, il popolare conduttore televisivo diventato il simbolo della malagiustizia italiana:
«Eccola la frase che ti fa tornare a respirare, che ti restituisce alla vita, anche se la vita per molti non sarà più quella di prima. Il fatto non sussiste, e invece sussiste eccome. Ed è quello che ti ha scaraventato all’inferno senza un motivo. Che ha distrutto la tua vita e quella dei tuoi cari. Il fatto sussiste, si chiama malagiustizia, errore giudiziario, sciatteria, malafede. Tutto quello che travolge una persona che mai avrebbe immaginato un incubo dal quale districarsi, perdendo dignità, salute e soldi. Le storia qui raccontate sono le vite degli altri, ma domani o dopo potrebbero accadere a tutti. Io lo so bene. Ogni giorno tre innocenti finiscono in carcere per errore, parliamo di oltre 1000 cittadini all’anno. Spesso le cause sono banali. Un errore di persona, un accertamento mancato, le falsità senza riscontro. È facile (fin troppo) finirci in quel fatto che non sussiste. Diventa però complicatissimo dimostrarlo. Le storie raccolte da Irene Testa sono le nostre storie. Ci appartengono anche se non le abbiamo vissute. Perché solo una coscienza collettiva dell’importanza di una giustizia giusta e di uno Stato di diritto ci aiuterà a dimostrare veramente che il fatto…non sussiste».
Chi volesse acquistare il libro, può farlo cliccando sul link: www.lostatodeldiritto.it

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