Farewell, Guccini

Lo andrò a cercare sotto la Luna, come faceva lui in trench stile Bogart con Keaton, un malinconico pianista di jazz. Lo troverò con Cencio il nano che non ha una storia da dire, con Amerigo e il suo cinto d’ernia che sembra una fondina per la pistola, con la ragazza dell’Autogrill che mescola birra chiara e Seven Up mentre lui, imbarazzato, picchietta l’indù in latta di una scatola di tè, con il pensionato che rigira sulla stufa la sua povera minestra, con l’anarchico lanciato a bomba contro l’ingiustizia, o con il frate che fece esclamare a Umberto Eco: «Che coraggio far rimare amare con Schopenhauer!».
E poiché – ci ha insegnato – gli eroi son tutti giovani e belli, eccolo per sempre con capelli e barba neri mentre insieme ad Augusto Daolio canta “Noi”: «Quando i cieli diventano più scuri e in bocca hai solo rabbia/ e piove solo sabbia per le strade e sui muri/ c’è bisogno di gente molto forte per fare assieme il viaggio/ che inizia non sai dove e passa cento porte».
L’eterno studente e burattinaio di parole Francesco Guccini è entrato a casa mia ai tempi del liceo, saltando fuori dallo zaino di mio fratello Luis in tre musicassette: “Radici”; “L’isola non trovata”; “Quasi come Dumas”. Un cantautore coltissimo che Eco ha paragonato a Walt Whitman: capace di rime e assonanze ricercatissime, di citazioni dotte e riferimenti letterari eruditi, ma anche di temi “bassi”, di sberleffo puro, come sa chiunque abbia ascoltato l’album “Opera buffa” o la canzone “I fichi” nel disco non a caso intitolato “D’amore, di morte e di altre sciocchezze”.
Guccini ha accompagnato la mia vita trovando per me parole e metafore che non sapevo, mi ha fatto fare incontri che mai avrei pensato: Ginsberg, Kerouac, Hemingway, Borges, Montale, Gozzano, il profeta Isaia. Un libertario perso dietro le nuvole e la poesia, attaccato alle proprie radici, ad un mondo in via di estinzione riproposto sotto forma di mito (l’infanzia, la saggezza dei montanari dell’Appennino). E poi l’intimismo di certe situazioni raccontate come da dietro una cinepresa e i temi dello scorrere del tempo, della Resistenza, della rivolta e della lotta contro le ingiustizie (emblematica la vicenda di Silvia Baraldini), dei miti vissuti fra la via Emilia e il West, dei vinti e dei piccoli eroi delle occasioni perse, del rimpianto per i giorni sprecati e per gli attimi lasciati andare, della felicità che non è un anagramma quasi perfetto di facilità.
Guccini ha dato sostanza allo smarrimento che proviamo quando non riusciamo a comprendere il nuovo, legati come siamo al vecchio: sospesi tra due mondi e tra due ere come nella sua insondabile Bisanzio, in bilico tra il vecchio che va scomparendo e il nuovo che non si è ancora manifestato: «qualcosa sta cambiando, ma è un debole presagio che non dice come e quando».
Mi ha insegnato a coltivare l’arte del dubbio, a diffidare dalle verità assolute e a pensare che la storia può ripetersi, perché è autoassolutorio credere che “l’uomo in fondo è buono/ meno il nazi infame”. Mi ha fatto amare Ulisse e il suo folle volo con i remi che diventano ali, Don Chisciotte che sputa il cuore in faccia all’ingiustizia (che duetto con il “Flaco” Juan Carlos Biondini!), Cirano che usa la penna come una spada: ma anche “il mistero delle vite/ che si dipanano lungo la scacchiera” e la bellezza del rovistare tra i ricordi e gli oggetti del passato.
Tra “i nostri miti morti ormai” della bellissima “Incontro”, da oggi c’è anche lui.

*Per un fan di Guccini sarà facile rintracciare nel post molte citazioni di sue canzoni, appositamente non virgolettate per non appesantire il testo con eccessiva punteggiatura.

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Una risposta a “Farewell, Guccini”

  1. Diciamo che sei stato miracolato ad avere un fratello come Luis, le cui sensibilità musicali hanno guidato il tuo cammino.
    Del resto è cosa nota che i fratelli maggiori abbiano molte marce in più 🤪💪

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