Sulla proposta di intitolazione di una piazza al dottore Giuseppe Chirico

Leggo con piacere che ieri l’Associazione culturale “Aspromonte”, per iniziativa del presidente Massimiliano Rositano, ha protocollato al comune la richiesta di intitolare una piazza di Sant’Eufemia al medico condotto Giuseppe Chirico, per tutti “Don Pepè”: nello specifico, la piazza attualmente dedicata a don Giovanni Minzoni nel rione Paese Vecchio.
Come sa bene chi segue “Messaggi nella bottiglia”, più volte io stesso ho avanzato la proposta di omaggiare la memoria di questo nostro illustre concittadino. Della valorizzazione della figura professionale e umana del dottore Chirico mi sono occupato per la prima volta nel 2001, come autore del testo per il documentario biografico realizzato dalla Pro Loco, in occasione dell’assegnazione (“alla memoria”) del “Premio Solidarietà – Ginestra”. In qualità di consigliere comunale di minoranza, il 16 ottobre 2017 ho proposto l’istituzione di una commissione toponomastica, per la quale con delibera C.C. 42/2017 del 27 novembre 2017 è stato approvato il regolamento. Il 27 giugno 2018 ho poi protocollato la proposta di intitolazione della pineta comunale a Giuseppe Chirico (con allegata la relazione richiesta ai sensi dell’art. 9, comma 3).
Nel mio ultimo libro ho dedicato un paragrafo alla biografia di Giuseppe Chirico, che considero tra i migliori figli di Sant’Eufemia, mentre in ultimo, il 24 agosto 2023, ho indirizzato all’attuale sindaco Pietro Violi una lettera aperta, nella quale riprendevo la mia vecchia proposta e allargavo il ventaglio delle possibilità aggiungendo alla pineta comunale altri due spazi pubblici: la piazzetta accanto al monumento dei caduti, attualmente priva di denominazione, oppure – ipotesi molto suggestiva – uno dei due lati in cui corso Umberto I divide piazza don Minzoni, laddove si svolgevano le passeggiate serali del dottore Chirico, rievocate dal professore Giuseppe Calarco proprio nel documentario realizzato dalla Pro Loco.
Personalmente concordo con la posizione della Deputazione di Storia Patria per la Calabria, che è contraria alla sostituzione dei nomi di piazze e vie, per cui propenderei per l’ultima opzione, che non comporterebbe la cancellazione del vecchio toponimo.
Va anche detto che, nel 2002, al dottore Chirico era stato intitolato il Centro semiresidenziale di riabilitazione di Sant’Eufemia d’Aspromonte, che ha chiuso i battenti nel 2016. Tuttavia, negli stessi locali dovrebbe prossimamente sorgere una casa di comunità, da realizzare con i fondi del Pnrr assegnati alla provincia di Reggio Calabria. Al momento non sappiamo cosa ne sarà della denominazione: se cioè sarà mantenuto anche dalla nuova struttura. Ad ogni modo, tutte le alternative elencate mi sembrano valide e meritevoli di essere sottoposte all’attenzione dei nostri amministratori.

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E la chiamano informazione

Chiedo anticipatamente perdono se aggiungo il mio inutile commento all’inutile polemica attorno alla quale si stanno sprecando fiumi di inutile inchiostro: ben quattro pagine solo sul Corriere della Sera, stamattina. Approfitto della vicenda Meloni/Giambruno per esporre qualche considerazione sull’infimo livello raggiunto dal giornalismo nostrano e sullo squallore del dibattito politico attuale.
L’informazione televisiva e dei giornali da tempo si è ridotta a brutta copia della fogna social. Una perversa degenerazione nella quale l’unica certezza è che l’originale è sempre meglio dell’imitazione. Sui social, pudore e deontologia sono retaggi del passato, ma tv e carta stampata non stanno meglio in salute. La domanda non è più: «Dove va il giornalismo?». Bensì: «C’è ancora da scavare?». Vada quindi per i fuori onda, che tutto sono tranne che giornalismo. Se vogliamo almeno estrarre i piedi dalla melma, al fondo di un poderoso sforzo intellettuale chiediamoci, piuttosto, perché certi fuori onda vengono trasmessi a distanza di quattro mesi dalla loro registrazione. È stata la vendetta di Mediaset, che si era legata al dito la frase di Meloni: «Ha dimenticato di aggiungere che io non sono ricattabile», pronunciata a commento degli aggettivi (“supponente, prepotente, arrogante, offensiva”) appuntati su un foglietto da Silvio Berlusconi?
O, con un colpo solo, Antonio Ricci ha tolto le castagne dal fuoco sia a Mediaset che alla premier, portando brillantemente a compimento l’esecuzione dell’indifendibile (e, come sembra, da mesi ex first gentlemen) Giambruno, in un perfetto regolamento di conti aziendale e politico?
Potrebbe insomma avere ragione l’ideatore di Striscia: «Un giorno [Giorgia Meloni] scoprirà che le ho fatto un piacere». D’altronde, il meglio (anzi, il peggio) di sé Giambruno lo aveva già ampiamente sfoggiato in diverse precedenti occasioni: indimenticabile l’idiozia sulle donne che se si ubriacano, perdono i sensi e finiscono per trovare il lupo che le violenta. Qualcuno a Mediaset potrebbe avere fatto due conti sull’opportunità di dare ancora spazio ad un giornalista incline ad affermazioni sconsiderate, si tratti di donne, cambiamento climatico, relazioni internazionali o altro.
Salterei a pie’ pari la questione privata, pur osservando l’irritualità di una relazione dichiarata conclusa su un social. Ma i tempi sono questi, noi vecchi mummioni dobbiamo farcene una ragione. Provoca invece abbastanza ribrezzo constatare la frequenza con cui la lotta politica si riduce ad attacchi al parente di turno, in un’orgiastica esaltazione per un risultato irraggiungibile sul piano dei contenuti. Tra l’altro, tutto da verificare: a me pare, infatti, che da questa vicenda la presidente del consiglio ne esca rafforzata.
L’opposizione alle politiche governative andrebbe fatta su questioni forse più serie e possibilmente con argomentazioni intellettualmente più impegnative dello sfottò per la contraddizione tra ciò che si dice e ciò che accade. Per quella strada, in pochi probabilmente sarebbero immuni da contestazioni.
Purtroppo, da tempo la sinistra è incapace di un siffatto sforzo culturale e non perde occasione per dare ragione a chi le attribuisce un’atavica propensione alla doppia morale, specialmente nel campo dei diritti e delle libertà individuali. Nulla di nuovo: è il solito beverone di cinismo shakerato con l’ipocrisia. Prosit.

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Aspetti della vita politica e sociale a Sant’Eufemia nel bollettino parrocchiale del 1956

Grazie alla generosità di Caterina Iero, sono venuto in possesso del numero speciale del Bollettino della parrocchia di Sant’Eufemia del mese di agosto del 1956, dedicato al centenario della parrocchia istituita il 19 agosto 1856 con il decreto emanato dal vescovo di Mileto Filippo Mincione. Veniva così accolta l’istanza presentata dal sindaco Michele Fimmanò – agli inizi della straordinaria carriera che avrebbe segnato la politica comunale fino alla sua morte (1913) –, il quale aveva motivato la necessità di una seconda parrocchia con il progressivo aumento della popolazione del rione Petto, che ormai contava circa 3.200 abitanti per via del trasferimento di numerose famiglie dal Vecchio Abitato, negli anni successivi al terremoto del 5 febbraio 1783.
Le quattro pagine del giornale “La mia parrocchia”, diretto dal parroco Antonino Messina, offrono uno spaccato significativo della società eufemiese negli anni ’50. Sono riportate le adesioni al comitato d’onore (presieduto da Pina Fimmanò Perrelli e Gabriele Fimmanò) e al comitato esecutivo (presidenti: il parroco Antonino Messina e l’insegnante Antonino Caserta; cassiere: Andrea Fedele; segretari: professore Giuseppe Parisi e Giovanni Forgione); il rendiconto economico delle feste centenarie; l’elenco delle donazioni per la costruzione del monumento ai caduti della prima e della seconda guerra mondiale, realizzato su iniziativa della parrocchia; l’albo d’oro delle offerte a beneficio dei poveri; la nomina prefettizia di Antonino Caserta a commissario della sezione comunale dell’opera nazionale maternità e infanzia (ONMI), che operava per mezzo del consultorio pediatrico diretto dal dottore Bruno Gioffrè Napoli nei locali dell’ospedale “Garibaldi”.
Dall’articolo dedicato alle “Sacre Missioni” si evince la straordinaria partecipazione del popolo ad alcune manifestazioni della parrocchia, tra le quali spicca “il corteo antiblasfemo che si snodò per le vie della Parrocchia tra sventolio di bandierine e di cartelli con scritte contro la bestemmia ed il turpiloquio”.
Siamo in piena guerra fredda e la contrapposizione tra il blocco atlantico e l’universo sovietico ha ripercussioni anche i piccoli paesi, dove proprio le parrocchie diventano l’avamposto culturale, sociale e politico della militanza cattolica. Sant’Eufemia d’Aspromonte non fa eccezione. Il parroco Messina imprime all’Azione cattolica uno sviluppo imponente, organizza serate di studio e di preghiera, accoglie i bambini nell’asilo infantile “San Diego”, raduna giovani e meno giovani mettendo loro a disposizione il televisore acquistato quando in paese quasi nessuno ancora lo possiede, istituisce il cinema parrocchiale.
L’articolo del parroco “Vivere la vita parrocchiale” suona come una chiamata alle armi: «La crisi è grave e profonda e postula un intervento deciso e coraggioso: essa non è solo di natura economica […] ma è soprattutto crisi di valori che investe dalle fondamenta tutta la realtà umana […]. Stare ai margini a guardare; disinteressarsi della realtà storica […] come se l’ideale della vita sia starsene dietro le persiane e contemplare ciò che avviene in piazza, nella illusione di potersi mantenere estranei alla travolgente vicenda degli avvenimenti, è da stolti e da irresponsabili. […] Per noi cattolici ormai il dilemma è chiaro: o inserirci nella dialettica sociale, col peso dei valori del cristianesimo integrale, e vivere; oppure restare al margine, in messianica attesa, e perire. […] Le organizzazioni parrocchiali sono in prima fila, araldi di un mondo migliore. […] Lasciamo da parte i pesi morti, che vivono di nostalgie impossibili; non curiamo i funambolismi dei ridicoli capofazione, che fiutano la direzione del vento per mutar gabbana in tempo; non è più l’ora delle preminenze individuali, personali; il popolo marcia a schiere compatte, consapevole dei suoi diritti; nostro compito è di sentire e far sentire gli ideali del Vangelo nel loro valore sociale, esemplare, finale ed efficiente».
L’obiettivo polemico era locale e faceva riferimento alla competizione elettorale che il 27 maggio 1956 aveva impegnato le liste Pigna (indipendenti), Tromba (socialcomunisti) e Scudo Crociato (democristiani). Il parroco Messina consegna ad un lungo articolo (“Idee, simboli, uomini”) un durissimo commento nei confronti della Democrazia Cristiana cittadina, che esce sconfitta dalle urne comunali a fronte di un’affermazione positiva nel voto provinciale (primo partito con 1531 voti): «La D.C. ha perduto qui da noi perché pochissimi erano i veri democristiani presenti in lista, perché nella faziosità e nell’incoerenza politica fu concepita ed attuata la lista, perché la campagna elettorale fu un capolavoro di inettitudine […]. E poi che diritto avevano le sezioni DC di chiedere voti quando per anni sono state assenti dalla vita paesana e dagli interessi del popolo? […] Vogliamo augurarci che le forze politiche che rappresentano l’idea cristiana si convincano della necessità di essere continuamente attive e non si sveglino solo all’ultimo momento».
Con gli occhi di oggi, una biasimevole invasione di campo. In quel preciso momento storico si trattava invece di un normale aspetto della dialettica politica tra due chiese irriducibili nello scontro ideologico e nella competizione per il predominio tra i ceti popolari.
Per la cronaca, si impose la lista Tromba con 1067 voti (Pigna: 968, Scudo Crociato: 877). Il consiglio comunale elesse poi sindaco l’avvocato Francesco Spanto, il quale rimase in carica soltanto per due anni prima delle dimissioni che aprirono la strada per il ritorno di Carmelo Papalia, primo cittadino di Sant’Eufemia per due mandati (1952-1956 e 1958-1962).

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Una buona notizia

Come nel fortunato programma televisivo Viva Rai2!, a Sant’Eufemia “è arrivata una buona notizia”, solo che a differenza di ciò che accade ogni mattina nel glass di via Asiago 10, a Roma, con gli scanzonati Fiorello, Biggio e Casciari, nessuno l’ha comunicata. Un articolo di giornale, un comunicato, un post sui canali social istituzionali o personali. Niente di niente. A mio parere, invece, si dovrebbe dare rilievo alle notizie positive per una comunità, se non altro per tentare di pareggiare quelle negative, che sicuramente ci sono e non hanno problemi di visibilità e di diffusione.
La buona notizia è che circa una settimana fa la Regione Calabria ha pubblicato la graduatoria dell’avviso pubblico “Misure di sostegno per Biblioteche e Archivi storici pubblici”, al quale il nostro comune ha aderito per la Macro Area 1 – Tipologia A (Biblioteche di Ente pubblico locale e statale) con il progetto “B.A.N.G.! – Biblioteca Aspromonte Nuove Generazioni”, che ha ottenuto il contributo massimo concedibile: 60.000 euro. Tra i 61 (su 157) progetti finanziati dalla Regione, quello presentato dall’amministrazione di Sant’Eufemia, con 89 punti, si è infatti posizionato al ventiduesimo posto, a pari merito con altri cinque comuni.
Il progetto del nostro comune, che si concluderà ad ottobre, presenta aspetti interessanti: la previsione di attività (di intrattenimento, itineranti) volte ad incrementare l’attrattività della biblioteca, ma anche la valorizzazione delle tradizioni e della storia locali e il miglioramento degli standard di qualità dei servizi bibliotecari in termini di accessibilità, formazione del personale, servizi personalizzati e raccolta di materiali specifici per soggetti fragili (audiolibri, libri in Braille, DVD, riviste in formato digitale). Sono previste attività di catalogazione e di digitalizzazione delle risorse documentarie disponibili, la sistemazione di spazi specifici e attrezzati per lo svolgimento di varie attività; l’istituzione del fondo per il prestito digitale; l’allestimento della sezione di materiali in lingua straniera e quella di testi per persone con deficit sensoriali; la creazione e lo sviluppo della rete di comunità narrative; attività di intrattenimento e programmi di lettura; stage laboratoriali di teatro sociale; incontri-dibattito, programmi di alfabetizzazione e corsi di scrittura curati dalle associazioni partner.
Il settore della cultura è storicamente il parente povero, bistrattato dalle amministrazioni di ogni livello quando si decide la ripartizione dei fondi pubblici. Pertanto dovrebbe costituire ragione di soddisfazione, meritevole di divulgazione, la notizia che riguarda l’assegnazione di un finanziamento specifico.

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Il comune di Sant’Eufemia non era infiltrato

Foto tratta dal sito Reggio Today

Al netto della gioia per chi è stato restituito ai propri affetti e con la certezza che altre posizioni verranno chiarite nei successivi gradi di giudizio, un dato va sottolineato, urlato direi: l’amministrazione comunale di Sant’Eufemia d’Aspromonte non era in mano a nessuna presunta cosca.
Le figure “infiltrate” nel comune, secondo la tesi accusatoria erano cinque:
Domenico Creazzo, sindaco – assolto perché il fatto non sussiste;
Cosimo Idà, vicesindaco – assolto perché il fatto non sussiste (scambio di persona);
Angelo Alati, presidente del consiglio comunale – assolto perché il fatto non sussiste (scambio di persona);
Domenico Forgione, consigliere comunale di minoranza – archiviato al termine dell’udienza preliminare (scambio di persona);
Domenico Luppino, responsabile dell’ufficio tecnico – assolto perché il fatto non sussiste.
Il Tribunale di Palmi ha restituito l’onore al comune inteso come istituzione. Di questo va dato atto e per questo, come comunità, dobbiamo essere contenti e fieri. Il vestito che ci era stato cucito addosso non era della nostra misura. A farne le spese per quasi tre anni, ovviamente, è stata la comunità eufemiese. Che per questo non verrà mai risarcita.
Io mi auguro che questo caso eclatante dell’ingiustizia delle misure di prevenzione antimafia possa essere di aiuto per la revisione di una legge, quella sullo scioglimento dei comuni, che è semplicemente barbara e ingiusta. Fino ad ora non ne potevamo nemmeno accennare, perché si sa come funziona in questi casi: non se ne deve parlare, bisogna aspettare che la giustizia faccia il suo corso… insomma, si va avanti per frasi fatte, anche quando, soprattutto in piccoli centri come il nostro, chi ci vive conosce la verità dei fatti al di là di ciò che si legge nelle ordinanze di custodia cautelare, si scrive sui giornali, si pontifica nelle televisioni.
Io stesso, nelle interviste rilasciate dopo la mia archiviazione, un anno e mezzo fa avevo dichiarato che il comune era stato sciolto sulla base di tre scambi di persona: quella parte di intervista non è mai andata in onda. Tuttavia comprendo la cautela dei giornalisti.
Occorre trovare un modo per fare sentire il grido di dolore di un Sud che ha sì i suoi problemi, ma subisce una criminalizzazione quotidiana e indistinta. Serve una classe politica con le palle, che faccia il bene del proprio territorio, che sappia amarlo e difenderlo, senza retorica e concretamente, pronta a pagare per questo anche un prezzo molto alto.

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Per fatto quasi personale

Insisto con una mia vecchia proposta, presentata a tutte le amministrazioni comunali che si sono succedute negli ultimi venti anni in occasione di convegni, presentazioni di libri, incontri con gli amministratori. Tra poco più di un mese si voterà, per cui non credo di andare fuori traccia se, senza alcuna intenzione prevaricatrice del ruolo che andranno a ricoprire il prossimo sindaco e i futuri consiglieri comunali, mi permetto di sottolineare quanto sarebbe importante l’istituzione dell’Archivio storico comunale.
Chi ama la storia e ha familiarità con gli archivi, sa che essi costituiscono una fonte di primaria importanza per la storia di un territorio e per la ricostruzione dei processi sociali, storici e istituzionali di un comune. Un patrimonio di documenti, pergamene, carte e volumi fondamentali per riscoprire le proprie radici e per comprendere le ragioni dello stare insieme, l’identità di un popolo. Per individuare il filo rosso che lega il presente di una comunità al passato, teso verso l’avvenire.
Dal punto di vista documentario e storiografico, gli ultimi cento anni (esattamente a partire dall’anno 1922) della storia di Sant’Eufemia d’Aspromonte rappresentano una terra pressoché incognita, ma – proprio per questa ragione – anche un fertilissimo campo da arare. Servono però gli strumenti per poterlo fare e gli strumenti, per gli studiosi di storia, sono le fonti.
Accanto al motivo ideale c’è poi l’esigenza immediata di salvare dal progressivo e ineluttabile deterioramento un patrimonio che giace negli scantinati del palazzo municipale in registri e documenti privi di catalogazione, non consultabili, esposti all’umidità e alla polvere.
Sul piano pratico, si tratterebbe di riordinare, catalogare e inventariare il materiale documentario del comune: registri dell’anagrafe; verbali dei consigli comunali e delle giunte municipali; atti ufficiali e corrispondenza con enti politici, uffici burocratici, personalità politiche di rilievo. Ma anche il recupero, in originale o in fotocopia, di tutte le opere pubblicate da autori eufemiesi negli ultimi due secoli. Sparsi negli archivi e nelle biblioteche di tutta Italia vi sono libri, scritti da eufemiesi, dei quali noi stessi non abbiamo completa cognizione. Senza dimenticare che la realizzazione di un progetto del genere necessiterebbe del coinvolgimento di un discreto numero di ragazzi.
Da cittadino comune mi rendo conto che, in generale, le amministrazioni comunali si trovano ad affrontare quasi a mani nude problematiche sociali, economiche e strutturali molto urgenti. La questione dell’Archivio storico comunale potrebbe apparire di secondaria rilevanza.
Tuttavia, la cultura può svolgere un’importante funzione sociale. La coesione di una comunità dipende molto dalla conoscenza della storia del posto in cui essa vive. La consapevolezza dell’esistenza di radici, identità e destino comuni spingono ad amare il proprio paese e ad averne maggiore cura. A guardare con fiducia, tutti insieme, al futuro che verrà.

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Zipanguli a prova

Ntoni voterà per la Meloni. Me lo ha confidato ieri, dopo avermi chiesto: «Per chi dobbiamo votare questa volta?». Nelle passate elezioni politiche aveva affidato le sue aspettative di cambiamento ai Cinque Stelle, ma dice che è rimasto deluso. Non succede di rado, in particolare nel Mezzogiorno e in Calabria, dove si attende sempre qualcuno che possa invertire il destino di regione fanalino di coda dell’Italia.
Ascoltandolo mi è tornato in mente il bel racconto “Masse e potere”, di Ilario Ammendolia, che narra la storia di Ciccillo, nato a Caulonia ai primi del Novecento. Ciccillo è appena un ragazzo quando in paese si sparge la voce che dalla stazione ferroviaria sarebbe passato il principe ereditario di Casa Savoia. Vestito a festa, anche lui assiste all’arrivo del futuro Umberto II: sindaco con tanto di fascia tricolore e cilindro sulla testa, carabinieri in alta uniforme, magistrati, notabili e gente comune. Tutti salutano il passaggio del treno, che rallenta senza neanche fermarsi: “ciao, ciao” del principe con la mano e il convoglio riparte. La stessa scena si ripete anni dopo, al passaggio del Duce, con la popolazione che si riversa nella stazione per accogliere l’Uomo della Provvidenza: il treno rallenta, “ciao, ciao” del Duce e poi si allontana. Nel secondo dopoguerra è la volta dei pullman organizzati per la DC di De Gasperi, per il PCI di Togliatti, per i monarchici di Lauro. Ogni volta il “salvatore” di turno viene acclamato e riverito; ogni volta non cambia niente.
Il racconto di Ammendolia potrebbe continuare fino ai nostri giorni, con l’ideale passaggio dalla stazione del treno con a bordo “L’unto del Signore” Silvio Berlusconi, Matteo Renzi “Il rottamatore”, Beppe Grillo “L’elevato”, Matteo Salvini “Il capitano”. La storia degli ultimi tre decenni. Il popolo a terra, l’eroe attaccato al finestrino a fare “ciao, ciao” con la mano.
Ora è il momento di Giorgia Meloni, “donna, madre e cristiana”, nell’indifferenza e nella rassegnazione generale. Un sondaggio rivela infatti che soltanto due elettori su dieci appaiono attenti alla campagna elettorale. Un dato di disaffezione pernicioso per la democrazia, drammatico ma emblematico dei piani separati sui quali vivono classi dirigenti e società reale, con le prime sorde rispetto alle problematiche della seconda, la quale ricambia riversando odio verso coloro che avverte – complice anche una legge elettorale scellerata – come privilegiati interessati esclusivamente alla conservazione della poltrona. Due mondi che non si parlano. Non basta postare una foto mentre si serve la pizza per apparire “alla mano” o particolarmente sensibile, né sbarcare su TikTok per conquistare i giovani, sfoggiando a pochi giorni dal voto un poco encomiabile sprezzo del patetico e del ridicolo.
Con la morte delle ideologie, ci si affida a chi la spara più grossa e a chi grida più forte contro chi è già stato al governo, giusto per punire chi ha “tradito” e nella speranza che sia la volta buona. A turno, così, si “provano tutti”: come gli “zipanguli” (angurie) dai quali il venditore estrae un tassello per convincere l’acquirente della bontà del prodotto. Mentre la manina, dal finestrino, saluta: «Ciao, ciao».

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Preferisco di no

Rompo il silenzio che mi sono imposto sulle vicende politiche di Sant’Eufemia per rispondere definitivamente alle tante voci che negli ultimi mesi sono circolate rispetto ad un mio impegno nelle prossime elezioni amministrative, che dovrebbero tenersi in autunno.
Non mi candiderò, come sa bene chi ha chiesto direttamente a me; né mi fa piacere essere accostato a questo o a quel gruppo. Nel momento in cui saranno presentate le liste, se saranno più di una, leggerò i nomi dei candidati e, nel segreto dell’urna, sceglierò chi a mio avviso considero capace di dare qualcosa al paese.
Ho ricevuto diverse sollecitazioni, che mi hanno lusingato, ed ho molto riflettuto. Non nego che forte è stata la tentazione di cedere all’opera di convincimento di diversi amici, sia per ricambiare il loro attestato di stima e di affetto, sia per un senso personale di rivalsa rispetto alla disavventura che ha prodotto la mia assurda carcerazione tra febbraio e settembre 2020. L’orgoglio, però, non è mai una medicina efficace contro gli acciacchi dell’anima.
La mia decisione nasce da motivi personali e di carattere generale. Sorvolo sulle ragioni personali, mentre credo possa essere utile soffermarsi su quelle che attengono ad una questione di carattere generale molto grave, fintantoché il legislatore non produrrà una riforma che a parole è invocata da tutti, mentre nei fatti risulta ancora inevasa.
Nelle aule del tribunale si sta svolgendo il processo scaturito dall’inchiesta che ha provocato lo scioglimento per mafia del comune di Sant’Eufemia, sulla base di una legge antidemocratica che eleva a parametro di valutazione il pregiudizio e il sospetto.
Per sciogliere un comune, oggi, non è necessario accertare condizionamenti, infiltrazioni, presenza della criminalità organizzata all’interno del consiglio comunale. È sufficiente che un prefetto, sulla base di informazioni, segnalazioni, risultanze investigative, ritenga possibile che ciò accada. Possibilità che, è di facile intuizione, viene considerata elevata, se non addirittura scontata, quando viene rilevata nel territorio la presenza di una cosca.
Allo stato attuale è diventato quasi impossibile fare politica nei comuni piccoli, dove tutti conoscono tutti, si incontrano più o meno volontariamente, hanno rapporti di parentela con soggetti condannati o imputati per mafia. Fare politica, soltanto per questo, potrebbe comportare l’invio di una commissione di accesso antimafia, la cui attività generalmente si conclude con lo scioglimento del comune.
Voglio essere ancora più chiaro. Non è una questione di coraggio. Non temo niente, così come niente ho temuto nei sette mesi trascorsi ingiustamente in carcere. La verità, presto o tardi, viene sempre a galla. Così è stato per me e così sarà per molti altri, ancora in carcere o liberi ma sotto processo.
Chiunque può determinarsi come meglio ritiene nelle scelte private, mettendo in conto che ciò potrebbe avere effetti negativi sul piano personale. Altra cosa, invece, sono le decisioni che comportano conseguenze non esclusivamente individuali e che potrebbero procurare un danno alla propria comunità, facendo così passare per egoismo e irresponsabilità le proprie legittime aspirazioni.
Fuori dalle istituzioni esistono d’altronde ampi spazi di intervento per contribuire alla crescita sociale e culturale del posto in cui si vive e per condurre, forse addirittura con maggiore libertà, importanti battaglie di civiltà.
«È un tempo che sfugge, niente paura/ che prima o poi ci riprende». Nessuno può sapere cosa ci riserverà il futuro. Ma ora, in questo particolare e delicato momento storico, Sant’Eufemia ha bisogno di tornare alla normalità e di recuperare, anche lei, un po’ di serenità.

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Morire di carcere

Se in Italia si registrassero 10,6 suicidi ogni 10.000 abitanti sarebbe un’emergenza? I giornali vi dedicherebbero approfondimenti, verrebbero scomodati sociologi e psicologi, la politica prenderebbe atto della condizione di disagio di una larga fetta di popolazione e del fallimento delle sue politiche sociali? Penso proprio di sì e sarebbe la cosa giusta da fare.
Ma in Italia i suicidi sono 0,67 ogni 10.000 abitanti: siamo tra i paesi europei ad indice basso; mentre è dentro le carceri che sono proprio 10,6 ogni 10.000 detenuti. Come sottolinea Antigone, “in carcere ci si leva la vita ben 16 volte in più rispetto alla società esterna”.
Con il suicidio nel carcere di Verona della ventisettenne Donatella (e chiamiamole per nome, che già sarebbe un bel passo in avanti distinguere le persone dai numeri), pochi giorni fa, sono ben 44 i suicidi registrati dall’inizio dell’anno: uno ogni cinque giorni. Un dato altissimo, ignorato da gran parte di un’opinione pubblica distratta o disinteressata. Chi se ne frega. Peggio per loro se hanno deciso di impiccarsi con le lenzuola, hanno inalato il gas delle bombolette dei fornellini da campeggio che si utilizzano per cucinare, hanno trangugiato un beverone di medicine. Avrebbero dovuto pensarci prima, delinquenti che non sono altro.
Io non ci riesco a non pensare a ciò che accade dentro le carceri, alle tante ingiustizie che vivo come coltellate sulla mia pelle. Forse è vero che, una volta che ci entri, con la testa resti là dentro per sempre. E se chiudo gli occhi, sento ancora nelle orecchie le urla dei detenuti e il rumore metallico e spaventoso della battitura in tutti i padiglioni la notte che un detenuto si tolse la vita a Santa Maria Capua Vetere, nel luglio del 2020. Una rabbia impotente che non poteva superare la recinzione del carcere. Nessuno ascolta, nessuno può ascoltare, neanche se si è in mille a gridare, a percuotere le scodelle, a scaraventare le brande contro la porta blindata. I detenuti sono fantasmi invisibili, le loro voci sono destinate a spegnersi nel buio.
In Italia è stata abolita la pena di morte, ma morire di carcere equivale a mantenere in vigore questo barbaro castigo. Ai suicidi vanno infatti aggiunti i decessi di gente che là dentro non dovrebbe starci: anziani, malati di tumore, detenuti psichiatrici, tossicodipendenti, cardiopatici come l’ultima vittima, un settantaduenne morto d’infarto a Secondigliano la settimana scorsa.
Se ti affido qualcosa in custodia, hai l’obbligo di restituirmela integra. Dovrebbe valere anche per la custodia in carcere: io, Stato, affido in custodia a te, carcere, il detenuto. I detenuti dovrebbero uscire dalle strutture penitenziarie sulle proprie gambe, non dentro una cassa da morto. Di chi è la responsabilità se questo non avviene?
Nelle celle vivono detenuti che ancora non hanno subito neanche il primo grado di giudizio e molti altri non condannati definitivamente. Tra questi, migliaia di innocenti. Non tutti hanno la forza di resistere all’umiliazione e alla vergogna. Ci sono poi soggetti fragili, che andrebbero aiutati, ma il sovraffollamento e la penuria di figure professionali (educatori) non permette un’assistenza adeguata. Infine vanno considerate le oggettive condizioni di calpestamento della dignità umana: mancanza d’acqua, caldo insopportabile, sospensione delle attività trattamentali nel periodo estivo, sadiche assurdità regolamentari. In carcere si è sempre soli, d’estate in misura maggiore. Eppure per molti basterebbe anche soltanto la concessione di qualche telefonata a casa in più per tirarsi su di morale.
C’è una questione di fondo che non si vuole vedere. Compito dello Stato è assicurare la sicurezza dei propri cittadini, impedire la reiterazione dei reati, favorire il reinserimento sociale del reo. Poiché la visione carcero-centrica dell’esecuzione penale ha fallito su tutti i fronti, sarebbe il caso di cambiare strategia e strumenti. Ma un dibattito del genere necessiterebbe di una classe politica coraggiosa e illuminata, capace di prenderne atto e di sfidare l’impopolarità senza piegarsi al giustizialismo imperante.

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Sale la temperatura nelle carceri: sovraffollamento e carenza d’acqua

Il Dubbio, 9 luglio 2022

L’espressione “stare al fresco” appare particolarmente sadica d’estate, quando le mura delle carceri sono roventi per il sole che picchia tutto il giorno, rendendo i pochi metri quadrati delle celle un forno insopportabile. Nei penitenziari, le alte temperature elevano al quadrato la situazione emergenziale che si vive nel mondo libero, per il surplus di disagio dovuto alla totale assenza di rimedi alla calura.
All’arrivo delle prime ondate di calore, puntualmente si levano le voci dei pochi che si fanno portavoce delle problematiche carcerarie: garanti dei detenuti, associazioni radicali, chiesa, qualche avvocato.
Dietro le sbarre ogni estate è uguale alla precedente, per ignoranza: nel senso etimologico di “ignorare” una realtà drammatica che necessiterebbe di interventi strutturali.
Il “mondo di fuori” non sa niente di sovraffollamento e di carenza di acqua, con tutto ciò che ne consegue sulla qualità dell’esecuzione della pena e del grado di umanità che caratterizzano la vita carceraria. Senza contare che l’opinione prevalente è che, in ogni caso, ai detenuti “ben gli sta” soffrire: le carceri non devono essere hotel a cinque stelle. Questione culturale, certo, per il cui superamento occorrerebbe una sensibilità che non può maturare dall’oggi al domani.
Sembra assurdo, ma esistono carceri con le celle prive di docce, per cui il detenuto può accedere a quelle comuni una sola volta al giorno e in orari prestabiliti, generalmente entro le 16.00. Dopo tale orario, per rinfrescarsi occorre accontentarsi dell’acqua del lavandino o delle bottiglie, mettere continuamente a mollo le magliette e indossarle bagnate, oppure ingegnarsi nella realizzazione del cosiddetto “canotto” con i sacchi della spazzatura.
Nella stragrande maggioranza dei penitenziari non è consentito acquistare piccoli ventilatori. È già tanto se viene tollerata la copertura della finestra con i teli da doccia per attutire il passaggio dei raggi del sole. Di notte, invece, laddove i letti a castello non sono imbullonati al pavimento, vengono spostati al centro della cella, come un catafalco, per scostarli dalle pareti infuocate e potere così “godere” del refolo d’aria che soffia tra la finestra e il cancello.
Il passeggio avviene nelle fasce orarie più calde, in cortili che spesso sono torride scatole di cemento, prive di un angolo d’ombra. Molti detenuti cardiopatici, ipertesi, o semplicemente anziani, si ritrovano così a subire un’afflizione ulteriore e gratuita, poiché – giustamente – scelgono di non usufruire delle ore d’aria. Si tratta probabilmente di un problema organizzativo interno che, proprio per questo, potrebbe essere superato con una razionalizzazione del lavoro più attenta ai bisogni e ai diritti della comunità carceraria.
In molte carceri mancano i frigoriferi nelle celle e i congelatori nelle sezioni. Si beve acqua a temperatura ambiente, bollente, mentre i familiari riducono al minimo l’invio di alimenti e cibi cotti, poiché, anche a causa delle lungaggini delle consegne, andrebbero rapidamente in putrefazione.
Il giurista Piero Calamandrei ammoniva che, per rendersi conto della condizione delle carceri, bisogna averle viste. Chi ha avuto in sorte un passaggio più o meno lungo da una struttura penitenziaria ha il dovere morale e civile di non valutare quell’esperienza come una parentesi dolorosa della propria vita, da dimenticare. Per una questione di dignità: la propria e delle migliaia di detenuti ristretti nelle carceri italiane, nonché quella di uno Stato che si professa di diritto. Considerare cioè la propria detenzione il seme di una pianta che possa un giorno germogliare e dare frutti di umanità.

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