Noi detenuti meno soli e disperati durante la pandemia grazie a Francesco

Un anno fa ci lasciava Papa Francesco. Poco più di un mese prima, l’Agape di Sant’Eufemia aveva partecipato al Giubileo del Volontariato (8-9 marzo). Nella Santa Messa di domenica mattina, piazza San Pietro era un tripudio di bandiere e striscioni di incoraggiamento (“Papa Francè c’è”) per il Santo Padre, che si trovava in ospedale. Il Papa non c’era, ma tutti ne avvertivamo la presenza. La commozione era palpabile, fortissima quando il cardinale Michael Czerny lesse l’omelia scritta dal Pontefice, il quale ricordava i “tanti piccoli gesti di servizio gratuito” che “nei deserti della povertà e della solitudine” fanno sbocciare “germogli di umanità nuova: quel giardino che Dio ha sognato e continua a sognare per tutti noi”.
Nel 2016 l’Agape aveva avuto un altro “incontro” con Bergoglio, in occasione del Giubileo della Misericordia. In quella circostanza, l’emozione raggiunse il diapason quando il Papa percorse la piazza sulla papamobile per salutare i fedeli. Un cappellino dell’Agape passò allora dalle mani di un volontario a quelle di un membro della security che accompagnava a piedi il veicolo del Papa.
C’ero in entrambe le circostanze. E c’ero quando, durante la pandemia, dalla cappella di Santa Marta il Pontefice entrava nelle celle dei detenuti per confortare e lenire la solitudine. L’anno scorso scrissi di quei giorni per “Il Dubbio”.

Nella sezione c’era un silenzio irreale. L’orologio in mezzo al corridoio segnava le 14:50. Come sempre. Chissà da quanti anni. Il tempo in carcere non esiste, che le lancette stiano ferme o si spostino sul quadrante non fa differenza. È un tempo sospeso tra una battitura e l’altra. Dai camerotti e dai cubicoli arrivava in stereofonia la telecronaca di ciò che stava succedendo in piazza San Pietro. I nostri occhi erano tutti incollati in alto, sopra il cancello serrato, fissi sul teleschermo.
Un uomo vestito di bianco attraversava la piazza deserta, sotto la pioggia, prima di fermarsi sotto un crocifisso: «Come i discepoli del Vangelo siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda». Parlava del Covid, ma costretti in tre metri per quattro sentivamo ancora più nostre quelle parole. Dalla rete a maglia fittissima delle finestre, nelle ore diurne, anche la luce faticava ad entrare. Ci sentivamo soli, maledettamente soli.
Dal mondo di fuori arrivavano notizie frammentarie, che stentavamo a comprendere. I camion militari con le bare, l’aggiornamento quotidiano delle vittime della pandemia dai telegiornali che divoravamo. Non ci fidavamo di ciò che ci dicevano da casa. I colloqui erano stati sospesi: restavano le lettere, le telefonate e poi, finalmente, l’introduzione delle videochiamate. L’unico lascito positivo di quella terribile catastrofe sanitaria.
Giungevano notizie sui distanziamenti, sulle autorizzazioni per uscire di casa per la spesa, sul controllo poliziesco fino a davanti l’uscio delle porte, sugli inseguimenti, le multe, le denunce. Non capivamo. Paradossalmente, tutte queste precauzioni ci erano state risparmiate. Carcere e distanziamento sono due sostantivi che non possono stare nella stessa frase. Nelle celle, nel cortile: impossibile. Mascherine, neanche a parlarne. Almeno all’inizio. Ma neanche dopo, tranne quando si doveva accedere all’infermeria o alla matricola.
Gli ultimi possono anche morire, non fanno rumore. Se così non fosse, i nostri governanti dovrebbero impazzire per i suicidi che si registrano dietro le sbarre. E agli ultimi pensava Papa Francesco. Nel disorientamento generale, lo sentivamo vicino. Avvertivamo la potenza della preghiera, che non chiede il miracolo, bensì la concessione della forza necessaria per affrontare la burrasca. Ognuno la propria. Ci nutrivamo delle sue parole di speranza e della sua compagnia ogni mattina alle sette, quando appariva sui teleschermi dalla cappella di Santa Marta. Molti di noi appresero allora che visitare i carcerati era una delle sette opere di misericordia corporale.
Papa Francesco veniva a farci visita tutti i giorni. Nel carcere di Palmi suppliva l’assenza forzata di don Silvio, che fino ad allora era stata la nostra ancora di salvezza. Con le sue parole di conforto, lo sguardo di comprensione, l’indignazione per le troppe ingiustizie che da cappellano avvertiva come conficcate nelle sue carni.
In uno degli ultimi incontri prima della cancellazione definitiva di ogni visita, gli avevo proposto di organizzare una via crucis nel cortile. In carcere non mancano i poveri cristi e, fortunatamente, neanche i cirenei compassionevoli, compagni che aiutano l’altro a sorreggere la croce con un gesto di umanità o con una parola di incoraggiamento.
Ovviamente, non se ne fece niente. Riuscì però a fare una sortita il giorno di Pasqua, ad affacciarsi dalla porta sul cortile per un saluto, a fare avere a ciascun detenuto un bocconcino con la crema. Ci restava però Papa Francesco. Il rappresentante di una Chiesa che ciclicamente e inutilmente chiede un gesto di clemenza, denuncia la barbarie del carcere, invita alla compassione e alla carità.
La mia, la nostra, tutte le solitudini del mondo si condensavano in una macchia bianca raccolta in preghiera sotto la croce. Ci sentivamo un po’ meno soli.

IL DUBBIO (23 aprile 2025)

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Un Sì di frustrazione

Eccoci qua. Siamo i delinquenti, i reietti, la feccia da evitare come la peste. Veniamo dall’Aspromonte, ma non abbiamo un pensiero nostro, schiavi come siamo del malaffare e dei malacarne che decidono della nostra vita e della nostra morte.
Siamo noi stessi malacarne, visto che in alcuni comuni gli elettori hanno espresso un voto bulgaro al Sì per la riforma della giustizia. Mentre la maggioranza del Paese civilizzato si è opposta e con il suo No ha salvato democrazia e libertà. Per tutti, anche per noi che non vogliamo essere liberi e che tutta questa generosità neanche la meriteremmo.
Da due giorni mi capitano sotto gli occhi letture vergognose, vomitevoli, sul significato del voto referendario. Più deplorevole del razzismo di chi si professa superiore, c’è solo il razzismo dei miserabili, dei kapò capaci di essere peggiori dei propri aguzzini.
Lo schema è di una semplificazione sconfortante: in certi comuni ha trionfato il Sì perché si tratta di zone ad alta densità mafiosa, certificata ovviamente da inoppugnabili operazioni di polizia.
Vivo in uno dei comuni carogna. Non c’è stato un manifesto, un’iniziativa politica, nessuno che abbia chiesto il voto per il Sì, né per il No. Ciononostante i cittadini sono andati a votare, con una percentuale di gran lunga superiore all’affluenza registrata in altre consultazioni referendarie. Sono andati e circa il 77% ha barrato il quadratino del Sì.
Probabilmente non tutti i votanti avevano ben chiaro il contenuto del quesito. La mobilitazione, che a livello nazionale ha prodotto una buona partecipazione, è stata frutto della politicizzazione del referendum. Alla fine, in molti hanno votato a favore o contro il governo in una contingenza particolare: guerra, aumento del prezzo del carburante, scandali vari. E quindi ha prevalso il No.
In Aspromonte si è votato pro o contro l’amministrazione della giustizia in generale ed ha prevalso un Sì che si potrebbe definire di frustrazione. Ha votato Sì chi pensa che qualsiasi riforma della giustizia migliorerebbe la situazione attuale. Chi ha avuto esperienza diretta o indiretta degli abusi compiuti sulla pelle di troppe persone. Chi sa a cosa può portare la “vicinanza” tra PM e GIP. Chi ha potuto verificare che, di emergenza in emergenza (prima il terrorismo, ora la criminalità organizzata), l’ordinamento italiano non garantisce a tutti uguali diritti e libertà: ce lo ricordano le interdittive antimafia, le norme per lo scioglimento dei comuni, i poveri cristi violentati dalla carcerazione preventiva per mesi e anni. Ha votato Sì chi è, di fatto, un cittadino di serie B.
Anche se la riforma non toccava molte delle questioni citate, questo popolo reietto e schifato dai moralisti da salotto avrà pensato: ma sì, vediamo se per una volta riusciamo a farla pagare alla casta che non risponde mai dei propri errori. Tanto, più scuro della mezzanotte non può essere.
Sarò più esplicito: senza “Eyphemos” il risultato a Sant’Eufemia sarebbe stato diverso. Ho conosciuto gente che non si recava alle urne dal 2020. Europee, politiche, regionali, comunali: saltate a piè pari. Dopo quel terremoto non si è più interessato a niente. Eppure, in questa circostanza, ha voluto partecipare. Ha votato per sentirsi, una volta tanto, protagonista e non vittima di uno Stato che reprime e arresta, ma non è capace di affrontare l’irrisolta questione meridionale senza ricorrere all’alibi della criminalizzazione di interi territori. Ha aperto la scheda e con la matita ha tracciato sul Sì una croce carica di rabbia, amarezza, delusione.

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Sul referendum

Non mi sorprende il livello di volgarità raggiunto dalla campagna referendaria sulla riforma della giustizia. I tempi, ormai, sono questi da un bel po’. Tempi da urlatori di professione, tempi da tifoserie pronte a darsele di santa ragione senza, in fondo, avere chiaro il motivo del contendere. Per cui è tutto uno schierarsi da una parte o dall’altra, a seconda di simpatie e antipatie personali. Per partito preso. Sintetizzando: chi è a favore del governo voterà Sì, chi lo avversa voterà No.
Una semplificazione bella e buona, poiché non è da escludere l’esistenza di elettori, pronti ad infischiarsene degli ordini di scuderia, che voteranno secondo coscienza e discernimento propri.
Il tema avrebbe meritato un confronto più pacato, non certe odiose strumentalizzazioni. Ma il clima è da Armageddon finale, quindi è inutile illudersi che qualcosa potrà cambiare nei prossimi giorni. Anzi, più si avvicina la data, più la gara a chi la spara più grossa si fa (per così dire) avvincente.
Su un punto mi sembra si possa concordare: sia il fronte del No che quello del Sì hanno i migliori sponsor nel fronte avversario. Ormai non si contano infatti le dichiarazioni autolesioniste, in un campo e nell’altro.
Da un punto di vista propagandistico, i sostenitori del No hanno il vantaggio di non dovere proporre niente. Si sa che è molto più facile raccogliere consensi “contro”, piuttosto che a “favore”. Nel caso del referendum, l’ambiguità del cosiddetto campo largo non ha modo di esplodere come avverrebbe, ad esempio, se la responsabilità di governo imponesse l’adozione di una linea unitaria in politica estera. Per cui è molto più semplice opporsi e strillare a difesa di quella costituzione che, evidentemente, non sarebbe stata in pericolo se la separazione delle carriere fosse stata realizzata dal centrosinistra, come più volte in passato è stato auspicato. In questo momento appare invece più “funzionale” stracciarsi le vesti per l’emerita fandonia del presunto assoggettamento del pubblico ministero alla politica. Quando l’unico assoggettamento certificato in Italia è quello della politica: vedere alla voce carriere stroncate e voto popolare ribaltato sulla base di inchieste finite nel nulla.
In realtà sono due i cambiamenti che hanno spinto una parte della magistratura a salire sulle barricate: il sorteggio per la composizione del CSM e l’istituzione dell’Alta corte disciplinare. Il sorteggio (il quale – beninteso – avverrebbe tra giudici, non tra giocatori di bocce) andrebbe ad intaccare il potere delle correnti così ben descritto nel “sistema Palamara”; l’Alta corte abolirebbe il privilegio degli unici cittadini che di fatto non danno conto a nessuno del proprio operato e che non pagano mai per i propri errori: né in termini economici, né dal punto di vista professionale.
Detto questo, disturba parecchio l’arroganza di chi si attribuisce il compito di stabilire quanto poco di sinistra siano quei giuda traditori che voteranno Sì. Disturba anche lo stigma del mafioso, corrotto, delinquente, piduista, fascista, utile idiota e chi più ne ha più ne metta. Procedendo per estrapolazioni, si può essere tutto e il contrario di tutto: ad esempio piduisti perché a favore della riduzione del numero dei parlamentari. Insomma, le analisi del sangue lasciamole ai medici, soprattutto nella terra delle ingiuste detenzioni.
Si vota per una riforma, non per la tenuta della maggioranza: che oltretutto è bravissima a farsi male da sola e, in tutta evidenza, si regge in piedi soltanto perché all’orizzonte non s’intravede un’alternativa credibile. Che ognuno voti come ritiene più opportuno: ma se ancora c’è gente tentata dalla spallata al governo e dalla via giudiziaria al potere, vuol dire che dalla storia degli ultimi decenni non ha imparato niente.

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La sete

È un tempo da non credere, inimmaginabile. Tempo di offese dure come la ragione che non si dà pace e non riesce a comprendere, come il muro contro il quale sbatte la testa incredula, come la corazza di un assioma che è falce e miete, forte di carte e timbri.
Un eterno presente, da oggi e per sempre. Fissato in un’immagine che inchioda e fa sanguinare le mani, le carni. Un unico fotogramma che cancella ogni altro attimo di vita vissuta.
Ma la verità vola più in alto, si stacca dalle miserie umane, si scrolla il fango di dosso con un gesto arcaico. Resiste contro tutto, nonostante tutto. Batte le ore di un orologio senza lancette. Non servono più. Può addensarsi e farsi nebbia, può tendere invano all’infinito. Non fa rumore.
Ma, testarda, non si arrende alla logica del poteva andare peggio. Sopporta lo stigma non per rassegnazione, ma per orgoglio. Accetta pur non condividendo. E allo stigma, ci sputa sopra.
Se è felicità minore, si fa bastare. Non ha pretesa di verifica, né di ribaltamento. Senza sentirsi per questo sminuita nella sua forza. Si salva perché respira umanità e compassione, si nutre di sofferenza e disappunto.
È forse dimensione ineffabile, nella quale niente è come sembra per coloro che sanno. Che non hanno bisogno di mettere insieme ciò che insieme non era, di seguire punti lontani e trovarne il collegamento, di immaginare e di interpretare anche il non detto, di dipingere lo sfondo, di spalare la melma. Il calore degli abbracci e il sale delle lacrime riconducono ogni cosa ad un piano di umanità. Ciò che conta.
Muoiono di sete i fiori non annaffiati. Uguale destino è dato in sorte a chi ha sete di verità e brancola nel deserto. Perché non esiste giustizia senza verità. Esiste però la verità senza giustizia, oltre la giustizia. L’unica in grado di rendere liberi, anche se i solchi alle caviglie fanno male.

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Nino De Gaetano assolto dopo dieci anni perché il fatto non sussiste

Quando Nino fu travolto dall’inchiesta giudiziaria denominata “Rimborsopoli”, stava vivendo la fase più alta di una carriera politica che sembrava lanciatissima. Un cavallo di razza con il sacro fuoco della politica ad animarne un percorso inarrestabile, iniziato a diciannove anni come consigliere di circoscrizione a Reggio Calabria: in seguito consigliere e assessore comunale con Italo Falcomatà, a 28 anni, nel 2005, veniva eletto consigliere regionale. Assessore regionale con Loiero, rieletto alla Regione nel 2010, era stato nominato nuovamente assessore alla Regione con Oliverio, dopo le elezioni del 2014.
Un punto di riferimento per la sinistra, a livello regionale, provinciale e più in generale locale. Perché Nino, oltre alle sua indiscusse capacità politiche, ha qualità che pochi politici possiedono: l’umanità, la presenza, la difesa dei suoi amici contro tutto e tutti, anche quando schierarsi comporta un prezzo da pagare. Ne sono testimone, perché l’ho vissuto.
Grazie a Nino, insieme ad altri amici, costituimmo il circolo del Partito Democratico a Sant’Eufemia, nel novembre del 2013. E Nino è stato sempre al nostro fianco, pronto a supportarci e a dare risposte al territorio su nostro impulso. C’era solo un modo per fermare la sua ascesa politica, e puntualmente si è verificata: la via giudiziaria. Una bufera che nel giugno del 2015 lo travolse, portando al suo arresto per peculato e falso ideologico. Kaputt. In questi casi si dice che “gli sono state tagliate le gambe”: e così è stato.
Nella sua bontà, o per carità di patria, nella dichiarazione rilasciata dopo l’assoluzione (“perché il fatto non sussiste”) non fa alcun accenno al Partito Democratico. Quel partito, che è stato anche il mio, incapace di difendere i suoi migliori rappresentanti. A meno che non si tratti del sindaco di Milano. In quel caso, si fa quadrato. Per la Calabria invece è diverso: si sa che qua siamo tutti delinquenti, per cui – se qualcuno cade nella rete di un’inchiesta giudiziaria – qualcosa avrà fatto. È successo a Nino, è successo ad Oliverio, è successo a tanti altri. Con il risultato che oggi è sotto gli occhi di tutti: la Regione consegnata alla destra, sindaci e consiglieri comunali prontamente abbandonati dal partito al loro destino che per questo rinunciano a impegnarsi in politica, una classe politica e amministrativa stroncata dal pregiudizio e dalla paura.
Mi hanno rammaricato le conseguenze umane e politiche che Nino ha dovuto patire, ma soprattutto mi ha amareggiato l’occasione mancata, per tutti noi, di avere la possibilità di fare qualcosa di costruttivo per questa nostra terra.
Ora, chissà. Intanto, il tempo ha rimesso le cose al loro posto. Anche se ci sono voluti dieci lunghissimi anni. Poi (me lo auguro per lui e per tutti noi), si vedrà.
Non abbiamo mai avuto alcuna esitazione, questi dieci anni di calvario sono semmai serviti a rafforzare il cemento della nostra amicizia. Però, quanta rabbia e quanta delusione.

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Noi detenuti meno soli e disperati durante la pandemia grazie a Francesco

Costretti in tre metri per quattro sentivamo ancora più nostre quelle parole sul Covid pronunciate dal Papa in una piazza San Pietro deserta

Nella sezione c’era un silenzio irreale. L’orologio in mezzo al corridoio segnava le 14:50. Come sempre. Chissà da quanti anni. Il tempo in carcere non esiste, che le lancette stiano ferme o si spostino sul quadrante non fa differenza. È un tempo sospeso tra una battitura e l’altra. Dai camerotti e dai cubicoli arrivava in stereofonia la telecronaca di ciò che stava succedendo in piazza San Pietro. I nostri occhi erano tutti incollati in alto, sopra il cancello serrato, fissi sul teleschermo.
Un uomo vestito di bianco attraversava la piazza deserta, sotto la pioggia, prima di fermarsi sotto un crocifisso: «Come i discepoli del Vangelo siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda». Parlava del Covid, ma costretti in tre metri per quattro sentivamo ancora più nostre quelle parole. Dalla rete a maglia fittissima delle finestre, nelle ore diurne, anche la luce faticava ad entrare. Ci sentivamo soli, maledettamente soli.
Dal mondo di fuori arrivavano notizie frammentarie, che stentavamo a comprendere. I camion militari con le bare, l’aggiornamento quotidiano delle vittime della pandemia dai telegiornali che divoravamo. Non ci fidavamo di ciò che ci dicevano da casa. I colloqui erano stati sospesi: restavano le lettere, le telefonate e poi, finalmente, l’introduzione delle videochiamate. L’unico lascito positivo di quella terribile catastrofe sanitaria.
Giungevano notizie sui distanziamenti, sulle autorizzazioni per uscire di casa per la spesa, sul controllo poliziesco fino a davanti l’uscio delle porte, sugli inseguimenti, le multe, le denunce. Non capivamo. Paradossalmente, tutte queste precauzioni ci erano state risparmiate. Carcere e distanziamento sono due sostantivi che non possono stare nella stessa frase. Nelle celle, nel cortile: impossibile. Mascherine, neanche a parlarne. Almeno all’inizio. Ma neanche dopo, tranne quando si doveva accedere all’infermeria o alla matricola.
Gli ultimi possono anche morire, non fanno rumore. Se così non fosse, i nostri governanti dovrebbero impazzire per i suicidi che si registrano dietro le sbarre. E agli ultimi pensava Papa Francesco. Nel disorientamento generale, lo sentivamo vicino. Avvertivamo la potenza della preghiera, che non chiede il miracolo, bensì la concessione della forza necessaria per affrontare la burrasca. Ognuno la propria. Ci nutrivamo delle sue parole di speranza e della sua compagnia ogni mattina alle sette, quando appariva sui teleschermi dalla cappella di Santa Marta. Molti di noi appresero allora che visitare i carcerati era una delle sette opere di misericordia corporale.
Papa Francesco veniva a farci visita tutti i giorni. Nel carcere di Palmi suppliva l’assenza forzata di don Silvio, che fino ad allora era stata la nostra ancora di salvezza. Con le sue parole di conforto, lo sguardo di comprensione, l’indignazione per le troppe ingiustizie che da cappellano avvertiva come conficcate nelle sue carni.
In uno degli ultimi incontri prima della cancellazione definitiva di ogni visita, gli avevo proposto di organizzare una via crucis nel cortile. In carcere non mancano i poveri cristi e, fortunatamente, neanche i cirenei compassionevoli, compagni che aiutano l’altro a sorreggere la croce con un gesto di umanità o con una parola di incoraggiamento.
Ovviamente, non se ne fece niente. Riuscì però a fare una sortita il giorno di Pasqua, ad affacciarsi dalla porta sul cortile per un saluto, a fare avere a ciascun detenuto un bocconcino con la crema. Ci restava però Papa Francesco. Il rappresentante di una Chiesa che ciclicamente e inutilmente chiede un gesto di clemenza, denuncia la barbarie del carcere, invita alla compassione e alla carità.
La mia, la nostra, tutte le solitudini del mondo si condensavano in una macchia bianca raccolta in preghiera sotto la croce. Ci sentivamo un po’ meno soli.

IL DUBBIO, 23 aprile 2025

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Sette mesi in cella per errore. Lo Stato risarcisce Forgione

Articolo di Simona Musco (Il Dubbio, 25 gennaio 2025)
Ha trascorso sette mesi in carcere ingiustamente, a causa di uno scambio di persona che poteva essere chiarito con una semplice perizia fonica, che ha chiesto sin dal primo momento. E cinque anni dopo, la Corte d’Appello di Reggio Calabria ha risarcito Domenico Forgione, storico calabrese, giornalista e autore di diversi saggi, accusato ingiustamente di associazione mafiosa.
Forgione era finito agli arresti il 25 febbraio 2020, giorno in cui in cui gli abitanti di Sant’Eufemia d’Aspromonte, poco meno di 4mila anime in provincia di Reggio Calabria, hanno visto portar via in manette il sindaco, il vicesindaco, il presidente del consiglio comunale e lui, consigliere di minoranza. Forgione si è però sempre dichiarato estraneo ad ogni accusa, fornendo prove e documenti della sua innocenza. La sua posizione si trovava in sole 17 pagine su 4mila, in un’intercettazione tra tre soggetti, uno dei quali è tale “Dominique”. Lui, nato in Australia, tra gli affetti più cari è conosciuto proprio con questo nomignolo. Ma l’uomo intercettato non era lui.
Da qui la richiesta immediata di una perizia fonica, mai concessa causa covid. La difesa, allora, ne produce una propria, comparando l’interrogatorio di garanzia con l’audio dell’intercettazione. E il risultato è scontato: la voce non è la sua. Ma non solo: il giorno in cui “Dominique” viene intercettato, infatti, Forgione è a giocare una partita di calcetto. E non ci sarebbe il tempo materiale per arrivare al ristorante dove i tre conversanti si trovano. La perizia arriva solo a settembre, usando lo stesso metodo utilizzato dalla difesa. E il risultato è identico: la voce non è la sua. Così, sette mesi dopo, Forgione esce dal carcere e la sua posizione, dopo poco, viene archiviata. Sebbene sarebbe bastato poco per evitare un trauma inutile.
La Corte d’Appello di Reggio Calabria, il 23 dicembre scorso, ha dunque accolto la richiesta di risarcimento presentata dall’avvocato Pasquale Condello, riconoscendo il danno subito a causa della ingiusta custodia cautelare nell’ambito dell’operazione “Eyphemos”. «Ad avviso della Corte – si legge nell’ordinanza -. non sono rinvenibili nella condotta del ricorrente profili di colpa grave ostativi al riconoscimento dell’indennizzo». Forgione, infatti, sia in sede di interrogatorio di garanzia che durante l’interrogatorio del 14 dicembre 2020 davanti al pm, chiesto dallo stesso Forgione dopo la chiusura delle indagini, «ha sempre professato la propria estraneità agli addebiti contestati, affermando di non essere lui il “Dominique” dialogante nelle conversazioni captate, fornendo specifiche spiegazioni in ordine alle condotte contestate e respingendo con fermezza gli addebiti mossi nei suoi confronti». Inoltre, a sostegno della propria versione, «aveva prodotto documentazione probatoria e adottato sin da subito un comportamento collaborativo».
Quanto al pregiudizio subito, la Corte ha adeguato la somma liquidata con una maggiorazione per «le sofferenze morali patite a causa della diffusione mediatica dell’arresto». A ciò si aggiunge «il maggior patimento che è disceso a Forgione dall’aver sin da subito professato la propria estraneità ai fatti e dall’essersi adoperato in tal senso, anche attraverso la sua difesa». Un aumento motivato anche dal “disturbo d’ansia con stress psicofisico e deflessione dell’umore” sviluppato a seguito dell’arresto.
Infine, la Corte ha riconosciuto anche il danno all’immagine conseguente allo “strepitus fori”, data la diffusione mediatica della notizia del suo arresto. «Nella valutazione di detto pregiudizio, infatti, non potrà non considerarsi la gravità dell’ipotesi delittuosa prospettata a carico del ricorrente e l’attività di giornalista pubblicista esercitata dallo stesso – si legge -. È evidente, pertanto, la maggiore propagazione mediatica della notizia derivata dalla notorietà del personaggio, necessariamente e intrinsecamente connessa alla “visibilità” e “popolarità” che caratterizza il ruolo di giornalista esercitato da Forgione e la relativa categoria professionale di appartenenza».
«Il cratere aperto dalla bomba che mi è esplosa dentro il 25 febbraio 2020 non si chiuderà mai – commenta al Dubbio Forgione -. Prendo atto dell’accoglimento dell’istanza, ma non posso nascondere che si è rotto qualcosa a livello sentimentale nei confronti di uno Stato che, pur avendo riconosciuto l’errore, è stato ed è capace di una violenza cieca nei confronti dei suoi cittadini. Ho toccato con mano e l’unico aspetto positivo della mia vicenda sta proprio nella consapevolezza della necessità di denunciare una giustizia che spesso si rivela ingiusta, con il corollario di un trattamento penitenziario disumano. Ma delle condizioni carcerarie, della barbarie della carcerazione preventiva, degli abusi delle misure di prevenzione, realmente non importa quasi a nessuno. L’Italia non sarà mai un Paese normale fino a quando ci sarà questa destra, capace solo di introdurre nuovi reati e di proporre la costruzione di nuove prigioni per risolvere il problema del sovraffollamento carcerario, e questa sinistra ipocrita, pronta a cavalcare l’onda giustizialista per qualche misero voto in più».

Sito originale: Il Dubbio (Sette mesi in cella per errore. Lo Stato risarcisce Forgione)

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L’intima gioia

In un celebre esperimento del 1971, lo psicologo Philip Zimbardo e un team di ricercatori ricrearono nei sotterranei dell’Università di Stanford (California) le condizioni di una prigione. Tra 70 studenti furono selezionati 24 volontari, valutati idonei dopo essere stati sottoposti a diversi test della personalità, i quali furono divisi casualmente in due gruppi da dodici: metà guardie e metà detenuti. L’esperimento, che doveva durare due settimane, fu interrotto dopo sei giorni, in conseguenza dei ripetuti ed eccessivi episodi di sadismo e di violenza delle guardie nei confronti dei detenuti.
L’ esperimento carcerario di Stanford aveva lo scopo di comprendere cosa spinge persone buone a diventare cattive in situazioni specifiche: «Il male – scrisse Zimbardo nel libro L’effetto Lucifero. Cattivi si diventa? – è l’esercizio del potere di nuocere intenzionalmente (psicologicamente), di procurare dolore (fisicamente), o distruggere (mortalmente o spiritualmente) altri. Solo poche persone sono in grado di resistere alla tentazione di cedere al potere e al dominio».
Fatti di cronaca più o meno recenti sembrano confermare questa tesi. Da ultimo, gli abusi e le violenze emerse nell’indagine che a Trapani ha portato all’arresto di undici poliziotti penitenziari e alla sospensione dal servizio di altri quattordici.
Il clima politico e culturale, d’altronde, alimenta gli istinti più bassi nell’approccio alle tematiche dell’esecuzione della pena e, più in generale, alle problematiche carcerarie. Indignarsi per le condizioni disumane delle carceri italiane, per il loro sovraffollamento, per gli 81 suicidi da gennaio ad oggi, è impopolare e non porta voti. Ha più appeal la logica securitaria del “buttare le chiavi” e l’idea che fare soffrire chi finisce in carcere, in fondo, è del tutto naturale. Se la sono cercata. E pazienza se il detenuto sta già scontando il reato commesso con la privazione della libertà: l’ulteriore e gratuita afflizione dell’offesa alla dignità umana non desta scandalo.
Il sottosegretario alla Giustizia Andrea Del Mastro Delle Vedove, evidentemente, è dello stesso avviso: «L’idea – ha dichiarato in occasione della presentazione della nuova auto per il trasporto dei detenuti – di vedere […] come noi non lasciamo respirare chi sta dietro quel vetro oscurato, è sicuramente per il sottoscritto un’intima gioia». Poiché qualcuno gli ha fatto notare la bestialità dell’affermazione, si è corretto precisando che si riferiva ai detenuti mafiosi.
Il sottosegretario, che pure dovrebbe esserne a conoscenza, non sa o fa finta di non sapere che nelle carceri italiane ci sono migliaia e migliaia di “presunti” mafiosi che in realtà non lo sono, come spesso viene certificato dalle archiviazioni e dalle assoluzioni successive all’arresto. Innocenti che soltanto in virtù dello stigma del 416 bis subiscono umiliazioni quotidiane, che nelle “traduzioni” sono costretti a tenere le manette, fino a provocarsi profondi solchi sui polsi al termine di un viaggio di centinaia di chilometri, in furgoni-fornaci nei quali sono tenuti chiusi i bocchettoni dell’aria climatizzata nel vano posteriore, quello riservato ai detenuti. Che vengono fatti scendere nei piazzali delle aree di servizio e accompagnati in bagno come asini alla cavezza. Che si ritrovano in celle di sosta dall’aria irrespirabile per l’umidità, tra cartacce sporche di escrementi.
Il problema, in realtà e purtroppo per Del Mastro e per quelli che la pensano come lui, è più complesso. L’umanità è un valore universale e prescinde dalla dicotomia innocente/colpevole. Per molti il ragionamento è complicato, ma secoli di cultura giuridica – compendiati nell’articolo 27 della Costituzione italiana (“Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità”) – affermano proprio questo.
La grandezza di una democrazia e dei suoi rappresentanti è tutta qua. La miseria di certe dichiarazioni, anche.

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Una giustizia disumana non è giustizia

Bastassero l’indignazione e la rabbia. L’indignazione per i 165 morti in carcere, dal primo gennaio ad oggi, in un Paese sedicente civile, vigliacco di fronte all’emergenza drammatica che si vive quotidianamente nei penitenziari italiani. Dove, secondo i dati di “Ristretti Orizzonti”, nel 2024 sono già 67 i detenuti che si sono tolti la vita (due in meno rispetto a tutto il 2023), mentre altri 98 sono deceduti per “altre cause” (ben oltre i morti registrati nell’intero anno passato). La rabbia nei confronti di una classe politica imbelle, a destra come a sinistra pronta a strumentalizzare fatti e persone per puro calcolo politico, a seconda che si trovi al governo o all’opposizione. Perché il dato incontrovertibile è che nessuno ha mai fatto niente per porre fine alla sistematica violazione dei diritti umani che si verifica nelle carceri italiane, certificata da un sovraffollamento medio del 130% e dall’insufficienza cronica di personale penitenziario e sanitario. Lo stiamo vedendo in questi giorni: ogni ipotesi deflattiva, anche di infima entità, diventa una “svuota-carceri”.
«Non impedire un evento, che si ha l’obbligo giuridico di impedire, equivale a cagionarlo», stabilisce l’articolo 40 del codice penale, richiamato da “Nessuno tocchi Caino” nella denuncia-esposto-provocazione contro il ministro della Giustizia Nordio e i sottosegretari Delmastro Delle Vedove e Ostellari, le figure istituzionali sulle quali ricade la responsabilità della custodia dei soggetti ristretti in carcere.
Gonfiamo il petto per “la Costituzione più bella del mondo” e non siamo capaci di difenderla da chi la calpesta, nonostante dovrebbe rappresentarne spirito e applicazione: «Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità». Umanizzazione delle pene, lo suggerisce la parola stessa, significa considerare il detenuto una persona, non un anonimo numero di matricola. Si dimentica o non si vuole comprendere che in carcere entra l’uomo, non ciò che di illecito ha commesso. Il reato resta fuori dalla recinzione, a nutrire l’autocompiacimento dei legni dritti. Chi non è mai entrato in un carcere non ha idea di quante vite un “delinquente” possa salvare, con un gesto o con una parola.
“Le” pene (non “la” pena), afferma la Costituzione. Che non dovrebbero pertanto consistere esclusivamente nella reclusione in carcere. Che potrebbero essere altro. Che sarebbe meglio fossero altro, come anche le statistiche sulle recidive suggeriscono. Misure diverse non vuol dire “tutti liberi”, né che chi sbaglia non debba pagare. Se la finalità delle pene è tutelare la sicurezza pubblica evitando il reiterarsi di comportamenti contrari alla legge, esistono oggi strumenti di controllo efficacissimi, che non richiedono necessariamente la detenzione carceraria.
Manca il coraggio per riuscire a superare la visione carcerocentrica dell’esecuzione penale. Stare dalla parte dei reietti non porta voti. Mentre si propone di costruire più strutture penitenziarie (tra due, tre anni), di carcere si muore. L’ingiustizia di una giustizia disumana è in questi numeri drammatici e nella responsabilità di chi consente afflizioni gratuite, inutili, ignobili.

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Così inchieste flop e scioglimenti copia e incolla hanno raso al suolo l’impegno politico di una regione

Le considerazioni sui provvedimenti di scioglimento dei comuni per infiltrazioni o condizionamenti mafiosi, espresse nella sua lettera a “Il Dubbio” dall’ex vicesindaca di Rende Marta Petrusewicz, hanno aperto un interessante dibattito, al quale l’avvocato Pasquale Simari ha offerto il contributo dell’esperto: «La vicenda di Rende – ha sottolineato – non si differenzia da quella della maggior parte dei Comuni sciolti per mafia».
Parole forti, suffragate da fatti che purtroppo godono di scarsa visibilità mediatica: le sentenze dei processi che, a distanza di anni dai titoloni dei giornali, ridimensionano o addirittura smentiscono le ordinanze di custodia cautelare. Sarebbe pertanto ora di pensare ad un albo dei comuni sciolti per mafia ingiustamente, da pubblicare (per dirla con Sciascia) “a futura memoria”.
Con questo spirito, mi permetto di segnalare il caso del comune di Sant’Eufemia d’Aspromonte. Il 25 febbraio 2020, la maxi retata dell’operazione “Eyphèmos” privò della libertà – tra gli altri – il sindaco Domenico Creazzo, appena eletto consigliere regionale in quota Fratelli d’Italia, il vicesindaco Cosimo Idà, il presidente del consiglio comunale Angelo Alati, il sottoscritto (consigliere di minoranza) e il responsabile dell’ufficio tecnico Domenico Luppino. La presenza di cinque indagati “infiltrati” nel comune determinò la sospensione e poi lo scioglimento del consiglio comunale (14 agosto 2020): «All’esito di approfonditi accertamenti – si legge nel decreto – sono emerse forme di ingerenza della criminalità organizzata che hanno esposto l’ente locale a pressanti condizionamenti, compromettendo il buon andamento e l’imparzialità dell’attività comunale». Al termine dei diciotto mesi previsti dalla legge, secondo prassi consolidata, seguì la proroga di ulteriori sei mesi, poiché non risultava ancora “esaurita l’azione di recupero e risanamento” dell’ente.
Lo scioglimento dei comuni si fonda sulla relazione del prefetto al ministero dell’Interno: nella sostanza, la condivisione dei contenuti dell’ordinanza di custodia cautelare, a sua volta una sorta di copia-incolla degli “esiti dell’attività di indagine” e delle “notizie di reato” trasmessi dagli investigatori al pubblico ministero.
Tre anni dopo gli arresti, la sentenza di primo grado (17 febbraio 2023) ha smentito l’esistenza di un condizionamento dell’amministrazione comunale, poiché all’archiviazione del sottoscritto si è aggiunta l’assoluzione degli altri quattro indagati.
Per il sindaco di Sant’Eufemia Creazzo, l’accusa era di scambio elettorale politico-mafioso: a “cercare la ’ndrangheta è la politica e non il contrario”, aveva sentenziato la relazione del ministro Lamorgese. Quasi un anno e mezzo di arresti domiciliari e un provvedimento di obbligo di dimora, prima della sentenza di assoluzione perché “il fatto non sussiste”.
Il vicesindaco Cosimo Idà veniva presentato come “capo, promotore ed organizzatore di una fazione mafiosa all’interno del locale di ’ndrangheta di Santa Eufemia”. Nove mesi di carcerazione preventiva, la scarcerazione per accertato scambio di persona e l’assoluzione perché “il fatto non sussiste”.
Scambio di persona anche per Angelo Alati, presidente del consiglio comunale accusato di rivestire la carica di “mastro di giornata” e assolto perché “il fatto non sussiste”, l’inconsistenza indiziaria era già emersa nell’udienza del Tribunale del riesame che ne aveva ordinato la scarcerazione, un mese e mezzo dopo l’arresto.
Terzo scambio di persona riguardò chi scrive, accusato “di monitorare gli appalti assegnati dal Comune di Santa Eufemia per consentire alle aziende del locale di ’ndrangheta di insinuarsi nei lavori”, [di fungere] “da spia” interna al Comune, [di mettersi] a disposizione della cosca per compiere atti minatori nei cantieri, [di disporre di “agganci”] che gli consentivano di conoscere preventivamente gli esiti delle indagini che provvedeva a veicolare tra i sodali per eludere l’attività investigativa o la cattura». Sette mesi di carcerazione preventiva, scarcerazione e proscioglimento al termine dell’udienza preliminare.
Il responsabile dell’ufficio tecnico Domenico Luppino era accusato di prendere parte a riunioni di ’ndrangheta e di operare “in favore della cosca affinché gli appalti fossero assegnati direttamente [o indirettamente] a una ditta gradita all’organizzazione mafiosa locale. Assolto perché “il fatto non sussiste”, dopo ben tre anni di carcere.
Il filone politico dell’inchiesta si è rivelato un flop totale. Del “solido complesso probatorio” restano parole che sono sale su ferite ancora aperte: «Nel caso del Comune di Sant’Eufemia d’Aspromonte si va comunque ben oltre i “collegamenti diretti o indiretti con la criminalità organizzata di tipo mafioso” o le “forme di condizionamento” degli amministratori. L’operazione “Eyphèmos” dimostra che diversi OMISSIS piuttosto che “collegati” o “condizionati dalla ’ndrangheta” sono organici alla stessa. Un salto di qualità rispetto alla fattispecie di cui all’art. 143 T.U.E.L. del tutto evidente». Ma di evidente, purtroppo, c’è soltanto lo scarto tragico tra ipotesi e realtà.
Quando, nove mesi fa, si è votato per ridare alla comunità eufemiese un’amministrazione comunale, soltanto due tra i trentanove candidati nella precedente elezione si sono ripresentati. In un piccolo paese esistono dinamiche familiari e sociali che rendono arduo l’impegno politico sulla base delle attuali disposizioni di legge. Molti preferiscono defilarsi: per paura, per delusione, per senso di responsabilità.
Prevenzione e pregiudizio sono spesso le facce della stessa medaglia e concorrono alla compressione della democrazia, laddove impediscono l’affermazione della volontà popolare. Per questo, occorre denunciare la criminalizzazione subita da vaste aree del Paese. Affinché gli studenti di domani avvertano lo stesso moto di indignazione oggi suscitato dagli studi sul volto truce del potere nella storia d’Italia: la brutalità della legge “Pica”, la revisione arbitraria delle liste elettorali in epoca crispina, i mazzieri di Giolitti, lo scioglimento dei comuni nel passaggio dallo stato liberale al regime fascista. Ogni volta che, in nome dell’interesse superiore del mantenimento dell’ordine pubblico, una “guerra santa” ha ferito i principi democratici, sospeso le garanzie costituzionali e causato un numero spropositato di “vittime collaterali”.
Oggi come ieri questo è stato. Ma questo è Stato?

*Pubblicato su: Il Dubbio, 8 agosto 2023

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