
A ripensarci oggi, rido come allora. Alcuni di noi seguivano in televisione una partita di tennis, mentre lui stava giocando a scala quaranta. Dava le spalle al teleschermo, non guardava proprio da quel lato. I suoi occhi erano fissi sulle carte, intenti a studiare lo scarto migliore o a immaginare la pescata vincente. Fosse caduto il mondo, si sarebbe spostato.
In realtà, credo che non si sia mai scaldato più di tanto. Neanche quella notte che, in un autogrill, si ritrovò la canna di una pistola puntata sulla schiena: «Se ti muovi ti stendo come un coniglio», la minaccia del rapinatore che, subito dopo, si dileguò con il suo tir, lasciandolo a piedi. Non si mosse, però non riuscì a trattenere la battuta e rispose: «E chi sei, John Wayne?».
Assorto nel gioco, il mondo attorno a lui non esisteva. In tv la partita era finita, il telecronista Gian Piero Galeazzi stava chiudendo il collegamento: «E dal Centrale del Roland Garros di Parigi è tutto. Una cordiale buonasera a tutti». “Giacca i ferru” continuò a guardare le carte tra le mani, nella sala stranamente non volava una mosca: silenzio assoluto. Gli altri giocatori attendevano che scartasse. Infine: «Nto culu», con un tono così pacato che, se lo avesse ascoltato, anche Galeazzi sarebbe scoppiato a ridere, nonostante l’invito a prenderla in quel posto fosse rivolto a lui.
Mi sembra di sentirlo il tono alto della voce di “don Nino”. Gridava sempre. E poi chiedeva, chiedeva. Un curiosone, impiccione, la cui risata usciva dalle porte e arrivava in strada. Rideva a crepapelle quando “u Pileri” ci raccontò che qualche figlio di buona donna l’aveva lasciato a piedi perché gli aveva rubato la macchina: «Era una 127 bellissima, modello Super 1050. Aveva pure la quinta!».
Nel frattempo faceva il suo ingresso “u Micuneddu”. Una scarpa più alta e l’altra più bassa, claudicante faceva il giro dei tavoli alla ricerca della Gazzetta del Sud: “tsi-tsu-tsi-tsu”, il tic sonoro che accompagnava la sua lenta andatura. Aveva l’ossessione del cambio del dollaro con la lira, che consultava per regolarsi se gli conveniva convertire la pensione americana che riceveva.
Il “farmacista” cercava due compagni per una partita a “calavrisa”. Carattere fumantino e la pistola sempre in tasca, ancora ci domandiamo come uno sconsiderato, una volta, tentò di barare, provocando la sua reazione. Che scena! Il poveretto avanti e il “farmacista” che gli correva dietro con la pistola in pugno. Assisteva all’inseguimento “u viddozzu”, in quel momento non in preda ad uno dei suoi ricorrenti attacchi epilettici. Crollava a terra oppure, se si trovava già seduto, ingoiava la sigaretta e faceva la pipì addosso.
In uno dei tre biliardi si susseguivano le partite a boccette. Le bestemmie di “Galera” facevano tremare i muri. Quando vinceva cantava: «Il generale Cadorna ha scritto alla regina: “Se vuoi vedere Trieste te la mando in cartolina”». Quando perdeva, ricordava al vincitore che c’era un motivo se aveva trascorso una quarantina d’anni al gabbio: «Tu vuoi morire giovane». Voleva vincere sempre e non ci stava a perdere. Ad onore del vero, a nessuno piaceva perdere.
“U Mammineddu”, che era altissimo, nella fretta dell’esecuzione del tiro, una volta rialzandosi si infilò con la testa dentro al lampadario del biliardo. Quando era in vena di scherzi, suggeriva ai giocatori di sostituire i birilli: «Questi non vanno bene», diceva, e al loro posto sistemava cinque proiettili del Revolver che, regolarmente denunciato, portava sempre nella fondina sotto l’ascella.
“U Griddu” lasciava dietro di sé una fragranza di vaniglia. Era pasticciere, ma all’occorrenza si improvvisava anche fisioterapista specializzato in massaggi, con risultati altalenanti. Con il tamburello era una furia, in coppia col “Bagasciu” all’organetto le serate estive in piazza non terminavano mai. Il suo colpo da diciannove punti è rimasto nella storia, così come la boccia che, scagliata con una forza esagerata, prese il volo e sfiorò pericolosamente le teste del gruppo impegnato in una partita a “ciapanò” nel tavolo di fronte.
Frank “il Mongolo” e lo “zio Pino” erano però di un’altra categoria: bravissimi nei tiri ad effetto, giocavano di sponda come se colpissero di dritto, facevano schizzare fuori dal biliardo i birilli del filotto e, all’acchito, accostavano la biglia alla sponda “al bacio”.
Nel secondo biliardo “italiane” e “goriziane” si alternavano senza pause. Si profilava l’ennesima maratona che sarebbe proseguita sino al mattino successivo, tra il fumo di centinaia di sigarette, caffè a litri e giusto qualche tramezzino fatto preparare alla moglie da Mario. Conveniva anche mettere fuori servizio il telefono del bar, per evitare le chiamate di madri e moglie infuriate per quelle “una mezzoretta e vengo, cominciate a cenare”, che mettevano a rischio gli equilibri familiari.
Nel terzo biliardo si giocava invece a “Bazzica”. Il “fotografo” era un vero fenomeno, capace con la sua biglia di fare punti nelle situazioni più complicate, nonché di colpire il pallino ovunque fosse posizionato.
Sasà era invece lentissimo nell’esecuzione. Un tempo infinito con la stecca che scorreva avanti e indietro sulla mano senza che scoccasse il colpo. Anche sorseggiare il caffè era un’agonia per il barista che ne contava gli infiniti sorsi, intercalati da soffi e “ahhh” di puro godimento.
Il “ragioniere” si gustava lo spettacolo seduto su una delle sedie dell’ex cinema che perimetravano la sala, agganciate l’una con l’altra. Sistemate tutte attorno ai biliardi, venivano spesso utilizzate per la pennichella da chi era stanco o, soltanto, aveva mangiato troppo. Il record imbattuto di soci appisolati fu di nove: con la faccia sul palmo della mano, con il mento sul petto, con la nuca appoggiata al muro per onorare la controra estiva. Sette, invece, quelli che, un pomeriggio, si ritrovarono con la stessa identica camicia a maniche corte, color verde, acquistata alla “Centrale della Moda”, scatenando una corsa a casa per cambiarla.
Ogni tanto il “ragioniere” commentava con la sua tipica inflessione reggina, ma non partecipava alle partite. Era più uomo da ramino, scala quaranta, “calavrisa”, “ciapanò” e “bestia”, il gioco dai piatti più ricchi. Come “Pedazzi”, che ogni tanto regalava a noi bambini monetine da 5, 10 e 20 lire ormai fuori corso da collezionare, mentre gustava compiaciuto un cornetto Algida all’amarena.
“U pacciu” scriveva, tutti i giorni, sui bloc notes segna-punti lasciati sui tavoli. Pagine e pagine di righe fittissime. Riflessioni filosofiche e letterarie, domande alle quali egli stesso dava risposta: «Ti piace Ugo Foscolo? Risposta: no». E la firma in calce, preceduta dal titolo onorifico “Monsignore”.
Nella sala giochi i più giovani erano alle prese con le sfide ai videogiochi, flipper e calciobalilla. In palio, i tranci di “Sparacani”, che arrivava nel pomeriggio con diverse teglie di pizze farcite con alici e olive. Così buone, non ne ho assaggiate mai più.








