Referendum giustizia

Avrete notato che in questi giorni si parla più dei quesiti referendari cassati dalla Corte costituzionale che dei cinque sulla giustizia ammessi. Non è un caso. Non credo alle casualità in materia di giustizia. Non credo neanche nella giustizia, a dire il vero. E considero ipocrita chi sostiene il contrario, chi di fronte a palesi abusi e violazioni del dettato costituzionale si trincera dietro frasi fatte: “la giustizia deve fare il suo corso”; “bisogna difendersi nel processo”. No, sempre più spesso si finisce con il doversi difendere “dal” processo: dalla distorsione tutta italiana che consente di individuare un colpevole per il quale, in qualche modo, occorre trovare un reato.
So bene che solo toccando con mano è possibile rendersene conto: e non è augurio da fare a nessuno. Tuttavia, può capitare a chiunque di ritrovarsi in un girone infernale inimmaginabile. Mille all’anno, spiegano i più ottimisti, rifacendosi alle statistiche dei risarcimenti delle ingiuste detenzioni. In realtà a quei mille vanno aggiunti coloro che sono talmente schifati da non presentare nemmeno la domanda per il risarcimento, coloro che non sanno neanche di avere questo diritto, coloro che anche se detenuti ingiustamente il risarcimento non l’avranno perché possono avere indotto (avete letto bene!) i giudici all’errore. Cornuti e mazziati.
Personalmente considero i cinque quesiti referendari timidi e insufficienti rispetto alla cura da cavallo che servirebbe per risollevare la credibilità della magistratura, oggi ai minimi storici. Ritengo però che poco è sempre meglio che niente. La vittoria dei sì indicherebbe una strada di civiltà, in Italia smarrita dai tempi dell’ordalia di Mani Pulite. E darebbe una risposta orgogliosa alla pavida subalternità della politica, debolissima nella rivendicazione delle proprie prerogative, appaltate in maniera suicida al potere giudiziario.
Ascoltiamo con sempre più distacco e delusione i distinguo sull’opportunità che è compito del Parlamento riformare la materia. L’avesse fatto, non ci sarebbe stato bisogno dei referendum. Osserviamo senza alcuna sorpresa alla levata di scudi di forze politiche legate al guinzaglio delle Procure per convinzione o per calcolo. Consideriamo una furbata l’invito al boicottaggio delle urne, in modo da sommare i no ai referendum all’astensionismo fisiologico dei tanti elettori che, per le più svariate ragioni, non si recheranno al seggio. Al pari dei tentativi di affossamento dei quesiti referendari mediante la proposta di accorparli al secondo turno delle prossime elezioni amministrative (giugno), quando l’affluenza sarà prevedibilmente più bassa.
La scomposta reazione di chi vorrebbe mantenere lo status quo è di per sé un buon motivo per non disertare. Nell’immediato cambierà poco, la strada della riforma della giustizia sarà in ogni caso lunga. Ma è notorio che anche un viaggio di mille miglia comincia sempre con un primo passo.

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