Addio a Tina, la mia amica lontana

Con Tina (Fortunata) Ciccone Sturdevant ci siamo conosciuti su Facebook nel 2016. Grazie allo strumento della condivisione dei post era finita sul mio blog, interessata com’era a tutto ciò che riguardava la storia di Sant’Eufemia, dov’era nata nel 1931 e da dove era partita nel 1950 insieme alla mamma per raggiungere negli Stati Uniti il padre, due fratelli e una sorella. Successivamente sposò Ernest Sturdevant e diede alla luce quattro figli: Gary, Donna, Lisa e Linda. Era ritornata a Sant’Eufemia nel 1970 e aveva recuperato per caso, in fondo ad un baule, lo straordinario racconto del padre Giuseppe sull’esperienza vissuta nella Prima guerra mondiale. Il testo, in inglese con a fronte le pagine originali del diario-poema scritte in un calabrese-italiano stentato, è stato pubblicato grazie anche alla preziosa collaborazione dell’adorato nipote Richard Ciccone, professore di Psichiatria presso l’Università di Rochester. Through the circles of hell: a soldier’s saga. Giuseppe Ciccone – questo il titolo – è l’unica testimonianza diretta di un fante eufemiese sulla carneficina delle trincee del Carso.
Ho avuto il privilegio di recensire il libro per “Il Quotidiano del Sud” e di consegnarne una copia all’Archivio di Stato di Reggio Calabria e alla biblioteca comunale di Sant’Eufemia. Recensione in seguito pubblicata nel mio Sant’Eufemia d’Aspromonte e la Grande guerra.
Stamattina ho saputo che Tina ci ha lasciati tre giorni fa. Ci eravamo scritti l’ultima volta per gli auguri di Pasqua, chiudendo entrambi l’email con la nostra consueta formula “your long distant friend”.
In questi otto anni siamo rimasti sempre in contatto: all’inizio utilizzavamo entrambi l’inglese, poi qualche volta io l’italiano e lei l’inglese, infine entrambi l’italiano. Lingua che, mi ripeteva spesso, aveva sepolto insieme a radici e ricordi: «Ero diventata più americana che italiana». Me ne parlava spesso nelle email e nelle lettere da Silver Spring (Maryland), nonna e bisnonna felice che “al tramonto della vita” (altra frase che utilizzava di frequente), era riuscita a fare in qualche modo pace con un passato più o meno volontariamente dimenticato.
Con il nipote Richard aveva anche tradotto in inglese e pubblicato la Breve monografia su Sant’Eufemia d’Aspromonte di Vincenzo Tripodi e, infine, aveva approfittato della clausura del Covid nel biennio 2020-2021 per ordinare i suoi ricordi nel prezioso Once upon a time in Calabria: stories of Sant’Eufemia, uno spaccato su personaggi e consuetudini degli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso a Sant’Eufemia d’Aspromonte: «Appena ho appoggiato le dita sui tasti del computer, le storie si sono scritte da sole. Tutte le memorie, nomi e luoghi – mi scrisse – sono ritornati in modo straordinario».
Tina era curiosa di sapere come il paese era cambiato. Apprezzava le attività di volontariato dell’Agape e si entusiasmava per i giovani che si spendono per fare crescere Sant’Eufemia. Da Oltreoceano mi è stata accanto quando mi candidai nelle elezioni comunali e nei sette mesi bui del 2020. Leggevo con piacere le sue email, le sue domande, le sue considerazioni, i suoi progetti. Pensava al futuro con una grande energia vitale, preoccupata non per sé ma per i giovani. Non temeva la morte perché – diceva – aveva avuto una vita piena di soddisfazioni e di affetto. Era in pace. Mi mancherà.

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Dietro la curva

La notte che te ne sei andato, ti ho sognato. Eri con uno dei tuoi amici più cari: alcuni mesi fa vi avevo visti insieme: non guidavi più da molto tempo ormai, e lui ti portava in giro con la macchina. Per distrarti, o soltanto per starti vicino: senza il bisogno di tante parole, con il gesto silenzioso che è il dono dei veri amici. Allora pensai a quanto amore, a quanta attenzione, a quanta delicatezza contenga il sentimento dell’amicizia. Capace di bastarsi e di brillare nel buio più nero.
Nel sogno giocavate a biliardo nella sala dell’ex cinema, cosa che credo non abbiate mai fatto. Mi sei passato davanti e a me, che ti guardavo stupito, la tua amata sorella Sara ha detto: «Lo vedi, ora sta bene». Al risveglio, ho appreso la triste notizia.
Una coincidenza. Una coincidenza come quella che ti vede raggiungere, dopo appena due settimane, un altro tuo grande amico. Due coincidenze che però fanno riflettere sulla bellezza di questo sentimento. Avevi molti amici perché sapevi farti volere bene, perché nella compagnia avevi la battuta pronta, perché la tua presenza in questi troppo pochi anni è stata discreta ma sostanziale. Io stesso ho avuto modo di sperimentarlo, quando ti sei fatto fermare davanti al bar per salutarmi, alla fine di una mia spiacevole esperienza. Non potevi scendere dall’auto, non ce la facevi già: eppure, dal tuo calvario hai pensato a me. Avevi sofferto per me e ora eri felice per me.
Hai abbracciato la Croce e l’hai portata sulla cima del Golgota, con coraggio e dignità. Senza cedimenti. L’ha abbracciata con te tua moglie Maria, infaticabile: una lottatrice dal volto gentile anche mentre il mondo le stava crollando addosso, che ha dato a tutti noi una lezione su come si possano affrontare le tempeste della vita senza perdere la tenerezza. Senza lasciarsi andare allo sconforto; senza commiserarsi. L’ha abbracciata con te Rita. I suoi occhi grandi e neri non avrebbero dovuto assorbire tutta questa sofferenza: «C’era tutto un programma futuro/ che non abbiamo avverato». Chissà. Noi, stretti dalle corde dei nostri limiti umani, non possiamo decifrare gli imperscrutabili disegni di Dio. Cosa la sua matita ha disegnato e quale sia l’interpretazione degli schizzi sul foglio.
Sappiamo però che il dolore di questi anni ha avuto il suo luminoso contraltare in un amore altrettanto grande. Quello che ha tenuto avvinghiati in un unico abbraccio te, Maria e Rita. E con voi i vostri familiari: un battito solo, le ali spiegate al di sopra delle angosce quotidiane.
Ha scritto un Poeta: «La morte è la curva della strada, morire è solo non essere visto. Se ascolto, sento i tuoi passi esistere come io esisto».
La tua vita è volata via in fretta, ma ora tu sei lì, dietro la curva della strada. Chi ti ha voluto bene sentirà ancora i tuoi passi. La vita, nei momenti decisivi, sgrossa del superfluo e riduce all’essenziale. A ciò che conta veramente: l’amore di chi ci lascia, l’amore di chi resta.
Fai buon viaggio, Cosimo

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La sedia vuota

Ci sono assenze che non riusciamo ad accettare, ma abbiamo imparato a convivere con le sedie vuote, riempendo d’amore l’aria rarefatta e la nebbia del ricordo. Pazienza se fino ad un certo punto sembrava tutta discesa, una corsa senza freni verso un traguardo qualsiasi, reale o immaginario. Ma comunque a portata di mano. Così almeno credevamo. Come quando dai nostri pochi anni guardavamo al 2000, lontanissimo. Chissà cosa saremmo stati e dove. Cosa avrebbe portato. Poi di colpo il 2000 è arrivato e non ce ne siamo neanche accorti. Tanto che stiamo per planare sul 2024. Per certi aspetti senza averci capito molto, sballottati dalle onde del tempo. Impegnati a tenere la testa a pelo d’acqua. Per non affogare. Oppure, avendoci capito fin troppo. Su come gira e su quanto la vita sappia essere sorprendente, nel bene e nel male. Individuando la chiave di senso proprio in questa imprevedibilità, che richiede riflessi e spirito di adattamento. Che non è rassegnazione, ma consapevolezza che la vita è questa, e tocca viverla oggi. Alzando un altare agli attimi di felicità, abbracciando il dolore per addomesticarlo. Anche se l’ieri ha fatto di noi ciò che adesso siamo; anche se il domani è la tensione che dà linfa alle nostre idee, alle nostre azioni. Potremo essere migliori o peggiori, dipende da noi ma non soltanto da noi. Perché con gli altri e con le circostanze bisogna farci i conti: «È tutto un complesso di cose/ che fa sì che io mi fermi qui», suggerisce il poeta. Prendere atto dello scarto tra aspettative e realtà mi sembra già un buon punto di partenza. Un compromesso onorevole con la propria coscienza è il fondamento della pacificazione con sé stessi. E solo se si è in pace con sé stessi si può vivere in pace con il mondo, trovarci residenza. Qui e ora.
Buon anno a tutti

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Una volta qui c’era il Bar Mario

Da diversi giorni mi martellano la testa i versi di una canzone di Ligabue, Anime in plexiglass: «Una volta qui c’era il Bar Mario/ l’han tirato giù tanti anni fa/ e i vecchi sono ancora lì/ che dicono che senza non si fa». Invece si fa, si deve fare. Cercando di tenere a bada una tempesta emotiva comprensibile, se penso a quante vite vi sono passate dentro, dal lontano 1982. A partire dalle nostre, quelle della mia famiglia. La mia, un bambino di neanche dieci anni che saliva sulla cassa della Peroni per preparare il caffè, perché altrimenti non riusciva ad agganciare il braccetto portafiltro alla macchina. Quella dei miei fratelli, con i quali si faceva a gara per chi doveva servire ai tavoli perché, in fondo, in quegli anni per noi il bar era un gioco. Il sacrificio di mia mamma e di mio papà, alla cui intuizione si deve la nascita del circolo ricreativo, seguita alla trasformazione dei locali del vecchio cinema (del quale fu l’ultimo gestore al rientro dagli undici anni vissuti in Australia) in un moderno punto di aggregazione per i giovani del paese.
Il Bar Mario è stato la nostra vita. Non è stato facile, si è dovuto stipare il cuore in un cassetto e tapparsi le orecchie. Ma credo sia giusto così, senza bisogno di ulteriori spiegazioni.
Preferisco pensare a tutto ciò che il circolo ricreativo gestito dalla mia famiglia ha significato, al tanto che abbiamo dato e al tanto che abbiamo ricevuto. Il mio pensiero va ai tanti amici che purtroppo non ci sono più, alle lezioni di vita che ho appreso da tutti coloro che lo hanno frequentato in oltre quarant’anni di attività. Là dentro ho imparato cosa è giusto fare e cosa è giusto non fare. Il contatto quotidiano con la gente, i problemi di giovani e meno giovani, l’instaurazione di rapporti di sincera amicizia sono stati per me una palestra di vita e un tesoro di umanità che conserverò gelosamente per sempre. Dal Bar Mario sono transitate generazioni di ragazzi diventati adulti, molti costretti ad emigrare, ma che ad ogni estate hanno continuato a passare dal circolo per un saluto, per ricordare vecchi aneddoti e per tenere così vivo il ricordo dei giorni felici. Anni d’oro, con oltre 200 soci che affollavano il locale dalla mattina alla sera, distribuiti nei diversi ambienti: la sala biliardi con tre tavoli (prima Mari, poi Hartes, infine MBM), per occupare i quali occorreva la prenotazione; il palcoscenico del teatro chiuso da un tendone, con cinque tavoli riservati al gioco delle carte (scala 40, ramino, tressette, scopa, briscola); la sala giochi con il calciobalilla, il flipper e oltre dieci videogiochi cabinati, da SuperMario Bros a Pac-Man, da Street Fighter a Space Invaders, il mio preferito. Gli anni dei tornei di biliardo, di calcio, delle gare di ciclismo, della sagra delle ciliegie.
Ringraziamo chi in questi giorni ha espresso dispiacere per la chiusura del circolo. Ringraziamo coloro che ci sono stati vicino in questi anni, molti dei quali nel tempo sono diventati amici di famiglia: i fornitori di bevande Raffaele Fazzari e Giuseppe Carbone, Tonino Rizzitano (Gelati Algida), Carmelo De Leo (Caffè Moca), Arturo Nastasi (AICS Reggio Calabria).
Quattro decenni vissuti con umiltà possono ora lasciare il campo all’orgoglio per essere stati un punto di riferimento importante nella comunità eufemiese. Alla mia famiglia mancherà il Bar Mario, ma in questo momento è una piccola consolazione sapere che non mancherà soltanto a noi. Abbiamo voluto bene, siamo stati voluti bene. Questo conta, questo ci fa essere ciò che siamo. Grazie a tutti.

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Ancora sulla barbarie delle intercettazioni

Grazie ad un articolo di Strettoweb, ho scoperto che ieri sera sono finito su una slide del programma Controcorrente (Rete 4). Non sono avvocato, come erroneamente riportava il cartello, ma non è ovviamente questa inesattezza che voglio commentare dopo avere guardato sul sito di Mediaset la trasmissione.
Probabilmente la redazione ha preso spunto dal mio recente articolo pubblicato su “Il Dubbio” e mi ha accostato, in maniera secondo me impropria, alla vicenda che coinvolse l’ex ministra dello Sviluppo economico Federica Guidi come esempio della stortura che a volte si registra nell’uso delle intercettazioni. Cosa che accade, ad esempio (e di questo gli ospiti in studio hanno dibattuto), quando un magistrato allega agli atti un’intercettazione di natura privata, che non ha attinenza con l’imputazione, e quando il giornalista che si ritrova quella intercettazione la pubblica sul giornale. Il dibattito, insomma, era incentrato sulla questione della pubblicazione. Per questo sostengo che la mia vicenda è stata citata in maniera impropria.
A volte mi sembra di essere un disco rotto e di questo mi scuso. Ma il mio caso ha a che fare con una questione preliminare, a monte – diciamo – dell’utilizzo delle intercettazioni: e cioè sul fatto che prima di arrestare una persona intercettata, della quale si ha la voce registrata, il minimo sindacale sarebbe di verificare se quella voce è effettivamente sua. La terribilità delle manette sta proprio nell’uso disinvolto e approssimativo degli strumenti di indagine intercettivi che caratterizzano alcune inchieste antimafia.

Link dell’articolo di Monia Sangermano per Strettoweb: Inchiesta Eyphemos, il clamoroso errore giudiziario ai danni di Domenico Forgione finisce su Rete 4

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Vi spiego io la barbarie delle intercettazioni

Il Dubbio, 21 gennaio 2023

“Il Dubbio” di oggi ospita una mia riflessione su intercettazioni e trojan

La relazione al Senato del guardasigilli Nordio ha innescato la prevedibile reazione di chi, da decenni, intossica il dibattito sul tema della giustizia in Italia con considerazioni per lo più strumentali, che passano come un carrarmato sulla vita delle persone. Io credo, invece, che occorra un alto livello di umanità, quando si affrontano temi che incidono fortemente sulla libertà, sulla dignità e sulla rispettabilità degli individui.
Il ministro della Giustizia afferma, e noi gli crediamo, che «il nostro fermo proposito è di attuare nel modo più rapido ed efficace il garantismo del diritto penale». Però dice anche, per stoppare le urla scomposte del fronte giustizialista, che «non sarà mai abbastanza ribadito che non vi saranno riforme che toccheranno le intercettazioni su mafia e terrorismo».
Mi permetto di dissentire e di portare ad esempio, ahimè, la mia esperienza personale: un caso forse limite, ma comunque utile – spero – per centrare e meglio evidenziare i contorni della discussione, quando si parla di intercettazioni e di 416 bis. Sono stato arrestato il 25 febbraio 2020, sulla base di una conversazione (11 pagine sulle 3651 complessive dell’indagine) intercettata tramite il trojan installato sul telefonino di un altro indagato, che si trovava a cena con due persone, ad una delle quali era stata attribuita la mia identità. Nonostante la mia dichiarazione di assoluta estraneità, già in sede di interrogatorio di garanzia (due giorni dopo l’arresto e senza avere ancora ascoltato l’audio della conversazione), e la contestuale richiesta di effettuare una comparazione fonica (non accordata nell’immediato; mentre in nessuna considerazione il Tribunale della libertà ha tenuto la perizia fonica presentata dalla difesa), ho dovuto subire sette mesi di custodia cautelare in carcere, fino a quando il Ris di Messina, su incarico della Procura di Reggio Calabria, non ha stabilito che la voce intercettata non era la mia. Duecentocinque giorni dopo il mio arresto, trascorsi negli “hotel” a cinque stelle di Palmi e di Santa Maria Capua Vetere. Successivamente, la mia posizione è stata archiviata.
La questione, dal mio punto di vista, è quindi un’altra, più profonda e grave. Può la lotta alla mafia giustificare la sospensione dello stato di diritto in vaste aree del Paese? L’Italia è uno stato di diritto o uno stato di polizia, nel quale le garanzie individuali possono essere calpestate? Sono queste le domande per le quali io e migliaia e migliaia di altre vittime attendiamo risposte, anche per riuscire ad avere nuovamente fiducia nella giustizia.
La sensazione è che il populismo penale di parte della magistratura e dell’informazione spinga all’accettazione del fatto che la lotta alla criminalità organizzata possa avere come effetto collaterale un numero cospicuo di innocenti in manette. Per motivi ideologici, ma anche per una questione all’apparenza banale: chi parla di carceri, di buttare le chiavi, di innalzare forche nelle pubbliche piazze, lo afferma senza cognizione di causa; senza avere cioè la minima idea del terremoto emotivo che si scatena nell’animo di chi varca il cancello di un carcere, soprattutto se sa di essere innocente. Senza, inoltre, avere la minima idea della condizione disumana delle carceri italiane.
Ecco perché, pur riconoscendo l’importanza e l’efficacia dell’utilizzo di trojan e intercettazioni telefoniche per assicurare alla giustizia i rei, sarebbe auspicabile una rivisitazione del loro impiego, nel senso di ribadirne la validità come strumento di indagine attorno al quale costruire la prova vera e propria.
Prendere atto che su questa delicata materia occorre intervenire, al di là delle caciare strumentali che si sollevano ogni qual volta qualcuno pone con spirito costruttivo la questione, sarebbe già un passo in avanti, a tutela della giustizia e della dignità delle persone, poiché “non c’è tirannia peggiore di quella esercitata all’ombra della legge e sotto il calore della giustizia” (Montesquieu).

Link: Il Dubbio

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Buon anno

A volte sembra di avere vissuto troppo. Abbiamo realizzato tutti i nostri desideri e soddisfatto ogni aspettativa. Vaghiamo, senza fuoco dentro ad ardere, perché ogni cosa è diventata stanca abitudine. Non è una questione di età: Ninuzzo aveva quasi un secolo quando piantò un albero e immaginava di raccoglierne lui i frutti, nel giro di pochi anni.
Oppure siamo stati talmente messi alla prova da sentirci sfibrati. Ogni azione, ogni pensiero ci risultano faticosi. Rimaniamo inchiodati al nulla, vorremmo soltanto dormire e non svegliarci più.
Altre volte si ha invece l’impressione che il tempo non sarà mai abbastanza. Eppure ancora abbiamo libri da leggere, viaggi da intraprendere, incontri da godere. Una vita sola non può bastarci. Avremmo bisogno del treno arrugginito richiamato con feroce disincanto da De Andrè per ritornare indietro, al punto di partenza. Un treno che non esiste; ed è bene che sia così.
Da qualche parte ho letto che la vita è quella cosa che ci accade mentre siamo impegnati in altri progetti. Succede nonostante noi, anche contro di noi.
Ecco perché non faccio più bilanci. Non mi va di dividere il foglio in colonne di dare e avere. Separare le cose belle da quelle brutte, le giuste dalle sbagliate. Tutto ha un senso, anche le favole tristi che opprimono e fanno mancare il respiro, come certe assenze conficcate nel cuore. Ma quel senso dobbiamo sforzarci di trovarlo noi, con tenacia da esploratore.
Aggrappiamoci alla vita, cerchiamola ovunque. Sempre.
Buon anno a tutti.

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Una padella come forno e una cravatta di carta. Ecco il nostro Natale in cella

Eccoci. Anche noi siamo pronti per il pranzo di Natale. Il direttore ci ha concesso la “socialità”: i detenuti potranno pranzare insieme, fino ad otto in un’unica cella, dove solitamente si sta in due. È uno dei “privilegi” dell’Alta sicurezza: almeno in questo carcere, le sezioni riservate ai carcerati più pericolosi (noi; io) non sono sovraffollate. Tra i comuni è diverso, in una cella vivono ammassati sei, sette detenuti; a volte di più. Il corridoio è un via vai di uomini con lo sgabello sotto il braccio, ognuno porta il proprio, altrimenti gli tocca mangiare in piedi. Sembra un trasloco.

In galera il giorno di Natale è pesante. La mente è affollata dai ricordi, da lontananze che provocano sofferenza. Non è festa, non lo è nemmeno a casa, dove il pensiero di noi è lacerante. Fa ancora più male sentirsi responsabili del dolore dei familiari.

Comunque ci proviamo. Per l’occasione ci vestiamo bene: pantaloni, camicia e giubbottino invece della consueta tuta sportiva sotto lo smanicato. Gianni, che conserva una sua inspiegabile ironia nonostante una condanna all’ergastolo in primo grado, sfoggia una cravatta realizzata con un foglio di giornale ripiegato. Gigi e Antonio hanno invece modellato i capelli con il gel e odorano di Paco Rabanne, come quando hanno il colloquio con i parenti e si profumano per scacciare via il tanfo di carcere che sentono appiccicato sulla pelle.

Ci è andata bene. La socialità non è un diritto riconosciuto ovunque all’interno del sistema penitenziario, è piuttosto un gentile omaggio che dipende dalla sensibilità di chi qua dentro regna come un sovrano assoluto. Ogni carcere è uno Stato a sé e ciò che è consentito al Pagliarelli può non esserlo a Poggioreale. Vale per la socialità, per il numero e la durata di telefonate e videochiamate, per gli acquisti del sopravvitto. Senza alcuna logica apparente, è il caso (capitare in un posto anziché in un altro) a rendere più o meno pesante la detenzione di questa umanità invisibile e dimenticata.

Qualche giorno fa il cappellano ha celebrato la messa nella chiesetta adornata di figure religiose dipinte negli anni dagli stessi detenuti. Un quadro riproduce l’immagine di San Leonardo di Noblac, il liberatore dei prigionieri, che compaiono in ginocchio al suo fianco, in catene. Siamo sempre nei pensieri di don Elio: «Ricordatevi dei carcerati, come se foste loro compagni di carcere» (Ebrei 13:3). Stamattina ha fatto arrivare vassoi di bocconcini alla crema, ne mangeremo come minino uno a testa. Non ne assaggio da mesi. Non si possono acquistare dolci di pasticceria, né si può ricevere del torrone con il pacco da casa. I panettoni invece si possono ordinare con la spesa settimanale. Ne abbiamo comprati in buon numero, in modo da scambiarli con altri detenuti, come regalo.

Per le torte non abbiamo problemi. Franco si diletta a preparare cheesecake favolose impiegando le confetture monodose che passano la mattina con la colazione. Il portavitto lo sa e gli lascia pure quelle che altri detenuti non ritirano. Oggi ha però elaborato una torta con le gocce di cioccolato, ottenute riducendo in frantumi – a colpi di caldaia della moka – una tavoletta di fondente. Il “forno” consiste in una padella sulla quale va appoggiata la “campana”, una pentola bucherellata come la padella delle caldarroste. Viene posto sopra un fornellino da campeggio, mentre i bruciatori di due fornellini ai quali è stato smontato il piatto vengono inseriti in due fessure realizzate ai lati della campana. Ciò consente di cuocere la torta sia di sopra che di sotto. Un capolavoro di ingegneria carceraria.

Inalando il gas della bomboletta di un fornellino, pochi giorni fa, Giulio ha deciso di farla finita, nella sezione dei comuni. Con l’avvicinarsi di una ricorrenza, per i più fragili tutto diventa più opprimente e qualcuno finisce per lasciarsi sopraffare dalla disperazione.

Franco ha voluto fare le cose in grande, ha cucinato per metà sezione la carne di agnello ricevuta con il pacco da casa, disossata e confezionata sottovuoto dopo una leggera cottura, suddivisa in pezzi conformi alle indicazioni dell’amministrazione penitenziaria. Anche noi viviamo sottovuoto, come le cotolette e gli insaccati che mamme, mogli e sorelle preparano e imbustano tra le lacrime, con un’attenzione religiosa.

Dividiamo il pane, ma non possiamo ripetere la stessa operazione con il vino, che è stato tolto dalla lista della spesa dopo una rissa scoppiata tra diversi detenuti ubriachi. L’alchimista della sezione ha però prodotto un surrogato di limoncello, per la verità imbevibile. Ad essere scoperti si rischia qualche giorno di cella di isolamento, ma un dito di liquido giallognolo, da dividere in otto, è giunto anche a noi. Brindiamo con quello alla nascita del Bambinello e al suo messaggio di salvezza, inumidendoci appena le labbra. Buon Natale.

Link: «Una padella come forno e una cravatta di carta. Ecco il nostro Natale in cella» (ildubbio.news)

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Totò, ci manchi

Con il trascorrere del tempo, inevitabilmente Facebook diventa un luogo di nostalgia. La funzione “ricordi”, con i vecchi post che il social ogni mattina consiglia di condividere, riproponendo avvenimenti e persone ci riporta indietro negli anni. Come eravamo, cosa facevamo, con chi eravamo in quel preciso giorno. Nostalgia che aumenta quando Facebook ci segnala il compleanno di amici che purtroppo non sono più tra di noi, ma il cui profilo risulta ancora attivo.
Mentre si è impegnati a vivere, non si pensa alla morte. Per cui in pochi utilizzano l’opzione che predispone la cancellazione automatica dell’account dopo un periodo di inutilizzazione. Certamente non ci aveva pensato Totò Ligato, il quale oggi – mi ricorda appunto Facebook – avrebbe compiuto 75 anni.
Totò, purtroppo, manca da sette anni. Per il dizionario della Treccani, mancare significa: “essere meno di quanto sarebbe necessario o conveniente o desiderabile; o non esserci affatto, di cosa che invece dovrebbe esserci”. Necessario, desiderabile, dovrebbe esserci: il verbo definisce in maniera esauriente il vuoto lasciato da Totò.
Sono tra i tanti che gli hanno voluto bene. Apprezzavo le sue corrispondenze per la Gazzetta del Sud da Melicuccà, Seminara, Sinopoli e San Procopio, rigorosamente firmate a.l.: Antonio Ligato. Ma per tutti noi è sempre stato “Totòligato”, tutto attaccato. L’avevo conosciuto intorno al 2000, lui corrispondente per la «Gazzetta del Sud», io per «Il Quotidiano della Calabria». Da allora e fino alla sua morte non abbiamo mai smesso di “frequentarci”, di scandagliare quelle piccole storie che affascinavano entrambi, che io ho finito per raccontare sul blog e nei libri, lui sulle pagine della Gazzetta, in un esercizio appassionante di custodia della memoria dei nostri luoghi.
Conservo con orgoglio le sue recensioni ai miei primi due libri sulla storia di Sant’Eufemia: Sant’Eufemia d’Aspromonte. Politica e amministrazione nei documenti dell’Archivio di Stato di Reggio Calabria. 1861-1922 (2008) e Il cavallo di Chiuminatto. Strade e storie di Sant’Eufemia d’Aspromonte (2013).
I corrispondenti locali danno visibilità a posti dei quali spesso, se non ci fossero loro a scriverne, non si saprebbe niente. Sono la voce dei territori che non hanno voce e di coloro che ci vivono. Svolgono una funzione sociale e civile tanto preziosa quanto misconosciuta.
Totò Ligato ha svolto questa “missione” in maniera alta. Nella sua lunga attività di cronista curioso del mondo e dell’infinita varietà umana, ha regalato ai lettori della “Gazzetta del Sud” ritratti indimenticabili di personaggi di paese, in particolare della sua Melicuccà nel Novecento: protagonisti di vicende paradigmatiche di un’epoca ricordata con la nostalgia che naturalmente si prova per gli anni che furono. A quelle storie ha dedicato anche un romanzo breve: Sabbia, uno scritto introvabile che qualche anno fa ho avuto la fortuna di recuperare in formato pdf e che meriterebbe di essere ripubblicato, insieme ad una selezione dei suoi articoli più significativi.
Totò era un giornalista romantico, al quale la dimensione di corrispondente locale andava bene, nonostante avesse una solidità culturale e uno stile di scrittura da cronista di razza. Mi mancano le sue osservazioni mai banali e la sua capacità di analisi, il suo amore per i nostri territori e per le storie delle umili genti, che soltanto nella penna di chi ha una sensibilità particolare trovano riscatto.

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Buon compleanno, professore Coloprisco

Un appuntamento fisso delle mie estati è l’abbraccio con Aldo Coloprisco, ex insegnante di lettere nella scuola media “Vittorio Visalli”, che oggi ha tagliato il traguardo degli ottant’anni.
Stento a crederci. La mia impressione è che la sua età sia rimasta ferma al periodo del nostro “incontro”, nella metà degli anni Ottanta. Ed è molto probabile che sia così, visto che ancora oggi scrive libri, organizza eventi culturali, fa teatro con la sua “Compagnia dei Capocotti” a Frascati (e non solo), dove risiede da tre decenni.
Il segreto dell’eterna giovinezza sta nel dedicarsi alle attività che più si amano. Coloprisco lo sa e si regola di conseguenza, potendo oltretutto contare sulla complicità della moglie Carmelita Tripodi, un vulcano di iniziative culturali e sociali.
Professore “bizzarro”, faceva sistemare i banchi a ferro di cavallo lungo il perimetro dell’aula e, in terza media, ci trasmise i rudimenti della lingua latina: «Serviranno a chi deciderà di iscriversi al classico o allo scientifico». Nella scampagnata di fine anno guidava la fila che a piedi percorreva i sentieri verso l’Aspromonte, dove ci raggiungeva Carmelita con l’auto carica di ogni ben di Dio.
Sono molti coloro che devono qualcosa a quest’uomo mite ma determinato, coerente con i valori della sua vita. Aldo Coloprisco è stato per lunghi anni un solidissimo punto di riferimento culturale, non soltanto per la libreria che gestiva e che, da allora, Sant’Eufemia non ha più avuto. La recitazione, da occasione di aggregazione e di responsabilizzazione, si è rivelata per molti ragazzi un potente strumento di liberazione. Le rappresentazioni non erano affatto una “pacchia”, per via del tempo che le prove sottraevano alle lezioni, nel teatro di “confine” con le file delle sedie dell’ex cinema, trasportate a scuola da noi studenti. Generazioni di eufemiesi hanno avuto modo di maturare una coscienza civile e di comprendere quanto sia nobile impegnarsi per migliorare, migliorando sé stessi, il posto in cui si vive. Buon cittadino è colui che si spende per contribuire alla crescita socio-culturale della sua comunità.
L’attività teatrale esaltava la funzione emancipatrice della cultura, nel solco di quel socialismo umanitario che ha costituito il fulcro della sua formazione politica. Se chiudo gli occhi, mi appare davanti il cofanetto della Laterza contenente i sette volumi giallo ocra della Storia del pensiero socialista di George D.H. Cole, che per la prima volta vidi nel suo studio. Non a caso, uno dei libri di narrativa adottati nel triennio scolastico, Tibi e Tascia di Saverio Strati, racconta il sogno di evasione dei protagonisti dal contesto angusto della realtà contadina calabrese. Coloprisco ci ha insegnato che i sogni sono parte importante della vita. Ma soprattutto ci ha insegnato il valore della libertà, un bene non negoziabile per nessuna ragione al mondo.
Buon compleanno, mio caro professore.

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