Ritratto di famiglia

Erano vestite tutte uguali le nostre nonne. La stoffa da tagliare e cucire arrivava dalle Americhe, spedita da parenti emigrati che non dimenticavano chi era rimasto in paese. Non sorridono Ciccia, Femia e Mica, in posa nell’unica fotografia dei primi anni Venti che le ritrae insieme ai genitori Rosa e Carmine, al piccolo di casa Ciccio e alla zia Francesca, sorella della madre. Il lampo al magnesio le disorienta.
Carmine e Rosa sono sopravvissuti al terremoto del 1908, così come Francesca, che vive con loro e che invece non supererà il secondo parto, a soli 29 anni.
Carmine è un reduce della Prima guerra mondiale, ma non sa che farsene dell’encomio solenne ricevuto per la ferita da shrapnel alla mano destra nella Seconda battaglia dell’Isonzo. A quel tempo aveva già una moglie e una figlia di un anno che lo attendevano a casa. Un contadino analfabeta dell’Aspromonte era già un eroe senza bisogno di lanciarsi contro le trincee austriache. Il suo orizzonte abbracciava la famiglia e il lavoro a giornata nei campi e nelle carbonaie; le terre irredente non sapeva neanche cosa fossero.
La primogenita Ciccia e la seconda figlia Mica portano i capelli con la riga di lato, Ciccio ha il caratteristico “cannolo” dei maschietti. Femia ha i capelli molto corti: forse ha preso i pidocchi, per cui si è resa necessaria una rasatura.
Francesca tiene una mano appoggiata sulla spalla di Ciccia. Quasi un presagio. Anni dopo sposa infatti Mico, lavoratore a giornata e carbonaio anche lui, dal quale ha due figli. Quando muore, un mese dopo la nascita di Ntoni, la nipote ha già 17 anni: tocca a Ciccia allevare la prole mentre i maschi della casa sono a lavoro. A quel punto, il matrimonio con lo zio di undici anni più grande diventa una conseguenza naturale, necessaria: amore o non amore, funziona così nelle famiglie strette dal bisogno. Senza troppe domande. Arrivano cinque figli, ma tre se li porta via il destino dopo pochi mesi di vita, negli anni a cavallo della Seconda guerra mondiale, vissuta da Mico in Libia.
Sono tempi in cui la morte si respira e in fondo si accetta. Le piccole bare portate sulla testa dalla “pulicia rizza” sono l’immagine frequente di un dolore silenzioso e rassegnato.
Anche Mica e Femia si sposano. Mica non si tira mai indietro quando c’è da lavorare. Vive in simbiosi con Diego le giornate pesanti nelle carbonaie fumanti e nei campi dell’Aspromonte, addolcite dopo il tramonto dal ritmo della tarantella; più tardi nel Nord-est della Francia, dove raccolgono barbabietole insieme ai figlioletti, curano le piantine in una serra, trovano impiego in una fabbrica che produce compensato, alloggiati accanto per mantenere accesa la caldaia giorno e notte.
Femia non emigra, il suo regno è a “Crasta”, dove con Nino lavora la terra per tutta la vita: senza un lamento, senza essere mai sfiorata dal pensiero che quella non sia una vita piena. Una concezione sacra del lavoro, che mette in pari perché la dignità ha la nobile ruvidezza dei calli delle proprie mani.
Ciccio segue le orme del padre e del cognato. Carbonaio pure lui, prima del trasferimento a Morlupo, dove con il padre e con il cognato trova impiego come operaio. Ma è solo una parentesi.
Carmine, nonostante i suoi quasi sessant’anni, decide di partire per l’Argentina. L’idea è quella di fare qualche soldo e poi farsi raggiungere dal resto della famiglia. Lo segue il figlio, quasi subito. La moglie invece si ammala di tracoma e perde la vista, per cui la commissione che valuta lo stato di salute degli emigranti la dichiara inabile.
Carmine muore a Buenos Aires qualche anno dopo. Del figlio, il cui matrimonio per procura con Peppina naufraga al momento del ricongiungimento in Argentina, giungono a casa sporadiche notizie finché la madre resta in vita, accudita da Ciccia. Poi più niente. Il filo si spezza e Ciccio scompare, inghiottito dalle fauci di qualche oscuro barrio.

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Novecento

Renato Guttuso, “Contadini al lavoro” (1951)

Tra le tante cose scritte nel 2020, oggi mi è capitato di rileggere un pensiero dedicato al mio paese, una comunità composta da gente laboriosa, molto distante dall’etichetta approssimativa e ingiusta che le è stata appiccicata addosso. Mentre scrivevo, pensavo ai sacrifici delle generazioni del secolo scorso e alla validità della loro lezione per i giovani di oggi.

NOVECENTO
Non volevamo il cielo
ma zolle da dissodare
fragranza di pane
stanze tiepide.
Sui sentieri di spine
abbiamo piantato i nostri anni
madidi
spazzati e germogliati
altrove.
Parlavamo l’idioma universale
del lavoro
della dignità,
le creature aggrappate
a mani intarsiate
dalla fatica del futuro.
Tenete a mente
i nostri volti riarsi
portateli a spalla
come una reliquia.

4 giugno 2020

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Ora d’aria

“La ronda dei carcerati” (Vincent Van Gogh, 1890)

Su gambe irrequiete
da muro a muro
inseguono
il volo della rondine
tendono l’orecchio
al rombo dei motori
si incrociano
e non riconoscono
i volti uguali
di girasoli
piegati dal vento.

[Palmi, 24 maggio 2020]

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Sapessi, zio Pino

Sapessi, zio Pino, le festività pasquali di quest’anno. Simili a quelle dell’anno scorso, del resto, ma con molta più stanchezza nello spirito per la lucina che non si intravede. Da tempo viviamo le “ultime due settimane di sacrifici”. Come Godot, la fine dell’emergenza forse arriverà domani.
Ti ho pensato. Mi sono tornati in mente la colomba e lo champagne a casa tua, dopo la veglia, tutti gli anni per tantissimi anni. E le nostre pasquette di comitive variabili nell’arco della stessa giornata. Perché la pasquetta, come il ferragosto, non è mai stata pratica da risolvere in poche ore. Si iniziava la mattina e si finiva col buio. Chi arrivava, si univa a chi già alle dieci aveva acceso il fuoco. Ricordo la più “affumicata”, quella volta che per la pioggia non potemmo salire in Aspromonte e decidemmo di improvvisare una grigliata nel caminetto di casa tua. Impregnati di fumo di carne arrostita, ad ascoltare i tuoi improbabili racconti sul “saggio” che avevi scritto e la storia fantastica di Morlupo. Ci scendevano le lacrime per quanto ridemmo.
Ora non si può più, non solo per il Covid. Negli ultimi due anni ti sei perso parecchio. Forse è meglio così, per te che avevi l’indignazione sempre pronta e che avresti reagito male, con molto dispiacere, nel sapere che qualcuno, tra quelli che mangiavano e bevevano con noi, è stato tirato dentro vicende assurde. Vorrebbero insegnarci chi sono persone che conosciamo da una vita, chiarire cosa fanno o non fanno. Attribuire addirittura nomi e soprannomi diversi da quelli che abbiamo sempre saputo. Sì, sono al corrente della prassi del “politicamente corretto”. Non si può contestare, si deve soltanto subire e attendere il tempo galantuomo. Un espediente ipocrita e vigliacco, a dirla tutta.
Insomma, zio, qua si è stanchi e soli. Il giorno di pasquetta, proprio dall’altro lato della strada, se n’è andata “zia Concetta”, che ti voleva bene, così come ne ha voluto a tutti quelli che hanno avuto la fortuna di conoscerla. Nella “ruga” siamo passati in tanti dalle sue mani per le iniezioni, quando ancora la siringa era in vetro e si doveva bollire per la sterilizzazione. Neanche un funerale ha potuto avere, lei che era così religiosa.
Penso a quanto sia triste, quando giunge il momento di andare, non potere tenere la mano a questi anziani che a lungo hanno riscaldato le nostre, ci hanno accarezzato la testa, ci hanno raccontato storie della notte dei tempi.
È capitata la stessa dolorosa sorte a Sofia, di là dello Stretto, che non ha potuto avere il conforto della figlia. A me tutto questo sembra un grave sconvolgimento nell’ordine dell’universo. Anche questa è una crudele ingiustizia, dura da accettare.
Forse ho divagato, zio Pino. È che quando arriva una raffica di nostalgia non la puoi controllare. Come il cucchiaio di vetro del Poeta, che scava nelle nostre storie colpendo a casaccio.

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Un anno fa

La sera del 26 febbraio dell’anno scorso, avuta la disponibilità di un quadernone e di una penna, scrissi di getto la prima di tante pagine.

Carcere di Palmi, I piano – Camerotto 1
26 febbraio 2020
Ora so che nessuno può sentirsi immune. Puoi ritrovarti dentro uno sporco gioco al quale non hai mai giocato e che hai sempre rifiutato. È tutto così assurdo. Mai avrei pensato che potesse toccare a me. Eppure. Mi sembra di stare dentro un film, o dentro un incubo. Ma non mi sveglio.
Qua dentro il tempo non esiste. Ripercorro con la mente le scene di ieri, come se fossero capitate ad un altro, come se io fossi uno spettatore.
Mi vedo svegliato nel cuore della notte, la mia tranquillità violentata per sempre. La perquisizione e poi di corsa fino alla questura. Le formalità di rito. La schedatura, come un delinquente, e poi la gogna delle manette ai polsi all’uscita, da tenere nascoste. Ma sempre gogna è, a favore degli obiettivi dei fotografi.
Infine, l’entrata in carcere. L’attesa in un buco di un metro per due: senza finestre, le sbarre davanti a me. La perquisizione personale, l’umiliazione di dovermi spogliare completamente davanti a due sconosciuti che mi fanno accovacciare: una manovra che consente di accertare che il detenuto non nasconda qualcosa nell’ano. Non ho mai subito un’umiliazione più forte.
Leggo e rileggo le pagine che mi riguardano: vorrei poter parlare subito con qualcuno. Non solo non ho fatto ciò che mi si contesta. La questione vera è che quello non sono io. D’altronde, non potrei essere io e non vedo l’ora di poterlo dimostrare.
Ma il tempo dietro le sbarre scorre con ritmi che sono solo suoi: chissà quando potrò farlo. Qua sono soltanto un numero di matricola, che è già stato inventariato. Per tutto il personale del carcere sono già colpevole. Lo capisco da come mi guardano e da come mi si rivolgono.
Devo essere forte, ma il pensiero dei miei cari mi sovrasta, mi annienta. Sono sotto il peso di un dominio assoluto e mi sento inerme, umiliato, atterrito. So che ne uscirò pulito, ma so anche che porterò per sempre sulla mia pelle le stimmate dell’ignominia.

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Pieno di pensieri spezzati

Circa sei mesi fa avevo appuntato sopra un foglio un elenco di “cose da fare”. Senza fretta. Ogni azione da compiere mi avrebbe “chiamato” quando sarebbe arrivato il momento. Al primo punto avevo annotato “aspettare il tramonto sulla spiaggia di Favazzina”.
Ed eccomi qua. Eccoci qua. Come tante altre volte. Noi due da soli. Tu con il tuo sussurrare di onde ed io con i miei silenzi: “pieno di pensieri spezzati”, mi ha suggerito Johnny Cash cantandomi “Hurt” proprio mentre parcheggiavo l’auto.
Il tramonto sembra quello di molte sere dilatate nella speranza, lo stesso atteso in un lontano settembre insieme agli immaginari “pellesquadre” di D’Arrigo, mentre il sole rosseggiava sulla cicatrice che salda cielo e acqua “dentro, più dentro dove il mare è mare”: dove ’Ndria Cambrìa trova la morte.
Favazzina, il mio posto delle fragole, oggi è una spiaggia ferita. Il mio angolo non c’è più, distrutto dalle mareggiate dell’inverno scorso. Forse aveva ragione Enzo Biagi quando ricordava che non bisognerebbe tornare nei posti dove si è stati felici.
Le onde hanno portato via tutto, anche i ricordi e gli spruzzi d’acqua e le pallonate. La caccia alle patelle, i ragazzi sulle spalle di altri ragazzi, il bimbo scivolato da uno scoglio e salvato da suo padre.
Come un acrobata in bilico sul filo della malinconia, i pensieri seguono lenti il sole che si intasca nell’orizzonte, con un tuffo muto.

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Il mio 2020 in otto L

LIBRI – Libri letti. Devo ad André Malraux, tratta da “La condizione umana”, la più efficace definizione di prigione: «il luogo in cui si arresta il tempo che altrove continua». Giorni sempre uguali a sé stessi, ripetitivi e interminabili. I libri sono distrazione e allenamento: ho avuto come coach Borges, Voltaire, Tabucchi, Carlo Levi, Vittorini, Sciascia, Sofri, Balestrini, Consolo, Bufalino, Hosseini e tanti altri. Libri da scrivere. Come quello interrotto il 25 febbraio, ora ripreso e quasi completato.
LASAGNE – Ricky Albertosi dichiarò di avere mangiato in cella i bucatini all’amatriciana più buoni della sua vita, probabilmente esagerando per non uscire dal suo ruolo di guascone. Io ho invece provato tanta tenerezza nel vedere l’impegno e la pazienza di chi cucina le lasagne, così come la pizza, le torte e tutto ciò che va cotto al forno… senza avere il forno, sopra un fornellino da campeggio. Lasagne che si condividono: un modo per farle viaggiare da un lato all’altro della sezione si trova sempre, se necessario anche con il metodo della canna da pesca.
LUNA – «Nei mari della luna i tuffi non si fanno»: a volte è grandissima e ti ci vorresti tuffare lo stesso, a dispetto dei Mercanti di Liquore. Ma nelle notti infinite è un puntino che forse ti guarda, forse no. Sta là, tutta compresa dentro un quadratino della rete della finestra. Stretta, stretta, come noi in sei passi avanti e sei indietro. Il blindo è un coperchio di bara fino al mattino successivo. A fendere la notte, la luce della torcia come un lampo o l’interruttore carogna, mentre dormi.
LOTTA – Lotta impari, contro un “dominio assoluto” che incredibilmente ha la faccia dello Stato. Lotta per avere riconosciuto anche il diritto di telefonare, quando ti viene negato con pretesti assurdi. Mentre le domandine vengono ignorate, oppure non si trovano e ogni giorno bisogna ripresentarle. Si aspetta, si aspetta, in una realtà nella quale nessuno è responsabile e tutti “eseguono degli ordini”. Eppure non si arretra, anche a costo di una punizione, per non perdere l’ultimo briciolo di dignità.
LUCE E LUTTO – Tra i libri letti, ho molto apprezzato “La luce e il lutto” di Gesualdo Bufalino, il cui intento è proporre emozioni, più che esporre ragioni: «Lusingandomi – precisa – che quelle sappiano non meno di queste spiegarci agli altri e, prima che agli altri, a noi stessi». A pagina 124 ho cerchiato di rosso una frase, definitiva: «Qualunque violenza inflitta a un innocente in nome d’un interesse o principio o puntiglio (uno dei tanti che volubilmente di secolo in secolo appassionano i potenti) è altrettanto empia che inutile».
LENZUOLO – Il rumore della battitura mette i brividi. Sgabelli, brande e pentole contro finestre e cancelli. Le voci sono una babilonia di rabbia: «Vergogna! Vergogna!». Vergogna per un suicidio annunciato, già tentato qualche giorno prima. Il lenzuolo come un cappio, annodato alle sbarre della finestra. Finalmente libero. Non è il primo e non sarà l’ultimo, tra questa umanità dannata, stordita da un consumo spropositato e incontrollato di psicofarmaci, purché sia sonno.
LIBERTÀ – La libertà violentata nel cuore della notte ha la voce sorda di colpi violenti sulla porta, come tonfi nell’anima. I polsi fanno male, ma non quanto gli scatti delle macchine fotografiche, schierate come un plotone d’esecuzione che mitraglia contro la scalinata della questura. Non c’era nessuno sette mesi dopo, quando le porte si sono aperte. Nessuno a fotografare la valigetta di plastica e la borsa con cerniera a quadretti rossi e neri. Nessuno nel chilometro di strada percorso a piedi come un profugo, fino al bar più vicino.
LETTERE – Lettere ricevute e lettere scritte, tantissime e provvidenziali: pacca sulle spalle e terapia. Per volare con il pensiero oltre il filo spinato. Per ingannare la routine concentrazionaria che mina quotidianamente la dignità di un detenuto attraverso il controllo del suo corpo. Per continuare a vivere, con la speranza che pulsa dentro il petto all’avvicinarsi della guardia. Per trovare nella solidarietà altrui la conferma alle parole di Camus: «Nella profondità dell’inverno, ho imparato alla fine che dentro di me c’è un’estate invincibile». La verità è un’estate invincibile.

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Camerotto 1

[Fonte Immagine: Il Riformista]

Dalla finestra a rete
entra un cielo affannato,
manto silenzioso
di un tempo senza ore.
Lontano
tace il sole
nuvole distratte
rincorrono i pensieri muti,
stanchi.
Siamo ali spezzate
e ansia di volo,
il petto ammaccato
dai battiti dell’attesa.

[HH192000011 – Marzo 2020]

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2 novembre 2020

Quanto siamo cambiati da marzo ad oggi? Quanto le nostre vite sono state stravolte dal Covid? A quante abitudini abbiamo dovuto rinunciare? Ci pensavo oggi, mentre il pensiero andava ai “miei” defunti. Parenti e amici che non ho potuto salutare come facevo ogni anno, lasciando sulle loro tombe un fiore o un lumino. Ho ripercorso mentalmente il percorso che faccio quando entro nel cimitero, in una sorta di appello degli assenti. Ci sono tutti.

La pandemia ci ha rinchiusi nelle nostre case, costringendoci ad una solitudine che diventa più acuta in occasione di una ricorrenza. Avvertiamo lontana e rimpiangiamo la tradizione dei “morti”, quando da piccoli andavamo a bussare alle porte delle case per ricevere qualche soldino, frutta e dolcini. In quelle castagne, in quei cioccolatini si realizzava il miracolo dell’incontro simbolico con l’aldilà, poiché i questuanti – sostiene l’antropologo Vito Teti – non erano altro che “vicari” dei defunti. I bambini rappresentavano le anime dei propri cari, che avrebbero sofferto molto in caso di rifiuto.
Nelle fotografie delle lapidi cerchiamo occhi e lineamenti che ci riconducano ad una storia ininterrotta, nonostante la morte: “le tessere giganti di un domino che non avrà mai fine” (De Andrè). Cerchiamo il calore di parole che abbiamo ascoltato, di gesti che ci hanno fatto sentire amati. Oggi, tutto questo non c’è stato: sono mancate le visite e, con esse, un aspetto profondo del rapporto con la morte nella nostra cultura religiosa e popolare.
Non potendomi recare al cimitero, ho deposto un lumino ai piedi del Crocifisso del monumento dei caduti. A quel Cristo che, per chi crede, è risorto dalla morte e, per chi non crede, è comunque il simbolo della lotta non violenta contro gli abusi del potere e delle autorità. Il predicatore dell’egualitarismo e della fratellanza universale. Il volto degli “ultimi” della Terra, di tutti coloro che soffrono nel fisico o portano sul cuore cicatrici impresse come solchi.

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Parole

Parole come in un sogno ora vivace ora dai
contorni sfumati, dimenticate all’alba, quando si rintanano nella cuccia
onirica dei fantasmi della mente.

Parole da appuntare sul bloc notes del
comodino sforzando la vista, disegnando nel buio il gancio al quale rimanere sospesi
per non precipitare nel gorgo.

Parole di un matto, intrappolate nel cuore.

Parole dure come il silenzio, come le urla.

Parole altre, osservate dal molo mentre
scivolano nella tasca dell’orizzonte, come le stagioni.

Parole come sirene che violentano la notte.

Parole a tutta pagina, definitive come
fede incrollabile.

Parole impastate dalla frana che va a
valle.

Parole conficcate come chiodi sulla bara.

Parole da tenere in tasca per farsi
compagnia.

Parole come la carezza di un’eco lontana.

Parole incastonate negli occhi.

Parole come unguento per medicare l’anima.

Parole come un diritto per il quale vivere
e morire.

Parole come una liberazione.

Parole da affidare al vento, come il bacio
di Pablo Neruda.    

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