
Mi mancano i tuoi silenzi. Nel tuo guardare muto ho spesso trovato risposte che neanche immaginavo. Seduti su una panchina, a rigirare tra le dita una foglia secca e a sbriciolarla per terra. Polvere che si mischia e scompare, inghiottita dal selciato. O che porta via il vento, lontano. Come i nostri acciacchi e il male di vivere, sempre accantonati, nascosti sotto il mantello delle giornate da consumare. Il tempo non è mai sufficiente per restare soli con sé stessi e capire ciò che realmente si desidera. Corriamo di qua e di là, fuggiamo dal tempo illudendoci di poterne rallentare lo scorrere.
Dicevi proprio così: “non ho ancora capito cosa voglio”. Nascondevi dubbi e insicurezze nei vagoni dei treni. Su e giù per l’Italia, come in un tour romantico. Forzavi un sorriso mentre piazza dei miracoli faceva da sfondo alla tua inquietudine. Avere come meta il viaggio e sentirsi ovunque fuori posto: era la tua maledizione. Complementare alla mia, che non avevo nessuna intenzione di spaccare il guscio rassicurante di una routine noiosa per chiunque ma non per me, nonostante il disagio che mi provocava un luogo che ormai stentavo a riconoscere.
Tutto era cambiato troppo in fretta. Persone, abitudini, anche i luoghi. Come se l’anima di ogni cosa avesse traslocato altrove. Un altrove diventato un pozzo buio, impossibile da risalire. Un posto dove dimenticare ed essere dimenticati. Un anticipo di morte, alla fine desiderata, per anestetizzare una normalità indecente nella sua volgare cacofonia.
Mettevamo sui piatti della bilancia le nostre delusioni per riscontrarne una consolante equivalenza, ma intanto il tempo passava. Così in fretta da non riuscire ad afferrarlo per la coda, aggrapparsi e farsi trasportare ovunque pur di scontare la feroce condanna alla solitudine.
Dove siamo finiti? Cosa siamo diventati? Due reduci distanti, sopravvissuti ai fendenti del destino oltre ogni previsione. Oltre ogni desiderio. Una gran perdita di tempo, ammettevamo quando ancora riuscivamo a trovarci senza neanche cercarci. Fedeli al patto di sangue inciso con la punta della lama sui polpastrelli degli indici, saldati a bacio di dama. Illusi che avremmo cantato per sempre la nostra canzone, che la sua melodia sarebbe sopravvissuta come le iniziali dei nostri nomi intagliate sulla corteccia del faggio. Prima di distrarci ad uno dei tanti bivi e smarrirci.
Ma poi lo hai capito cosa volevi? A un certo punto abbiamo smesso di parlarne. Per non farci troppo male. Per non sembrare stupidi. Perché i bambini vogliono e, se non ottengono, fanno i capricci. Gli adulti invece si adeguano, anche a costo di spremere il sangue dalle labbra. Dei loro desideri resta un grumo di tempo perso.
Avremmo voluto essere allegri a comando, con il click di una parola smozzicata tra i denti o di un rapido occhiolino. Dai, andiamo. Tu sulle mie spalle, le braccia attorno al collo, come antichi cavalieri all’assalto del futuro. Incoscienti, ma vivi.
Ci siamo arresi. Siamo diventati due contorni sfocati, fantasmi tristi della sequenza finale di un sogno che svanisce al risveglio, senza lasciare alcun ricordo. Solo uno sbuffo di vento sul viso e un macigno sul cuore.
Non so come dirlo, ma questo tuo scritto colpisce al cuore. I silenzi, lo scorrere del tempo, i luoghi, le inquietudini le solitudini e i sogni, ogni singola parola necessaria.