Il colpo da diciannove

A ripensarci oggi, rido come allora. Alcuni di noi seguivano in televisione una partita di tennis, mentre lui stava giocando a scala quaranta. Dava le spalle al teleschermo, non guardava proprio da quel lato. I suoi occhi erano fissi sulle carte, intenti a studiare lo scarto migliore o a immaginare la pescata vincente. Fosse caduto il mondo, si sarebbe spostato.
In realtà, credo che non si sia mai scaldato più di tanto. Neanche quella notte che, in un autogrill, si ritrovò la canna di una pistola puntata sulla schiena: «Se ti muovi ti stendo come un coniglio», la minaccia del rapinatore che, subito dopo, si dileguò con il suo tir, lasciandolo a piedi. Non si mosse, però non riuscì a trattenere la battuta e rispose: «E chi sei, John Wayne?».
Assorto nel gioco, il mondo attorno a lui non esisteva. In tv la partita era finita, il telecronista Gian Piero Galeazzi stava chiudendo il collegamento: «E dal Centrale del Roland Garros di Parigi è tutto. Una cordiale buonasera a tutti». “Giacca i ferru” continuò a guardare le carte tra le mani, nella sala stranamente non volava una mosca: silenzio assoluto. Gli altri giocatori attendevano che scartasse. Infine: «Nto culu», con un tono così pacato che, se lo avesse ascoltato, anche Galeazzi sarebbe scoppiato a ridere, nonostante l’invito a prenderla in quel posto fosse rivolto a lui.
Mi sembra di sentirlo il tono alto della voce di “don Nino”. Gridava sempre. E poi chiedeva, chiedeva. Un curiosone, impiccione, la cui risata usciva dalle porte e arrivava in strada. Rideva a crepapelle quando “u Pileri” ci raccontò che qualche figlio di buona donna l’aveva lasciato a piedi perché gli aveva rubato la macchina: «Era una 127 bellissima, modello Super 1050. Aveva pure la quinta!».
Nel frattempo faceva il suo ingresso “u Micuneddu”. Una scarpa più alta e l’altra più bassa, claudicante faceva il giro dei tavoli alla ricerca della Gazzetta del Sud: “tsi-tsu-tsi-tsu”, il tic sonoro che accompagnava la sua lenta andatura. Aveva l’ossessione del cambio del dollaro con la lira, che consultava per regolarsi se gli conveniva convertire la pensione americana che riceveva.
Il “farmacista” cercava due compagni per una partita a “calavrisa”. Carattere fumantino e la pistola sempre in tasca, ancora ci domandiamo come uno sconsiderato, una volta, tentò di barare, provocando la sua reazione. Che scena! Il poveretto avanti e il “farmacista” che gli correva dietro con la pistola in pugno. Assisteva all’inseguimento “u viddozzu”, in quel momento non in preda ad uno dei suoi ricorrenti attacchi epilettici. Crollava a terra oppure, se si trovava già seduto, ingoiava la sigaretta e faceva la pipì addosso.
In uno dei tre biliardi si susseguivano le partite a boccette. Le bestemmie di “Galera” facevano tremare i muri. Quando vinceva cantava: «Il generale Cadorna ha scritto alla regina: “Se vuoi vedere Trieste te la mando in cartolina”». Quando perdeva, ricordava al vincitore che c’era un motivo se aveva trascorso una quarantina d’anni al gabbio: «Tu vuoi morire giovane». Voleva vincere sempre e non ci stava a perdere. Ad onore del vero, a nessuno piaceva perdere.
“U Mammineddu”, che era altissimo, nella fretta dell’esecuzione del tiro, una volta rialzandosi si infilò con la testa dentro al lampadario del biliardo. Quando era in vena di scherzi, suggeriva ai giocatori di sostituire i birilli: «Questi non vanno bene», diceva, e al loro posto sistemava cinque proiettili del Revolver che, regolarmente denunciato, portava sempre nella fondina sotto l’ascella.
“U Griddu” lasciava dietro di sé una fragranza di vaniglia. Era pasticciere, ma all’occorrenza si improvvisava anche fisioterapista specializzato in massaggi, con risultati altalenanti. Con il tamburello era una furia, in coppia col “Bagasciu” all’organetto le serate estive in piazza non terminavano mai. Il suo colpo da diciannove punti è rimasto nella storia, così come la boccia che, scagliata con una forza esagerata, prese il volo e sfiorò pericolosamente le teste del gruppo impegnato in una partita a “ciapanò” nel tavolo di fronte.
Frank “il Mongolo” e lo “zio Pino” erano però di un’altra categoria: bravissimi nei tiri ad effetto, giocavano di sponda come se colpissero di dritto, facevano schizzare fuori dal biliardo i birilli del filotto e, all’acchito, accostavano la biglia alla sponda “al bacio”.
Nel secondo biliardo “italiane” e “goriziane” si alternavano senza pause. Si profilava l’ennesima maratona che sarebbe proseguita sino al mattino successivo, tra il fumo di centinaia di sigarette, caffè a litri e giusto qualche tramezzino fatto preparare alla moglie da Mario. Conveniva anche mettere fuori servizio il telefono del bar, per evitare le chiamate di madri e moglie infuriate per quelle “una mezzoretta e vengo, cominciate a cenare”, che mettevano a rischio gli equilibri familiari.
Nel terzo biliardo si giocava invece a “Bazzica”. Il “fotografo” era un vero fenomeno, capace con la sua biglia di fare punti nelle situazioni più complicate, nonché di colpire il pallino ovunque fosse posizionato.
Sasà era invece lentissimo nell’esecuzione. Un tempo infinito con la stecca che scorreva avanti e indietro sulla mano senza che scoccasse il colpo. Anche sorseggiare il caffè era un’agonia per il barista che ne contava gli infiniti sorsi, intercalati da soffi e “ahhh” di puro godimento.
Il “ragioniere” si gustava lo spettacolo seduto su una delle sedie dell’ex cinema che perimetravano la sala, agganciate l’una con l’altra. Sistemate tutte attorno ai biliardi, venivano spesso utilizzate per la pennichella da chi era stanco o, soltanto, aveva mangiato troppo. Il record imbattuto di soci appisolati fu di nove: con la faccia sul palmo della mano, con il mento sul petto, con la nuca appoggiata al muro per onorare la controra estiva. Sette, invece, quelli che, un pomeriggio, si ritrovarono con la stessa identica camicia a maniche corte, color verde, acquistata alla “Centrale della Moda”, scatenando una corsa a casa per cambiarla.
Ogni tanto il “ragioniere” commentava con la sua tipica inflessione reggina, ma non partecipava alle partite. Era più uomo da ramino, scala quaranta, “calavrisa”, “ciapanò” e “bestia”, il gioco dai piatti più ricchi. Come “Pedazzi”, che ogni tanto regalava a noi bambini monetine da 5, 10 e 20 lire ormai fuori corso da collezionare, mentre gustava compiaciuto un cornetto Algida all’amarena.
“U pacciu” scriveva, tutti i giorni, sui bloc notes segna-punti lasciati sui tavoli. Pagine e pagine di righe fittissime. Riflessioni filosofiche e letterarie, domande alle quali egli stesso dava risposta: «Ti piace Ugo Foscolo? Risposta: no». E la firma in calce, preceduta dal titolo onorifico “Monsignore”.
Nella sala giochi i più giovani erano alle prese con le sfide ai videogiochi, flipper e calciobalilla. In palio, i tranci di “Sparacani”, che arrivava nel pomeriggio con diverse teglie di pizze farcite con alici e olive. Così buone, non ne ho assaggiate mai più.

Condividi

Salvatore

Te ne sei andato nel giorno del tuo compleanno, settantasette anni dopo l’arrivo dentro il cestino che aveva viaggiato sulla littorina da Palmi, dove zia Carlotta aveva partorito, e che fu appoggiato sulla finestra della baracca di nonna Sarina. Nei ricordi di mio padre, allora piccolissimo, entrasti a casa dalla finestra. Carlotta era magliaia e Sarina ricamatrice, ma per le sarte gli anni 50 sono stati tempi duri. Qualche uovo come metodo di pagamento non poteva bastare per sfamare cinque figli. Sì, perché tu sei stato il quinto fratello, il bambino di due famiglie che sono state una nella condivisione di una ristrettezza che non fu solo spazio fisico. Così è sempre stato nel cuore di mio padre e dei miei zii. Così è stato anche nel mio, che ha accolto con ammirazione storie di povertà e dignità snocciolate come un rosario.
A guardarle da qua, dal privilegio di esistenze senza grandi privazioni, sorridevamo. Lo abbiamo fatto anche mentre la tua vita scivolava via dal letto dell’ospedale, con in mano il caffè di un rito ormai lontano da quello ripetuto nella nostra quotidianità: tu che arrivavi con la Yaris davanti al mio ufficio e, dal finestrino, mi invitavi a salire. Nonostante la sofferenza, sorridevi ancora nel rivederti imbianchino: come mio padre, come zio Stefano. In equilibrio precario sulla ruota di scorta della Vespa di Luigi Borzumato, fino a Cosoleto insieme ad altri due garzoni: quattro passeggeri, più la scala, i secchi e tutto il resto.
Gli ultimi, sono stati due mesi infiniti. Un tempo sospeso, che non sembrava passare mai e che, invece, ora avvertiamo essere volato. Un battito di ciglia, come il tuo il giorno prima di lasciarci. L’ultimo saluto a Rosina, di qua del vetro del reparto della terapia intensiva, per suggellare in una frazione di secondo oltre sessant’anni di amore. “Salvatore di Rosina” e “Rosina di Salvatore”: non soltanto formule di riconoscimento, bensì sublimazione di un rapporto che è stato simbiotico. Il vostro tutto.
È stato un calvario, un intreccio di dolore e di amore. Perché sei stata una brava persona, che sapeva farsi volere bene. Un uomo buono: questo l’aggettivo più utilizzato da chi ha espresso un dispiacere sentito, non di circostanza.
Come in una celebre canzone, con un cacciavite in mano facevi miracoli. Ne abbiamo beneficiato in tanti. Ti rivedo aprire il cofano e tirare fuori due borse di arnesi vari, prima di eseguire un qualsiasi lavoretto. Rivedo la tua meticolosità nel riparare la corda di una tapparella, una sveglia, un asciugacapelli; la pulizia nell’attaccare una mensola o una presa elettrica. Soprattutto, la tua disponibilità quando qualcuno aveva bisogno del tuo intervento.
Mi mancherà la tua consulenza, se il motore della mia macchina farà rumori strani, che certamente io non saprò decifrare. Mi mancherà commentare con te le gare di Formula Uno, la tua grande passione insieme a quella per gli aerei. Mi mancherà la delicatezza delle tue attenzioni: «Ho comprato due ricotte, prendine una e portala a tuo padre». E mi mancherà la tua risata contagiosa, fragorosa, irrefrenabile quando esplodeva.
Mentre scrivo, sei ancora insieme a Rosina sul divano di casa mia, con le lacrime agli occhi per il mio ritorno dopo sette mesi di ingiustizia.
Nessuno ti ha abbandonato. Parenti, amici che sono venuti a trovarti, che hanno chiesto di te, che sono passati dal mio ufficio per ricevere notizie. Tutto questo affetto l’hai meritato e ti ringrazio, perché un po’ di calore è arrivato anche a me. Ti ho voluto bene. Ti voglio bene.

Condividi

Sospesi

Nella celebre battuta di un suo spettacolo teatrale, il cabarettista tedesco Karl Valentin – che raggiunse l’apice del successo negli anni Venti del secolo scorso – osservava che “una volta il futuro era migliore”. Concetto ribadito da un aforisma di successo attribuito, tra gli altri, anche al coevo poeta e scrittore francese Paul Valéry: «Il guaio del nostro tempo è che il futuro non è più quello di una volta».
Parlare di futuro implica necessariamente esprimere delle considerazioni sul presente. Nel periodo storico a cavallo tra le due guerre mondiali, evidentemente, il domani non ispirava eccessiva fiducia. La società faceva i conti con le conseguenze devastanti del primo conflitto mondiale, mentre all’orizzonte i totalitarismi protagonisti del Novecento non lasciavano presagire niente di buono.
Nel secondo dopoguerra il futuro è stato invece migliore. I nostri genitori e i nostri nonni, che avevano raschiato il fondo della povertà negli anni Quaranta e Cinquanta, hanno dato corpo, anima e passione al sogno di una società migliore, con più opportunità e più diritti per tutti. Hanno incarnato l’idea di un cammino inarrestabile, costato fatica e sudore, certo, ma che dava loro la certezza di lasciare il mondo un po’ migliore di come lo avevano trovato. Meno sofferenze e privazioni, casa di proprietà, una discreta stabilità economica, diritti più estesi. La lotta politica e sociale mirava a liberare il mondo da tirannidi, miseria, sfruttamento, disuguaglianze, ingiustizie. Chi ha vissuto quegli anni aveva fede nel futuro. Oggi in cosa si ha fede? Oggi cos’è il futuro?
Non è semplice azzardare una risposta adeguata, convincente, rassicurante. L’idea stessa del tempo risulta stravolta nell’epoca del qui e ora. Non sappiamo più aspettare, non vogliamo aspettare. Viviamo di fretta, schizzando di qua e di là come il mercurio impazzito di un termometro rotto. E anche se abbiamo l’affanno, non ci fermiamo nemmeno per un attimo: per prendere fiato, per goderci il paesaggio mentre lo attraversiamo e la vita mentre la viviamo. «Si vive – ha scritto Claudio Magris – non per vivere, ma per aver già vissuto». Con l’ansia malata che arrivi domani o il mese prossimo, in modo da sapere come andrà a finire ciò che maggiormente ci interessa.
Insieme al futuro della vita quotidiana è scomparso anche il futuro dei grandi ideali. La tensione verso l’alto sopravvive, ammaccata, in pochi sognatori. La velocità ha ingoiato il futuro, lasciandoci inermi tra le macerie del presente: emergenza educativa, analfabetismo funzionale, impoverimento culturale, violenza verbale, il gigantesco punto interrogativo su dove ci porterà lo sviluppo e l’utilizzo dell’intelligenza artificiale. Sullo sfondo, il contesto preoccupante di guerre, crisi energetica, cambiamento climatico, qua inverno demografico e là esplosione demografica.
Una volta il futuro era migliore perché suo carburante era la speranza. Il dominio della religione dell’oggi non concede spazio al futuro, né alla speranza. A volte ci sentiamo un po’ come il Principe di Salina: «Siamo vecchi, Chevalley. Molto vecchi». O forse è soltanto smarrimento perché non riusciamo a comprendere il nuovo, legati come siamo al vecchio. Sospesi tra due mondi e tra due ere, come nella Bisanzio di Francesco Guccini.

Condividi

Senza rumore

Mi mancano i tuoi silenzi. Nel tuo guardare muto ho spesso trovato risposte che neanche immaginavo. Seduti su una panchina, a rigirare tra le dita una foglia secca e a sbriciolarla per terra. Polvere che si mischia e scompare, inghiottita dal selciato. O che porta via il vento, lontano. Come i nostri acciacchi e il male di vivere, sempre accantonati, nascosti sotto il mantello delle giornate da consumare. Il tempo non è mai sufficiente per restare soli con sé stessi e capire ciò che realmente si desidera. Corriamo di qua e di là, fuggiamo dal tempo illudendoci di poterne rallentare lo scorrere.
Dicevi proprio così: “non ho ancora capito cosa voglio”. Nascondevi dubbi e insicurezze nei vagoni dei treni. Su e giù per l’Italia, come in un tour romantico. Forzavi un sorriso mentre piazza dei miracoli faceva da sfondo alla tua inquietudine. Avere come meta il viaggio e sentirsi ovunque fuori posto: era la tua maledizione. Complementare alla mia, che non avevo nessuna intenzione di spaccare il guscio rassicurante di una routine noiosa per chiunque ma non per me, nonostante il disagio che mi provocava un luogo che ormai stentavo a riconoscere.
Tutto era cambiato troppo in fretta. Persone, abitudini, anche i luoghi. Come se l’anima di ogni cosa avesse traslocato altrove. Un altrove diventato un pozzo buio, impossibile da risalire. Un posto dove dimenticare ed essere dimenticati. Un anticipo di morte, alla fine desiderata, per anestetizzare una normalità indecente nella sua volgare cacofonia.
Mettevamo sui piatti della bilancia le nostre delusioni per riscontrarne una consolante equivalenza, ma intanto il tempo passava. Così in fretta da non riuscire ad afferrarlo per la coda, aggrapparsi e farsi trasportare ovunque pur di scontare la feroce condanna alla solitudine.
Dove siamo finiti? Cosa siamo diventati? Due reduci distanti, sopravvissuti ai fendenti del destino oltre ogni previsione. Oltre ogni desiderio. Una gran perdita di tempo, ammettevamo quando ancora riuscivamo a trovarci senza neanche cercarci. Fedeli al patto di sangue inciso con la punta della lama sui polpastrelli degli indici, saldati a bacio di dama. Illusi che avremmo cantato per sempre la nostra canzone, che la sua melodia sarebbe sopravvissuta come le iniziali dei nostri nomi intagliate sulla corteccia del faggio. Prima di distrarci ad uno dei tanti bivi e smarrirci.
Ma poi lo hai capito cosa volevi? A un certo punto abbiamo smesso di parlarne. Per non farci troppo male. Per non sembrare stupidi. Perché i bambini vogliono e, se non ottengono, fanno i capricci. Gli adulti invece si adeguano, anche a costo di spremere il sangue dalle labbra. Dei loro desideri resta un grumo di tempo perso.
Avremmo voluto essere allegri a comando, con il click di una parola smozzicata tra i denti o di un rapido occhiolino. Dai, andiamo. Tu sulle mie spalle, le braccia attorno al collo, come antichi cavalieri all’assalto del futuro. Incoscienti, ma vivi.
Ci siamo arresi. Siamo diventati due contorni sfocati, fantasmi tristi della sequenza finale di un sogno che svanisce al risveglio, senza lasciare alcun ricordo. Solo uno sbuffo di vento sul viso e un macigno sul cuore.

Condividi

Caro Gesù Bambino

Caro Gesù Bambino, sei proprio testardo. Però ti ammiro, davvero. Ammiro la tenacia con cui, ogni anno, puntualmente, (ri)nasci. Non deve essere facile respingere i così tanti “chi te lo fa fare?”, scritti ovunque a caratteri cubitali. Eppure lo fai, senza neanche pensarci più di tanto. Nessun dubbio, nessuna esitazione. Arrivi sempre. E non perché non sai leggere. Forse sai leggere troppo bene, leggi anche dietro le parole, tra le righe; leggi persino le parole mancate, quelle non dette o nascoste dentro gli occhi.
In realtà siamo noi a non sapere più aspettare, e un anno è un’attesa troppo lunga. Consumiamo tutto e subito, funziona così adesso. Ogni cosa invecchia velocemente e diventa presto uno scarto da smaltire. Nessuno sa riparare ciò che è difettoso, che necessiterebbe soltanto di un colpo d’ago. No.
Abbiamo imparato a differenziare, sappiamo qual è il bidone della spazzatura giusto. Così ci liberiamo di ciò che non è più utile senza alcun rimpianto, pronti a rimpiazzare ciò che è guasto con qualcosa nuova di zecca… fino a domani, quando anche lei sarà vecchia. Oppure ne facciamo a meno.
Sembra che niente sia così importante da dovere essere tutelato, difeso. Neanche la vita: pensa un po’, proprio tu che ogni 25 dicembre ce ne ricordi il mistero. Hai presente un vaso rotto? Pensa alla fatica che servirebbe per rimetterne insieme i cocci. Alla pazienza, anche. Noi invece non vogliamo stancarci e, a dirla tutta, non abbiamo affatto pazienza. Per questo corriamo sempre in avanti, lasciando il disordine dentro e dietro di noi.
Per questo non abbiamo tempo per (ri)nascere. Non è che si può sempre ricominciare: non dico da zero, ma neanche da due o da tre. È più comodo passare sopra ogni cosa come una slavina che trascina a valle.
Tu invece non ti stanchi mai. Ogni anno torni per ricordarci quanto effimero sia questo nostro spasmodico affannarsi: «Tutto è vanità e un correre dietro al vento», qualcuno aveva detto prima di te. Eppure corriamo lo stesso.
Dalla tua mangiatoia non smetti mai di parlare, di dirci che bisogna sperare anche quando non c’è speranza. Continuerai a farlo fino a quando ci saranno orecchie capaci di ascoltare. Cuori in grado di palpitare per il desiderio di pace e di giustizia. Occhi allenati a vedere la sofferenza, che non si girano dall’altra parte ma si riempiono della bellezza del “mi importa”. Fino a quando l’umiltà ci farà stare con i piedi per terra, perché “una generazione se ne va e un’altra viene”.
Pensare che tutto ruoti attorno alle nostre misere vite è stupida vanagloria, che dura un attimo e che ci fa sprecare quel poco di tempo che ci è dato. Niente è per sempre e nessuno è sempre la stessa persona, perché l’immutabilità appartiene alle fotografie, non alla vita. Ciascuno di noi contiene in uguale misura altezze e abissi. E la vita è una gara di equilibrio per non cadere nello sballottamento del suo continuo dimenarsi tra la polvere e l’altare.
Allora sì che capiremo quanto luminoso sia il gesto di chi sconfigge l’indifferenza con la forza della pietà e della carità. Allora sì che potremo finalmente fare i conti con la solitudine vestita a festa.

Condividi

L’altalena

Le nuvole in alto si rincorrevano, sembrava che un Dio capriccioso soffiasse dietro. Quando erano nere, assumevano la forma delle mie paure: un mostro marino con le fauci spalancate, il volto feroce di un drago, un’esplosione terrificante. Altre volte un cuore, un pony o una pecorella rendevano invece il cielo allegro. Era la mia scenografia preferita. Scorrevano in fila, ora più vicino ora più lontano, ordinate una accanto all’altra come i tanti peluche che sul mio letto si tenevano per mano e mi chiedevano di abbracciarli. Mi divertiva assegnare ad ognuno un nome e addormentarli, a turno, tenendoli stretti tra collo e petto. Li scaldavo con il respiro affinché non soffrissero il freddo. In cambio, le loro carezze sulle guance mi davano la serenità necessaria per affrontare la notte senza paura. Le ombre stampate sul muro non mi spaventavano se stringevo forte il cagnolino, l’orsacchiotto o il pinguino. Abbracciato a loro, i rumori della notte non riuscivano a turbare il mio sonno.
Mi sarebbe piaciuto salire in groppa ai batuffoli di cotone che si allontanavano all’orizzonte. Quasi li toccavo quando la spinta all’altalena era più vigorosa: la “super-spinta”, la chiamavo; e solo due braccia possenti potevano lanciarmi così in alto da farmi accusare le vertigini. Non ero bravo a spingermi da solo, avevo bisogno di te. Con gli occhi chiusi interrompevo la mia risata urlando “basta, basta!”, e tu smettevi subito. L’altalena rallentava, ma quando stava per fermarsi ti ordinavo con tono perentorio: «Spingi!». Facevo anche la faccia cattiva, nel più bel gioco che avevamo inventato soltanto per noi. Tutto il resto, fuori, non esisteva.
Ero felice, le mani aggrappate alle catene che cigolavano mentre mi facevi volare avanti e indietro. I miei occhi andavano dalla punta degli scarponcini al tutt’attorno che scorreva a grande velocità. Guardavo il cielo da vicino e sfioravo nuvole, farfalle e rondini. Avrei voluto afferrare ogni cosa con le mie mani fredde, che poi tu riscaldavi tenendole tra le tue: «Come fai ad averle sempre calde?», ti chiedevo. Rispondevi che le tenevi a riposo dentro le tasche dei pantaloni quando non ti servivano, anche se non si dovrebbe fare perché le mani in tasca sono uno spreco, non servono a niente. Tranne che a tenerle tiepide.
Il vento in faccia scompigliava i miei capelli, fino a quando non cominciavo a frenare sfiorando la ghiaia con i piedi. Il volo stava per terminare e le tue braccia erano pronte a riportarmi a terra. Con la mano dentro la tua, tornavo a casa vestito d’aria e di cielo.

Condividi

In fondo al pozzo

“Cosa c’è di diverso nel vostro morire?”, chiede il chimico dell’omonima canzone di Fabrizio De André nella straordinaria trasposizione musicale del capolavoro di Edgar Lee Masters. Cosa c’è di diverso nelle morti che ci circondano, che interrogano soprattutto sul senso della vita.
La morte fisica, certo. Il sipario che cala lasciando al di qua della tela ricordi, sorrisi, rimpianti. Con la quale, chi resta, deve in qualche modo imparare a convivere. Elaborando il lutto, raccomandano gli psicologi. Superando vuoti e assenze che trafiggono l’anima con i loro tuttoèfinito. Il tempo, in questi casi, può diventare un prezioso alleato. Perché riesce a colorare il buio con i colori dell’allegria passata, della condivisione dei momenti di felicità, delle tante lezioni imparate. La medicina del cuore confina in un angolo la sofferenza, esalta la gratitudine per ciò che è stato e per ciò che è rimasto. Il tempo stempera, diluisce, accarezza. È mano di mamma. La morte fisica è un punto di non ritorno, se c’è un aspetto sopportabile è proprio la sua irrimediabilità. Bisogna farsene una ragione. Se non sarà subito, accadrà dopo.
Altro avviene con la morte sociale. Chi muore fisicamente, è altrove: niente sente e niente vede. Un lungo sonno. Chi vive la condizione dell’appestato, avverte invece sulla propria pelle la morte vera: l’abbandono, l’emarginazione, il pregiudizio. È un morire diverso. E a nulla vale la resurrezione di un momento. La condizione prevalente è quella dell’oblio. Non si è più ciò che si è stati. Lo stigma è coperchio di bara che tutto esclude. Non se ne parla e basta. Per non compromettersi, per evitare imbarazzi in chi chiede e in chi risponde. Succede quando c’è di mezzo una malattia irreversibile, quando non si è più in grado o liberi di uscire di casa, di parlare, di coltivare relazioni.
Poi c’è la verità. Che sta sempre in fondo al pozzo, ricorda Leonardo Sciascia. Chi osserva da sopra, sporgendosi appena sul baratro, ci vede il sole o la luna. Si sente confortato da una certezza che è soltanto un riflesso. Un inganno. Ma soltanto chi cade dentro al pozzo conosce la verità. Al prezzo di fratture e con il rischio concreto di non riuscire più a risalire dal fondo. Di restarci.
Nel confino scuro che la memoria dissolve, vita e morte si abbracciano senza più niente aspettarsi. Impastandosi con il sangue e con le lacrime di giornate sempre uguali. E non sai più se è un giorno di festa o un giorno di lutto.

Condividi

Il poco che rimane

Nel silenzio ovattato della stanza una mano si tiene e non trattiene. Resta testardamente aggrappata alla coda della vita, che non può fermare mentre scivola via, in caduta libera. Il dorso è una mappa di sentieri che si incrociano e scivolano assecondando i bordi. Nei gonfi rivoli bluastri scorre la piena dei giorni andati, un soffio di tempo sbuffato tra due lamenti. Il palmo ricamato di cicatrici contiene una sola infinitesimale briciola di futuro, profezia finale che attende di inverarsi.
Due gambe mulinano nel sogno, ma non vanno da nessuna parte. Sono lontani i tempi delle lunghe inerpicate. Ogni passo era sudore e traguardo, la bandierina spostata un metro più in alto, fino alla vetta. La discesa è stata rovinosa, un proteggersi il capo dagli urti facendosi scudo con le braccia. Attutire per non soccombere, per riuscire ad arrivare a valle in qualche modo. Questo era necessario. Questo è stato fatto.
Ora è un camminare insicuro che squarcia la bruma imperforabile dell’ultimo viaggio. Potesse lo sgomento farsi raggio e rischiarare i contorni indefiniti del mistero. Ma è un taglio sull’abisso, nessuna luce segnala il percorso di un altrove di là dalla fessura. E la stanchezza ha un peso che nessuna bilancia dell’anima può pesare.
Gli occhi guardano ma non vedono. Galleggiano nel mare aperto che non conosce orizzonti e mescola cielo e acqua. Sul piano infinito le figure si scontrano e scartano di lato, senza dichiararsi. Senza averci capito molto di vento e di schiuma, di finzione e di realtà. L’onda dei ricordi è uno sciacallo che azzanna alla cieca, infierisce e scaraventa lontano, per precludere ogni ritorno. La memoria è un flipper impazzito, una cacofonia di voci che si accavallano prive di ordine e senso.
Padri diventati figli accoltellano l’aria, mamme bambine accarezzano un peluche o stuzzicano l’orlo sgualcito del maglione, prima di attaccarci un bottone immaginario. Uno stallo di bonaccia illude che dopo sarà pace. Per chi andrà e per chi resterà. Gli uni e gli altri dispersi sul campo: accanto, distanti.
Come un’epifania, il poco che rimane disvela il senso della vita. Diventa tutto.

Condividi

Dieci anni senza Totò Ligato

Caro Totò,
sembra ieri e invece sono trascorsi già dieci anni. Sapessi quante cose ti sei perse. Per alcuni versi forse è meglio così. Ti vedo, Totò: l’immagine è quella consueta, ripetuta negli anni. Arrivi con la tua Punto (sì, sempre lei: più scassata di allora, ma tenace come te), accosti e vai subito al sodo: «Dai, facciamo una chiacchierata, che argomenti di discussione ce ne sono». Quindi accendi una sigaretta, giochi con l’accendino sul tavolino del bar e inizi a parlare, con quel tuo inconfondibile timbro di voce.
La prima stoccata è per qualche collega autore di strafalcioni grammaticali e sintattici. Roba da marchiare con un bel tratto di penna rossa. O da riderci su, come a te piaceva fare nonostante l’incazzatura. Pensa, Totò: oggi è peggio di ieri. Nell’ultimo decennio c’è stato un impazzimento generale. Dieci anni fa ancora i social non avevano completamente invaso le nostre vite; per alcuni oggi diventati la vita vera. Sappiamo tutto: cosa la gente mangia o non mangia, quando esce e con chi, dove trascorre le vacanze, la straordinarietà della vita di ognuno, costellata – ça va sans dire – di successi memorabili che dovremmo, pare, tutti memorare. Chiunque scrive su qualsiasi argomento, fotografa, documenta, posta in maniera compulsiva. E pazienza se la lingua italiana ormai è diventata un optional per “professoroni” da perculare. Si indigna la gente, Totò: soprattutto si indigna. Peppe Voltarelli dovrebbe aggiornare la sua celebre canzone: “lamentarsi come ipotesi” non basta più. Bisogna indignarsi. Indignarsi. Indignarsi ancora.
Lo so, ora inizierai a parlarmi di università. Lascia stare, non pensare alla tua facoltà di Magistero ai tempi del preside Mazzarino. Molte università – ahinoi anche pubbliche – sono diventate dei laureifici. E poi oggi c’è l’intelligenza artificiale, con quella puoi fare tutto. Scrivere un articolo, una relazione, una tesi, un libro. Qualsiasi cosa. Cioè, te le scrive lei tutte queste cose, ma tu ci fai un figurone anche se di veramente tuo non c’è niente. Né studio, né sudore, né sentimenti. Mica come te, che andavi a cercare le notizie con le tue gambe, che volevi vedere con i tuoi occhi prima di scrivere. Anni fa Mimmo Rositano mi fece vedere una foto di voi due nei pressi della discarica di Melicuccà, avvolti dalla nebbia del mattino. Eri là per documentare ciò che stava succedendo, come dovrebbe fare ogni giornalista degno di questo nome. Giornalisti disposti a buscarsi un raffreddore, oggi, se ne vedono pochi per strada. Chi scrive, chi parla con cognizione di causa? Eppure viviamo in un mondo cacofonico. Dove ognuno pensa di conoscere fatti e persone e parla, parla, parla. Spara-sentenze evidentemente ignare del celebre adagio: «Un bel tacer non fu mai scritto».
Di te, invece, si dovrebbe scrivere. Per farti conoscere a coloro ai quali il tuo nome non dice niente. Affinché ai più giovani giunga l’eredità degli articoli da te dedicati alle storie degli umili, che grazie alla tua penna trovavano riscatto e dignità. Non era solo opera di memoria, era un atto di amore per questi nostri territori. Ai lettori della “Gazzetta del Sud” hai offerto ritratti indimenticabili di personaggi di paese, in particolare della tua Melicuccà, la Bagolaro del tuo romanzo Sabbia.
Da dieci anni anche tu sei un personaggio di Bagolaro. Per questo scrivo di te. Perché scrivere può diventare atto di giustizia, quando tenta di strappare le ragnatele dell’oblio che avvolgono le storie e le persone.
Forse l’ho fatta lunga, Totò. Magari continuiamo un’altra volta. Ora finisci di fumare, calca bene il cappello sulla testa e vai. Quando ripassi, però, fermati ancora. Come allora.

Condividi

Parole legate strette

Che ne potevo sapere di cosa significasse affrontare un viaggio di 2.000 chilometri, risalire la penisola e oltrepassare le Alpi? Sopra un’automobile non ci ero nemmeno salita, prima. Anche se in paese qualche macchina in più cominciava a vedersi già da un po’ di tempo. Non era più come nei miei primi anni di infanzia, quando solo gli ’gnuri ce l’avevano. Ora era diverso. Anche con i televisori è stato così e sempre di meno ci si raduna nei cortili. Ripenso con nostalgia all’atmosfera magica che si respirava con gli altri bambini e con gli adulti della rruga quando guardavamo “Il musichiere”, gli sceneggiati e “Carosello”.
La Peugeot 403 blu di mio zio sembrava un carro, eppure era troppo stretta per otto passeggeri, le valigie, i cartoni legati con lo spago e due materassi. Zia Mica è fatta così. Pensa che in Francia molte cose non si trovano, o comunque non hanno la qualità dei prodotti del paese. Quindi carica nel cofano e sul portabagagli di tutto, persino il sapone fatto in casa e le essenze per preparare i liquori. Il suo cordiale è buonissimo, zio Diego dopo il pranzo lo sorseggia con gusto, soddisfatto.
Portavo in Francia i miei quattordici anni incorniciati da lunghi capelli neri, con la frangetta che mio padre non ha mai tollerato: «La fronte deve rimanere scoperta», ripete sempre. A un certo punto non sono stata più la bambina che gli cantava “O sarracino”, anche se mia mamma continuava a portarmi il latte caldo e le fette di pane a letto per la colazione. Lei è sempre stata premurosa, nelle fredde notti d’inverno metteva sotto le mie coperte un mattone riscaldato nel braciere e se avevo mal di gola arrotolava un calzino riempito di cenere calda attorno al mio collo, come una sciarpa.
Lasciavo a casa le attenzioni alla piccola della famiglia per soddisfare il desiderio di stare con mio fratello Carmelo, che si era trasferito in Francia l’anno precedente. E poi in paese non avevo niente da fare, da quando avevo smesso di andare a scuola. Zio Diego già garantiva per mio fratello, avrebbe garantito anche per me. Per lui non era un problema avere sei figli invece di quattro.
L’afa era insopportabile, il mio stomaco sottosopra. Sfidavamo la legge fisica sull’impenetrabilità dei corpi e Gaetano era costretto a fermarsi in continuazione perché avevo bisogno di scendere e vomitare, sotto il sole rovente. Loro erano abituati, i miei zii hanno una tempra inossidabile. In Aspromonte erano entrambi carbonai, come mio padre del resto: le loro mani sono di ferro, la loro schiena fortissima. Non si lamentano mai. In Francia hanno iniziato a faticare nei campi di barbabietola a nord di Parigi. Anche Gaetano che aveva meno di diciott’anni zappava, seminava e si occupava del raccolto fino a quando non ha trovato lavoro in una fabbrica che produce compensato. La caldaia deve essere alimentata sempre, per questo ha avuto diritto ad un alloggio accanto. Ci ha portato i genitori e le tre sorelle e tutti badano di tenere accesa la caldaia giorno e notte, stando attenti a che non si spenga. Da sorveglianti di una carbonaia in Aspromonte a sorveglianti di una caldaia in Francia, ma tant’è. Non sarà per sempre, qua i figli potranno costruirsi un futuro.
Con Mimma, Francesca ed Eufemia trapiantavamo gerani in una serra. Mi piaceva, ma purtroppo dopo un anno sono dovuta rientrare in paese. Mi è dispiaciuto separarmi da Carmelo e da Gismonde, la ragazza dai riccioli d’oro che ha conosciuto in fabbrica e che sposerà.
Eppure niente succede per caso. A casa ho trovato l’amore, forse Dio ha voluto ricompensare l’allontanamento da mio fratello mettendomi al fianco l’uomo della vita, che proprio allora aveva concluso il servizio militare. In partenza anche lui, però, verso una destinazione ancora più lontana. Però mi ha raccomandato di aspettarlo, perché ritornerà non appena rulli e pennelli gli consentiranno di raccogliere qualche soldino. Ed io gli credo.
Gli credo mentre torno per la seconda volta in Francia, accompagnata da qualche fotografia e dalle lettere che ricevo dall’altra parte del mondo. Ho stampato sul cuore un giuramento che quindicimila chilometri di distanza non scalfiranno: la promessa che metteremo su famiglia. Me l’ha giurato aspirando l’ultima boccata prima di spegnere la cicca che conservo dentro una bustina di plastica trasparente, insieme alla rosa essiccata e ricevuta come pegno d’amore il giorno della sua partenza. Gli credo. Andrà così.
Ora vivo di nuovo con la mia famiglia francese. Faccio la “macchinista” in una fabbrichetta che confeziona vestiario per donne incinte. Faccio andare veloce la macchina da cucire e assemblo i vestiti insieme a Mimma e a due operaie portoghesi, Dolores e Teresa, che mi vogliono un bene dell’anima. Ogni mattina nel prato attorno trovo un quadrifoglio, lo considero di buon auspicio per gli anni a venire. Una sorta di garanzia.
Non mi sono scoraggiata neanche quando la Marna esondò e allagò la cantina dell’abitazione di zio Diego, che nel tempo aveva ampliata costruendo altre due stanze. Con lui mi sento sempre al sicuro, anche quella volta non ebbi paura. In quattro e quattr’otto realizzò due ponti in legno: uno per arrivare al bagno, che si trovava all’esterno della casa, l’altro per permetterci di raggiungere la strada. Zio Diego è in grado di risolvere qualsiasi problema.
La domenica ci svaghiamo recandoci nelle giostre che passano di paese in paese. Mi piace l’autoscontro perché c’è la possibilità di ottenere un gettone gratis gridando più forte il nome di Hallyday, l’idolo rock dei ragazzi francesi: “Johnny”, urlo con tutto il fiato che ho in corpo. Io e Carmelo abbiamo tutti i suoi dischi, lo adoriamo e abbiamo pure visto due suoi concerti. Quando canta “Que je t’aime” la mia mente plana lontano, sorvola gli oceani e i continenti e atterra in Australia. Va a fare visita a una promessa da mantenere. Che sarà mantenuta.

Condividi