Santa Eufemia, di Biagio Marin

Biagio Marin, nato a Grado (Gorizia) il 29 giugno 1891, è stato il poeta del mare, che ha cantato nella lingua della sua città natìa: «Nel suo dialetto veneto gradese – pieno di luce, cielo, mare – il mare è un mare senza nome, senza confini, disfatto in pura luce. In esso, lui, il poeta, si dissolve come poeta, cantando i luoghi della sua vita, della sua terra. In tutta la poesia dialettale ed italiana, nessun altro ha toccato il mare come Biagio Marin» (Claudio Marabini).
Il cuore della poetica di Marin pulsa dei luoghi della città “figlia di Aquileia e madre di Venezia”, in epoca romana porto di Aquileia e nota come “la Prima Venezia”, per il primato lagunare mantenuto fino all’affermazione della Serenissima. Per Marin, Grado è il piccolo nido al quale ritornare: e proprio El picolo nio è il titolo di una sua raccolta di versi.
La basilica di Sant’Eufemia di Grado, chiesa cattedrale fino alla soppressione del patriarcato e al trasferimento del titolo a Venezia (1451), è uno dei luoghi di Marin anche perché il padre, oste, ne fu il sagrestano. Risalente al VI secolo, sorge sopra una costruzione preesistente (“basilichetta di Petrus”, IV secolo) ed è affiancata da un campanile eretto nel XV secolo, in cima al quale svetta una statua segnavento in rame raffigurante l’Arcangelo San Raffaele. Delle tre navate divise da due file di dieci colonne sormontate da capitelli romani e bizantini, quella centrale termina nell’abside, mentre caratteristici e pregiati sono i mosaici in stile bizantino che ricoprono l’intera superficie del pavimento. Edificata per volontà del vescovo Elia, l’intitolazione a Sant’Eufemia confermava la fedeltà della chiesa aquileiese-gradese alle deliberazioni antiariane del concilio di Calcedonia (451), città della Bitinia nella quale la santa era nata e dove, il 16 settembre 303, “giunse con strenuo combattimento alla corona di gloria”.
Alla basilica di Sant’Eufemia Marin ha dedicato la seguente poesia:

Santa Eufemia
Me amo la to ciesa granda, Elia,
pel so silensio e per la so frescura;
là drento quele mura
colone ad archi dilata l’unbría.
Me piase intrâ cô Elo xe piú solo,
e Lo respiro in quel so svodo grando
e verso d’Elo mando
el cuor in svolo.
Lo vardo fermo, drento, ’l cuor me bate,
e ’i digo el ben che ’i vogio
e son fiamela d’ogio
ne l’onbra granda de le tre navate.
Picola luse xe la mia
a iluminâ quel’onbra profumagia
de tanta umanità passagia
comò una longa dolse litania.

Traduzione:
«Sant’Eufemia. Amo la tua chiesa grande, Elia,/ pel suo silenzio e per la sua frescura;/ là dentro quelle mura/ colonne ed archi dilatano l’ombra./ Mi piace entrare quando Lui è più solo,/ e Lo respiro in quel suo vuoto grande,/ e verso di Lui mando/ il mio cuore in volo./ Lo guardo fermo; dentro, il cuore mi batte,/ e Gli dico il bene che Gli voglio/ e sono fiammella d’olio/ nell’ombra grande delle tre navate./ Piccola luce è la mia/ per illuminare quell’ombra profumata/ di tanta umanità passata/ come una lunga dolce litania».

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