Il Giubileo dei detenuti

I numeri della vergogna dicono che, a 2025 non ancora concluso, nelle carceri italiane ci sono stati 76 suicidi e 150 morti per altre cause. Una strage silenziosa, culminata con i quattro decessi registrati il 12 dicembre, nel primo dei tre giorni del Giubileo dei detenuti. Dati drammatici, ai quali va aggiunta la cifra del sovraffollamento medio nazionale, giunto ormai al 138,4% (63.831 persone detenute a fronte di 46.124 posti disponibili), che delineano i contorni di un’emergenza avvertita soltanto dagli addetti ai lavori e da coloro che, “calamandreianamente”, hanno visto perché dentro ci sono stati.
Non a caso di “emergenza negata” scrivono Gianni Alemanno e Fabio Falbo, quando dall’interno del braccio G8 di Rebibbia denunciano il “collasso” delle carceri italiane. Del quale i morti rappresentano la punta dell’iceberg di una quotidianità che in molte realtà è dolorosa: malati che non riescono a ricevere cure adeguate, celle umide e gelide per la mancanza di riscaldamento, muffa ovunque, docce prive di acqua calda, personale educativo, sanitario e penitenziario sottodimensionato, difficoltà a garantire attività trattamentali e lavorative.
Sono voci nel deserto quelle delle più alte cariche istituzionali e religiose. Del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che denuncia l’inadeguatezza di molti penitenziari rispetto al dettato costituzionale, laddove sancisce che “le pene devono essere umane e tendere alla rieducazione del condannato”. Di Papa Leone XIV, il quale – nel solco tracciato da Papa Francesco nella Bolla di indizione del Giubileo – auspica la concessione di “forme di amnistia o condono della pena” e “a tutti opportunità di reinserimento”.
La politica non ascolta perché è incapace di affrontare organicamente la questione, da sempre. Ecco perché suonano irresponsabili le parole di chi ha ipotizzato provvedimenti deflattivi entro Natale. Ma quando mai? Il tempo sarebbe stato sufficiente se la politica avesse fatto proprio, un anno fa, l’appello di Papa Francesco: «Propongo ai Governi che nell’Anno del Giubileo si assumano iniziative che restituiscano speranza; forme di amnistia o di condono della pena volte ad aiutare le persone a recuperare fiducia in sé stesse e nella società; percorsi di reinserimento nella comunità a cui corrisponda un concreto impegno nell’osservanza delle leggi». Ora, le parole in libertà producono soltanto l’effetto di alimentare illusioni ancora più brucianti.
D’altronde, quando non si sa che dire o che fare, puntualmente guadagna campo la convinzione che la costruzione di nuove carceri potrebbe risolvere il problema. Ma se anche questa potesse essere la soluzione, quanti anni passerebbero prima della realizzazione di nuovi istituti penitenziari?
È proprio la visione carcerocentrica dell’esecuzione penale che andrebbe ribaltata, ma un cambiamento di tale rilievo non sembra alla portata di un Paese giustizialista come l’Italia. Nel frattempo, tra una sterile dichiarazione e l’altra, i detenuti vivono in condizioni disumane, si ammalano e muoiono, si tolgono la vita.

Condividi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *