Caro Gesù Bambino

Caro Gesù Bambino, sei proprio testardo. Però ti ammiro, davvero. Ammiro la tenacia con cui, ogni anno, puntualmente, (ri)nasci. Non deve essere facile respingere i così tanti “chi te lo fa fare?”, scritti ovunque a caratteri cubitali. Eppure lo fai, senza neanche pensarci più di tanto. Nessun dubbio, nessuna esitazione. Arrivi sempre. E non perché non sai leggere. Forse sai leggere troppo bene, leggi anche dietro le parole, tra le righe; leggi persino le parole mancate, quelle non dette o nascoste dentro gli occhi.
In realtà siamo noi a non sapere più aspettare, e un anno è un’attesa troppo lunga. Consumiamo tutto e subito, funziona così adesso. Ogni cosa invecchia velocemente e diventa presto uno scarto da smaltire. Nessuno sa riparare ciò che è difettoso, che necessiterebbe soltanto di un colpo d’ago. No.
Abbiamo imparato a differenziare, sappiamo qual è il bidone della spazzatura giusto. Così ci liberiamo di ciò che non è più utile senza alcun rimpianto, pronti a rimpiazzare ciò che è guasto con qualcosa nuova di zecca… fino a domani, quando anche lei sarà vecchia. Oppure ne facciamo a meno.
Sembra che niente sia così importante da dovere essere tutelato, difeso. Neanche la vita: pensa un po’, proprio tu che ogni 25 dicembre ce ne ricordi il mistero. Hai presente un vaso rotto? Pensa alla fatica che servirebbe per rimetterne insieme i cocci. Alla pazienza, anche. Noi invece non vogliamo stancarci e, a dirla tutta, non abbiamo affatto pazienza. Per questo corriamo sempre in avanti, lasciando il disordine dentro e dietro di noi.
Per questo non abbiamo tempo per (ri)nascere. Non è che si può sempre ricominciare: non dico da zero, ma neanche da due o da tre. È più comodo passare sopra ogni cosa come una slavina che trascina a valle.
Tu invece non ti stanchi mai. Ogni anno torni per ricordarci quanto effimero sia questo nostro spasmodico affannarsi: «Tutto è vanità e un correre dietro al vento», qualcuno aveva detto prima di te. Eppure corriamo lo stesso.
Dalla tua mangiatoia non smetti mai di parlare, di dirci che bisogna sperare anche quando non c’è speranza. Continuerai a farlo fino a quando ci saranno orecchie capaci di ascoltare. Cuori in grado di palpitare per il desiderio di pace e di giustizia. Occhi allenati a vedere la sofferenza, che non si girano dall’altra parte ma si riempiono della bellezza del “mi importa”. Fino a quando l’umiltà ci farà stare con i piedi per terra, perché “una generazione se ne va e un’altra viene”.
Pensare che tutto ruoti attorno alle nostre misere vite è stupida vanagloria, che dura un attimo e che ci fa sprecare quel poco di tempo che ci è dato. Niente è per sempre e nessuno è sempre la stessa persona, perché l’immutabilità appartiene alle fotografie, non alla vita. Ciascuno di noi contiene in uguale misura altezze e abissi. E la vita è una gara di equilibrio per non cadere nello sballottamento del suo continuo dimenarsi tra la polvere e l’altare.
Allora sì che capiremo quanto luminoso sia il gesto di chi sconfigge l’indifferenza con la forza della pietà e della carità. Allora sì che potremo finalmente fare i conti con la solitudine vestita a festa.

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