Rina De Leo, la mia signora maestra

Nel corso degli anni molte volte mi è capitato di ripensare alle carezze della mia signora maestra. L’ho sempre chiamata così, Rina De Leo: signora maestra. Come facevamo quando in fila per due con i compagni di classe attendevamo il via per recarci in classe: «Buongiorno, signora maestra».
Bianca e Pinuccia arrivavano con lei, sulla Fiat 112 color caffellatte. Gli altri a piedi. A quei tempi gli scolari delle classi più alte accompagnavano quelli della prima o seconda elementare. Le vie del paese brulicavano di bambini con la cartella sulle spalle. La mia era di cuoio rossa. Era più che sufficiente per contenere il libro delle letture, il sussidiario, qualche quaderno, l’astuccio con penne, matite e colori, la Kinder Brioss al latte da consumare durante la ricreazione, quando i maschietti si sfidavano con le figurine Panini e le bambine si dedicavano al gioco delle “pietre”, o dell’elastico quando si usciva sul terrazzo. Non abbiamo mai saputo il motivo per il quale la maestra mai ci portò nel cortile, dove si giocava a calcio e si svolgevano tante altre attività. Probabilmente per un eccesso di senso responsabilità, perché temeva che qualcuno potesse farsi male. Fatto sta che da sopra osservavamo i bambini correre sotto, con un pizzico di invidia.
In fila per due accanto alla scalinata che portava al piano di sopra, ci tenevamo per mano. Quella di Nino, un cespuglio di capelli, era perennemente sudata, anche in inverno. Da donna dotata di una fede incrollabile, una volta entrati in classe il primo atto prevedeva di rivolgere una preghiera alla piccola statua della Madonna cui gli alunni a turno portavano i fiori freschi: viole, ciclamini, margherite, qualche rosa.
Ci si alzava spesso nelle aule della scuola, a cavallo degli anni Ottanta. Ogni volta che si sentiva bussare e appariva sulla porta il direttore o l’insegnante di qualche altra classe con il mio compagno di banco Carmelo scattavamo dalle sedie come una molla: «Buongiorno!». Nella nostra, per un paio d’ore al giorno ospitavamo gli alunni della classe della maestra Domenica Caccamo: stesse letture, stessi esercizi, stessi dettati.
Forse sto divagando. Capita quando si vuole rinviare l’incontro con lo schiaffo di un dolore inaspettato, arrivato di primo mattino con il whatsapp di un amico di San Procopio, il paese della maestra De Leo: «Purtroppo ho una brutta notizia. La tua maestra Rina De Leo è morta stanotte». A seguire, altri messaggi di gente profondamente dispiaciuta. Ex alunni, amici, conoscenti: tutti accomunati da un dolore sottile, di quelli che fanno compagnia per l’intera giornata, qualsiasi cosa si stia facendo.
Vorrei pronunciarlo ancora quel buongiorno. Vorrei sentire di nuovo sulla mia guancia una carezza che non potrò più ricevere, ma che la signora De Leo non mi ha mai fatto mancare ogni volta che ci siamo incontrati nei quarant’anni successivi al quinquennio scolastico. Ogni volta che le ho donato un mio libro, che accoglieva con una frase di “rimprovero” bonario: «Ti stavo aspettando. Ho saputo che avevi scritto un nuovo libro e mi chiedevo come mai ancora non me l’avessi portato». Ogni volta che ci incontravamo dal fruttivendolo: e allora partiva la giostra dei ricordi con mia mamma, sulle ali dell’emozione per fatti e persone del passato.
Appartengo ad una generazione che considerava gli insegnanti un gradino più in basso dei genitori. Ovviamente, non a scuola: dentro l’aula non ce n’era per nessuno, la loro autorità non si discuteva e, a dirla tutta, nessun genitore si sarebbe mai sognato di farlo. A differenza di altri suoi colleghi, la maestra De Leo non ha mai dato un ceffone a nessuno dei suoi alunni. Se proprio sentiva la necessità di imporsi, nel richiamare all’ordine dava qualche colpo di bacchetta sulla cattedra.
È stata lei ad insegnarmi a fare di conto e a leggere speditamente, a non sbagliare le “e” con l’accento e le “a” con l’acca, ma soprattutto è stata lei ad educarmi al rispetto dei ruoli. Senza bisogno dei ceci sotto le ginocchia, né della punizione dietro la lavagna. Lo ha fatto con la tenerezza di una madre. Una madre premurosa, attenta, capace sempre di trovare le parole giuste.
Come accadde sei anni fa, quando mi ritrovai incredibilmente recluso a Santa Maria Capua Vetere. Quella volta riuscì a farmi commuovere. In determinate situazioni diventa normale temere che “fuori” possa essere cambiata l’opinione di chi ti conosce. Avevo pensato spesso a lei in quei mesi. Avrei voluto rassicurarla: «Sono innocente, signora maestra». Ma forse la rassicurazione serviva più a me. Avvertivo il bisogno di una carezza uguale alle tante ricevute dalla sua mano affettuosa. Una carezza che dicesse: «Stai tranquillo, so chi sei».
Mi fu consegnata una sua lettera, con gli occhi umidi aprì la busta sulla quale era scritto il suo nome, aprì il foglio e riconobbi la sua grafia perfetta. La immaginai mentre prendeva carta e penna per scrivere parole di conforto ad un suo alunno di quattro decenni prima: «Per cinque anni ho seguito il tuo sviluppo intellettuale, sociale e morale; hai dato sempre risultati positivi rendendomi soddisfatta del mio lavoro. La tua crescita culturale e i tuoi successi in campo letterario con le pubblicazioni di libri, in alcuni dei quali hai evidenziato la tua riconoscenza e affetto nei miei riguardi, mi ha reso orgogliosa. In questo difficile momento che stai attraversando pensa ai tempi sereni e lieti del passato che ti aiuteranno a superare questa triste esperienza. Non ti ho scritto prima, anche se ti ho seguito col pensiero perché ho avuto sempre tue notizie. Ti auguro che la situazione si risolva bene e presto in modo che tu possa riprendere le tue consuete attività. Con la speranza di rivederci al più presto a Sant’Eufemia, ti abbraccio affettuosamente».
Venni a conoscenza dopo di quante volte pianse ogni volta che chiedeva di me, del dolore che quella vicenda le procurò. L’abbraccio al mio ritorno da quella spiacevole disavventura non ebbe bisogno di molte parole. I suoi occhi lucidi di una commossa felicità dissero tutto quello che c’era da dire. Per addolcire la mia amarezza mi regalò una scatola di cioccolatini, dolci quasi quanto lei.
Questa è stata Rina De Leo, una donna che ha amato tanto e che tanto si è fatta amare. Questa è stata la mia signora maestra.

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