Sul referendum

Non mi sorprende il livello di volgarità raggiunto dalla campagna referendaria sulla riforma della giustizia. I tempi, ormai, sono questi da un bel po’. Tempi da urlatori di professione, tempi da tifoserie pronte a darsele di santa ragione senza, in fondo, avere chiaro il motivo del contendere. Per cui è tutto uno schierarsi da una parte o dall’altra, a seconda di simpatie e antipatie personali. Per partito preso. Sintetizzando: chi è a favore del governo voterà Sì, chi lo avversa voterà No.
Una semplificazione bella e buona, poiché non è da escludere l’esistenza di elettori, pronti ad infischiarsene degli ordini di scuderia, che voteranno secondo coscienza e discernimento propri.
Il tema avrebbe meritato un confronto più pacato, non certe odiose strumentalizzazioni. Ma il clima è da Armageddon finale, quindi è inutile illudersi che qualcosa potrà cambiare nei prossimi giorni. Anzi, più si avvicina la data, più la gara a chi la spara più grossa si fa (per così dire) avvincente.
Su un punto mi sembra si possa concordare: sia il fronte del No che quello del Sì hanno i migliori sponsor nel fronte avversario. Ormai non si contano infatti le dichiarazioni autolesioniste, in un campo e nell’altro.
Da un punto di vista propagandistico, i sostenitori del No hanno il vantaggio di non dovere proporre niente. Si sa che è molto più facile raccogliere consensi “contro”, piuttosto che a “favore”. Nel caso del referendum, l’ambiguità del cosiddetto campo largo non ha modo di esplodere come avverrebbe, ad esempio, se la responsabilità di governo imponesse l’adozione di una linea unitaria in politica estera. Per cui è molto più semplice opporsi e strillare a difesa di quella costituzione che, evidentemente, non sarebbe stata in pericolo se la separazione delle carriere fosse stata realizzata dal centrosinistra, come più volte in passato è stato auspicato. In questo momento appare invece più “funzionale” stracciarsi le vesti per l’emerita fandonia del presunto assoggettamento del pubblico ministero alla politica. Quando l’unico assoggettamento certificato in Italia è quello della politica: vedere alla voce carriere stroncate e voto popolare ribaltato sulla base di inchieste finite nel nulla.
In realtà sono due i cambiamenti che hanno spinto una parte della magistratura a salire sulle barricate: il sorteggio per la composizione del CSM e l’istituzione dell’Alta corte disciplinare. Il sorteggio (il quale – beninteso – avverrebbe tra giudici, non tra giocatori di bocce) andrebbe ad intaccare il potere delle correnti così ben descritto nel “sistema Palamara”; l’Alta corte abolirebbe il privilegio degli unici cittadini che di fatto non danno conto a nessuno del proprio operato e che non pagano mai per i propri errori: né in termini economici, né dal punto di vista professionale.
Detto questo, disturba parecchio l’arroganza di chi si attribuisce il compito di stabilire quanto poco di sinistra siano quei giuda traditori che voteranno Sì. Disturba anche lo stigma del mafioso, corrotto, delinquente, piduista, fascista, utile idiota e chi più ne ha più ne metta. Procedendo per estrapolazioni, si può essere tutto e il contrario di tutto: ad esempio piduisti perché a favore della riduzione del numero dei parlamentari. Insomma, le analisi del sangue lasciamole ai medici, soprattutto nella terra delle ingiuste detenzioni.
Si vota per una riforma, non per la tenuta della maggioranza: che oltretutto è bravissima a farsi male da sola e, in tutta evidenza, si regge in piedi soltanto perché all’orizzonte non s’intravede un’alternativa credibile. Che ognuno voti come ritiene più opportuno: ma se ancora c’è gente tentata dalla spallata al governo e dalla via giudiziaria al potere, vuol dire che dalla storia degli ultimi decenni non ha imparato niente.

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