Referendum giustizia

Avrete notato che in questi giorni si parla più dei quesiti referendari cassati dalla Corte costituzionale che dei cinque sulla giustizia ammessi. Non è un caso. Non credo alle casualità in materia di giustizia. Non credo neanche nella giustizia, a dire il vero. E considero ipocrita chi sostiene il contrario, chi di fronte a palesi abusi e violazioni del dettato costituzionale si trincera dietro frasi fatte: “la giustizia deve fare il suo corso”; “bisogna difendersi nel processo”. No, sempre più spesso si finisce con il doversi difendere “dal” processo: dalla distorsione tutta italiana che consente di individuare un colpevole per il quale, in qualche modo, occorre trovare un reato.
So bene che solo toccando con mano è possibile rendersene conto: e non è augurio da fare a nessuno. Tuttavia, può capitare a chiunque di ritrovarsi in un girone infernale inimmaginabile. Mille all’anno, spiegano i più ottimisti, rifacendosi alle statistiche dei risarcimenti delle ingiuste detenzioni. In realtà a quei mille vanno aggiunti coloro che sono talmente schifati da non presentare nemmeno la domanda per il risarcimento, coloro che non sanno neanche di avere questo diritto, coloro che anche se detenuti ingiustamente il risarcimento non l’avranno perché possono avere indotto (avete letto bene!) i giudici all’errore. Cornuti e mazziati.
Personalmente considero i cinque quesiti referendari timidi e insufficienti rispetto alla cura da cavallo che servirebbe per risollevare la credibilità della magistratura, oggi ai minimi storici. Ritengo però che poco è sempre meglio che niente. La vittoria dei sì indicherebbe una strada di civiltà, in Italia smarrita dai tempi dell’ordalia di Mani Pulite. E darebbe una risposta orgogliosa alla pavida subalternità della politica, debolissima nella rivendicazione delle proprie prerogative, appaltate in maniera suicida al potere giudiziario.
Ascoltiamo con sempre più distacco e delusione i distinguo sull’opportunità che è compito del Parlamento riformare la materia. L’avesse fatto, non ci sarebbe stato bisogno dei referendum. Osserviamo senza alcuna sorpresa alla levata di scudi di forze politiche legate al guinzaglio delle Procure per convinzione o per calcolo. Consideriamo una furbata l’invito al boicottaggio delle urne, in modo da sommare i no ai referendum all’astensionismo fisiologico dei tanti elettori che, per le più svariate ragioni, non si recheranno al seggio. Al pari dei tentativi di affossamento dei quesiti referendari mediante la proposta di accorparli al secondo turno delle prossime elezioni amministrative (giugno), quando l’affluenza sarà prevedibilmente più bassa.
La scomposta reazione di chi vorrebbe mantenere lo status quo è di per sé un buon motivo per non disertare. Nell’immediato cambierà poco, la strada della riforma della giustizia sarà in ogni caso lunga. Ma è notorio che anche un viaggio di mille miglia comincia sempre con un primo passo.

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Il Righi e la scuola di oggi tra incudine e martello

Sulla vicenda del liceo Righi di Roma la penso come Dacia Maraini: ogni luogo ha la sua sacralità e a scuola si dovrebbe mantenere un minimo di decoro. Non stiamo parlando del burqa, ma sarebbe ora di finirla con questo finto progressismo che sta creando disastri educativi irreparabili. Ovvio che se una ragazza o un ragazzo entrano in un’aula scolastica come al lido della spiaggia, il problema è a monte, nelle famiglie. La scuola cosa può fare, se poi si trova contro genitori e informazione che fanno passare il messaggio che ordine e disciplina sono il medioevo? A questo aggiungiamoci i disastri di Tik Tok e social vari, utilizzati in maniera impropria: ad esempio, per riprendersi mentre si balla sui banchi della scuola.
Risulta sempre più complicato esercitare con serenità il ruolo di docenti, per il semplice motivo che ormai nessuno riconosce alla categoria alcuna autorità, né sul piano educativo, né su quello prettamente didattico. Tutti ne sanno più di loro e guai a pensare di svolgere la propria funzione senza passare dalle forche caudine delle feroci chat di gruppo dei genitori. Gli insegnanti sottopagati e bullizzati quotidianamente sono le principali vittime di questo sistema. D’altronde, ormai si mette becco anche sui voti. L‘istruzione garantita per tutti non dovrebbe essere sinonimo di “tutti promossi”: e con il massimo dei voti! Se la scuola non è meritocratica e selettiva, ha fallito. Oggi non lo è: per cui assistiamo al paradosso, certificato, di giovani laureati che non riescono a scrivere in italiano corretto e che hanno difficoltà con la comprensione del testo.
In altri tempi nessuno si sarebbe sognato di sollevare l’opinione pubblica contro l’insegnante del Righi, nonostante il pesante rimprovero rivolto all’alunna, ammesso dalla stessa docente. La questione sarebbe stata risolta tra scuola, famiglia e studenti senza diventare titolo di apertura dei TG nazionali.
Pesante rimprovero, sì. Basta pure con il terrorismo mediatico per cui ogni apprezzamento o rimprovero è sessista o razzista. L’ipocrisia del politically correct è uno dei mali più dannosi della decadente fase storica che stiamo attraversando.

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Non solo Pittelli

Locandina del film “Detenuto in attesa di giudizio”

Ho seguito con interesse il “caso Pittelli”, il politico e avvocato catanzarese arrestato con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, un reato per natura fumoso e “ancor più cervellotico se non accompagnato da nessun reato specifico”. Mandato ai domiciliari e poi riarrestato per avere inviato una lettera al ministro Mara Carfagna, a Pittelli sono stati infine concessi nuovamente i domiciliari, dopo uno sciopero della fame e la campagna di sensibilizzazione in suo favore che ha portato alla raccolta di oltre 1.500 firme.
Proprio perché distantissimo dalla collocazione politica dell’ex senatore, accolgo con favore un provvedimento che in qualche modo ristabilisce un minimo di garanzie costituzionali e che, per una volta, fa prevalere le ragioni dell’umanità sulla barbarie giustizialista.
Tuttavia, vorrei tentare di allargare il campo, poiché la vicenda di Pittelli è il paradigma di un modus operandi diffuso ancorché consentito dalla legge soprattutto quando l’accusa riguarda la partecipazione organica alle attività di un sodalizio criminale. I grandi numeri delle operazioni di polizia sono essenzialmente assicurati dalla presenza, tra le maglie della rete a strascico, di un gran numero di soggetti ai quali non viene contestato nessun reato specifico, se non l’astratta partecipazione ad una associazione mafiosa. Si può finire in carcere con un’accusa pesantissima soltanto perché non si ha avuto il coraggio di rinunciare ad una cena con qualche parente “chiacchierato”, il quale, tra una pietanza e l’altra, ha tirato fuori argomenti considerati dalla Procura di interesse investigativo. L’assioma è: «Davanti a te si è parlato di mafia. Si è parlato di mafia perché tu potevi ascoltare determinati discorsi. Potevi farlo perché tu stesso sei mafioso». Un’enormità.
D’altronde, l’obiezione più diffusa è: «Sì, ma il contesto». Il contesto può valere anni e anni di galera, anche se si è arrivati a settanta o ottanta anni incensurati e in vita propria si ha avuto al massimo una multa per eccesso di velocità. Le indagini vengono generalmente condotte da uffici lontani anche fisicamente dal territorio, da soggetti che non tengono conto delle dinamiche sociali, spesso familiari, di un piccolo centro dell’Aspromonte (tanto per fare un esempio non casuale). Stare al tavolo o prendere un caffè con un “presunto” mafioso non necessariamente implica la condivisione o la partecipazione a progetti criminali. Condotta che certamente può essere condannata sul piano etico, ma il piano etico non può coincidere con quello penale.
Altro aspetto apparentemente secondario, sono i costi di una difesa: periti tecnici e medici, avvocati che presentino istanze su istanze. Sono migliaia gli anonimi Pittelli sepolti nelle carceri italiane, anziani ammalati che non possono permettersi una difesa adeguata, né alcuna grancassa mediatica sull’ingiustizia che stanno subendo. Il carcere è più carcere per chi non ha una solida condizione economica e, in molti casi, basterebbe considerare questo assurdo paradosso per comprendere la reale dimensione di un fenomeno dalle mille sfaccettature.
Forse davvero è giunto il momento di rivedere la legislazione emergenziale del 416 bis, a partire dalla mostruosità giuridica della carcerazione preventiva. Il che non significa fare un favore alla criminalità organizzata, bensì trovare una soluzione che non mieta vittime innocenti e non comporti allo Stato uno spreco di risorse nella conduzione delle indagini e nell’esborso di ingenti somme a risarcimento delle tante, troppe, ingiuste detenzioni. Con la tecnologia moderna è possibile controllare la vita di chiunque ventiquattr’ore su ventiquattro: per cui, tranne che nei rari casi di effettiva e conclamata pericolosità sociale, la carcerazione preventiva è soltanto un’afflizione del tutto gratuita.
Capisco che il contesto (questo sì) è fortemente condizionato dalla pressione mediatica esercitata dalla stragrande maggioranza dell’informazione, totalmente appiattita sulle ipotesi investigative delle Procure. Ma dovrebbe trattarsi, appunto, di ipotesi. Non di sentenze, che non spettano ai pubblici ministeri. E neanche ai giornalisti.

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Giornata del malato 2022

La Giornata mondiale del malato, della quale quest’anno ricorre il trentennale (fu istituita da Giovanni Paolo II nel 1992), è tra le iniziative più significative dell’Associazione di volontariato cristiano “Agape”.
Come ogni 11 febbraio, anche quest’anno i volontari si sono recati presso la struttura residenziale per anziani “Mons. Prof. Antonino Messina”. Non è stata la consueta visita, perché le precauzioni in tempo di pandemia non sono mai troppe. Insieme al parroco don Marco Larosa abbiamo comunque voluto fare sentire la nostra vicinanza agli ospiti e agli operatori della struttura, per cui ci siamo limitati ad un veloce saluto dalla soglia e alla consegna di un crocifisso da parte della presidentessa Iole Luppino, dopo una Decina del Rosario che abbiamo recitato all’esterno della struttura.
Tema della trentesima Giornata è la misericordia («Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso»): nel suo messaggio, Papa Francesco ricorda che «La misericordia è per eccellenza il nome di Dio, che esprime la sua natura non alla maniera di un sentimento occasionale, ma come forza presente in tutto ciò che Egli opera. È forza e tenerezza insieme».
La pandemia ha accresciuto la solitudine di tutti, provocando sofferenza soprattutto agli anziani ammalati, ai quali è mancato anche il conforto delle visite, di una chiacchierata, di un momento di distrazione. «Il malato – osserva il Pontefice – è sempre più importante della sua malattia, e per questo ogni approccio terapeutico non può prescindere dall’ascolto del paziente, della sua storia, delle sue ansie, delle sue paure. Anche quando non è possibile guarire, sempre è possibile curare, sempre è possibile consolare, sempre è possibile far sentire una vicinanza che mostra interesse alla persona prima che alla sua patologia».
Anche a noi volontari mancano questi momenti e ci auguriamo che, presto, possiamo ritornare alla normalità delle visite e degli incontri.


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I settant’anni di Vasco

Chi l’avrebbe detto? Forse neanche lui contava di arrivare a settant’anni. Ma poco importa. I miti restano sempre giovani e Vasco è lì a ricordarcelo con il suo rock. Meno capelli e qualche chilo in più, ma niente di disastroso. Tutto sommato, è invecchiato benissimo. Anzi, la maturità gli ha consegnato un’autorevolezza che prima non gli era riconosciuta. Tranne che dai fans, ovviamente, per i quali è da sempre un dio.
Per me rimane il personaggio malinconico e incazzato del poster che tenevo nella cameretta, tra Karl Heinz Rummenigge e Diego Armando Maradona. Mano appoggiata sull’asta del microfono, quasi aggrappato come il naufrago alla fune.
Ci siamo innamorati con le sue canzoni: Ogni volta e Canzone, la mia preferita e negli anni diventata il momento più toccante dei suoi concerti con quel «Viva Massimo Riva» che ripete alla fine dell’esecuzione per ricordare l’amico e chitarrista morto di overdose: «È nell’aria/ ancora il tuo profumo/ dolce caldo morbido/ come questa sera/ mentre tu/ mentre tu/ non ci sei più».
Ho “incontrato” Vasco quando avevo circa 12 anni, nella metà degli anni Ottanta. Saltò fuori dal taschino del giubbotto di jeans di un ragazzo più grande di me che frequentava la sala biliardi del “Bar Mario”: era la musicassetta di Non siamo mica gli americani!, album del 1979 celebre perché conteneva la traccia Albachiara, probabilmente la canzone più cantata dai seguaci del rocker di Zocca. Le sue due recenti ed uniche partecipazioni al Festival di Sanremo (1982 e 1983) erano andate malissimo con due brani che poi avrebbero fatto la storia del rock italiano: Vado al massimo e Vita spericolata. Con mio fratello Luis cominciammo a comprare le sue musicassette, prodotte dall’etichetta “Carosello Records”, con la caratteristica custodia arancione. Ma negli anni a seguire acquistammo anche i dischi, perché il vinile è uno stile di vita.
Vasco è stato la colonna sonora della nostra gioventù. Lui sbatteva in faccia al mondo il dito medio urlando Siamo solo noi e noi ci sentivamo meno soli. Le sue canzoni sembravano scritte per noi, che fossimo innamorati, delusi, incazzati (Portatemi Dio). Un po’ sopra le righe o strafottenti (Sensazioni forti), quando cedevamo al fatalismo (Anima fragile) o non trovavamo il nostro posto nel mondo (La noia). Sotto la “nostra” panchina in piazza, uno di quei giorni in cui un adolescente vorrebbe soltanto sprofondare, scrissi con un colore a spirito nero le strofe finali di Canzone: «E intanto i giorni passano/ ed i ricordi sbiadiscono/ e le abitudini cambiano».
Quella scritta non c’è più; non ci sono più neanche quella panchina e quella piazza. E non c’è più nemmeno quel ragazzo, che ogni tanto riaffiora dal passato e si lascia abbracciare dalla struggente nostalgia di Vivere o di Stupendo: «Ed ora che non mi consolo/ guardando una fotografia/ mi rendo conto che il tempo vola/ e che la vita poi è una sola».

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La palma va a nord

Inseguivo questo libro da diversi anni, sperando in un colpo di fortuna che mi consentisse di acquistarlo ad un prezzo non troppo oneroso. Tutto sommato, ritengo che mi sia andata bene. La palma va a nord, unico libro di Leonardo Sciascia mai ristampato dopo il 1981 (Edizioni Quaderni Radicali) e il 1982 (Gammalibri) è un’antologia curata da Valter Vecellio che comprende “26 articoli, 23 interviste, 7 lunghe dichiarazioni, due comunicazioni e convegni, i testi di tre interventi parlamentari”, pubblicati tra il 1977 e il 1980.
Un libro corrosivo, potente, per certi versi scandaloso. Con La Sicilia come metafora rappresenta il punto più alto della produzione non narrativa del “maestro di Racalmuto”, dello Sciascia intellettuale, polemista, illuminista.
Il titolo riprende l’immagine di una celebre pagina del romanzo Il giorno della civetta: «Forse tutta l’Italia va diventando Sicilia… Gli scienziati dicono che la linea della palma, cioè il clima che è propizio alla vegetazione della palma, viene su, verso nord, di cinquecento metri, mi pare, ogni anno. La linea della palma… Io invece dico: la linea del caffè ristretto, del caffè concentrato… E sale come l’ago di mercurio di un termometro, questa linea della palma, del caffè forte, degli scandali: su su per l’Italia, ed è già oltre Roma». La linea degli scandali, del malaffare, della corruzione, della partitocrazia parassitaria, del degrado morale delle istituzioni, temi scandagliati da Sciascia nei suoi romanzi. Oggetto de La palma va a nord sono i temi caldi degli anni a cavallo dell’assassinio di Aldo Moro. L’affaire Moro è d’altronde del 1978: molti articoli e interventi di Sciascia sono dedicati proprio alla difesa del libro attaccato dal fronte della fermezza, contrario alla trattativa con i brigatisti, che poteva contare sull’influenza dei giornali e degli intellettuali di riferimento della democrazia cristiana e del partito comunista. Altrettanti alla polemica sulla sua candidatura con il partito radicale e l’abbandono del partito comunista che, tra l’altro, provocò la rottura dell’amicizia con il pittore Renato Guttuso.
Ho annotato alcune riflessioni di Sciascia che mi hanno particolarmente colpito per la loro attualità a quarant’anni di distanza, constatazione che a miei occhi rende inspiegabile la mancata ristampa di un libro che parla anche al nostro presente.
Sulla questione meridionale, oggetto delle attenzioni teoriche di tutti i governi succedutisi dall’Unità d’Italia in poi, Sciascia scriveva: «Del Sud ormai si parla soltanto nelle crisi di governo, come di un punto programmatico. Da lasciare, si capisce, sulla carta».
A proposito di scuola e meritocrazia: «La scuola di massa, secondo me, dovrebbe dare a tutti in partenza le stesse condizioni favorevoli, e poi vadano avanti coloro che possono andare avanti… Io sono ancora di quelli che credono nella meritocrazia. Non sono un reazionario, ma credo che non si possa accedere alle professioni senza conoscenza».
Sulla lotta alla mafia, che in nome dello Stato di diritto andrebbe condotta senza il ricorso ad una legislazione emergenziale che contrae fino ad annullare gli stessi principi costituzionali: «Lo scrissi nel 1960 nel Giorno della civetta. Continuo a pensare che il modo migliore per combattere la mafia è quello di mettere le mani sui conti bancari. Non capisco come fra l’incostituzionalità del confino e l’incostituzionalità del controllo dei conti bancari i governi abbiano scelto sempre la prima. Anzi, lo capisco benissimo: perché al confino si mandano sempre i soliti stracci, mentre per i conti bancari si sarebbe costretti ad andare più in alto».
Al quesito “Cos’è la libertà per lei?”, ribadiva: «A questo punto, una regola di buona educazione. Tutto sommato significa questo: non esiste più. Ormai abbiamo delle libertà corporative. Ognuno si prende la libertà senza badare a quella degli altri, mentre la libertà è il badare alla libertà degli altri».
Di straordinaria attualità la risposta alla domanda “Questa sembra essere l’età del malessere. Siamo sempre più infelici, viviamo sempre peggio. Perché?”: «Perché abbiamo finito col votarci a un edonismo senza gioia. Si “deve” essere felici, tristemente felici, a tutti i costi, nel modo più disperato. E crediamo di poterlo essere tutti con la stessa formula, secondo moduli di felicità da riempire proprio come i moduli a stampa. La felicità, invece, va inventata giorno per giorno, ora per ora. Ma ho l’impressione che sia perduta perfino la nozione della felicità: forse perché, avendo perduto la nozione della morte, il pensiero della morte, si è perduto insieme il senso della vita».
Così, infine, controbatteva all’osservazione di essere diventato, da sconosciuto insegnante siciliano, “il più grande scrittore del dopoguerra”: «Io ho sempre voluto essere “qualcuno”. Il posto dove vivo meglio è il mio paese nativo, dove infatti sono “qualcuno”, dove sono come sarei stato anche se non avessi mai scritto i miei libri».

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Intervista a Pont’i carta

Da dove nasce questo libro, e pensi sia davvero quello che possa chiudere il cerchio riguardo i tuoi scritti sulla storia di Sant’Eufemia?
Il libro nasce dall’esigenza mia personale di riassumere in un unico volume il risultato di oltre 15 anni di studio sulla storia di Sant’Eufemia. Ho pensato di approfondire temi e questioni che avevo già affrontato anche alla luce di documenti nuovi di cui sono venuto in possesso. L’aspetto che più mi piace sottolineare è che ho voluto dare al lettore, la possibilità di confrontarsi con contesti nuovi. Ad esempio con scritti che non sono stampati, come i discorsi del sindaco Pietro Pentimalli o di Michele Fimmanò. Opuscoli che erano stati pubblicati all’epoca e che si trovano soltanto nelle biblioteche. Io ho pensato di recuperare questi documenti e di metterli a disposizione della collettività.
Riguardo se sarà l’ultimo, allo stato delle cose penso di sì ma non per mia volontà, ma perché effettivamente tutta la documentazione reperibile l’ho già ampiamente studiata e al momento non ci sono altri documenti. Se in un futuro prossimo, attraverso ad esempio l’istituzione dell’Archivio storico comunale, ci sarà la possibilità di consultare anche la documentazione relativa al ‘900, gli atti amministrativi, può darsi ci sarà un seguito. A me piacerebbe.

Mi ha colpito molto il racconto dell’incendio del 18 settembre 1902 del quartiere”Burgu” nel rione Petto. Ho sempre avuto racconti dei miei nonni e dei miei zii, i quali abitavano quel quartiere, e seppur all’epoca non presenti, ebbero modo di avere racconti diretti di chi visse quell’evento, oltre che di toccarne con mano alcuni disastri non risolti. Dai loro racconti ricordo quella gara di solidarietà che tu citi nel libro. Ti va di ripercorrere la vicenda? Perché gli interventi e le stime dei danni furono così tardivi? E soprattutto, credi la solidarietà sia ancora un tratto comune di noi eufemiesi, oppure il tempo ha cristallizzato anche determinati valori?
Bisogna dire che episodi del genere sono molto frequenti nella storia di Sant’Eufemia. Questo è quello più eclatante perché ha fatto maggiori danni, basti pensare che nell’incendio andarono distrutti circa 150 abitazioni, lasciando per strada circa 500 persone. Disgrazia nata tra l’altro da un episodio bizzarro, che a ripensarci oggi verrebbe quasi da sorridere. Un bambino segue un gatto con una lampada, finiscono nel fienile e da lì scoppia poi l’incendio.
C’è da dire che le abitazioni erano baracche in legno, e credo che anche sul discorso dei ritardi vadano un po’ contestualizzati gli eventi. Se noi pensiamo che per certi aspetti Sant’Eufemia sia isolata oggi, proviamo a immaginarla 120 anni fa. Al tempo non c’era ancora la littorina, non c’erano mezzi di trasporto e di comunicazione adeguati, non c’era il Corpo dei Vigili Urbani. Per cui gli interventi sono stati quelli delle famiglie che si sono adoperati per cercare di spegnere l’incendio senza purtroppo riuscirci. Quindi c’è stata certamente questa grande gara di solidarietà, ma è quello che poi nei nostri paesi succede anche oggi. Riusciamo anche oggi infatti a stringerci quando accade una disgrazia ad una o più famiglie. Credo sia un tratto caratteristico delle popolazioni del Sud e anche di Sant’Eufemia. Siamo generosi.

Gli eventi che hanno segnato inevitabilmente il nostro paese sono i due terremoti del 1783 e del 1908, quest’ultimo cambiando profondamente anche la struttura urbana di Sant’Eufemia. Possiamo dire che Sant’Eufemia come la conosciamo oggi nasce da quel tragico evento. Oggi il paese attraversa un periodo difficile, dallo spopolamento, al commissariamento, fino ad un’apatia (purtroppo anche tra i pochi giovani rimasti) che rasenta la rassegnazione. Riprendo una frase di Pietro Pentimalli, all’indomani della posa della prima pietra del Palazzo Comunale. “Questa prima pietra ha per noi un contenuto ampio… è la consacrazione tangibile di una fede accomunata, di un nuovo e concorde proposito di tendere a più alta e proficua meta”. Allora il Paese, seppur lacerato dal disastro e dai campanilismi, seppe ripartire. Pensi possa accadere anche oggi?
Dividiamo in due la risposta. Sicuramente la storia di Sant’Eufemia è profondamente segnata dagli eventi naturali. Sant’Eufemia era il Paesevecchio fino al 1783 e poi dopo quel primo terremoto cominciò a svilupparsi verso il Petto. Il terremoto del 1908 invece, giunge su una situazione che era già ampiamente compromessa dal punto di vista della tenuta delle abitazioni, perché c’erano già stati i terremoti del 1894, del 1905 e del 1907 i quali avevano danneggiato gran parte delle abitazioni del paese. Il terremoto del 1908 colpisce in una situazione già fragile, segnando uno spartiacque decisivo per la nostra storia, perché cambiò tutto il paese sia dal punto di vista urbanistico, sia anche sociale (vi fu una polemica tra chi voleva ricostruire nel Paesevecchio e chi nel rione Piazzagrande). Viene fuori un paese nuovo, sia fisicamente che culturalmente. Mentre prima era orientato più verso l’entroterra, con la ricostruzione Sant’Eufemia si apre verso la Piana, anche perché negli anni Venti verrà costruita la linea ferroviaria, con la littorina, che consentirà di raggiungere agevolmente Palmi e Gioia Tauro.
Riguardo oggi, si è vero c’è una situazione difficile, seppur non paragonabile a quella. Si nota una certa stanchezza, un certo disimpegno. La pandemia poi è stata la mazzata finale rispetto a un declino che era già in corso da anni, ma che secondo me non è imputabile esclusivamente agli eufemiesi. Ci sono delle condizioni strutturali per cui ad esempio tanti giovani, che sono la parte vitale di un paese, finiscono per emigrare. Sono forze, competenze, passioni che vengono sottratte a Sant’Eufemia. Oltre quest’aspetto il paese si impoverisce anche quando i pochi giovani che restano sono comunque sempre più proiettati verso l’esterno, rispetto ad un impegno per il proprio paese. Per cui per la ripresa penso che serva uno sforzo collettivo, non esiste una persona che possa avere la bacchetta magica. Più che altro di quel tempo servirebbe lo spirito. Pietro Pentimalli seppe riunire attorno a sé le energie migliori del paese per farlo rinascere sulle basi di un progetto unitario e inclusivo. Servirebbe l’attitudine di pensare che alla fine quelli che sono, siamo rimasti in paese dobbiamo cercare di restare uniti, di ricercare soluzioni più possibili unitarie senza rifugiarsi nell’ambizione personale. E’ sempre legittima per carità, ma non bisogna fare discorsi sui nomi, tutti devono pensare di poter fare qualcosa per Sant’Eufemia. Soprattutto quelli che hanno deciso di restare e di vivere qua.

Quanto le due guerre mondiali hanno cambiato il popolo eufemiese? Ho l’impressione che la prima molto più della seconda, viste le testimonianze raccolte. È un dato semplicemente storico o è effettivamente così? Sono pochi i documenti storici riguardo la seconda guerra mondiale?
Non sono pochi i documenti storici riguardo la II guerra mondiale, semplicemente non li ho studiati. Il libro sulla I guerra mondiale è stato un lavoro durato 4 anni, perché si trattava di consultare circa 280 volumi. Sicuramente il materiale storico esiste anche per la II, ma ci vuole tempo. Serve qualcuno che vada a fare un lavoro molto complesso, e soprattutto lungo. Penso comunque che siano due situazioni differenti. La I guerra mondiale è stata vissuta con maggiore distacco dagli eufemiesi, poiché il fronte non era qua, a differenza della II dove comunque la comunità ha vissuto i bombardamenti, che seppur non hanno colpito Sant’Eufemia hanno comunque colpito i paesi vicini. Inoltre gli eufemiesi hanno vissuto il coprifuoco ad esempio, rifugiandosi nella galleria del ponte della stazione. Quindi diciamo che la II guerra mondiale è stata vissuta dagli eufemiesi, mentre la I guerra mondiale è stata più una guerra lontana, vissuta soprattutto tra le trincee del nord Italia. Tra l’altro anche i mezzi di comunicazione tra una guerra e l’altra erano differenti, basti pensare all’uso della radio nel secondo conflitto mondiale. La II guerra mondiale ha avuto un’incidenza maggiore sulla vita delle famiglie, poiché, anche dai racconti dei nostri nonni, l’eredità di quel conflitto è stata per anni la fame, la povertà e la miseria. In tutto ciò, va detto che la prima guerra mondiale ha fatto più vittime tra gli eufemiesi rispetto alla seconda.

Quale tra tutte le personalità che hanno fatto la storia di Sant’Eufemia, che hai raccontato negli anni e in questo libro, ti ha colpito maggiormente? E quale, secondo te, servirebbe oggi al paese? Io ti dico Giuseppe Chirico, detto “Don Pepé”. E Carlo Muscari, a cui sono legato dallo stesso giorno di nascita, oltre che dal nome della via in cui vi è casa mia.

La personalità più importante della storia di Sant’Eufemia per me è stata Michele Fimmanò. Anche per la durata nel tempo, considerando che lui è stato sindaco sia nell’ultima fase del periodo borbonico, sia dopo l’Unità d’Italia. Poi è stato anche consigliere provinciale per quasi 50 anni. Ha vissuto fino al 1913 ed era il punto di riferimento delle istituzioni provinciali ma anche nazionali. E’ lui che è stato decisivo nei momenti più importanti della storia del paese. Era lui che portava le istanze anche a livello parlamentare. Anche per le sue capacità amministrative, secondo me è lui la personalità più eminente. Sicuramente tra quelle che ho studiato io. Tuttavia, credo che ad esempio Pietro Pentimalli, sia un’altra figura che andrebbe studiata, se uno riuscisse a recuperare del materiale storico. Nella storia di Sant’Eufemia vedo queste due figure su tutti. Poi ci sono anche personalità, diciamo più romantiche, come Carlo Muscari, eroe della Repubblica napoletana. Ma la mia impressione è che l’impatto di Muscari sulla storia reale di Sant’Eufemia sia minore, perché Muscari appartiene ad una famiglia di notabili che vive a Napoli, non qua. A Sant’Eufemia viveva il fratello Mercurio, mentre un altro fratello, Gregorio, che fu un grande giurista, visse anch’egli a Napoli. Muscari possiamo dire di averlo scoperto noi dopo, anche i cittadini eufemiesi dell’epoca non avevano la percezione di chi fosse, né che fu un eroe dei moti del 1799.
Riguardo la personalità che servirebbe oggi al paese ti direi la stessa cosa di prima. Non serve una figura specifica, ma uno spirito unitario che consenta di mettere da parte campanilismi e personalismi. Lo spirito post terremoto è esemplificativo. Nei momenti difficili bisogna unirsi, non dividersi.

La storia degli ultimi 50-60 anni del nostro paese è attraversata da personalità diverse e dall’indiscutibile spessore umano e anche professionale. Penso ad esempio alla rivista “Incontri” e alle persone che vi erano attorno a quel progetto. Professionisti, professori, persone che in ruoli diversi hanno fatto grande Sant’Eufemia dal dopoguerra e almeno sino agli anni ’90. Perché oggi è così difficile replicare o quanto meno prendere ad esempio quei modelli, circondandosi di persone di quella caratura, che pure nel paese non mancano?
Io non penso che una volta fosse sempre meglio rispetto ad oggi. Secondo me abbiamo la tendenza a guardare gli avvenimenti del passato con gli occhi di oggi. Questo perché si sono già sviluppati. Non penso che Sant’Eufemia negli ultimi anni sia stata una realtà completamente ferma. Ad esempio un tratto caratteristico della storia recente di Sant’Eufemia è quella della vivacità delle associazioni. E, tralasciando gli ultimi anni, questo tratto si è sempre mantenuto. Penso alla Pro Loco o al Terzo Millennio. Noi ora li guardiamo con normalità perché li abbiamo vissuti, ma magari tra 50 anni chi studierà questo periodo potrà vedere come nei primi anni 2000 ci sono stati ragazzi, giovani e meno giovani, che si davano da fare per il paese. Penso a voi di Pont’i Carta ad esempio. Ma penso che a tutti quelli che in questi anni si sono impegnati per il paese vada riconosciuto questo merito. E’ ovvio che adesso noi non cogliamo pienamente l’importanza. Ma così come 30 o 40 anni fa non si coglieva ad esempio l’importanza dell’Associazione Sant’Ambrogio, anzi per certi aspetti vi era anche un certo campanilismo per cui non tutti apprezzavano quello che faceva l’Associazione Sant’Ambrogio. E oggi magari la rimpiangiamo. La questione alla fine è sempre una, e cioè che bisogna impegnarsi, e poi alla fine spetterà ai posteri giudicare. Non ci si può certo autoincensare. E’ la storia, la vita che si svolge così. Uno deve vivere il tempo in cui si trova, nel posto in cui si trova, perché se aspetta che arrivi qualcosa dall’esterno non si realizzerà mai niente. Capisco che i tempi siano tristi, ma se già uno fa qualcosa getta un seme, offre una speranza, indica una via. Tutto è importante nella vita di una comunità.

La mia ultima domanda parte dalla tua prima pagina. Perché hai voluto dedicare questo lavoro a Vincenzino Fedele? E infine, cosa ti auguri per la storia futura di Sant’Eufemia, quella che deve essere ancora scritta?
Ho voluto dedicare questo lavoro a Vincenzino Fedele perché è una personalità che si è tanto spesa per il paese. E’ stato un esempio per me fin da ragazzo. Un uomo perbene, disinteressato, che ha fatto tanto per il paese con un’associazione culturale, quindi con qualcosa di gratuito, senza secondi fini. Poi l’ho dedicato a lui perché la passione per la storia di Sant’Eufemia l’ho appresa durante un convegno organizzato proprio dall’Associazione Sant’Ambrogio, nel 1990. Ero ancora un liceale, era un convegno sulla storia di Sant’Eufemia, e penso che la scintilla di questa mia passione sia nata proprio in quell’occasione. Oltre alla passione per la storia in generale, a cui devo dire grazie al mio professore di Liceo, Rosario Monterosso. I buoni professori lasciano un segno.
Per il futuro innanzitutto mi auguro che ci sia qualcuno che abbia voglia e tempo di scriverla. A me piacerebbe che qualche giovane si appassionasse agli studi e alla ricerca storica. Io mi sono ritrovato a studiare la storia di Sant’Eufemia, e più l’ho studiata più volevo studiarla ancora. Ho questa curiosità nel voler conoscere la storia del mio paese perché le mie radici sono qua. Penso che debbano esserlo anche per tanti giovani che magari ancora non percepiscono l’importanza di avere una storia alle spalle. Mi auguro che per il futuro ci siano le condizioni per una crescita culturale e sociale del paese, pur nelle difficoltà che non possiamo nasconderci.

*Intervista realizzata da Francesco Martino. Link originale: Alla ricerca delle nostre radici: incontro con lo storico Domenico Forgione

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Sant’Eufemia d’Aspromonte nell’età contemporanea – Premessa

Da quasi un quindicennio mi occupo della ricostruzione della memoria storica di Sant’Eufemia d’Aspromonte nell’età contemporanea e, forse, è giunto il momento di porre un punto. Il senso di questo libro sta proprio nella necessità di dare organicità e sintesi in un unico volume a tre lustri di ricerche e di pubblicazioni. Nelle pagine che seguono il lettore troverà la ricostruzione di eventi storici e medaglioni biografici oggetto di studio già nei precedenti lavori, qui oggetto di approfondimento e di revisione, ma anche pagine inedite.
Ci sarebbe molto altro da scrivere sulla storia di Sant’Eufemia d’Aspromonte, ma per poterlo fare in maniera compiuta sarebbe necessario l’impegno culturale delle istituzioni, in primis per facilitare l’attività di reperimento delle fonti storiche. È questo lo scoglio più arduo per chi si approccia agli studi di storia locale e si trova a battagliare con fonti sparse e incomplete, sufficienti per alcuni periodi storici e assolutamente carenti per altri.
Per tale ragione ho ritenuto opportuno ricorrere ad un’impostazione “a quadri”, strutturando il volume in tre specifiche sezioni e i paragrafi in unità autonome. Nella prima parte, gli eventi della storia locale si intrecciano con la “storia grande”: i terremoti, il Risorgimento, la Prima guerra mondiale. La seconda è dedicata ad aspetti significativi della società eufemiese nel XX secolo. Nella terza, prendono corpo le biografie delle personalità più eminenti nell’arco temporale in esame.
Il risultato ottenuto non ha la pretesa di essere esaustivo. Altri avvenimenti avrebbero meritato di essere ricostruiti, così come altri protagonisti cittadini sarebbero stati meritevoli di un medaglione biografico. Ma i libri di storia si scrivono sulla base dei documenti pubblici e privati reperibili, che per Sant’Eufemia sono quelli custoditi presso l’Archivio di Stato di Reggio Calabria, pochissime carte private e pubblicazioni pressocché introvabili.
L’auspicio è che in un futuro non troppo lontano si riesca ad istituire l’Archivio storico comunale, che salverebbe dal degrado le carte stipate negli scantinati del palazzo municipale e consentirebbe agli studiosi di avere accesso ad una documentazione completa, almeno per tutto il XX secolo.
Sento il dovere di ringraziare la direttrice Maria Fortunata Minasi e il personale dell’Archivio di Stato di Reggio Calabria; Maria Pillari e Vincenzo Papalia dell’Ufficio anagrafe e Stato civile del Comune di Sant’Eufemia d’Aspromonte. Margie Silvani, il cui contributo è stato fondamentale per il completamento della biografia del nonno Giuseppe Silvani. Pasquale Federico, che mi ha “regalato” la storia della “pulicia rizza”. Nino Giunta per la testimonianza sull’esperienza da direttore della rivista “Incontri”. Gaetano Chirico, che ha accolto con molto favore l’invito a rispondere alle domande sul padre, “don Pepè”. Erminia Forgione per il ricordo della nonna, la levatrice Giuseppina Pinneri. Enzo Fedele per avere messo a mia disposizione il patrimonio documentario dell’Associazione culturale “Sant’Ambrogio”. Elisa Lupoi e Rosa Fedele per il supporto ormai datato ma preziosissimo alle mie attività di ricerca. Domenico Antonio Tripodi per le telefonate e i pacchi postali gonfi di materiale biobibliografico sulla storia della “dinastia d’arte” dei Tripodi.
Un particolare ringraziamento a Carmelita Tripodi per il racconto dell’incontro con Rostislav Pietropaolo, per le lettere di Mimì Occhilaudi, per il ricordo personale della sua collaborazione con la rivista “Incontri”.
Infine, un grazie sentito a Gresy Luppino, Carmen Monterosso e Mariella Flores, che hanno materialmente posto a Nino Condina e a Carmela Cutrì le domande sul secolo di vita attraversato.

[Tratto da: Domenico Forgione, Sant’Eufemia d’Aspromonte nell’età contemporanea. Storia, società, biografie, Il Rifugio Editore, Reggio Calabria 2021, pp. 9-10]

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Novità in libreria: Sant’Eufemia d’Aspromonte nell’età contemporanea

È in vendita il mio ultimo lavoro: Sant’Eufemia d’Aspromonte nell’età contemporanea. Storia, società, biografie.
A Sant’Eufemia lo trovate presso:

  • Cartolibreria Giusy Violi
  • Circolo Pegaso (Bar Mario)
  • Edicola Riv. Tabacchi n. 4 di Violi Franca
  • Edicola Tabaccheria ricevitoria Carbone Vincenzo
    Nei prossimi giorni il libro sarà disponibile presso la libreria Ave-Ubik di Reggio Calabria, oltre che acquistabile sul sito di Amazon.
    Chi acquista il libro riceverà un grazioso segnalibro, omaggio dei ragazzi del blog eufemiese Pont’i Carta, che ringrazio per l’affettuosa amicizia.
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Della felicità

Quanto è transitoria la felicità? Dalla sua impermanenza deriva il manifestarsi a lampi, con bagliori accecanti che nascondono il paesaggio circostante. Quando siamo felici, esistiamo soltanto noi e lei: chiunque o qualsiasi cosa essa sia. Di tutto il resto si percepiscono i contorni imprecisati, quinte sfocate del teatro che calpestiamo.
Sono attimi da respirare a pieni polmoni come dalla cima della montagna; da gustare come nespole succulente. Quando il bagliore si spegne, i ricordi del passato trapuntano di nostalgia la tela buia.
Per questa sua natura effimera, la felicità è la collezione di attimi del clown di Böll, il carpe diem di Orazio, il viaggiare leggero di de Saint-Exupery.
Ciascuno di noi insegue la propria felicità, che «sappiamo soltanto guardare, aspettare, cercare già fatta/ quasi fosse anagramma perfetto di facilità/ barando su un’unica lettera», fa notare Guccini mettendo in guardia su quanto essa sia complicata da raggiungere.
A volte non si è neanche in grado di riconoscerla, bombardati come siamo dal nulla fuorviante che ci opprime. Eppure pretendiamo di essere felici; addirittura rivendichiamo la felicità come un nostro diritto, alla maniera dei padri fondatori degli Stati Uniti che lo scolpirono nella Dichiarazione d’indipendenza. Un principio impegnativo, tanto suggestivo quanto illusorio. Buono per riempire cornici da appendere al muro.
Qualcuno ha affermato che 8½ di Federico Fellini sta al cinema come l’Ulisse di James Joyce sta alla letteratura. Il film premio Oscar nel 1964 racconta la crisi esistenziale e professionale del regista Guido Anselmi, interpretato da Marcello Mastroianni. Nella celebre scena del colloquio tra Anselmi/Fellini e il Cardinale, la risposta dell’alto prelato al regista che espone il suo dramma («Eminenza, io non sono felice») è terrificante: «Perché dovrebbe essere felice? Il suo compito non è questo. Chi le ha detto che si viene al mondo per essere felici?».

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