Erri De Luca ricorda che – secondo un vecchio proverbio – tre anni dura una siepe, tre siepi un cane, tre cani un cavallo, tre cavalli un uomo. Nelle sue tre fasi, l’andatura della vita umana ricalca il ritmo del cavallo: al galoppo nella gioventù, al trotto in età adulta, al passo quando gli anni cominciano a pesare. «Ma il tempo, il tempo chi me lo rende?», si chiede Francesco Guccini nell’intimo brano “Lettera”. Senza il tempo non ci sarebbe la vita, costretti come siamo tra un inizio e una fine. Ed è inevitabile – ogni volta che la punta della biro punge il foglio – riflettere sugli anni che passano, con il loro carico di nostalgia. Con assenze che diventano buchi neri nei quali si rischia di affogare, quando sulle sedie vuote lampeggia il conto alla rovescia di una ricorrenza. Chiedersi se sia andata come avremmo desiderato, o se piuttosto il punto sia una liberazione, da trasformare in un trampolino dal quale saltare in groppa al futuro. Chiunque commette errori, ha rimpianti, riscriverebbe qualche pagina scarabocchiata male. Ma viviamo nel presente e, ogni volta, è sempre una novità. Siamo ciò che siamo in una determinata circostanza, non le inutili ruminazioni del senno di poi. Non ha senso la camicia di Nesso di ciò che poteva essere e non è stato. Vivere “bene” presuppone una buona dosa di accettazione, che non è rassegnazione, bensì la consapevolezza che l’esperienza è un’invenzione del giorno dopo. Bisognerebbe abbandonarsi al mistero del viaggio, ai suoi incontri e alle sue emozioni. Gustare il bicchiere mezzo pieno, non recriminare sulla metà vuota. Riscoprire il fascino della lentezza per riuscire ad apprezzare il paesaggio, ascoltare il vento, avvertire colori e odori di un’avventura comunque affascinante. Farne post-it da attaccare all’anima, come gli attimi collezionati da Heinrich Böll. “Richiamare in cuore” è l’etimologia della parola ricordo, che procede a passo lento, ma deciso, per contrastare l’oblio che incombe sul frenetico usa e getta di giornate uguali. Un viaggio, anche questo, che richiede occhi indomabili. E allora buon anno a chi ha un motivo per non arrendersi e a chi, pur non intravedendolo tra i nuvoloni gravidi di pioggia, non smette mai di cercarlo.
Ho perso un amico. Può apparire insolito adoperare un termine, già di per sé impegnativo al giorno d’oggi, in riferimento al rapporto istauratosi tra due uomini anagraficamente così distanti. Eppure gli ottantacinque anni di Vincenzo Martino non sono stati di ostacolo alla bella amicizia che c’è stata tra noi. Merito suo, uomo d’altri tempi capace di misurarsi con questi tempi senza recedere un centimetro dalle sue salde convinzioni, dal valore irrinunciabile del rispetto e dalla sacralità della parola data. Un uomo austero, intransigente, essenziale come le frasi non sprecate, mai fuori luogo. Ho avuto il privilegio di apprezzarne la coerenza e il rigore morale grazie ad una frequentazione diventata via via assidua. Quotidiana come il caffè consumato al bar ogni mattina, o seduti sulla panchina sotto casa sua: un piacevole pretesto per vedersi, per stare un po’ insieme e per confrontarsi su ciò che leggevamo sui giornali, ascoltavamo in televisione, vedevamo accadere in paese. Dal globale al locale, il suo punto di vista mi interessava; la stessa cosa valeva per lui. Quando poi il passato prendeva il sopravvento, i suoi racconti mi portavano in un mondo che non ho conosciuto ma che ho potuto rivivere attraverso i suoi occhi. Ho ascoltato con riverenza i suoi ricordi degli anni Quaranta e Cinquanta del secolo scorso, la dura vita dei contadini, il sudore e il sangue di esistenze che hanno regalato a chi è venuto dopo un orizzonte diverso. Il lavoro nei campi con il padre («Lui sì che era un comunista vero. Oggi non ce ne sono più; neanche io lo sono»), a zappare la terra o a “rampare” gli uliveti. Il paese attraversato zappa in spalla di buon mattino, a volte inutilmente se il maltempo costringeva la squadra dei braccianti a fare ritorno a casa, a mani vuote dopo un paio d’ore di cammino all’andata e altrettante al ritorno. I muri tirati su a Gambarie, dove ci eravamo riproposti un giorno di andare, affinché io vedessi. Le stagioni alla guida dell’Ape per portare nei mercati i prodotti dei contadini delle nostre campagne. Gli anni da operaio delle Ferrovie, inizialmente sulla ionica, poi a Gioia Tauro. Alla propria famiglia ha donato tutto sé stesso, dai figli e dai nipoti ha ricevuto amore smisurato, attenzione e cura. Comunista tutto d’un pezzo, la sua più grande passione è stata la politica intesa come appartenenza («Al Partito volevo bene come a mio padre»), lotta contro le ingiustizie sociali e per il riscatto degli ultimi. Il voto come diritto, ma soprattutto dovere («Non votare, per me, sarebbe come per un credente non entrare in chiesa. Lo farò finché avrò la forza di respirare»), da assolvere il prima possibile, magari aspettando all’ingresso della sezione l’arrivo dei componenti del seggio elettorale. Fu al mio fianco quando fui candidato a sindaco. Ci mise cuore ed impegno senza risparmiarsi, con coraggio e lealtà perché ci credeva. E questo è stato per me il più bel regalo. Abbiamo parlato molto negli ultimi anni: delle sue parole spero di fare tesoro, ora che mi mancheranno.
Sant’Eufemia è tornata al suo posto. Nei giorni scorsi avevo dato la spiacevole notizia della scomparsa della statuetta di Sant’Eufemia che da tre anni si trova nella chiesa di Ognissanti a Londra. Con la statua, erano anche scomparsi il piccolo altare, le piante e i fiori: un trafugamento inspiegabile, ma anche misterioso per le sue modalità. Ad aggiungere mistero al mistero, è di oggi la bella notizia che altare, statuetta, piante e fiori sono nuovamente al centro di una delle finestre della All Saints Church New Cross. Può darsi che chi ha commesso il furto sacrilego si sia in un secondo momento ravveduto. Chissà, forse come nel Canto di Natale di Dickens, l’avvicinarsi del Natale ha aperto il cuore del novello Scrooge. Oppure che abbia ragione Padre Grant, il quale ha così commentato la scoperta fatta una volta entrato in chiesa: «Forse qualcuno ha avuto bisogno di averla accanto per qualche giorno, per trovare conforto nella sua presenza. Il suo ritorno è un invito a non perdere mai la speranza sulla natura generalmente benigna dell’essere umano».
Del piccolo altare è rimasta solo l’ombra sul muro, come i segni lasciati sulle pareti del castello Voltaire dai mobili che non ci sono più, nel celebre romanzo Atlante occidentale di Daniele Del Giudice. Accostato di lato, anche il pannello illustrativo che racconta la storia di Sant’Eufemia infonde mestizia. Spariti anche i fiori e le piante. Sparita, ovviamente, soprattutto lei, la statuetta della patrona che tre anni fa con mio fratello Mario avevamo deciso di fare arrivare a Londra (Sant’Eufemia a Londra) e che era stata collocata al centro di una delle finestre della All Saints Church New Cross, la chiesa di Ognissanti in stile neogotico distante una trentina di minuti da Trafalgar Square. Grande accoglienza allora, sintetizzabile nelle parole di una parrocchiana della multietnica comunità di New Cross: «È bellissima, ha l’aspetto di una che ascolta. Le porterò dei fiori: tutti meritiamo di essere ascoltati». E grande amarezza oggi, che il giovane parroco Padre Grant non ha nascosto nel momento in cui ha dovuto comunicare l’accaduto: «Purtroppo questo è il mondo in cui viviamo, dove una cosa del genere diventa accettabile, perché non sorprende». In effetti, i tempi questi sono… Ma ci riproveremo.
Non è facile essere insegnanti, oggi. A volte, occorre una sviluppata propensione al martirio. Per motivi noti a tutti, sui quali periodicamente si discute senza che si riesca a restituire a questa straordinaria missione (definirla soltanto una “professione” sarebbe riduttivo) il prestigio e l’autorevolezza di tempi ormai andati. Di prima delle risme di circolari ministeriali, della più varia burocrazia, dell’intrusione mortifera delle famiglie nelle questioni scolastiche. Appartengo ad una generazione per la quale gli insegnanti stavano giusto un gradino sotto i genitori. Ovviamente, non a scuola: dentro l’aula non ce n’era per nessuno, la loro autorità non si discuteva e, a dirla tutta, nessun genitore si sarebbe mai sognato di farlo. Oggi ricorre la giornata mondiale degli insegnanti, anche se mi pare ci sia poco da festeggiare. È tuttavia l’occasione per un tuffo nel passato, che in ogni campo della vita costituisce sempre un efficace artificio per sfuggire alle miserie del presente. Nello specifico, se mi guardo indietro non posso che concludere di essere stato molto fortunato. Ho avuto ottimi insegnanti, sia sotto il profilo didattico che dal punto di vista umano: maestri ed educatori che hanno inciso profondamente sulla mia crescita, facendo di me l’uomo che oggi sono. Negli anni delle elementari, la maestra Rina De Leo mi ha insegnato a leggere speditamente, a non sbagliare le “e” con l’accento e le “a” con l’acca, ma soprattutto mi ha educato al rispetto dei ruoli. Senza bisogno della bacchetta, dei ceci sotto le ginocchia, della punizione dietro la lavagna. Con la tenerezza di una madre. Una lezione che non ho dimenticato. Alle medie, il professore Aldo Coloprisco (oggi compie gli anni: auguri!) mi ha fatto capire che non basta conoscere le date storiche più importanti o la biografia degli autori più famosi. L’attività teatrale che svolgevamo durante l’anno è servita a responsabilizzare noi ragazzi e a convincerci che il posto in cui viviamo è nostro. Buon cittadino è colui che si spende per rendere più bella la realtà nella quale vive, contribuendo alla sua crescita mediante l’aggregazione, la partecipazione ad iniziative socio-culturali, il coinvolgimento nei processi di integrazione di coloro che in genere vengono emarginati. Nel quinquennio liceale, il professore Rosario Monterosso mi ha trasmesso l’amore per la storia: devo a lui i libri che ho scritto. Aveva valori solidi e non negoziabili, da uomo serio e rigoroso. Mi ha insegnato che, quando si osserva un fenomeno, non bisogna fermarsi alle apparenze; che, di fronte ad una “verità”, bisogna cercare un punto di osservazione diverso. Tentare di indossare le scarpe altrui, senza rinunciare alle proprie idee. Qualche anno fa ho avuto una disavventura. Il professore Monterosso non c’era già più e, almeno, si è risparmiato un bel po’ di amarezza. C’erano però un migliaio dei suoi libri nella mia biblioteca, e quella notte un po’ di stupore tra i presenti lo suscitarono. Pensai spesso a lui e ai nostri incontri nei mesi a seguire, mentre la maestra De Leo e il professore Coloprisco riuscirono a farmi pervenire parole di grande affetto e vicinanza, che mi emozionarono. Non si tratta soltanto di gratitudine. In questi tempi veloci, che tutto travolgono, guardare al passato può essere utile per illuminare il presente.
Avrei voluto osservarti da vicino, starti accanto, in quella foto del 1925 che sembra una premonizione. Ci sono tuo padre, sopravvissuto alla carneficina del Carso nel ’15-’18, tua madre, le tue due sorelle, tuo fratello e, dietro di te, tua zia con la destra appoggiata alla tua spalla. Come un’investitura per te che, con i tuoi undici anni e con quegli occhi neri arrivati fino a me, gli accidenti della vita non potevi nemmeno immaginarli. Lei morta di parto, tu madre dei suoi figli a diciannove anni, più tardi sposa di suo marito. Uno scampolo di stoffa diviso per tre rendeva le bambine uguali, un po’ impaurite o forse soltanto stupite dal magnesio della macchina fotografica che scattò l’unica immagine che ritrae tutta la tua famiglia. Avrei voluto essere con te tra i banchi della scuola elementare, che sei riuscita a completare in un’epoca di analfabetismo dilagante, che non contemplava l’istruzione dei figli tra le priorità dei genitori. Guardarti mentre leggevi le lettere che parenti e amici ricevevano dai congiunti emigrati, osservarti china sul foglio quando eri la penna che portava lontano i racconti delle vite di qua. O con in mano la siringa di vetro, fatta sterilizzare nell’acqua bollente del suo contenitore in acciaio, prima di una puntura a grandi e piccoli della “rruga”. Con te, mentre raccoglievi le olive o quando davi una mano nelle terre a “Crasta”, quando attendevi il ritorno di tuo marito dall’Aspromonte, una volta che aveva finito di sorvegliare la carbonaia. Un legno ruvido che la guerra nel Nordafrica e le mani callose avevano portato al comunismo e all’utopia di un mondo più giusto, dignitoso per gli ultimi della terra. Sul comodino, i ritratti severi di Stalin e Togliatti, ai quali contrapponevi rosario e libro delle preghiere, in una sorta di esorcizzazione domestica. Con te, quando mensilmente facevi il pane nel forno della “capurala” e poi lo sistemavi nella “cascia”. Quella stessa cassapanca contiene oggi il poco che abbiamo potuto conservare della tua casa, della tua vita. Che era concentrata in due stanze, il gabinetto, il cucinotto con il fornello a tre fuochi e un piccolo giardino sul retro, pochi metri quadrati con piante e fiori di ogni specie. E poi, due figli da allevare, arrivati ad un’età per quei tempi avanzata: la piccola di casa da coccolare con la tazza di latte e le fette di pane portate nel letto. Sotto le lenzuola, per riscaldarle i piedi, un mattone tirato fuori dal braciere e, in caso di mal di gola, un calzino riempito con cenere viva da tenere arrotolato al collo come fosse una sciarpa. C’ero, però, quando hai trasferito sui tuoi nipoti premura e generosità. Le ricorrenze segnate su un quaderno, da onorare estraendo per loro dal porta zecchini nero le banconote arrotolate a sigaretta. L’uscio sempre spalancato per i bambini che dal cortile si fiondavano dentro accaldati e sporchi. La merenda con pane, sale e olio. L’orzata, dolcissima, nel bicchiere che portava stampate sul vetro macchinine d’epoca. I gelati dal “grugno” o dalla “rofalazza”, annotati sulla “libretta” per quando saresti passata tu a saldare i conti. Ero rapito dalla treccia lunghissima che tenevi arrotolata sulla testa, fissata con tanti ferretti. Una corona nascosta sotto il foulard che, dopo la morte del nonno, restò per sempre nero. E c’ero quando ormai non c’eri più, nuovamente bambina nel letto dei tuoi ultimi anni. Quando parlavi con persone che soltanto tu riuscivi a vedere. Quando chiamavi mamma tua figlia. Quando strapazzavi il bordo della maglia, nel tentativo di srotolare una veste immaginaria. Chissà, forse proprio quella dei tuoi undici anni.
«Settembre, andiamo. È tempo di migrare». Come i pastori di D’Annunzio, transumanti dalla montagna alla pianura, si parte. Da Sud a Nord. Chissà se è più amara la malinconia di chi va via o se lo sconforto opprime maggiormente chi resta. Se si riesce ancora a provare tristezza. Se ormai non sia soltanto rassegnazione. Nel 2023 la Calabria ha guadagnato il terzo gradino del podio nella speciale classifica delle regioni con la maggiore riduzione dei residenti (1.838.000, -4.6 per mille rispetto al 2022), dietro Sardegna e Basilicata. Dati ufficiali, che non tengono conto delle decine di migliaia di fuorisede, lavoratori o studenti che siano. Giovani che “magari tra qualche anno torno” e mantengono per questo la residenza nei comuni di origine. Sempre più laureati e diplomati, ad arricchire di professionalità altre regioni e ad impoverire una terra disgraziata. Destinata allo spopolamento, costretta a subire politiche economiche sciagurate e responsabili del mantenimento di un’atavica condizione di inferiorità, che favorisce l’espulsione dei giovani. Non un grande novità, a leggere da Sud la storia d’Italia dall’Unità ad oggi. Siamo passati dai viaggi in terza classe all’aereo, ma che abbiamo fatto la rivoluzione emigrando, diciamocelo: è una gran truffa. Abbiamo fatto e continuiamo a fare scelte legittime, per molti obbligate, ma dall’incidenza esclusivamente individuale, che nulla spostano sul piano generale. Briganti o migranti, è stato sentenziato. E tali siamo rimasti. Bestie da fatica nel secolo scorso, professionisti qualificati nel nuovo millennio. Comunque banditi, nell’accezione pasoliniana del termine: banditi da una società che sta dalla parte dei potenti e degli ascari meridionali, servi o utili idioti dello status quo. Non ci sono più lacrime, non c’è più rabbia. Forse è questo ciò che fa più male. Assuefatti ai treni pieni e alle colonne interminabili di automobili sull’autostrada, ci consoliamo con i logori cliché sui tramonti, la natura e le delizie culinarie dei nostri borghi. Come se davvero fosse possibile nascondere lo sradicamento e la soppressione di culture millenarie, sacrificate sull’altare di una omologazione feroce e cinica. Il disincanto ci rende muti: incapaci di parlare tra di noi, a noi, continuiamo ad eludere il monito di Franco Costabile sulla necessità di “ragionare davvero con calma/ da soli/ senza raccontarci fantasie/ sulle nostre contrade”. Da questa incomunicabilità ha origine la frattura nella connessione con lo spirito dei luoghi, il loro abbandono esistenziale prima che fisico. Settembre è nostalgia lacerante. Qualcosa finisce, qualcosa (forse) inizierà. In sottofondo, la triste melodia di ciò che era e più non sarà.
Sono nato in Australia nel mese di luglio, ed era inverno. Un inverno senza feste comandate, senza quei crudeli segnatempo carichi di malinconia per gli anni volati via, per volti e ricordi in dissolvenza. E sempre d’inverno sono arrivato, a quattro anni e mezzo, in questo paese che è diventato il mio guscio, alla vigilia di un ormai lontanissimo Natale. Non conoscevo nessuno, ma le rrughe di un tempo conoscevano i bambini prima ancora che nascessero. Così, le babbucce di lana lavorate ai ferri da Carminuzza hanno tenuto caldi i miei piedi, difendendoli dal freddo. C’era la neve: non l’avevo mai vista, né avevo mai sentito al tatto il suo gelo. Cominciai allora a sviluppare l’interesse per ciò che non conosco. Oggi che porto sulle spalle il peso di parecchi anni in più, mi rassicura verificare intatta la curiosità di quel bambino. Lei muove tutto. Spinge a guardare dietro, oltre e in profondità. Raramente ciò che appare chiaro è verità: quando va bene è parte di una verità, che ha tante facce quante sono le angolazioni dalle quali si osservano fatti e persone. L’illusione di possederne una a portata di tasca è la presunzione di Icaro, con le sue ali di cera squagliate dal Sole. La vita sa essere sorprendente, nel bene e nel male. È polvere e altare. La ricerca spasmodica della Felicità con la effe maiuscola crea insoddisfazione e incapacità di coglierne l’essenza, che è intrisa di normalità. «Perché dovrebbe essere felice? Chi le ha detto che si viene al mondo per essere felici?», risponde il Cardinale al regista in crisi («Eminenza, io non sono felice»), in una celebre scena del film “8½” di Federico Fellini. Spesso siamo felici, ma non ce ne accorgiamo, salvo rimpiangere molto tempo dopo ciò che è stato, quando realizziamo di non averne saputo godere mentre la sua routine svanita si srotolava. Il paesaggio osservato sfrecciando a 180 all’ora non è uguale a quello che assaporiamo attraversandolo a piedi. La differenza sta nella fretta, nell’ansia di fare e di arrivare. Dove? Tiziano Terzani ci ha insegnato che “contento” è un vocabolo molto più calzante di “felice”. Accontentarsi significa non sottomettersi ad un sistema che produce sempre nuovi desideri, per lo più inutili, che generano frustrazione e tristezza. È il legno al quale aggrapparsi per non affondare quando le onde incombono altissime e minacciose, pronte a travolgere tutto. Non si può scappare dalla vita, bisogna viverla qui e ora. Inseguendo la propria serenità, cercando di rendersi utili per qualcosa o per qualcuno. Tenendo a mente – con Georges Clemenceau – che i cimiteri sono pieni di persone indispensabili. Ostinandosi ad abbracciare l’umanità delle strade storte, a trarre insegnamenti dal prossimo e da ciò che accade (perché desiderato o contro la propria volontà), dagli errori, dalla miriade degli impercettibili miracoli quotidiani. Mantenendosi seri, senza prendersi troppo sul serio.
Non credo che la felicità sia l’altra faccia del dolore, che gioia e sofferenza vadano intese in contrapposizione, né – tantomeno – che la vita possa considerarsi un gioco a somma zero, un flipper dalla pallina sballottata tra sentimenti così lontani. Talmente estremi da potersi toccare, piuttosto: una sorta di convivenza necessaria. Nonostante oggi si faccia molta fatica ad accettare ciò che genera malessere. Abbiamo confezionato un mondo perfetto e falso, e ci sguazziamo come pesci dentro l’acquario, senza neanche accorgerci di quanto le nostre menti siano offuscate dal bisogno di apparire uomini e donne felici, dalla vita piena e soddisfacente. Da ciò che di noi facciamo vedere, celebriamo vite invidiabili. Sul posto di lavoro, in famiglia, nella società. Con la cannuccia del cocktail stretta tra i denti, spettatori di tramonti incantevoli o sotto un palco a cantare a squarciagola, passiamo da un successo all’altro. Una tensione spasmodica alla competizione e all’affermazione al fine di soddisfare l’urgenza di dimostrarci i migliori, dal momento che, nelle nostre ammirevoli esistenze, non può esserci spazio per la tristezza e per il fallimento. Sappiamo che non è così. Ne siamo consapevoli, ma non lo accettiamo. Apparenza e reputazione sono il nuovo oppio dei popoli, una gabbia mentale dalla quale è difficile evadere. Ma lo iato fra realtà e aspettative produce frustrazione e rancore. Si fatica a valutare obiettivamente ciò che si muove attorno a noi, al di là di noi, perfino contro di noi che – chini su noi stessi – ci contempliamo l’ombelico, addirittura convinti di essere gli unici al mondo a possederne un esemplare così bello. Andrebbe invece reclamato il diritto a non essere i migliori, a non soffrire ansie da prestazione. A rivendicare l’utilità della sconfitta nel percorso di crescita personale, la sua dignità e la grandezza morale dell’averci provato a trovare una strada. Che esiste, dietro una curva imprevista, nemmeno immaginata. Vantiamo radici greche e dimentichiamo che gli eroi del mito sono dei perdenti: Achille, Ettore, Agamennone. Tutti mortali, tutti vinti. Angosciati e fragili. Fragili come chi lotta ogni giorno per aggiungere tempo al proprio tempo. Eppure in grado di convivere con la sofferenza che accompagna il declino. Pronti ad amare e a sorridere, a gioire di ogni conquista in apparenza insignificante: riuscire a portare la forchetta alla bocca, muovere qualche passo, godere di un’ora d’aria, essere presenza per qualcun altro. Incantati dal prodigio di una vita ridotta alla sua essenza, che nel poco riesce ad ammirare il tutto. Capaci di bastarsi.
L’espressione del viso, impressa nella fotografia scattata cinquant’anni fa, conferma la frase vergata sul retro da mio padre: «I due disperati». Tre parole per esprimere con ironia l’affetto, l’amicizia, la condivisione di un riscatto cercato e trovato lontano dall’Italia, in quell’Australia che ha accolto e dato a molti italiani la possibilità di un futuro che non fosse miseria. La notizia ci è arrivata addosso come una secchiata d’acqua gelida, nonostante il sospetto. I social sono uno strumento utile, ma in casi come questi crudele: è bastato ricordare i nomi dei figli e percorrere a ritroso la cronologia dei loro post per imbattersi in Paolo Rao sorridente accanto alla figlia Agata, a dispetto dell’annuncio della sua morte nel 2021. Da tempo non ricevevamo le sue periodiche telefonate, mentre i nostri tentativi si infrangevano contro il silenzio del suo cellulare. Lo sconvolgimento degli ultimi anni ci aveva impedito di andare più a fondo nella ricerca, ma ora, nonostante tutto, sarebbe stato il momento di una boccata d’ossigeno. Non è andata così ed è un dolore che punge, per quanto differito. Sono gli occhi di mio padre, che dicono tutto di quell’alchimia unica con Paolo e con mio zio Stefano, del vuoto lasciato da entrambi in sua assenza. L’ennesima ingiustizia. Impetuosa è l’onda dei ricordi, che riaffiorano insieme al tono della voce di Paolo nell’imprecazione “maledetto vento!”, masticata mentre con la mano cercava di sistemarsi i capelli nel deserto australiano. Si erano conosciuti da “Bendinelli & Carlini”, la ditta di un fiorentino e di un romano che pitturava le case a Melbourne e dintorni. Paolo di origini siciliane, mio padre dall’Aspromonte: entrambi con addosso il culto del lavoro che ha scritto le pagine più belle e dignitose dell’emigrazione italiana. Tra le altre “imprese”, ricorreva spesso il ricordo del viaggio epico attraverso la “Nullarbor Plain”, oggi proposto nei pacchetti vacanze riservati ai turisti che amano l’avventura. La notte di Natale del 1974 il Nord Territorio era stato devastato dal ciclone Tracy, le cui raffiche di vento raggiunsero i 240 km/h: l’80% della capitale Darwin (dove morirono 66 persone) fu distrutto, il 94% delle abitazioni dichiarato inabitabile, la stima dei danni ammontò a 837 milioni di dollari. E a Darwin i due amici decisero di recarsi. A neanche trent’anni e con la storia che si erano lasciati alle spalle, i 9.000 km di strada da percorrere in macchina non erano fonte di apprensione. Per ricostruire le città servivano muratori, carpentieri, idraulici, elettricisti e ovviamente imbianchini. Come loro due. Uno sguardo d’intesa e via, a bordo della possente Ford Falcon 500 di mio padre. A Darwin non ci arrivarono. C’era da ricostruire anche a Port Hedland, in Australia Occidentale, raggiunta dopo i circa 7.000 km percorsi per tagliare da Est a Ovest e risalire a Nord. Quattro giorni a snocciolare il rosario delle città attraversate, una volta partiti da Melbourne: Adelaide, Ceduna, Norseman, Perth, Geraldton, Carnarvon, Broome. Sul tavolo, ora, tra le mie mani un cartello indica il 26° Parallelo, un altro segnala la linea del Tropico del Capricorno, Paolo pesca dalla battigia con una lenza i pesci per il sontuoso barbecue da consumare insieme agli altri operai, mio padre pennella dalla scala a forbice, entrambi sorridono con una birra in mano. La pianura di Nullarbor si estende per oltre 1.200 km di deserto tra Ceduna a Norseman. La “Eyre Highway” che l’attraversa è una linea retta infinita e senza dislivello, dall’effetto ipnotizzante. Non essendo al tempo asfaltata, il passaggio delle auto sollevava un polverone di terra rossa e sottile capace di resistere per mesi anche ai lavaggi più accurati. Ogni 200 km circa, la presenza di una “Road House” dava la possibilità di fare rifornimento, mangiare e bere qualcosa. A dispetto dell’etimologia (dal latino: “senza alberi”), puntini in lontananza indicavano la presenza di qualche acacia, dall’ombra delle quali potevano saltare fuori aborigeni in costume tradizionale e armati di lance, che andavano incontro all’auto con l’intento di piazzare strumenti musicali tribali (“didgeridoo”, “bullroarer”) e i “boomerang”, dopo una serie di lanci dimostrativi. A Port Hedland soggiornarono in una roulotte per un mese e, alla fine del lavoro, rientrarono a Melbourne. Per la gioia dei bambini, anche se Fanny – nonostante i tentativi di corruzione con caramelle e cioccolatini – faticò a perdonare il capellone simpatico e pieno di vita che aveva avuto il torto di portare via suo zio.
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