Cronaca dall’inferno carcere

Arriviamo a Reggio Calabria che sono passate le 6, quasi tre ore dopo l’inizio dell’incubo. In una stanza mi prendono le impronte digitali, misurano l’altezza, scattano le foto segnaletiche. In tarda mattinata scendo la scalinata della Questura, accompagnato da due poliziotti che mi raccomandano di tenere le manette nascoste sotto le maniche del giaccone. Dal lato opposto della strada ho puntati contro i teleobiettivi del plotone d’esecuzione. Partiamo a sirene spiegate, che vengono spente quando imbocchiamo l’autostrada. Lo show è finito.
Al carcere di Palmi la prima tappa è nell’ufficio matricola, a seguire visita medica e ispezione corporale. Mi spoglio davanti a due agenti che mi fanno accovacciare: una manovra che consente di accertare che non nasconda qualcosa nell’ano. Nudo e ubbidiente agli ordini, realizzo che da adesso in poi la mia volontà non conterà niente. È scivolata tra le dita di lattice che tastano il mio corpo.
Vengo infine accompagnato nella cella e per la prima volta odo il tonfo metallico degli scatti che chiudono il pesante cancello alle mie spalle. Tre detenuti stanno cenando: c’è un buon profumo di sugo con la nduja ma non ho fame, nonostante sia digiuno da un giorno. Assaggio comunque qualche forchettata di fusilli.
Luigi e Francesco mi preparano il letto, secondo una prassi consolidata per i “nuovi giunti”. Luigi è abilissimo nel sistemare delle palline di carta ai quattro angoli del coprimaterasso, che arrotola e tira in modo da renderlo il più aderente possibile al materasso già spolverato con abbondante borotalco, insieme al cuscino. Nella cella si diffonde un profumo di infanzia fuori luogo. Lenzuolo e coperta vengono quindi annodati sotto il materasso, con una tecnica efficace.
Nella prima settimana farò soltanto acquisti “personali”. Sono esentato dalla spesa relativa alla gestione comune della cella: generi alimentari, detersivi e “cose di casa”. Sono inoltre dispensato dal fare pulizie. Dovrò soltanto stare attento e imparare le dinamiche e le regole della convivenza. Una vera e propria formazione sul campo.
Alle 21.00 viene chiusa la porta blindata e si spegne la luce. Sono fisicamente distrutto e mi addormento quasi subito. Mi sveglio verso le due e poi ancora altre volte, anche a causa della “conta” dell’agente che apre lo spioncino e con una torcia illumina i volti dei detenuti in piena notte. La mattina dopo scopro il rituale della “battitura”, che viene ripetuta alle 13.00, tutti i giorni: un paio di colpi di manganello alle sbarre delle finestre, con i quali una guardia ne verifica l’integrità.
Non abbiamo il frigorifero. Al suo posto, un frigo termico di quelli che si portano in spiaggia. Per mantenere fresche le poche cose che ci stanno dentro, abbiamo a disposizione dei “siberini”, che vengono sostituiti quotidianamente. Il contenitore è troppo piccolo per conservarvi anche qualche bottiglia, per cui beviamo acqua calda, bollente a mano a mano che si avvicina l’estate. Non abbiamo neanche i congelatori “comuni”: quando arriva il pacco da casa si divide il contenuto con altri detenuti, in modo da consumare gli alimenti prima che vadano in malora.
Per i detenuti, la domenica è il giorno più lungo e triste della settimana. Non c’è la consegna della posta, il gancio con l’esterno che fa sentire vivo anche chi si trova sepolto in carcere. Non è inoltre prevista la saletta, il luogo delle sfide a briscola, scopone, burraco e ping-pong. Si esce dalla cella soltanto per le ore d’aria nel cortile: al rientro pomeridiano, poco prima delle 16.00, è già tempo di darsi la buonanotte.
È però anche il giorno dedicato alla preparazione di torte o della pizza. Il “forno” consiste in una padella sulla quale va appoggiata la “campana” (una pentola bucherellata come quella per le caldarroste), che viene posto sul fornellino da campeggio, mentre i bruciatori di due fornellini ai quali è stato smontato il piatto vengono inseriti in due fessure, ai lati della campana. Accendere i fornellini laterali, regolare la fiamma e capovolgere la campana è una manovra delicata, da eseguire velocemente e che necessita di un elevato livello di manualità. Per un giorno, nel reparto si respira odore di dolci e di festa, o la spensieratezza di una serata in pizzeria.
Per quattro mesi è questa la mia routine, prima del trasferimento di fine giugno, sotto un sole cocente.
Il furgone è una fornace. Si sta molto scomodi, stretti tra lo schienale in plastica e le sbarre che separano i due vani. I bocchettoni dell’aria climatizzata, dietro, sono chiusi. Io e il mio compagno di viaggio teniamo le ginocchia appoggiate alle sbarre che chiudono uno spazio di neanche un metro quadrato. Il peso delle manette ai polsi crea solchi sulla pelle e, anche se tento di tenerle appoggiate sulle gambe, sento ugualmente molto dolore. Facciamo due soste in autogrill, giusto il tempo di andare in bagno. Un agente mi fa scendere tirandomi dalle manette, sotto lo sguardo dei curiosi. Per tutto il viaggio abbiamo a disposizione un panino e una bottiglietta d’acqua da mezzo litro. Quando arriviamo a Santa Maria Capua Vetere, sei ore dopo la partenza, ho sete. Tanta sete.
La giornata è ancora lunga. Entriamo e usciamo da celle di sosta fatiscenti, luride e bollenti. Quella accanto all’ufficio matricola è disumana. L’impressione è che ci parcheggino qua per colpire la nostra dignità di uomini e per fiaccare il nostro spirito. L’aria è irrespirabile, sembra di inalare calce. Per non asfissiare stiamo incollati all’unica finestra con le sbarre, accanto ad un water lurido. Le mura sono scrostate e umide. Accostata ad una parete, una branda arrugginita con un materasso insozzato e coperto di polvere. Sotto un vecchio tavolino, il foglio di un rotolone di carta imbrattato di feci. Sulle mura ci sono incisi nomi, cuori, frasi oscene e un fallo lungo quasi quanto l’intera parete.
Quando veniamo accompagnati nella cella sono le 18. Siamo sfibrati, affamati e assetati, frastornati. Eppure non è ancora finita. La cella dell’isolamento è “liscia” e sporchissima: due brande, un tavolino, due sgabelli, il televisore, un mini-frigorifero che guardo stupito. Non vedo un frigorifero da quattro mesi.
Una guardia ci consegna una scopa, una bottiglia di candeggina, due stracci e due spugne. Iniziamo dalle bilancette, in modo da potere sistemare dentro ciò che abbiamo portato con noi e per liberare il pavimento dall’ingombro dei borsoni. Passiamo alle brande e agli infissi, che sono sudici. Quindi laviamo la cucina e il bagno. Nel water ci sono tracce di feci, ma non c’è lo spazzolino, né ci hanno fornito dei guanti. Tocca lavare a mani nude. Dopo avere ordinato i letti finalmente mangiamo qualcosa: un panino che un detenuto ci passa dalla cella accanto, con salame e pecorino.
Ci mettiamo a letto, ma è impossibile dormire. La cella è invasa da zanzare che entrano dalle finestre, sotto le quali fa bella mostra una montagna di spazzatura affollatissima di gatti e gabbiani il cui verso accompagnerà costantemente le nostre ore. Mi guardo i polsi ancora doloranti.
Le giornate sono torride e lunghissime, si suda anche a stare fermi. Fa troppo caldo per pensare di passeggiare sotto il sole. Preferisco farlo dentro la cella, cinque passi in avanti e cinque indietro. Nel cortile – una vasca in cemento dalle mura altissime – non c’è un angolo d’ombra. Molti detenuti ci vanno in ciabatte, pantaloncini e a torso nudo. Dentro le celle, invece, bagnano le magliette e le indossano, per cercare di ottenere un minimo di refrigerio.
Terminata la quarantena, veniamo trasferiti nel reparto. La cella è vecchia, priva di doccia e di acqua calda, le pareti sono scrostate e di un colore cupo. Per lavarsi bisogna fare richiesta e utilizzare (tra le 8.30 e le 16.00) le docce comuni che si trovano nel corridoio.
Durante il giorno più volte cerco di darmi una rinfrescata lavandomi “a pezzi” con l’acqua fredda, color ruggine, del lavandino e del bidet. Nonostante asciughi bene le orecchie, dentro resta sempre una patina simile alla creta.
Non so fare il “canotto”, un rimedio curioso adottato dai detenuti per fare la doccia… senza doccia. Si taglia un sacco grande della spazzatura in modo da ricavarne un rettangolo, quindi si annodano i quattro angoli al collo di quattro bottiglie di plastica. Il detenuto vi entra dentro e si versa addosso un paio di bottiglie d’acqua, che resta all’interno del “canotto” senza bagnare eccessivamente il pavimento. Finita la doccia, gli angoli del canotto vengono afferrati con le mani e si procede al suo svuotamento nel water.
Il caldo non aiuta chi già non gode di buona salute. Mi trovo nelle docce comuni quando un detenuto chiede aiuto urlando. Sta soccorrendo Antonio, un ragazzo di circa trent’anni che mi ha colpito per i molti tic del viso e del corpo, oltre che per quel “pam pam” che ripete mentre parla. Nel cortile, sta sempre seduto su un gradino, o in piedi, con le spalle appoggiate al muro. Tiene la testa tra le mani e ondeggia avanti e indietro con il busto. Imbottito di psicofarmaci, guarda nel vuoto e sembra stanchissimo, intorpidito. Ogni tanto perde la conoscenza e allora è un chiamare a voce alta la guardia, per soccorrerlo e portarlo in infermeria.
Esco di corsa in accappatoio e mi dirigo verso di loro. Antonio non è svenuto, ma è completamente assente: un sacco che si affloscia su sé stesso. Lo afferriamo dalle ascelle e dalle gambe e lo trasportiamo nella sua cella, dove per regolamento non potremmo entrare. Nel frattempo giunge un altro detenuto, di rientro dal cortile. Antonio sta sempre più male. I due chiamano l’appuntato di sezione, poi prendono Antonio in braccio e si avviano verso le scale per portarlo in infermeria. Cerco lo sguardo dell’agente e non mi trattengo: «Dovreste fare qualcosa, una relazione, chiedere provvedimenti adeguati. Questo poveraccio in carcere rischia di morire. Dovrebbe stare in un centro clinico, non qua». Mi sembra dispiaciuto, quasi rassegnato. Ma non dice niente e si allontana senza replicare.

[IL DUBBIO, 29 giugno 2026]

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Noi detenuti meno soli e disperati durante la pandemia grazie a Francesco

Un anno fa ci lasciava Papa Francesco. Poco più di un mese prima, l’Agape di Sant’Eufemia aveva partecipato al Giubileo del Volontariato (8-9 marzo). Nella Santa Messa di domenica mattina, piazza San Pietro era un tripudio di bandiere e striscioni di incoraggiamento (“Papa Francè c’è”) per il Santo Padre, che si trovava in ospedale. Il Papa non c’era, ma tutti ne avvertivamo la presenza. La commozione era palpabile, fortissima quando il cardinale Michael Czerny lesse l’omelia scritta dal Pontefice, il quale ricordava i “tanti piccoli gesti di servizio gratuito” che “nei deserti della povertà e della solitudine” fanno sbocciare “germogli di umanità nuova: quel giardino che Dio ha sognato e continua a sognare per tutti noi”.
Nel 2016 l’Agape aveva avuto un altro “incontro” con Bergoglio, in occasione del Giubileo della Misericordia. In quella circostanza, l’emozione raggiunse il diapason quando il Papa percorse la piazza sulla papamobile per salutare i fedeli. Un cappellino dell’Agape passò allora dalle mani di un volontario a quelle di un membro della security che accompagnava a piedi il veicolo del Papa.
C’ero in entrambe le circostanze. E c’ero quando, durante la pandemia, dalla cappella di Santa Marta il Pontefice entrava nelle celle dei detenuti per confortare e lenire la solitudine. L’anno scorso scrissi di quei giorni per “Il Dubbio”.

Nella sezione c’era un silenzio irreale. L’orologio in mezzo al corridoio segnava le 14:50. Come sempre. Chissà da quanti anni. Il tempo in carcere non esiste, che le lancette stiano ferme o si spostino sul quadrante non fa differenza. È un tempo sospeso tra una battitura e l’altra. Dai camerotti e dai cubicoli arrivava in stereofonia la telecronaca di ciò che stava succedendo in piazza San Pietro. I nostri occhi erano tutti incollati in alto, sopra il cancello serrato, fissi sul teleschermo.
Un uomo vestito di bianco attraversava la piazza deserta, sotto la pioggia, prima di fermarsi sotto un crocifisso: «Come i discepoli del Vangelo siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda». Parlava del Covid, ma costretti in tre metri per quattro sentivamo ancora più nostre quelle parole. Dalla rete a maglia fittissima delle finestre, nelle ore diurne, anche la luce faticava ad entrare. Ci sentivamo soli, maledettamente soli.
Dal mondo di fuori arrivavano notizie frammentarie, che stentavamo a comprendere. I camion militari con le bare, l’aggiornamento quotidiano delle vittime della pandemia dai telegiornali che divoravamo. Non ci fidavamo di ciò che ci dicevano da casa. I colloqui erano stati sospesi: restavano le lettere, le telefonate e poi, finalmente, l’introduzione delle videochiamate. L’unico lascito positivo di quella terribile catastrofe sanitaria.
Giungevano notizie sui distanziamenti, sulle autorizzazioni per uscire di casa per la spesa, sul controllo poliziesco fino a davanti l’uscio delle porte, sugli inseguimenti, le multe, le denunce. Non capivamo. Paradossalmente, tutte queste precauzioni ci erano state risparmiate. Carcere e distanziamento sono due sostantivi che non possono stare nella stessa frase. Nelle celle, nel cortile: impossibile. Mascherine, neanche a parlarne. Almeno all’inizio. Ma neanche dopo, tranne quando si doveva accedere all’infermeria o alla matricola.
Gli ultimi possono anche morire, non fanno rumore. Se così non fosse, i nostri governanti dovrebbero impazzire per i suicidi che si registrano dietro le sbarre. E agli ultimi pensava Papa Francesco. Nel disorientamento generale, lo sentivamo vicino. Avvertivamo la potenza della preghiera, che non chiede il miracolo, bensì la concessione della forza necessaria per affrontare la burrasca. Ognuno la propria. Ci nutrivamo delle sue parole di speranza e della sua compagnia ogni mattina alle sette, quando appariva sui teleschermi dalla cappella di Santa Marta. Molti di noi appresero allora che visitare i carcerati era una delle sette opere di misericordia corporale.
Papa Francesco veniva a farci visita tutti i giorni. Nel carcere di Palmi suppliva l’assenza forzata di don Silvio, che fino ad allora era stata la nostra ancora di salvezza. Con le sue parole di conforto, lo sguardo di comprensione, l’indignazione per le troppe ingiustizie che da cappellano avvertiva come conficcate nelle sue carni.
In uno degli ultimi incontri prima della cancellazione definitiva di ogni visita, gli avevo proposto di organizzare una via crucis nel cortile. In carcere non mancano i poveri cristi e, fortunatamente, neanche i cirenei compassionevoli, compagni che aiutano l’altro a sorreggere la croce con un gesto di umanità o con una parola di incoraggiamento.
Ovviamente, non se ne fece niente. Riuscì però a fare una sortita il giorno di Pasqua, ad affacciarsi dalla porta sul cortile per un saluto, a fare avere a ciascun detenuto un bocconcino con la crema. Ci restava però Papa Francesco. Il rappresentante di una Chiesa che ciclicamente e inutilmente chiede un gesto di clemenza, denuncia la barbarie del carcere, invita alla compassione e alla carità.
La mia, la nostra, tutte le solitudini del mondo si condensavano in una macchia bianca raccolta in preghiera sotto la croce. Ci sentivamo un po’ meno soli.

IL DUBBIO (23 aprile 2025)

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Il Giubileo dei detenuti

I numeri della vergogna dicono che, a 2025 non ancora concluso, nelle carceri italiane ci sono stati 76 suicidi e 150 morti per altre cause. Una strage silenziosa, culminata con i quattro decessi registrati il 12 dicembre, nel primo dei tre giorni del Giubileo dei detenuti. Dati drammatici, ai quali va aggiunta la cifra del sovraffollamento medio nazionale, giunto ormai al 138,4% (63.831 persone detenute a fronte di 46.124 posti disponibili), che delineano i contorni di un’emergenza avvertita soltanto dagli addetti ai lavori e da coloro che, “calamandreianamente”, hanno visto perché dentro ci sono stati.
Non a caso di “emergenza negata” scrivono Gianni Alemanno e Fabio Falbo, quando dall’interno del braccio G8 di Rebibbia denunciano il “collasso” delle carceri italiane. Del quale i morti rappresentano la punta dell’iceberg di una quotidianità che in molte realtà è dolorosa: malati che non riescono a ricevere cure adeguate, celle umide e gelide per la mancanza di riscaldamento, muffa ovunque, docce prive di acqua calda, personale educativo, sanitario e penitenziario sottodimensionato, difficoltà a garantire attività trattamentali e lavorative.
Sono voci nel deserto quelle delle più alte cariche istituzionali e religiose. Del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che denuncia l’inadeguatezza di molti penitenziari rispetto al dettato costituzionale, laddove sancisce che “le pene devono essere umane e tendere alla rieducazione del condannato”. Di Papa Leone XIV, il quale – nel solco tracciato da Papa Francesco nella Bolla di indizione del Giubileo – auspica la concessione di “forme di amnistia o condono della pena” e “a tutti opportunità di reinserimento”.
La politica non ascolta perché è incapace di affrontare organicamente la questione, da sempre. Ecco perché suonano irresponsabili le parole di chi ha ipotizzato provvedimenti deflattivi entro Natale. Ma quando mai? Il tempo sarebbe stato sufficiente se la politica avesse fatto proprio, un anno fa, l’appello di Papa Francesco: «Propongo ai Governi che nell’Anno del Giubileo si assumano iniziative che restituiscano speranza; forme di amnistia o di condono della pena volte ad aiutare le persone a recuperare fiducia in sé stesse e nella società; percorsi di reinserimento nella comunità a cui corrisponda un concreto impegno nell’osservanza delle leggi». Ora, le parole in libertà producono soltanto l’effetto di alimentare illusioni ancora più brucianti.
D’altronde, quando non si sa che dire o che fare, puntualmente guadagna campo la convinzione che la costruzione di nuove carceri potrebbe risolvere il problema. Ma se anche questa potesse essere la soluzione, quanti anni passerebbero prima della realizzazione di nuovi istituti penitenziari?
È proprio la visione carcerocentrica dell’esecuzione penale che andrebbe ribaltata, ma un cambiamento di tale rilievo non sembra alla portata di un Paese giustizialista come l’Italia. Nel frattempo, tra una sterile dichiarazione e l’altra, i detenuti vivono in condizioni disumane, si ammalano e muoiono, si tolgono la vita.

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Con Nessuno tocchi Caino nel carcere di Arghillà

Sono iscritto a Nessuno tocchi Caino dal 2020, da quando ebbi modo di verificare personalmente quanto corrispondesse al vero l’affermazione di Piero Calamandrei in riferimento alla condizione delle galere italiane: «Bisogna vederle, bisogna esserci stati, per rendersene conto».
Sono grato a Rita, Sergio ed Elisabetta perché, quando la loro incessante tournée tocca la Calabria, mi chiedono se voglio fare parte della delegazione che entra nelle carceri. Lunedì sono così “tornato” in un istituto penitenziario, quello di Arghillà. Un regalo ulteriore è stato poterlo fare insieme al caro Andrea, con il quale nel carcere di Palmi acquistavamo a turno il “Corriere della Sera”, per risparmiare sulla spesa. Il carcere è condivisione e sostegno, quando si ha la fortuna di incontrare anime belle. Se ne possono trovare, stipate nelle celle con la rete a maglia stretta dietro le sbarre delle finestre, nel silenzio rotto dagli scatti della serratura che accompagnano il tonfo del blindo alle 21, quando la cella diventa una bara.
L’estate è la stagione più drammatica per i detenuti, fondamentalmente perché tutte le attività vengono sospese. Anche per questo nei mesi estivi i suicidi e gli episodi di violenza aumentano. Di recente pure ad Arghillà si sono verificate aggressioni e la tensione, in alcuni momenti della nostra permanenza, era palpabile. Per alcuni reclusi le visite di questo genere non sono altro che passerelle politiche, tanta è la loro sfiducia nei confronti del mondo esterno. Nonostante l’onestà di Sergio, che non promette niente e, con la credibilità e la forza della sua storia personale, non smette mai di ammonire su come la violenza non possa mai essere la soluzione.
Arghillà non fa eccezione rispetto alla gran parte del resto d’Italia. Le criticità sono uguali: sovraffollamento, insufficienza del personale della polizia penitenziaria e di quello sanitario, condizioni generali contrarie “al senso di umanità” statuito dalla costituzione italiana.
In estate bisogna poi fare i conti con il caldo. Non tutti i reclusi possono permettersi l’acquisto di un ventilatore, mentre l’acqua viene erogata a fasce orarie. Nelle celle non ci sono frigoriferi: ci si arrangia con quelli termici da spiaggia, ma si può giusto conservare qualche alimento che altrimenti andrebbe a male. Di certo non c’è spazio per le bottiglie dell’acqua, che si beve alla rovente temperatura ambiente di Reggio Calabria.
Ascoltando il grido esasperato di alcuni detenuti che non riescono a telefonare a casa, per via di annosi problemi a carico della linea telefonica, penso infine a quanto sia ampio lo scarto tra le parole e le azioni, tra la propaganda di una riforma che doveva potenziare i contatti dei detenuti con i familiari e la realtà riscontrata. Ho pensato, ancora una volta, che sì: «Bisogna vederle, bisogna esserci stati, per rendersene conto».
Per questo è necessario sensibilizzare sulla barbarie di una giustizia che non può essere vendetta e afflizione, a sostegno della battaglia di civiltà per l’affermazione del diritto e per il rispetto – sempre e ovunque – della dignità umana.

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Noi detenuti meno soli e disperati durante la pandemia grazie a Francesco

Costretti in tre metri per quattro sentivamo ancora più nostre quelle parole sul Covid pronunciate dal Papa in una piazza San Pietro deserta

Nella sezione c’era un silenzio irreale. L’orologio in mezzo al corridoio segnava le 14:50. Come sempre. Chissà da quanti anni. Il tempo in carcere non esiste, che le lancette stiano ferme o si spostino sul quadrante non fa differenza. È un tempo sospeso tra una battitura e l’altra. Dai camerotti e dai cubicoli arrivava in stereofonia la telecronaca di ciò che stava succedendo in piazza San Pietro. I nostri occhi erano tutti incollati in alto, sopra il cancello serrato, fissi sul teleschermo.
Un uomo vestito di bianco attraversava la piazza deserta, sotto la pioggia, prima di fermarsi sotto un crocifisso: «Come i discepoli del Vangelo siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda». Parlava del Covid, ma costretti in tre metri per quattro sentivamo ancora più nostre quelle parole. Dalla rete a maglia fittissima delle finestre, nelle ore diurne, anche la luce faticava ad entrare. Ci sentivamo soli, maledettamente soli.
Dal mondo di fuori arrivavano notizie frammentarie, che stentavamo a comprendere. I camion militari con le bare, l’aggiornamento quotidiano delle vittime della pandemia dai telegiornali che divoravamo. Non ci fidavamo di ciò che ci dicevano da casa. I colloqui erano stati sospesi: restavano le lettere, le telefonate e poi, finalmente, l’introduzione delle videochiamate. L’unico lascito positivo di quella terribile catastrofe sanitaria.
Giungevano notizie sui distanziamenti, sulle autorizzazioni per uscire di casa per la spesa, sul controllo poliziesco fino a davanti l’uscio delle porte, sugli inseguimenti, le multe, le denunce. Non capivamo. Paradossalmente, tutte queste precauzioni ci erano state risparmiate. Carcere e distanziamento sono due sostantivi che non possono stare nella stessa frase. Nelle celle, nel cortile: impossibile. Mascherine, neanche a parlarne. Almeno all’inizio. Ma neanche dopo, tranne quando si doveva accedere all’infermeria o alla matricola.
Gli ultimi possono anche morire, non fanno rumore. Se così non fosse, i nostri governanti dovrebbero impazzire per i suicidi che si registrano dietro le sbarre. E agli ultimi pensava Papa Francesco. Nel disorientamento generale, lo sentivamo vicino. Avvertivamo la potenza della preghiera, che non chiede il miracolo, bensì la concessione della forza necessaria per affrontare la burrasca. Ognuno la propria. Ci nutrivamo delle sue parole di speranza e della sua compagnia ogni mattina alle sette, quando appariva sui teleschermi dalla cappella di Santa Marta. Molti di noi appresero allora che visitare i carcerati era una delle sette opere di misericordia corporale.
Papa Francesco veniva a farci visita tutti i giorni. Nel carcere di Palmi suppliva l’assenza forzata di don Silvio, che fino ad allora era stata la nostra ancora di salvezza. Con le sue parole di conforto, lo sguardo di comprensione, l’indignazione per le troppe ingiustizie che da cappellano avvertiva come conficcate nelle sue carni.
In uno degli ultimi incontri prima della cancellazione definitiva di ogni visita, gli avevo proposto di organizzare una via crucis nel cortile. In carcere non mancano i poveri cristi e, fortunatamente, neanche i cirenei compassionevoli, compagni che aiutano l’altro a sorreggere la croce con un gesto di umanità o con una parola di incoraggiamento.
Ovviamente, non se ne fece niente. Riuscì però a fare una sortita il giorno di Pasqua, ad affacciarsi dalla porta sul cortile per un saluto, a fare avere a ciascun detenuto un bocconcino con la crema. Ci restava però Papa Francesco. Il rappresentante di una Chiesa che ciclicamente e inutilmente chiede un gesto di clemenza, denuncia la barbarie del carcere, invita alla compassione e alla carità.
La mia, la nostra, tutte le solitudini del mondo si condensavano in una macchia bianca raccolta in preghiera sotto la croce. Ci sentivamo un po’ meno soli.

IL DUBBIO, 23 aprile 2025

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Redemption Song

Oggi Bob Marley avrebbe compiuto ottant’anni. Come molti miti ci ha lasciati ancora giovane, a trentasei anni nel 1981. D’altronde, si sa, “gli eroi son tutti giovani e belli” (La locomotiva, Francesco Guccini). C’è stato un momento preciso nel quale le sue parole mi hanno aiutato a sperare, facendomi sentire libero anche quando libero non ero, in un afoso pomeriggio di fine luglio. Tra gente impegnata a riempire in qualche modo giornate sempre uguali.

«Riusciamo finalmente ad organizzare una partita di calcio, nel cortile grande. Mi sembra di essere tornato ragazzino, quando davo calci al pallone ovunque: in piazza, nei cortili, in pineta, per strada. Giochiamo cinque contro cinque, le porte sono dipinte sul muro. Come nel film “Ragazzi fuori”, di Marco Risi.
Le squadre sono multietniche. I ragazzi di colore, nigeriani, sono strutturalmente piazzati bene: alti, grossi e palestratissimi. Tutti i giorni dedicano qualche ora agli esercizi fisici nelle “palestre” improvvisate in cella. Tre giocano nella mia squadra. Domenique somiglia al giocatore del Milan, Kessie. Patrick a fine partita mi chiede l’età e pompa il mio ego osservando che gioco proprio bene. Piccole soddisfazioni. Con Luky ogni tanto facciamo anche una partita a scopone nella saletta.
Quasi tutti i giorni i detenuti nigeriani intonano qualche pezzo di Bob Marley mentre giocano a carte. Durante un’esecuzione sono intervenuto per sostenere che, secondo me, la più bella canzone del mito giamaicano è “Redemption Song”. La canto insieme a Luky: “Won’t you help to sing/ these songs of freedom/ ’cause all I ever have/ redemption songs”.
Chissà quando arriverà per me il canto della liberazione».
(Luglio 2020)

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Sette mesi in cella per errore. Lo Stato risarcisce Forgione

Articolo di Simona Musco (Il Dubbio, 25 gennaio 2025)
Ha trascorso sette mesi in carcere ingiustamente, a causa di uno scambio di persona che poteva essere chiarito con una semplice perizia fonica, che ha chiesto sin dal primo momento. E cinque anni dopo, la Corte d’Appello di Reggio Calabria ha risarcito Domenico Forgione, storico calabrese, giornalista e autore di diversi saggi, accusato ingiustamente di associazione mafiosa.
Forgione era finito agli arresti il 25 febbraio 2020, giorno in cui in cui gli abitanti di Sant’Eufemia d’Aspromonte, poco meno di 4mila anime in provincia di Reggio Calabria, hanno visto portar via in manette il sindaco, il vicesindaco, il presidente del consiglio comunale e lui, consigliere di minoranza. Forgione si è però sempre dichiarato estraneo ad ogni accusa, fornendo prove e documenti della sua innocenza. La sua posizione si trovava in sole 17 pagine su 4mila, in un’intercettazione tra tre soggetti, uno dei quali è tale “Dominique”. Lui, nato in Australia, tra gli affetti più cari è conosciuto proprio con questo nomignolo. Ma l’uomo intercettato non era lui.
Da qui la richiesta immediata di una perizia fonica, mai concessa causa covid. La difesa, allora, ne produce una propria, comparando l’interrogatorio di garanzia con l’audio dell’intercettazione. E il risultato è scontato: la voce non è la sua. Ma non solo: il giorno in cui “Dominique” viene intercettato, infatti, Forgione è a giocare una partita di calcetto. E non ci sarebbe il tempo materiale per arrivare al ristorante dove i tre conversanti si trovano. La perizia arriva solo a settembre, usando lo stesso metodo utilizzato dalla difesa. E il risultato è identico: la voce non è la sua. Così, sette mesi dopo, Forgione esce dal carcere e la sua posizione, dopo poco, viene archiviata. Sebbene sarebbe bastato poco per evitare un trauma inutile.
La Corte d’Appello di Reggio Calabria, il 23 dicembre scorso, ha dunque accolto la richiesta di risarcimento presentata dall’avvocato Pasquale Condello, riconoscendo il danno subito a causa della ingiusta custodia cautelare nell’ambito dell’operazione “Eyphemos”. «Ad avviso della Corte – si legge nell’ordinanza -. non sono rinvenibili nella condotta del ricorrente profili di colpa grave ostativi al riconoscimento dell’indennizzo». Forgione, infatti, sia in sede di interrogatorio di garanzia che durante l’interrogatorio del 14 dicembre 2020 davanti al pm, chiesto dallo stesso Forgione dopo la chiusura delle indagini, «ha sempre professato la propria estraneità agli addebiti contestati, affermando di non essere lui il “Dominique” dialogante nelle conversazioni captate, fornendo specifiche spiegazioni in ordine alle condotte contestate e respingendo con fermezza gli addebiti mossi nei suoi confronti». Inoltre, a sostegno della propria versione, «aveva prodotto documentazione probatoria e adottato sin da subito un comportamento collaborativo».
Quanto al pregiudizio subito, la Corte ha adeguato la somma liquidata con una maggiorazione per «le sofferenze morali patite a causa della diffusione mediatica dell’arresto». A ciò si aggiunge «il maggior patimento che è disceso a Forgione dall’aver sin da subito professato la propria estraneità ai fatti e dall’essersi adoperato in tal senso, anche attraverso la sua difesa». Un aumento motivato anche dal “disturbo d’ansia con stress psicofisico e deflessione dell’umore” sviluppato a seguito dell’arresto.
Infine, la Corte ha riconosciuto anche il danno all’immagine conseguente allo “strepitus fori”, data la diffusione mediatica della notizia del suo arresto. «Nella valutazione di detto pregiudizio, infatti, non potrà non considerarsi la gravità dell’ipotesi delittuosa prospettata a carico del ricorrente e l’attività di giornalista pubblicista esercitata dallo stesso – si legge -. È evidente, pertanto, la maggiore propagazione mediatica della notizia derivata dalla notorietà del personaggio, necessariamente e intrinsecamente connessa alla “visibilità” e “popolarità” che caratterizza il ruolo di giornalista esercitato da Forgione e la relativa categoria professionale di appartenenza».
«Il cratere aperto dalla bomba che mi è esplosa dentro il 25 febbraio 2020 non si chiuderà mai – commenta al Dubbio Forgione -. Prendo atto dell’accoglimento dell’istanza, ma non posso nascondere che si è rotto qualcosa a livello sentimentale nei confronti di uno Stato che, pur avendo riconosciuto l’errore, è stato ed è capace di una violenza cieca nei confronti dei suoi cittadini. Ho toccato con mano e l’unico aspetto positivo della mia vicenda sta proprio nella consapevolezza della necessità di denunciare una giustizia che spesso si rivela ingiusta, con il corollario di un trattamento penitenziario disumano. Ma delle condizioni carcerarie, della barbarie della carcerazione preventiva, degli abusi delle misure di prevenzione, realmente non importa quasi a nessuno. L’Italia non sarà mai un Paese normale fino a quando ci sarà questa destra, capace solo di introdurre nuovi reati e di proporre la costruzione di nuove prigioni per risolvere il problema del sovraffollamento carcerario, e questa sinistra ipocrita, pronta a cavalcare l’onda giustizialista per qualche misero voto in più».

Sito originale: Il Dubbio (Sette mesi in cella per errore. Lo Stato risarcisce Forgione)

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Il calendario del Dado Galeotto

Dado Galeotto è il protagonista del calendario da tavolo di Ristretti Orizzonti, appuntamento ormai tradizionale per chi si occupa di tematiche carcerarie. Ristretti Orizzonti è un bimestrale che racconta la vita del carcere, scritto da persone detenute e edito dall’associazione Granello di Senape di Padova. L’associazione è attiva nella promozione di percorsi di reinserimento dei detenuti, fedele al significato della parabola biblica: il più piccolo dei semi diventa una pianta sui cui rami gli uccelli si posano. Attività portata avanti anche da AltraCittà, cooperativa padovana nella quale sono occupati una quarantina di ex detenuti: lavoro per conto terzi, legatoria e cartotecnica artigianale, rilegatura e restauro libri, servizi archivistici, gestione biblioteche, digitalizzazione.
Alla rivista si affianca il progetto “A scuola di libertà”, grazie al quale ogni anno circa 5.000 studenti entrano in carcere e i detenuti nelle scuole, alla ricerca di un dialogo necessario per comprendere che le persone non sono il reato commesso e che il superamento dello stigma può dare buoni risultati nella prevenzione dei reati.
Nella cooperativa AltraCittà lavorava come grafico il freelance Graziano Scialpi, entrato in carcere nel 1996 e morto nel 2010 per un tumore al polmone diagnosticato con molto ritardo, dopo una serie di rifiuti alle richieste di essere sottoposto a visita medica: si sa, chi in carcere dice di stare male è soltanto un simulatore.
Redattore di Ristretti Orizzonti e “disegnatore per caso”, Scialpi è stato il creatore di Dado. Le sue vignette avvalorano le celebri parole di Dostoevskij («La tragedia e la satira sono sorelle e vanno di pari passo; tutte e due prese insieme si chiamano verità») e raccontano il carcere con l’arma dell’ironia, facendo ridere e riflettere su tematiche gravi e ataviche: sovraffollamento, autolesionismo, benefici, recidiva, rieducazione e reinserimento sociale.
Nel 2008 Scialpi ribadiva la necessità di «Fare in modo che il carcere, se ci deve essere, abbia un senso. Perché, così come è ora, il carcere genera esso stesso vittime, ed è da questo dato di fatto che bisogna partire». Diciassette anni dopo, il carcere in Italia non è cambiato di molto. Il dossier “Morire di carcere”, aggiornato quotidianamente da Ristretti Orizzonti, dimostra che il 2024 è stato l’anno peggiore, con 90 suicidi e 156 detenuti morti per “altre cause” (malattia, overdose, omicidio, cause “da accertare”). E l’inizio del 2025, con già 19 decessi registrati in totale, non sembra affatto indicare un’inversione di tendenza.
Chi entra in carcere si scontra con una realtà che stride con il dettato costituzionale. Il calendario accende i riflettori, sensibilizza: «Il Dado Galeotto – ha dichiarato Ornella Favero, direttrice di Ristretti Orizzonti e responsabile del volontariato nazionale nelle carceri – ci ricorda che le condizioni del carcere non migliorano. I numeri del sovraffollamento e dei suicidi crescono drammaticamente. Questo calendario è uno strumento di denuncia e speranza».

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L’intima gioia

In un celebre esperimento del 1971, lo psicologo Philip Zimbardo e un team di ricercatori ricrearono nei sotterranei dell’Università di Stanford (California) le condizioni di una prigione. Tra 70 studenti furono selezionati 24 volontari, valutati idonei dopo essere stati sottoposti a diversi test della personalità, i quali furono divisi casualmente in due gruppi da dodici: metà guardie e metà detenuti. L’esperimento, che doveva durare due settimane, fu interrotto dopo sei giorni, in conseguenza dei ripetuti ed eccessivi episodi di sadismo e di violenza delle guardie nei confronti dei detenuti.
L’ esperimento carcerario di Stanford aveva lo scopo di comprendere cosa spinge persone buone a diventare cattive in situazioni specifiche: «Il male – scrisse Zimbardo nel libro L’effetto Lucifero. Cattivi si diventa? – è l’esercizio del potere di nuocere intenzionalmente (psicologicamente), di procurare dolore (fisicamente), o distruggere (mortalmente o spiritualmente) altri. Solo poche persone sono in grado di resistere alla tentazione di cedere al potere e al dominio».
Fatti di cronaca più o meno recenti sembrano confermare questa tesi. Da ultimo, gli abusi e le violenze emerse nell’indagine che a Trapani ha portato all’arresto di undici poliziotti penitenziari e alla sospensione dal servizio di altri quattordici.
Il clima politico e culturale, d’altronde, alimenta gli istinti più bassi nell’approccio alle tematiche dell’esecuzione della pena e, più in generale, alle problematiche carcerarie. Indignarsi per le condizioni disumane delle carceri italiane, per il loro sovraffollamento, per gli 81 suicidi da gennaio ad oggi, è impopolare e non porta voti. Ha più appeal la logica securitaria del “buttare le chiavi” e l’idea che fare soffrire chi finisce in carcere, in fondo, è del tutto naturale. Se la sono cercata. E pazienza se il detenuto sta già scontando il reato commesso con la privazione della libertà: l’ulteriore e gratuita afflizione dell’offesa alla dignità umana non desta scandalo.
Il sottosegretario alla Giustizia Andrea Del Mastro Delle Vedove, evidentemente, è dello stesso avviso: «L’idea – ha dichiarato in occasione della presentazione della nuova auto per il trasporto dei detenuti – di vedere […] come noi non lasciamo respirare chi sta dietro quel vetro oscurato, è sicuramente per il sottoscritto un’intima gioia». Poiché qualcuno gli ha fatto notare la bestialità dell’affermazione, si è corretto precisando che si riferiva ai detenuti mafiosi.
Il sottosegretario, che pure dovrebbe esserne a conoscenza, non sa o fa finta di non sapere che nelle carceri italiane ci sono migliaia e migliaia di “presunti” mafiosi che in realtà non lo sono, come spesso viene certificato dalle archiviazioni e dalle assoluzioni successive all’arresto. Innocenti che soltanto in virtù dello stigma del 416 bis subiscono umiliazioni quotidiane, che nelle “traduzioni” sono costretti a tenere le manette, fino a provocarsi profondi solchi sui polsi al termine di un viaggio di centinaia di chilometri, in furgoni-fornaci nei quali sono tenuti chiusi i bocchettoni dell’aria climatizzata nel vano posteriore, quello riservato ai detenuti. Che vengono fatti scendere nei piazzali delle aree di servizio e accompagnati in bagno come asini alla cavezza. Che si ritrovano in celle di sosta dall’aria irrespirabile per l’umidità, tra cartacce sporche di escrementi.
Il problema, in realtà e purtroppo per Del Mastro e per quelli che la pensano come lui, è più complesso. L’umanità è un valore universale e prescinde dalla dicotomia innocente/colpevole. Per molti il ragionamento è complicato, ma secoli di cultura giuridica – compendiati nell’articolo 27 della Costituzione italiana (“Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità”) – affermano proprio questo.
La grandezza di una democrazia e dei suoi rappresentanti è tutta qua. La miseria di certe dichiarazioni, anche.

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Una giustizia disumana non è giustizia

Bastassero l’indignazione e la rabbia. L’indignazione per i 165 morti in carcere, dal primo gennaio ad oggi, in un Paese sedicente civile, vigliacco di fronte all’emergenza drammatica che si vive quotidianamente nei penitenziari italiani. Dove, secondo i dati di “Ristretti Orizzonti”, nel 2024 sono già 67 i detenuti che si sono tolti la vita (due in meno rispetto a tutto il 2023), mentre altri 98 sono deceduti per “altre cause” (ben oltre i morti registrati nell’intero anno passato). La rabbia nei confronti di una classe politica imbelle, a destra come a sinistra pronta a strumentalizzare fatti e persone per puro calcolo politico, a seconda che si trovi al governo o all’opposizione. Perché il dato incontrovertibile è che nessuno ha mai fatto niente per porre fine alla sistematica violazione dei diritti umani che si verifica nelle carceri italiane, certificata da un sovraffollamento medio del 130% e dall’insufficienza cronica di personale penitenziario e sanitario. Lo stiamo vedendo in questi giorni: ogni ipotesi deflattiva, anche di infima entità, diventa una “svuota-carceri”.
«Non impedire un evento, che si ha l’obbligo giuridico di impedire, equivale a cagionarlo», stabilisce l’articolo 40 del codice penale, richiamato da “Nessuno tocchi Caino” nella denuncia-esposto-provocazione contro il ministro della Giustizia Nordio e i sottosegretari Delmastro Delle Vedove e Ostellari, le figure istituzionali sulle quali ricade la responsabilità della custodia dei soggetti ristretti in carcere.
Gonfiamo il petto per “la Costituzione più bella del mondo” e non siamo capaci di difenderla da chi la calpesta, nonostante dovrebbe rappresentarne spirito e applicazione: «Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità». Umanizzazione delle pene, lo suggerisce la parola stessa, significa considerare il detenuto una persona, non un anonimo numero di matricola. Si dimentica o non si vuole comprendere che in carcere entra l’uomo, non ciò che di illecito ha commesso. Il reato resta fuori dalla recinzione, a nutrire l’autocompiacimento dei legni dritti. Chi non è mai entrato in un carcere non ha idea di quante vite un “delinquente” possa salvare, con un gesto o con una parola.
“Le” pene (non “la” pena), afferma la Costituzione. Che non dovrebbero pertanto consistere esclusivamente nella reclusione in carcere. Che potrebbero essere altro. Che sarebbe meglio fossero altro, come anche le statistiche sulle recidive suggeriscono. Misure diverse non vuol dire “tutti liberi”, né che chi sbaglia non debba pagare. Se la finalità delle pene è tutelare la sicurezza pubblica evitando il reiterarsi di comportamenti contrari alla legge, esistono oggi strumenti di controllo efficacissimi, che non richiedono necessariamente la detenzione carceraria.
Manca il coraggio per riuscire a superare la visione carcerocentrica dell’esecuzione penale. Stare dalla parte dei reietti non porta voti. Mentre si propone di costruire più strutture penitenziarie (tra due, tre anni), di carcere si muore. L’ingiustizia di una giustizia disumana è in questi numeri drammatici e nella responsabilità di chi consente afflizioni gratuite, inutili, ignobili.

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