Francesco Morabito, un eufemiese dal cuore d’oro nel ghetto di Bauleni

Nato come insediamento umano non autorizzato nel secondo dopoguerra, il ghetto di Bauleni a Lusaka, capitale dello Zambia, conta oggi oltre 50.000 abitanti distribuiti su una superficie di 240.000 metri quadrati. Le popolazioni degli slums sono gli invisibili della storia: disoccupati, alcolizzati e drogati, prostitute e delinquenti di ogni età. Un’umanità derelitta che vive in abitazioni dalle condizioni igienico-sanitarie precarie, dove spesso manca l’acqua e la corrente elettrica non viene erogata con continuità, con le strade di fango invase dai rifiuti. Nascosta agli occhi del mondo, se non fosse per gli uomini e le donne di buona volontà che trasformano la propria vita in un raggio di sole per gli scarti della società.
Da un decennio opera a Bauleni l’ONG “In&Out of the Ghetto”, fondata nel 2012 da Diego Cassinelli, che promuove progetti nel campo educativo e sportivo. Con questa e con altre ONG e associazioni che si occupano dei bambini di strada è entrato in contatto l’architetto eufemiese Francesco Morabito, amministratore delegato di TCZ (Technital Consulting Zambia), società che dal 2018 sviluppa gratuitamente progetti finalizzati al miglioramento della vita dei bambini, in particolare mediante la realizzazione di infrastrutture e impianti sportivi. Un’attività di responsabilità sociale d’impresa (CSR: corporate social responsibility) che, mettendo al centro l’uomo e la natura, intende realizzare lo sviluppo delle comunità locali in una cornice di sostenibilità, riqualificazione e mitigazione ambientale.
Prima di arrivare nello Zambia Morabito ha diretto per quasi due anni gli uffici della Technical a Gibuti. Qui ha realizzato la prima iniziativa di CSR, con la riqualificazione del cortile del centro della Caritas che ospita bambini di strada, ai quali viene distribuito il pasto, e che sono destinatari di attività formative, ricreative e di integrazione sociale.
A Mthunzi Center, altra realtà ai margini, di grande impatto sociale è stato invece il progetto di Morabito per il primo complesso sportivo della zona su un terreno della Comunità di Koinonia, una comunità agricola autosufficiente in virtù dei terreni acquistati decenni fa da Padre Kizito e coltivati da famiglie del luogo con il sostegno di “Amani for Africa”, guidata in Zambia da Giacomo D’Amelio.
La mission di “Amani”, che opera in Kenia, Zambia e Sudan, è nelle parole di presentazione del sito internet: «Siamo al fianco di centinaia di bambini e giovani che nelle periferie delle grandi metropoli dell’Africa sub-sahariana vivono da soli in strada, lontani dalle loro famiglie, in pericolo costante e senza la speranza di un futuro. Vogliamo dare loro un’opportunità». Soluzioni africane a problemi africani, per guardare con speranza al futuro, «perché ogni bambino e giovane africano, costretto a vivere sulla strada, nelle grandi metropoli e nelle zone rurali, ha diritto ad avere un’identità, una casa, cibo, istruzione, salute e l’affetto di un adulto».
Il cuore della Comunità di Koinonia è Mthunzi Center. La traduzione della parola “Mthunzi” è “rifugio”: un porto sicuro che ospita circa 60 bambini di strada, ai quali vengono garantiti retta scolastica, assistenza sanitaria, sostegno individuale e familiare.
Morabito ha curato e diretto i lavori di riqualificazione dei dormitori, bagni, lavanderie, uffici, refettorio, cucina, teatro, sala giochi e cortile del centro di accoglienza per i bambini di Koinonia. I progetti di rigenerazione prevedono inoltre il recupero di uno spazio utilizzato per diverse attività e giochi, la trasformazione in palestra e spogliatoi di un edificio inutilizzato, la realizzazione di un campo di calcetto e di basket.
Le iniziative di Morabito non si limitano ai lavori di riqualificazione ambientale: ad esempio, la sostituzione delle coperture in eternit. Molto importante è anche l’attività di coinvolgimento della popolazione locale in eventi socio-ricreativi. Tra i circa 10.000 che vi assistettero nel piazzale del campo sportivo di Bauleni, è ancora vivo il ricordo del “Concerto di Natale” organizzato il 28 dicembre 2019 in collaborazione con Diego Cassinelli e con il performer zambiano Cactus Agony. Uno spettacolo di quasi otto ore che ha registrato l’adesione dei più famosi artisti locali, i quali tra un’esibizione e l’altra hanno sottolineato la necessità di spezzare le catene del silenzio sugli abusi sessuali, ribadito il dovere di proteggere i bambini e rivendicato il loro diritto ad un futuro migliore.

Per ulteriori approfondimenti: https://www.rivistaliquida.it/francesco-morabito-architettura-e-responsabilita-sociale-dimpresa/?fbclid=IwAR3-0bgU8QERYIE14wjzM-uMYeFe2jIVTib62Ui1sD98sM3oI8knfCTgFsQ#more-24307; https://www.rivistaliquida.it/francesco-morabito-concerto-di-natale-per-i-bambini-di-bauleni/?fbclid=IwAR2j2rrCsMuAJ-InDjtviXiKWDr5oTHgOp7aCjIfBFh4PlfB0-cjgnIk5bE; https://www.rivistaliquida.it/francesco-morabito-progetti-a-sostegno-dei-bambini-di-strada/?fbclid=IwAR2EvIGK8wi8XZzA9N5pTl7niPzZlTAE8gRk4rsnpId4ymALnGTxTeExEXM;

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Brindo

Brindo
a chi c’è senza esserci,
nell’aria
nella fiamma del camino
nel profumo del caffè.
Brindo
a chi non potrà brindare
a chi attenderà la mezzanotte
spalle sul materasso
gli occhi incollati al soffitto.
Brindo
alla luce spenta
ai televisori muti
all’acqua nei bicchieri di plastica
al sonno che salva.

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Buon Natale

Beati coloro che sanno emozionarsi nell’attesa del miracolo che ogni anno si compie, l’ennesima ri-nascita. Con un inizio testardo da attaccare ad ogni fine con la colla, come la coda colorata del disegno del bambino.
Tra bilanci più o meno impietosi e buoni propositi, contiamo le sedie vuote di chi non c’è più, di chi non ha voluto esserci, di chi non può esserci. Mentre i ricordi trafiggono l’anima. Mentre i ricordi accarezzano l’anima.
Natale è tempo di assenze. Ingombranti nel loro non esserci, assordanti nel loro silenzio. Un tempo sospeso, che svanisce in un giro d’orologio portando con sé addizioni e sottrazioni, successi e fallimenti. Incalzato dall’urgenza di recuperare la coperta che protegga il bambino dal gelo. Perché si è inevitabilmente chiamati a fare i conti con la realtà, non con la sua idea o rappresentazione.
Non si può scappare dalla vita, quella cosa che ti travolge proprio quando pensi di avere tutto sotto controllo. Quando il cammino ha l’aspetto ingannevole di una strada lunga e dritta: senza curve, salite, incroci. Tocca andare e vedere le carte, con il bello e con il cattivo tempo. Con in bocca la preghiera cantata da De Gregori a Gesù Bambino: «Fa che piova un po’ di meno, sopra quelli che non hanno l’ombrello».
Buon Natale

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Scusate il ritardo

Finalmente ci siamo: nei prossimi giorni sarà in vendita il mio nuovo libro. Avevo iniziato a lavorarci nel 2019, ma non avevo fatto i conti con l’imponderabile, per cui la sua pubblicazione è slittata di un anno. Ci tenevo a riprendere un discorso interrotto, a ricominciare dal mio personale “dove eravamo rimasti?”. Questi ultimi due anni non sono acqua passata, ma sono utili per ricordarmi che la vita, nel bene e nel male, riserva sorprese con le quali tutti siamo chiamati a fare i conti. Ora mi sento sollevato.
Non voglio aggiungere altro, se non ringraziare Katia Colica e Antonio Aprile (Il Rifugio Editore), per avermi supportato con affetto e professionalità, e Gresy Luppino, che ha realizzato graficamente una splendida copertina.
Un ultimo pensiero desidero rivolgerlo a due personaggi straordinari che purtroppo non ci sono più, ma che mi hanno donato la testimonianza di un secolo di vita vissuta a Sant’Eufemia: Carmela Cutrì e Nino Condina.

Dalla quarta di copertina:
Sant’Eufemia nell’età contemporanea presenta il risultato delle ricerche condotte dall’autore negli ultimi quindici anni. Le tre parti che compongono il volume affrontano per “quadri” gli eventi significativi della storia eufemiese dalla fine del 1700 ai giorni nostri. La storia “piccola” si intreccia con quella “grande”, nel contesto generale si inseriscono gli episodi particolari e le biografie dei protagonisti. Una cavalcata nei secoli che dà voce all’alto e al basso, al nobile e al popolano, facendo ricorso a fonti scritte, orali e bibliografiche: documenti dell’Archivio di Stato di Reggio Calabria, preziose testimonianze raccolte con le interviste, sconosciute pubblicazioni sepolte nelle biblioteche pubbliche o in possesso di privati. L’affresco di un’epoca affida così alle mani del lettore il filo rosso che, unendo il passato al presente, riscopre vicende personali e collettive paradigmatiche dello sviluppo storico e dell’evoluzione sociale di un paese dell’Aspromonte.
[Domenico Forgione: Sant’Eufemia nell’età contemporanea. Storia, società, biografie, Il Rifugio Editore, 2021, pp. 336]

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Santa Eufemia, di Biagio Marin

Biagio Marin, nato a Grado (Gorizia) il 29 giugno 1891, è stato il poeta del mare, che ha cantato nella lingua della sua città natìa: «Nel suo dialetto veneto gradese – pieno di luce, cielo, mare – il mare è un mare senza nome, senza confini, disfatto in pura luce. In esso, lui, il poeta, si dissolve come poeta, cantando i luoghi della sua vita, della sua terra. In tutta la poesia dialettale ed italiana, nessun altro ha toccato il mare come Biagio Marin» (Claudio Marabini).
Il cuore della poetica di Marin pulsa dei luoghi della città “figlia di Aquileia e madre di Venezia”, in epoca romana porto di Aquileia e nota come “la Prima Venezia”, per il primato lagunare mantenuto fino all’affermazione della Serenissima. Per Marin, Grado è il piccolo nido al quale ritornare: e proprio El picolo nio è il titolo di una sua raccolta di versi.
La basilica di Sant’Eufemia di Grado, chiesa cattedrale fino alla soppressione del patriarcato e al trasferimento del titolo a Venezia (1451), è uno dei luoghi di Marin anche perché il padre, oste, ne fu il sagrestano. Risalente al VI secolo, sorge sopra una costruzione preesistente (“basilichetta di Petrus”, IV secolo) ed è affiancata da un campanile eretto nel XV secolo, in cima al quale svetta una statua segnavento in rame raffigurante l’Arcangelo San Raffaele. Delle tre navate divise da due file di dieci colonne sormontate da capitelli romani e bizantini, quella centrale termina nell’abside, mentre caratteristici e pregiati sono i mosaici in stile bizantino che ricoprono l’intera superficie del pavimento. Edificata per volontà del vescovo Elia, l’intitolazione a Sant’Eufemia confermava la fedeltà della chiesa aquileiese-gradese alle deliberazioni antiariane del concilio di Calcedonia (451), città della Bitinia nella quale la santa era nata e dove, il 16 settembre 303, “giunse con strenuo combattimento alla corona di gloria”.
Alla basilica di Sant’Eufemia Marin ha dedicato la seguente poesia:

Santa Eufemia
Me amo la to ciesa granda, Elia,
pel so silensio e per la so frescura;
là drento quele mura
colone ad archi dilata l’unbría.
Me piase intrâ cô Elo xe piú solo,
e Lo respiro in quel so svodo grando
e verso d’Elo mando
el cuor in svolo.
Lo vardo fermo, drento, ’l cuor me bate,
e ’i digo el ben che ’i vogio
e son fiamela d’ogio
ne l’onbra granda de le tre navate.
Picola luse xe la mia
a iluminâ quel’onbra profumagia
de tanta umanità passagia
comò una longa dolse litania.

Traduzione:
«Sant’Eufemia. Amo la tua chiesa grande, Elia,/ pel suo silenzio e per la sua frescura;/ là dentro quelle mura/ colonne ed archi dilatano l’ombra./ Mi piace entrare quando Lui è più solo,/ e Lo respiro in quel suo vuoto grande,/ e verso di Lui mando/ il mio cuore in volo./ Lo guardo fermo; dentro, il cuore mi batte,/ e Gli dico il bene che Gli voglio/ e sono fiammella d’olio/ nell’ombra grande delle tre navate./ Piccola luce è la mia/ per illuminare quell’ombra profumata/ di tanta umanità passata/ come una lunga dolce litania».

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Brunali ’u vurparu e la cancel culture

Qualcuno si ricorda ancora del vecchio “Brunali”. Ma chissà poi qual era il vero nome dell’ultimo cacciatore di frodo vissuto a Sant’Eufemia nella metà del secolo scorso. Di lui si è tramandato il soprannome, Brunali appunto: forse il nome Bruno storpiato, ma l’origine della ’ngiuria potrebbe anche essere diversa. Gli anziani raccontano di una figura corpulenta, almeno nei suoi ultimi anni. Colpa del peso aumentato dopo un incidente sul lavoro, per così dire. Si era infatti introdotto dentro una tana, ma il piede gli era rimasto incastrato in una radice e, forzando il movimento nel tentativo di liberarsi, si era procurato un infortunio che sottovalutò e non curò adeguatamente, da un ortopedico o in ospedale nella vicina Palmi, che avrebbe potuto raggiungere con la littorina. Guarì, ma si portò per il resto della vita una vistosa zoppia che comunque gli permise, a fatica, di continuare l’attività di bracconiere.
Le sue prede erano tassi, ricci, lepri, ma soprattutto volpi, il cui vello aveva mercato nella produzione di cappotti, colli e altro. L’animale scuoiato restava all’acquirente, il quale ne ricavava un lauto pranzo, mentre la pelliccia veniva portata ai conciatori di Palmi, che la essiccavano (per bloccare il processo di putrefazione) e la lavoravano in modo da mantenerla resistente, elastica e morbida: pronta per i mastri sarti che procedevano alla realizzazione dei capi di abbigliamento.
L’area di caccia di Brunali si estendeva da Candilisi a Crasta e al ponte della ferrovia. Non era insolito, a tarda sera, intravedere nel buio quest’uomo claudicante il quale, insieme alla gamba, trascinava due sacchi contenenti le tagliole e le lische di pesce stocco o le interiora che utilizzava come esca, da disseminare lungo il tragitto e da recuperare la mattina successiva. Brunali preferiva la tagliola d’acciaio al sistema a scatto con il cappio (in genere il laccio dei freni di una bicicletta) legato al ramo di un albero, che procurava la morte della selvaggina per impiccagione. Per cui spesso gli toccava finire a colpi di legno l’animale intrappolato.
Perché racconto questa storia? Perché non si può guardare al passato con gli occhi del presente. Credo che uno dei più grandi mali della società attuale risieda proprio nell’incapacità di contestualizzare fatti e personaggi storici. Ciò che oggi viene considerato un crimine barbaro, ancora sessanta o settanta anni fa veniva pacificamente accettato. Brunali, che “si mbuscava a campata” cacciando di frodo, non suscitava alcuna riprovazione sociale.
Tra piccola e grande storia non c’è differenza. L’estrapolazione degli avvenimenti dal contesto storico di riferimento è alla base della cosiddetta cancel culture, la furia iconoclasta che, trasferendo nel passato le considerazioni etiche del presente, ne impedisce la comprensione e porta i talebani del politicamente corretto a reclamare la cancellazione dei nomi delle strade, a richiedere l’abbattimento dei monumenti, la messa all’indice di opere letterarie e cinematografiche o la loro “correzione”. In sintesi, la cancel culture determina la condanna del processo evolutivo che ha determinato ciò che oggi siamo. È la morte dello storicismo, inteso come ricerca del senso storico degli avvenimenti mediante il loro inquadramento nel periodo e nel contesto sociale in cui si sono sviluppati.
Un popolo di contemporanei, senza futuro proprio perché senza memoria, non è affatto una buona notizia.

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Non al denaro non all’amore né al cielo

L’11 novembre ricorreva il cinquantesimo anniversario del concept album di Fabrizio De André Non al denaro non all’amore né al cielo, nato dalla collaborazione con Giuseppe Bentivoglio (testi) e Nicola Piovani (musiche, arrangiamenti, direzione d’orchestra).
L’album è liberamente tratto dall’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters (1915), arrivata in Italia grazie a Cesare Pavese, appassionato studioso della letteratura americana che affidò il libro ricevuto dagli Stati Uniti ad una sua ex studentessa, la giovane Fernanda Pivano, che lo tradusse tra il 1937 e il 1941. Si era in pieno regime fascista, la cultura americana veniva osteggiata e la politica di italianizzazione toccava vette irraggiungibili di ridicolo: clamorosa l’imposizione del vocabolo “mescita” in luogo dell’inglese “bar”. L’esatto contrario di ciò che accade oggi con l’invasione di termini inglesi utilizzati anche quando non ce ne sarebbe bisogno. Da un eccesso all’altro, verrebbe da considerare.
L’ostracismo culturale investiva il campo musicale (jazz) e quello della letteratura: la stessa Pivano pagò con qualche giorno di carcere la traduzione del libro, pubblicato dalla casa editrice Einaudi nel 1943. La questione era politica poiché la raccolta di poesie di Masters toccava temi non graditi al regime, come dichiarò anni dopo “Nanda”: «Parlava della pace, contro la guerra, contro il capitalismo, contro in generale tutta la carica del convenzionalismo. Era tutto quello che il governo non ci permetteva di pensare. Mi hanno messo in prigione e sono molto contenta di averlo fatto».
De André, che aveva scoperto Edgar Lee Masters a circa diciotto anni, rimase colpito dal fatto che «nella vita, si è costretti alla competizione, magari si è costretti a pensare il falso o a non essere sinceri, nella morte, invece, i personaggi di Spoon River si esprimono con estrema sincerità, perché non hanno più da aspettarsi niente, non hanno più niente da pensare. Così parlano come da vivi non sono mai stati capaci di fare». Anni dopo riprese il libro, scelse 9 tra le 244 poesie e le riscrisse attualizzandone le vicende. Fernanda Pivano valutò straordinaria l’operazione: «Sono contenta dei suoi cambiamenti e mi pare che lui abbia molto migliorato le poesie. Sono molto più belle quelle di Fabrizio, ci tengo a sottolinearlo».
Nelle nove tracce musicali sfila l’umanità tipica della poetica deandreiana degli ultimi: lo scemo del villaggio che non riesce a dare forma al “mondo” che custodisce nel cuore; il giudice nano che si vendica del pettegolezzo della gente condannando a morte per soddisfare il proprio sadismo; l’ateo al quale due guardie bigotte cercano l’anima a forza di botte; il malato di cuore che muore baciando la donna amata (“il mio cuore le restò sulle labbra”); il medico che cura i più miserabili senza chiedere alcuna retribuzione; il chimico che muore da solo per paura dell’amore; l’ottico che realizza lenti speciali per consentire ai suoi clienti di “inventare i mondi sui quali guardare”; l’autobiografico suonatore Jones, musicista alcolizzato il cui anarchismo ispira il titolo dell’album.
Dormono tutti sulla collina, insieme alle vittime del lavoro e ai caduti in guerra, a Bert ucciso in una rissa, ad Ella morta di aborto e alla prostituta Maggie, “uccisa in un bordello dalle carezze di un animale”. Accomunati dalla morte, la livella che ci rende uguali e fa di ogni esistenza “un corpo fra i tanti a dar fosforo all’aria”.

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Francesco e Pasquale, morti per la patria a 18 anni

La propaganda e la letteratura patriottica definirono “ragazzi del ’99” i soldati italiani chiamati alle armi non ancora diciottenni, a partire dai primi mesi del 1917, e inviati al fronte dopo un addestramento approssimativo nei giorni successivi alla disfatta di Caporetto. Furono i più giovani combattenti della Grande Guerra ed il loro contributo fu decisivo per la tenuta della linea difensiva del Piave nella battaglia del Solstizio e per la successiva controffensiva che portò al trionfo di Vittorio Veneto.
Non furono tuttavia i più giovani eroi di guerra. In previsione di un’eventuale offensiva nella primavera del 1919, nel corso del 1918 fu infatti chiamata la classe 1900, che non partecipò ad azioni di guerra, essendo ancora nella fase di addestramento, ma “ufficialmente” fu impiegata soltanto nei servizi territoriali e nelle retrovie. Ma poiché in guerra le vittime non si raccolgono soltanto sui campi di battaglia, anche la classe 1900 diede il suo contributo di eroi.
D’altronde, per circoscrivere le statistiche a Sant’Eufemia d’Aspromonte, degli 88 caduti (il monumento ai caduti riporta erroneamente 92 nominativi) su circa 600 chiamati alle armi, 39 morirono in combattimento, 15 in seguito alle ferite riportate e 5 per gli effetti dei gas asfissianti; mentre 6 perirono nei campi di prigionia, 21 per malattia e 2 per infortunio.
Si calcola che nell’esercito italiano furono circa 100.000 i decessi per malattia: patologie dovute alla cattiva alimentazione, che avveniva in ambienti sporchi e con cibo conservato male, o causate dalle aberranti condizioni igieniche delle trincee, che facilitavano la diffusione di malattie infettive. Si moriva di colera, tubercolosi, tifo, malaria, meningite, “spagnola”, dissenteria. Si moriva per il freddo, causa principale delle malattie respiratorie e del congelamento degli arti.
Anche Sant’Eufemia pianse due giovanissime vite strappate agli affetti familiari. Il contadino Francesco Luppino (di Domenico e Condina Maria Eufemia), arruolato nel 6° reggimento fanteria, morì il 12 ottobre 1918 presso l’ospedale militare di riserva “Vittorio Emanuele” di Palermo, a causa di una non meglio specificata malattia.
Il pastore Pasquale Saccà (di Giuseppe e Morabito Nunziata), arruolato nel 4° reggimento alpino, spirò invece il 31 ottobre 1918 presso l’ospedaletto militare di Aosta, stroncato da una polmonite da influenza.
I loro nomi sono incisi a futura memoria nel monumento ai caduti al quale un gruppo di volontari, con grande senso civico, ha deciso di dare dignità e decoro in vista del 4 novembre, dandosi appuntamento il giorno prima per ripulire l’area.

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L’uomo non è il suo reato

Ripensavo a Vincenzo Pinneri proprio ieri, nel giorno del suo compleanno. Era infatti nato il 23 ottobre del 1924 ed è morto nel 2012, quasi novantenne. Un’età che forse nemmeno lui si sarebbe aspettato di raggiungere. Anzi, sono quasi certo che gli è dispiaciuto esserci arrivato.
Gli sono stato amico, come tanti in paese. Nonostante il suo caratteraccio, Pinneri era capace di gesti affettuosi, addirittura commoventi. Perché rispolvero il ricordo di un uomo che in gioventù commise crimini imperdonabili? La sua storia è nota, io stesso ne scrissi anni fa. Non mi interessava allora e non mi interessa adesso il mito che in qualche modo ne ha accompagnato la vita, trascorsa per 36 anni in prigione. Interessante può essere invece ribadire che l’uomo non è il suo reato.
La carriera criminale di Vincenzo Pinneri inizia nel 1942 con l’assassinio del fratello. Caino che uccide Abele. Sangue del proprio sangue. Si può commettere un delitto più grave? No, non si può. Nemmeno se il fratello maggiore era violento nei confronti del minore, sin da quando il ragazzino andava dietro ai muli e agli asini per raccogliere in un secchio gli escrementi da portare agli gnuri del paese, che li utilizzavano come concime per l’orto. Un contesto di degrado e di assoluta povertà, al quale fece da detonatore la fame portata in dote dalla seconda guerra mondiale.
La banda Pinneri, che nacque nello sbandamento economico, sociale e politico-istituzionale vissuto dopo l’8 settembre 1943, è finita sui libri di storia: della faida e delle altre poco sue edificanti gesta si sa tutto. Omicidi, assalto alla caserma dei carabinieri di Sant’Eufemia, attentato contro il questore di Reggio Calabria. Io stesso ho raccolto il suo punto di vista sulle vicende di quel lontano 1944, in una lunghissima intervista che non ho mai pubblicato e che doveva essere il canovaccio di un libro mai scritto.
Pinneri riacquistò la libertà nel 1978, dopo avere girato tutti gli istituti penitenziari di massima sicurezza: da Pianosa all’Asinara, da Porto Azzurro al carcere di Favignana, con le celle scavate nella roccia sotto il livello del mare: prive di finestre e talmente umide da infracidirgli i polmoni e costringerlo, nei suoi ultimi anni, a portarsi appresso la macchina per l’ossigenoterapia. Libero dopo avere conosciuto il morso delle cinghie dei letti di contenzione, i cui segni gli rimasero per sempre impressi sulla pelle.
In ricordo della lunghissima detenzione divenne per tutti “Ceo Galera”, ma del giovane sbandato e violento sopravviveva soltanto un residuo di irascibilità caratteriale. L’ho visto commuoversi per i giovani che non riuscivano a trovare lavoro ed erano costretti ad emigrare; l’ho visto piangere per la morte di una giovane ragazza, alla quale sinceramente avrebbe donato la propria vita, considerata ormai inutile. Ho ammirato la sua imbarazzante generosità. Mi sono emozionato per l’affetto che nutriva nei confronti dei bambini.
Non credo sia rilevante sapere se abbia cercato di riscattarsi rispetto a ciò che era stato nel primo mezzo secolo di vita, se abbia così consumato la sua personale espiazione.
La storia di Pinneri è invece paradigmatica della natura umana. Racconta che ognuno di noi è un mistero affascinante e terribile, capace di grandi nefandezze così come di sorprendenti atti d’amore. Spiega che non siamo una monade inscindibile e immutabile, bensì un caleidoscopio di sentimenti che, nell’arco di una vita, prevalgono o soccombono. Conferma infine che è sbagliato impiccare l’essere umano ad immagini e fatti cristallizzati.
Eraclito ci ha insegnato che se l’acqua del fiume non è mai la stessa, il fiume non è mai lo stesso. E così l’uomo.

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Le ragioni di un’astensione

Non sono affatto pentito di avere disertato le urne, né mi sento toccato dalla contestazione che, così facendo, ho permesso ad altri di decidere per me. Lo accetto con serenità. Né mi indigna l’esito delle elezioni, poiché non credo che nessuno abbia l’autorità morale per stabilire quando un risultato è eticamente accettabile e quando no. Chi vince è stato più bravo e sarà giudicato per quello che riuscirà a fare o a non fare.
Sono un elettore di centro-sinistra, ma non ho la vocazione al suicidio e nemmeno paraocchi che mi impediscano di vedere il caos (apparentemente) calmo calabrese.
Avrei avuto a disposizione tre scelte, una più scalcinata dell’altra. A partire dalla coalizione guidata da Amalia Bruni, candidata dell’ultima ora di PD, Cinque Stelle e un paio di liste allestite per fare gonfiare il petto in conferenza stampa: «Ci sostengono sei liste». Ma quando mai. Le ultime tre, insieme, non hanno raggiunto il 2%.
Anche la seconda alternativa (De Magistris) contemplava la presenza di diverse liste in funzione puramente decorativa. Opzione personalistica molto pompata a livello mediatico, con il velleitario lancio di una “rivoluzione gentile” in salsa populista. Proprio ora che il populismo mostra la corda: vedi a livello nazionale il mesto e inarrestabile declino dei Cinque Stelle. Basta bandane, basta toni ultimativi da salvatori della patria, basta l’arroganza di chi si ritiene il più puro tra i puri. Non guasterebbe un bagno d’umiltà. Che, per la verità, è mancata anche a Carlo Tanzi, autore ad urne aperte della dichiarazione più atroce: «A me interessa solo che la mia lista raggiunga il 4%». Sì, ciao.
La terza possibilità (Oliverio) più che una proposta politica, era il gesto estremo del marito che si taglia gli attributi per fare un dispetto alla moglie. La quale guadagna l’uscio con una ragione in più.
La vittoria di Occhiuto restituisce (ci si augura) la politica ai politici. D’altronde, puoi essere bravo e rispettabile quanto vuoi, ma alla fine contano i numeri. E i numeri, a livello locale, fortunatamente ancora li possiede chi sta sul campo 365 giorni su 365, chi ha rapporti con le comunità e con i territori, chi si confronta con le persone in carne e ossa, non con gli algoritmi. Se lo comprendessero anche a sinistra, finirebbe la stagione delle imposizioni romane, fatte digerire con il baratto della garanzia di qualche strapuntino personale. Impareranno la lezione? Qualche dubbio permane.
Non è serio scaricare responsabilità proprie su un elettorato comprensibilmente disorientato. Forse si è davvero toccato il fondo, dal quale non si può che risalire. E questa potrebbe davvero essere l’unica nota positiva di un disastro annunciato.

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