Tutti colpevoli

Nell’indifferenza generale, è di oggi la notizia del nono suicidio dall’inizio del 2024 nelle carceri italiane, ventitreesimo decesso se sommato ai quattordici “per altre cause”. Uno al giorno in quella che è, ormai da tempo, una contabilità drammatica: 157 morti nel 2023 (69 suicidi, più 88), 171 nel 2022 (84 più 87).
Questi freddi numeri dovrebbero spingere la politica ad intervenire, ma la sensazione è che la situazione dei penitenziari sia vissuta con un fastidio generale. Il lato buio della luna non interessa a nessuno e chi solleva la questione – per senso di umanità o semplicemente perché sa di cosa parla – nella migliore delle ipotesi è considerato un idealista; nella peggiore, un colluso della “feccia umana” che popola le nostre carceri.
Non ci sono distinguo che tengano. Detenuti psichiatrici che non dovrebbero stare in carcere, ma da qualche altra parte? Balle. Lo sanno tutti che molti detenuti si fingono pazzi pur di ottenere qualche beneficio o sconto di pena. E pazienza se Matteo si è impiccato, mantenendo la promessa fatta ai familiari. Malati? Ancora balle. La gente è capace di tutto pur farla franca: anche inventarsi una qualche patologia utile per ottenere la certificazione di incompatibilità con il regime carcerario. Tossicodipendenti? Peggio per loro, avrebbero dovuto tenersi alla larga da certa robaccia.
Un detenuto fragile ha molte ragioni per togliersi la vita e pochissime per tentare di restarvi aggrappato. La dignità calpestata quotidianamente, in una situazione di oggettiva spersonalizzazione che inizia non appena varca il cancello del carcere. Il recluso è un numero di matricola, un pacco senza voce. Ciò che era “fuori” rimane un ricordo lontano, da sopprimere per non impazzire. Deve adattarsi alla nuova realtà, e farlo in fretta. Altrimenti non potrebbe resistere alle ispezioni corporali e alla perdita della sua intimità, alla guardia che dallo spioncino lo osserva mentre è sotto la doccia in mutande o gli punta la torcia contro la testa sul cuscino, nel cuore della notte. Né potrebbe accettare la convivenza con altri quattro, cinque o più detenuti in pochi metri quadrati: uno spazio talmente angusto da non riuscire a stare tutti in piedi contemporaneamente. Non potrebbe resistere a muffa e umidità, all’acqua sporca del rubinetto, al gelo dell’inverno e all’afa dell’estate, alla frutta immangiabile.
Nessuno ascolta l’uscente garante nazionale delle persone private della libertà, quando snocciola i dati della vergogna e denuncia lo spaventoso sovraffollamento penitenziario: 60.382 persone, a fronte di una capienza effettiva di 47.300 posti disponibili.
Nessuno ascolta Rita Bernardini e Roberto Giachetti, quando iniziano lo sciopero della fame (il “Grande Satyagraha”: il digiuno introdotto da Gandhi come forma di lotta non violenta), dando seguito a quanto deliberato nel dicembre scorso dal X congresso di Nessuno Tocchi Caino.
L’Italia è il Paese delle emergenze a favore di telecamere. In carcere le telecamere non ci entrano e ciò che non si vede non esiste. Nessuno ascolta, nessuno vede. Ma non per questo si è meno colpevoli.

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E non è forse questo sistema carcerario una pena di morte più lenta e ipocrita?

Secondo il dossier “Morire di carcere”, costantemente aggiornato da Ristretti Orizzonti, ad oggi sono 68 i suicidi registrati in carcere nel 2023: il secondo dato più alto dal 1992, dietro soltanto alla cifra monstre del 2022, quando furono 84 i detenuti che decisero di farla finita impiccandosi con le lenzuola o inalando il gas delle bombolette dei fornelli da campeggio che si utilizzano per cucinare. Un dato drammatico, al quale vanno aggiunti gli 87 decessi per “altre cause” di soggetti anziani, malati di tumore, cardiopatici, tossicodipendenti. In totale, 155 morti “di carcere”: uno ogni due giorni e qualcosa.
Il “custos” non sa custodire. Il sovraffollamento e la penuria di figure professionali (psicologi, educatori, personale sanitario) non aiutano, né solleva il morale dei detenuti più fragili la quotidiana offesa alla dignità umana, che può manifestarsi con la mancanza d’acqua, il caldo insopportabile d’estate e il freddo gelido d’inverno, la sospensione delle attività trattamentali nei periodi festivi, alcune sadiche assurdità regolamentari.
Sulla carta, in Italia la pena di morte è stata da tempo abolita. Ma la pena che si sconta nei penitenziari fino a quando non sopraggiunge la morte, è soltanto una versione più ipocrita della pena di morte tradizionale. La sostanza non cambia.
Tra il 25 febbraio e il 16 settembre 2020, ho scritto molto. Il brano che segue risale alla metà del mese di luglio, quando un detenuto si tolse la vita nel carcere di Santa Maria Capua Vetere:

«Appuntato! Appuntato!». Sono le 22.00, nelle celle molti detenuti già dormono. Si sentono rumori fortissimi, come di una battitura in corso nel reparto dei “comuni”, nel plesso di fronte alle nostre finestre. Già due giorni fa si era verificato un episodio del genere, in tarda mattinata, quando lo stesso detenuto aveva tentato di impiccarsi utilizzando come cappio un lenzuolo annodato alle sbarre della finestra. Questa volta pare abbia raggiunto il suo scopo.
«Vergogna! Vergogna!», il grido che squarcia il buio della notte. Le guardie tardano ad intervenire, ma la protesta è indirizzata contro la mancata adozione di precauzioni nei confronti di un povero cristo che aveva già tentato il suicidio: ad esempio, assegnandogli un “piantone” per la sorveglianza e per l’assistenza. Ma sono le voci di “radio carcere”, che non posso verificare. Quel che è certo è che lo sventurato è riuscito a concretizzare il proposito suicida.
Le urla e la battitura durano una ventina di minuti, poi tra i reparti cala un silenzio di piombo. La nostra è una rabbia impotente che non può superare la recinzione del carcere.
Nessuno ascolta, nessuno può ascoltare. Neanche se si è in mille a gridare, a percuotere le scodelle, a scaraventare le brande contro il “blindo”. I detenuti sono fantasmi invisibili, le loro voci sono destinate a spegnersi nel buio. D’altronde esiste una ragione ben precisa se la stragrande maggioranza delle strutture penitenziarie sono state costruite nelle periferie delle città, in luoghi isolati che dimostrano plasticamente la distanza tra il dentro e il fuori. Sottrarre il carcere alla vista della popolazione libera rassicura sul fatto che il “male” si può circoscrivere e isolare. Quello che vi accade dentro e la sofferenza gratuita che produce non oltrepassano la recinzione: «Occhio non vede, cuore non duole».
Il giorno dopo, nessuno dice niente: né i detenuti, né tantomeno gli agenti penitenziari. Forse nel carcere subentra davvero l’abitudine, l’assuefazione alla morte. E comunque, per l’amministrazione penitenziaria, meno se ne parla, meglio è.
«Lo avevan perciò condannato/ vent’anni in prigione a marcir/ però adesso che lui s’è impiccato/ la porta gli devono aprir». Ripenso inevitabilmente ai versi della “Ballata del Michè”, alle lenti speciali che consentivano a Fabrizio De André di guardare con pietà a quest’umanità derelitta.

Link: E non è forse questo sistema carcerario una pena di morte più lenta e ipocrita? (ildubbio.news)

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“Natale in carcere”. Non è un cinepanettone, ma un incubo reale

Il mio articolo per “Il Dubbio” di oggi

È arrivato di colpo l’inverno. Si sapeva che sarebbe successo, come ogni anno. E infatti, chi utilizza stufe o termo-camini per riscaldare la propria abitazione, generalmente già in estate provvede alla scorta di legna o di pellet. Per non farsi trovare impreparati, sorpresi dalle temperature che improvvisamente diventano rigide. Così come sono già pronti coloro che utilizzano il metano o il GPL. Al limite, una controllatina alla caldaia, ma niente di più. Non ti temiamo, generale inverno.
Poi, il 27 di novembre, mentre nel “mondo di fuori” già si è avanti con gli addobbi natalizi, capita di entrare in un carcere (Casa Circondariale di Lecce) e si sbatte forte con il muso contro la disumanità dei regimi carcerari.
Negli “Hotel a cinque stelle” ancora si soffre il gelo, a meno di un mese da Natale. Non nella sala colloqui, quella è riscaldata. Un familiare non nota niente di anomalo. Anzi, ha quasi caldo. Nelle celle invece non è così. I detenuti si arrangiano come possono. Insomma: indossano qualche maglia in più, tengono in testa il berretto di lana giorno e notte, cercano di stare sotto le coperte il più possibile, per evitare gli spifferi delle finestre e le correnti d’aria che attraversano i pochi metri quadrati tra i lettini. Raschiano il fondo del barile del loro proverbiale spirito di adattamento.
Però, quanta pena e quanta rabbia. Tenere tra le mani una mano gelida. Sentire all’abbraccio guance e orecchie freddissime. Fisime da garantisti, si dirà. Mica vorrebbero davvero un albergo i delinquenti che si trovano in regime di custodia carceraria. Anche quelli non ancora condannati in via definitiva, che poi anche questi sarebbero esseri umani. Colpa loro, se ne facciano una ragione. Giovani e vecchi. Se ce la fate, sopravviverete. Altrimenti, sono problemi vostri.
E invece è un problema di tutti noi e dello stato del diritto all’interno delle carceri. È il problema delle parole della “più bella costituzione del mondo” smentite dalla realtà: «Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità» (articolo 27, terzo comma).
È una questione che poco ha a che fare con la pena, che già si sta scontando o addirittura (per in non definitivi) si sta anticipando, in molti casi gratuitamente. È il sadismo delle troppe afflizioni aggiuntive perpetrate da uno Stato sulla carta democratico. Qualcosa di profondamente ingiusto. La vergogna di uno Stato che non “custodisce” e che si fa barbaro e tribale.
Non è vero che la tortura è stata abolita in Italia. Basta entrare in un carcere per capirlo.

Link: “Natale in carcere”. Non è un cinepanettone, ma un incubo reale

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Bisogna vedere

L’odore del carcere rimane nelle narici, persiste alle docce e al tempo che scorre. Un tanfo di chiuso, una miscela di umidità, cibi cucinati, fumo di sigarette, afrore di corpi costretti in spazi angusti. La casa circondariale di Vibo Valentia non fa eccezione. Anzi. Le infiltrazioni d’acqua si accertano a vista d’occhio, i muri scrostati e le ampie chiazze di muffa ricordano che ci troviamo in un luogo di pena. Ma un luogo, per essere di pena, deve presentare condizioni di vivibilità disumane, da bestie? Non è già la privazione della libertà una pena sufficiente? Ulteriori e gratuite afflizioni non aggiungono niente, semmai tolgono. La dignità.
Il lungo tour di Nessuno Tocchi Caino nelle carceri calabresi ha fatto proprio ieri tappa a Vibo. Una delegazione di iscritti guidata da Rita Bernardini, Sergio D’Elia ed Elisabetta Zamparutti, insieme al garante regionale dei diritti delle persone detenute Luca Muglia e a rappresentanti delle camere penali vi ha trascorso oltre quattro ore, nel corso delle quali ha incontrato la direttrice dell’istituto, il comandante della polizia penitenziaria, il dirigente sanitario e visitato infine alcune sezioni.
Per me si trattava di mantenere la promessa silenziosa di tre anni fa: «In carcere ci tornerò da cittadino libero». Così è stato e non posso che ringraziare NTC per avermi dato questa opportunità, che è soprattutto desiderio di non dimenticare, di separare con il cribro dell’umanità il bello dal brutto, di provare a trasformare una vicenda personale dolorosa in qualcosa di utile.
Su “La Stampa” di oggi, Mattia Feltri scrive che “il nostro Stato è indecente con i suoi cittadini privati della libertà”. A volte ciò accade per la disumanità dell’uomo, altre per criticità strutturali come quelle riscontrate a Vibo, che vanificano il lodevole impegno della sua direttrice: un edificio fatiscente a soli ventisei anni dalla sua inaugurazione, la cronica carenza di agenti e un’area sanitaria al collasso, nonostante l’eroismo dell’esiguo personale sanitario.
Vibo non è un carcere, è un lazzaretto abitato per quasi la metà della sua popolazione da detenuti psichiatrici, tossicodipendenti e soggetti affetti da patologie con le quali già fuori si ha difficoltà a convivere. Figuriamoci in un posto governato da “domandine” alle quali non si sa mai se e quando qualcuno risponderà. Un universo di detenuti e “detenenti” (copyright di Marco Pannella) dolente e ai più sconosciuto.
Il tempo in carcere non esiste, forse per questo gli orologi con il datario nei corridori sono fermi ad ore e date diverse da sezione a sezione. È un tempo morto, ucciso dall’inedia e dalla successione di giorni sempre uguali, consumati nell’attesa di qualcosa: la telefonata a casa, l’arrivo del pacco, la visita familiare o dell’avvocato. Un lento stillicidio di minuti che è tutto nell’andatura dei detenuti nel cortile per il passeggio: una vasca di cemento che uomini in tuta e scarpe da tennis percorrono con passo regolare avanti e indietro o in senso circolare, come nella celebre “ronda dei carcerati” di Van Gogh.
Visitiamo l’isolamento, la media e l’alta sicurezza. L’isolamento è un girone infernale umido e ammuffito, squallida la saletta della socialità completamente spoglia, senza neanche una sedia. Come ovunque, molti detenuti riconoscono Rita, la chiamano per nome e le sottopongono problematiche varie. Lei prende appunti, pone domande, spiega cosa si può fare, lascia il suo recapito e chiede di essere contattata. Molti carcerati non sono consapevoli di avere dei diritti che possono e devono rivendicare. Il giovane sconfortato al pensiero della vita sfuggitagli di mano, ma fiero per avere ricevuto due encomi in altrettanti concorsi di poesia, quando ci allontaniamo accenna un sorriso.
I detenuti hanno fame di parole, da pronunciare e da ascoltare. Ogni volta che riescono ad incontrare qualcuno proveniente dal mondo di fuori, è una ventata d’aria fresca che li fa sentire vivi.
Nell’alta sicurezza l’accoglienza è calorosa. Il camerotto a sei posti è troppo piccolo, ma ci stiamo lo stesso, seduti sugli sgabelli e in piedi. La cella è un po’ buia perché la luce entra a fatica dalla finestra coperta da teli e indumenti stesi ad asciugare. La terza branda di un letto a castello è una mensola del supermercato, da lì un detenuto prende i pacchi di patatine che apre per noi, mentre un altro prepara il caffè sul fornellino da campeggio. Dividiamo i panini distribuiti dall’amministrazione carceraria, come in un rito sacro: «Dai, mangiate, così non andate via».
Nella media sicurezza incontriamo un signore di 87 anni. Che ci fa in carcere un vecchio quasi novantenne? Qualsiasi reato abbia commesso, dovrebbe esserci un modo per fargli scontare la pena altrove. C’è il detenuto che ha salvato dal suicidio il compagno di cella, afferrandolo in tempo prima che il nodo al collo lo strangolasse. Fuori non si ha idea dell’umanità possibile in un posto che l’immaginario collettivo considera abitato da diavoli. L’istantanea finale ha il volto desolato del detenuto che non riesce ad ottenere un permesso di avvicinamento in un carcere vicino a casa, per potere così fare il colloquio con i familiari e riabbracciare il figlio, dopo quattro anni e mezzo.
Il 27 ottobre saranno trascorsi settantacinque anni dal monito rivolto da Piero Calamandrei ai colleghi deputati: «In Italia il pubblico non sa abbastanza che cosa siano certe carceri italiane. Bisogna vederle, bisogna essere stati, per rendersene conto». Bisogna vedere, sì. E bisogna raccontare.

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Sperare contro ogni speranza

Di carcere non si interessa nessuno, a parte i radicali e la chiesa. Due realtà lontanissime che si ritrovano dalla stessa parte nella denuncia del carcere come discarica sociale, mattatoio dei diritti e della dignità umana. La parola d’ordine di Nessuno Tocchi Caino, associazione radicale che ha come mission l’abolizione della pena di morte, della pena fino alla morte e della morte per pena, è “spes contra spem”: speranza contro ogni ragionevole speranza, come Abramo che “ebbe fede sperando contro ogni speranza”. E pure biblica è la suggestione evocata dal nome: «Il Signore pose su Caino un segno, perché non lo colpisse chiunque l’avesse incontrato».
Ieri mattina si è svolta presso la concattedrale di Palmi la terza tappa della “Peregrinatio Crucis”, una cerimonia liturgica analoga a quelle celebrate nei due giorni precedenti dai detenuti dell’alta e della media sicurezza del penitenziario di via Trodio. La Croce della Misericordia, benedetta da Papa Francesco il 14 settembre del 2019, è stata dipinta da una volontaria e dai detenuti del carcere di Paliano (FR). Le immagini rappresentano la liberazione di Pietro e di Paolo dalla prigione, le donne che vivono nelle carceri con i loro bambini, i volontari che incontrano i detenuti. Ai piedi del Cristo, il popolo orante: detenuti, polizia penitenziaria e volontari; in alto, San Basilide (patrono della polizia penitenziaria) e San Giuseppe Cafasso (patrono dei carcerati e dei condannati a morte). Una seconda croce, invece, è stata realizzata dai detenuti del carcere di Palmi.
Ho partecipato alla liturgia e mi ha onorato il gesto di don Silvio Mesiti, che ha voluto che fossi io a leggere la preghiera finale. Bisogna sempre sforzarsi di trovare il bello anche laddove tutto sembra brutto: è stato questo, tre anni fa, il senso del mio incontro con don Silvio e quello con la grande umanità (inspiegabile per chi non ha “visto”) di gente confinata nel limbo spazio-temporale di un luogo di pena e di sofferenza.
Appena rientrato a casa ho ricevuto la visita del postino, il quale mi ha consegnato la tessera di Nessuno Tocchi Caino per l’anno 2023, accompagnata da una lettera: «Nei 365 giorni di un anno, almeno la metà li viviamo nelle carceri. “Guai a distrarsi un attimo dalla attenzione sul carcere”, ripeteva spesso Marco Pannella. Perché è diventato un luogo non solo di privazione della libertà, ma spesso anche della salute e della vita. Una istituzione anacronistica, uno spazio e un tempo fuori dal mondo e fuori dal tempo, dove si infliggono pene corporali e quei trattamenti inumani e degradanti che nella storia dell’umanità abbiamo abolito. Schiavitù, tortura, pena di morte, manicomi, lazzaretti, li abbiamo superati a uno a uno e li abbiamo concentrati in un luogo solo: il carcere».
La singolare coincidenza accaduta ieri mi ha fatto pensare proprio a questa insolita alleanza tra due mondi distanti, ma uniti nel contrapporre alla barbarie il diritto, alla disumanità la compassione, alla vendetta la misericordia, alla morte la vita.

La Croce realizzata dai detenuti del carcere di Paliano e benedetta da Papa Francesco
La Croce realizzata dai detenuti del carcere di Palmi
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Direttore, concedimi una telefonata

Con 84 detenuti che hanno deciso di togliersi la vita, il 2022 è stato l’anno dei suicidi in carcere. Circa uno ogni quattro giorni. Un dato allarmante che giustifica la preoccupazione di coloro che si occupano di carcere e di diritti dei carcerati, come l’associazione Antigone, secondo la quale nei penitenziari si registra una percentuale di ben 16 volte superiore rispetto al mondo esterno. Una vera e propria emergenza, “che quasi nessuno vuole vedere”, denuncia Ornella Favero (presidente della Conferenza nazionale volontariato giustizia e direttrice di Ristretti Orizzonti) in una lettera aperta ai direttori penitenziari.
L’appello sposa le parole dello psichiatra Diego De Leo, per ribadire il dato di fatto che il mantenimento delle relazioni familiari è fondamentale per mitigare l’opprimente senso di solitudine di chi soffre la condizione carceraria: «Aumentare le opportunità di comunicazione e le connessioni con il mondo “di fuori” non solo renderebbe più tollerabile la vita all’interno dell’istituto di detenzione, ma sicuramente aiuterebbe nel prevenire almeno alcuni dei troppi suicidi che avvengono ancora nelle carceri italiane».
Paradossalmente, nella primavera del 2020 l’emergenza Covid aveva portato ad un miglioramento rispetto a quanto previsto dall’ordinamento penitenziario del 1975 e dal regolamento di esecuzione del 2000, che concedevano ai detenuti comuni una sola telefonata a settimana di 10 minuti (due mensili ai reclusi dell’Alta sicurezza). Alcuni penitenziari erano infatti riusciti a garantire una telefonata al giorno, oltre alla videochiamata settimanale sostitutiva dei colloqui in presenza (in alcune carceri anche due).
L’incremento delle telefonate fu in quella circostanza un provvedimento saggio, adottato dal DAP per raffreddare il clima arroventato a causa delle rivolte innescate dalla sospensione delle visite familiari. Un’esperienza da valorizzare come “buona prassi”, in riferimento al concetto di umanità della pena. Negare al detenuto il conforto dei propri affetti è infatti un’afflizione gratuita, imposta a chi sta già saldando con la privazione della libertà il debito che ha nei confronti della giustizia. Al netto, ovviamente, di chi paga senza avere commesso alcun reato, come troppo spesso accade con la carcerazione preventiva. E al di là della considerazione che un ambiente di lavoro più sereno conviene agli stessi operatori penitenziari, i quali ne traggono beneficio in termini di stress ridotto e di minori problemi di sicurezza.
Per queste ragioni, Favero si rivolge ai direttori penitenziari chiedendo se non sia «motivo “di particolare rilevanza” l’aver chiuso il 2022 con 84 suicidi» e conclude la lettera aperta con un accorato invito: «Gentili direttori, non fateci tornare al peggio del passato, usate il vostro “potere” per prevenire i suicidi con quello straordinario strumento che può essere sentire una voce famigliare nel momento della sofferenza e della voglia di farla finita». Oltretutto, ciò non comporterebbe alcun aumento di spesa per l’amministrazione penitenziaria, visto che le telefonate sono a carico dei detenuti.
La lettera aperta è stata raccolta da diverse associazioni, in particolare da Sbarre di Zucchero, la quale si è fatta promotrice della campagna “Direttore, concedimi una telefonata”. La raccolta firme sostiene il mantenimento delle telefonate quotidiane e l’adozione del progetto Zeromail, servizio informatico che comporta la riduzione dei tempi della comunicazione con i familiari o con l’avvocato e un considerevole risparmio economico.

*Per aderire alla raccolta firme, inviare una mail a sbarredizucchero@gmail.com

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Quel prezioso aiuto del “piantone” in aiuto del compagno di cella inabile

Nella quinta stazione della Via Crucis entra in scena Simone di Cirene, “un tale cha passava”, il quale viene costretto dai soldati romani ad aiutare Gesù a portare la croce fino alla collina del Golgota. L’aspetto coercitivo della vicenda narrata dagli evangelisti Marco e Matteo resta sullo sfondo. Risalta invece il carattere universale di un incontro involontario, non dissimile dai tanti che nell’arco della vita accadono tra soggetti sconosciuti, obbligati dalle circostanze a patire una sofferenza comune. “Cireneo” è infatti colui che, spontaneamente o meno non importa, assume su di sé la fatica e la pena di un altro.
La condivisione di una croce appartiene a quei gesti che sconcertano per la loro abbagliante bellezza. Non dipende dalla condizione personale dell’autore, che può a sua volta avere le spalle già gravate da un fardello proprio. È il caso dei detenuti che svolgono la funzione di “piantone” nelle carceri. Una figura preziosissima, della quale il mondo di fuori ignora l’esistenza. E che ricorre nei racconti di chi riesce a trovare bagliori di umanità in posti di frequente simili a gironi danteschi.
Nelle galere italiane vivono persone, condannate o in attesa di giudizio, non sempre totalmente autosufficienti a causa di patologie varie: in particolare, circa 600 disabili e un migliaio di ultrasettantenni che presentano malattie tipiche dell’età avanzata. “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità”, prescrive il terzo comma dell’articolo 27 della costituzione, che è tuttavia scarsamente applicato nei luoghi di detenzione, al pari del diritto alla salute e – specialmente per i detenuti anziani – del principio della proporzionalità della pena e della sua funzione rieducativa.
Per questi soggetti la pena è doppia, dovendo essi scontrarsi con le molteplici criticità strutturali di edifici spesso fatiscenti: barriere architettoniche lungo il percorso (a volte lungo) che va dalla sezione al cortile del passeggio, gradini e marciapiedi malfermi, bagni inadeguati. Alla privazione della libertà si aggiunge quindi la mortificazione causata dalla perdita dell’autonomia nello svolgimento di azioni elementari.
In alcune prigioni i soggetti non autosufficienti vengono affiancati da un altro detenuto, appunto il piantone, che ha il compito di assistere e aiutare il compagno di cella nelle sue necessità personali e nelle attività che non è in grado di svolgere. Il piantone cucina, lava la biancheria, rassetta il letto, tiene pulita la cella. Sbuccia la frutta e taglia la carne: operazioni tutt’altro che semplici da realizzare con le deboli posate di plastica, per chi non può contare su una buona prensione della mano. Al pari del taglio delle unghie, al quale il piantone provvede. Accompagna l’anziano o il disabile in bagno e nelle docce comuni, nel passeggio e in infermeria, lo aiuta a vestirsi e ad allacciare le scarpe.
Non tutti i penitenziari possono contare sui fondi necessari per corrispondere il piccolo compenso destinato a queste figure, o comunque non ne dispongono a sufficienza per coprire il fabbisogno dell’istituto. Intervengono allora lo spirito di solidarietà e la legge non scritta che impone di soccorrere chi si trova in difficoltà. Per senso di umanità e per rispetto della dignità dell’individuo, che dovrebbero valere sempre e ovunque: per le persone libere così come per quelle incarcerate. Quella umanità che traspare quando, dopo avere condotto il compagno alla postazione per le videochiamate, il piantone dedica ai familiari in attesa nel display un sorriso rassicurante: «È tutto a posto, state tranquilli. Ci penso io a lui».

IL DUBBIO, 29 marzo 2023

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Ancora sulla barbarie delle intercettazioni

Grazie ad un articolo di Strettoweb, ho scoperto che ieri sera sono finito su una slide del programma Controcorrente (Rete 4). Non sono avvocato, come erroneamente riportava il cartello, ma non è ovviamente questa inesattezza che voglio commentare dopo avere guardato sul sito di Mediaset la trasmissione.
Probabilmente la redazione ha preso spunto dal mio recente articolo pubblicato su “Il Dubbio” e mi ha accostato, in maniera secondo me impropria, alla vicenda che coinvolse l’ex ministra dello Sviluppo economico Federica Guidi come esempio della stortura che a volte si registra nell’uso delle intercettazioni. Cosa che accade, ad esempio (e di questo gli ospiti in studio hanno dibattuto), quando un magistrato allega agli atti un’intercettazione di natura privata, che non ha attinenza con l’imputazione, e quando il giornalista che si ritrova quella intercettazione la pubblica sul giornale. Il dibattito, insomma, era incentrato sulla questione della pubblicazione. Per questo sostengo che la mia vicenda è stata citata in maniera impropria.
A volte mi sembra di essere un disco rotto e di questo mi scuso. Ma il mio caso ha a che fare con una questione preliminare, a monte – diciamo – dell’utilizzo delle intercettazioni: e cioè sul fatto che prima di arrestare una persona intercettata, della quale si ha la voce registrata, il minimo sindacale sarebbe di verificare se quella voce è effettivamente sua. La terribilità delle manette sta proprio nell’uso disinvolto e approssimativo degli strumenti di indagine intercettivi che caratterizzano alcune inchieste antimafia.

Link dell’articolo di Monia Sangermano per Strettoweb: Inchiesta Eyphemos, il clamoroso errore giudiziario ai danni di Domenico Forgione finisce su Rete 4

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Vi spiego io la barbarie delle intercettazioni

Il Dubbio, 21 gennaio 2023

“Il Dubbio” di oggi ospita una mia riflessione su intercettazioni e trojan

La relazione al Senato del guardasigilli Nordio ha innescato la prevedibile reazione di chi, da decenni, intossica il dibattito sul tema della giustizia in Italia con considerazioni per lo più strumentali, che passano come un carrarmato sulla vita delle persone. Io credo, invece, che occorra un alto livello di umanità, quando si affrontano temi che incidono fortemente sulla libertà, sulla dignità e sulla rispettabilità degli individui.
Il ministro della Giustizia afferma, e noi gli crediamo, che «il nostro fermo proposito è di attuare nel modo più rapido ed efficace il garantismo del diritto penale». Però dice anche, per stoppare le urla scomposte del fronte giustizialista, che «non sarà mai abbastanza ribadito che non vi saranno riforme che toccheranno le intercettazioni su mafia e terrorismo».
Mi permetto di dissentire e di portare ad esempio, ahimè, la mia esperienza personale: un caso forse limite, ma comunque utile – spero – per centrare e meglio evidenziare i contorni della discussione, quando si parla di intercettazioni e di 416 bis. Sono stato arrestato il 25 febbraio 2020, sulla base di una conversazione (11 pagine sulle 3651 complessive dell’indagine) intercettata tramite il trojan installato sul telefonino di un altro indagato, che si trovava a cena con due persone, ad una delle quali era stata attribuita la mia identità. Nonostante la mia dichiarazione di assoluta estraneità, già in sede di interrogatorio di garanzia (due giorni dopo l’arresto e senza avere ancora ascoltato l’audio della conversazione), e la contestuale richiesta di effettuare una comparazione fonica (non accordata nell’immediato; mentre in nessuna considerazione il Tribunale della libertà ha tenuto la perizia fonica presentata dalla difesa), ho dovuto subire sette mesi di custodia cautelare in carcere, fino a quando il Ris di Messina, su incarico della Procura di Reggio Calabria, non ha stabilito che la voce intercettata non era la mia. Duecentocinque giorni dopo il mio arresto, trascorsi negli “hotel” a cinque stelle di Palmi e di Santa Maria Capua Vetere. Successivamente, la mia posizione è stata archiviata.
La questione, dal mio punto di vista, è quindi un’altra, più profonda e grave. Può la lotta alla mafia giustificare la sospensione dello stato di diritto in vaste aree del Paese? L’Italia è uno stato di diritto o uno stato di polizia, nel quale le garanzie individuali possono essere calpestate? Sono queste le domande per le quali io e migliaia e migliaia di altre vittime attendiamo risposte, anche per riuscire ad avere nuovamente fiducia nella giustizia.
La sensazione è che il populismo penale di parte della magistratura e dell’informazione spinga all’accettazione del fatto che la lotta alla criminalità organizzata possa avere come effetto collaterale un numero cospicuo di innocenti in manette. Per motivi ideologici, ma anche per una questione all’apparenza banale: chi parla di carceri, di buttare le chiavi, di innalzare forche nelle pubbliche piazze, lo afferma senza cognizione di causa; senza avere cioè la minima idea del terremoto emotivo che si scatena nell’animo di chi varca il cancello di un carcere, soprattutto se sa di essere innocente. Senza, inoltre, avere la minima idea della condizione disumana delle carceri italiane.
Ecco perché, pur riconoscendo l’importanza e l’efficacia dell’utilizzo di trojan e intercettazioni telefoniche per assicurare alla giustizia i rei, sarebbe auspicabile una rivisitazione del loro impiego, nel senso di ribadirne la validità come strumento di indagine attorno al quale costruire la prova vera e propria.
Prendere atto che su questa delicata materia occorre intervenire, al di là delle caciare strumentali che si sollevano ogni qual volta qualcuno pone con spirito costruttivo la questione, sarebbe già un passo in avanti, a tutela della giustizia e della dignità delle persone, poiché “non c’è tirannia peggiore di quella esercitata all’ombra della legge e sotto il calore della giustizia” (Montesquieu).

Link: Il Dubbio

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Una padella come forno e una cravatta di carta. Ecco il nostro Natale in cella

Eccoci. Anche noi siamo pronti per il pranzo di Natale. Il direttore ci ha concesso la “socialità”: i detenuti potranno pranzare insieme, fino ad otto in un’unica cella, dove solitamente si sta in due. È uno dei “privilegi” dell’Alta sicurezza: almeno in questo carcere, le sezioni riservate ai carcerati più pericolosi (noi; io) non sono sovraffollate. Tra i comuni è diverso, in una cella vivono ammassati sei, sette detenuti; a volte di più. Il corridoio è un via vai di uomini con lo sgabello sotto il braccio, ognuno porta il proprio, altrimenti gli tocca mangiare in piedi. Sembra un trasloco.

In galera il giorno di Natale è pesante. La mente è affollata dai ricordi, da lontananze che provocano sofferenza. Non è festa, non lo è nemmeno a casa, dove il pensiero di noi è lacerante. Fa ancora più male sentirsi responsabili del dolore dei familiari.

Comunque ci proviamo. Per l’occasione ci vestiamo bene: pantaloni, camicia e giubbottino invece della consueta tuta sportiva sotto lo smanicato. Gianni, che conserva una sua inspiegabile ironia nonostante una condanna all’ergastolo in primo grado, sfoggia una cravatta realizzata con un foglio di giornale ripiegato. Gigi e Antonio hanno invece modellato i capelli con il gel e odorano di Paco Rabanne, come quando hanno il colloquio con i parenti e si profumano per scacciare via il tanfo di carcere che sentono appiccicato sulla pelle.

Ci è andata bene. La socialità non è un diritto riconosciuto ovunque all’interno del sistema penitenziario, è piuttosto un gentile omaggio che dipende dalla sensibilità di chi qua dentro regna come un sovrano assoluto. Ogni carcere è uno Stato a sé e ciò che è consentito al Pagliarelli può non esserlo a Poggioreale. Vale per la socialità, per il numero e la durata di telefonate e videochiamate, per gli acquisti del sopravvitto. Senza alcuna logica apparente, è il caso (capitare in un posto anziché in un altro) a rendere più o meno pesante la detenzione di questa umanità invisibile e dimenticata.

Qualche giorno fa il cappellano ha celebrato la messa nella chiesetta adornata di figure religiose dipinte negli anni dagli stessi detenuti. Un quadro riproduce l’immagine di San Leonardo di Noblac, il liberatore dei prigionieri, che compaiono in ginocchio al suo fianco, in catene. Siamo sempre nei pensieri di don Elio: «Ricordatevi dei carcerati, come se foste loro compagni di carcere» (Ebrei 13:3). Stamattina ha fatto arrivare vassoi di bocconcini alla crema, ne mangeremo come minino uno a testa. Non ne assaggio da mesi. Non si possono acquistare dolci di pasticceria, né si può ricevere del torrone con il pacco da casa. I panettoni invece si possono ordinare con la spesa settimanale. Ne abbiamo comprati in buon numero, in modo da scambiarli con altri detenuti, come regalo.

Per le torte non abbiamo problemi. Franco si diletta a preparare cheesecake favolose impiegando le confetture monodose che passano la mattina con la colazione. Il portavitto lo sa e gli lascia pure quelle che altri detenuti non ritirano. Oggi ha però elaborato una torta con le gocce di cioccolato, ottenute riducendo in frantumi – a colpi di caldaia della moka – una tavoletta di fondente. Il “forno” consiste in una padella sulla quale va appoggiata la “campana”, una pentola bucherellata come la padella delle caldarroste. Viene posto sopra un fornellino da campeggio, mentre i bruciatori di due fornellini ai quali è stato smontato il piatto vengono inseriti in due fessure realizzate ai lati della campana. Ciò consente di cuocere la torta sia di sopra che di sotto. Un capolavoro di ingegneria carceraria.

Inalando il gas della bomboletta di un fornellino, pochi giorni fa, Giulio ha deciso di farla finita, nella sezione dei comuni. Con l’avvicinarsi di una ricorrenza, per i più fragili tutto diventa più opprimente e qualcuno finisce per lasciarsi sopraffare dalla disperazione.

Franco ha voluto fare le cose in grande, ha cucinato per metà sezione la carne di agnello ricevuta con il pacco da casa, disossata e confezionata sottovuoto dopo una leggera cottura, suddivisa in pezzi conformi alle indicazioni dell’amministrazione penitenziaria. Anche noi viviamo sottovuoto, come le cotolette e gli insaccati che mamme, mogli e sorelle preparano e imbustano tra le lacrime, con un’attenzione religiosa.

Dividiamo il pane, ma non possiamo ripetere la stessa operazione con il vino, che è stato tolto dalla lista della spesa dopo una rissa scoppiata tra diversi detenuti ubriachi. L’alchimista della sezione ha però prodotto un surrogato di limoncello, per la verità imbevibile. Ad essere scoperti si rischia qualche giorno di cella di isolamento, ma un dito di liquido giallognolo, da dividere in otto, è giunto anche a noi. Brindiamo con quello alla nascita del Bambinello e al suo messaggio di salvezza, inumidendoci appena le labbra. Buon Natale.

Link: «Una padella come forno e una cravatta di carta. Ecco il nostro Natale in cella» (ildubbio.news)

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