Direttore, concedimi una telefonata

Con 84 detenuti che hanno deciso di togliersi la vita, il 2022 è stato l’anno dei suicidi in carcere. Circa uno ogni quattro giorni. Un dato allarmante che giustifica la preoccupazione di coloro che si occupano di carcere e di diritti dei carcerati, come l’associazione Antigone, secondo la quale nei penitenziari si registra una percentuale di ben 16 volte superiore rispetto al mondo esterno. Una vera e propria emergenza, “che quasi nessuno vuole vedere”, denuncia Ornella Favero (presidente della Conferenza nazionale volontariato giustizia e direttrice di Ristretti Orizzonti) in una lettera aperta ai direttori penitenziari.
L’appello sposa le parole dello psichiatra Diego De Leo, per ribadire il dato di fatto che il mantenimento delle relazioni familiari è fondamentale per mitigare l’opprimente senso di solitudine di chi soffre la condizione carceraria: «Aumentare le opportunità di comunicazione e le connessioni con il mondo “di fuori” non solo renderebbe più tollerabile la vita all’interno dell’istituto di detenzione, ma sicuramente aiuterebbe nel prevenire almeno alcuni dei troppi suicidi che avvengono ancora nelle carceri italiane».
Paradossalmente, nella primavera del 2020 l’emergenza Covid aveva portato ad un miglioramento rispetto a quanto previsto dall’ordinamento penitenziario del 1975 e dal regolamento di esecuzione del 2000, che concedevano ai detenuti comuni una sola telefonata a settimana di 10 minuti (due mensili ai reclusi dell’Alta sicurezza). Alcuni penitenziari erano infatti riusciti a garantire una telefonata al giorno, oltre alla videochiamata settimanale sostitutiva dei colloqui in presenza (in alcune carceri anche due).
L’incremento delle telefonate fu in quella circostanza un provvedimento saggio, adottato dal DAP per raffreddare il clima arroventato a causa delle rivolte innescate dalla sospensione delle visite familiari. Un’esperienza da valorizzare come “buona prassi”, in riferimento al concetto di umanità della pena. Negare al detenuto il conforto dei propri affetti è infatti un’afflizione gratuita, imposta a chi sta già saldando con la privazione della libertà il debito che ha nei confronti della giustizia. Al netto, ovviamente, di chi paga senza avere commesso alcun reato, come troppo spesso accade con la carcerazione preventiva. E al di là della considerazione che un ambiente di lavoro più sereno conviene agli stessi operatori penitenziari, i quali ne traggono beneficio in termini di stress ridotto e di minori problemi di sicurezza.
Per queste ragioni, Favero si rivolge ai direttori penitenziari chiedendo se non sia «motivo “di particolare rilevanza” l’aver chiuso il 2022 con 84 suicidi» e conclude la lettera aperta con un accorato invito: «Gentili direttori, non fateci tornare al peggio del passato, usate il vostro “potere” per prevenire i suicidi con quello straordinario strumento che può essere sentire una voce famigliare nel momento della sofferenza e della voglia di farla finita». Oltretutto, ciò non comporterebbe alcun aumento di spesa per l’amministrazione penitenziaria, visto che le telefonate sono a carico dei detenuti.
La lettera aperta è stata raccolta da diverse associazioni, in particolare da Sbarre di Zucchero, la quale si è fatta promotrice della campagna “Direttore, concedimi una telefonata”. La raccolta firme sostiene il mantenimento delle telefonate quotidiane e l’adozione del progetto Zeromail, servizio informatico che comporta la riduzione dei tempi della comunicazione con i familiari o con l’avvocato e un considerevole risparmio economico.

*Per aderire alla raccolta firme, inviare una mail a sbarredizucchero@gmail.com

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