Totò, ci manchi

Con il trascorrere del tempo, inevitabilmente Facebook diventa un luogo di nostalgia. La funzione “ricordi”, con i vecchi post che il social ogni mattina consiglia di condividere, riproponendo avvenimenti e persone ci riporta indietro negli anni. Come eravamo, cosa facevamo, con chi eravamo in quel preciso giorno. Nostalgia che aumenta quando Facebook ci segnala il compleanno di amici che purtroppo non sono più tra di noi, ma il cui profilo risulta ancora attivo.
Mentre si è impegnati a vivere, non si pensa alla morte. Per cui in pochi utilizzano l’opzione che predispone la cancellazione automatica dell’account dopo un periodo di inutilizzazione. Certamente non ci aveva pensato Totò Ligato, il quale oggi – mi ricorda appunto Facebook – avrebbe compiuto 75 anni.
Totò, purtroppo, manca da sette anni. Per il dizionario della Treccani, mancare significa: “essere meno di quanto sarebbe necessario o conveniente o desiderabile; o non esserci affatto, di cosa che invece dovrebbe esserci”. Necessario, desiderabile, dovrebbe esserci: il verbo definisce in maniera esauriente il vuoto lasciato da Totò.
Sono tra i tanti che gli hanno voluto bene. Apprezzavo le sue corrispondenze per la Gazzetta del Sud da Melicuccà, Seminara, Sinopoli e San Procopio, rigorosamente firmate a.l.: Antonio Ligato. Ma per tutti noi è sempre stato “Totòligato”, tutto attaccato. L’avevo conosciuto intorno al 2000, lui corrispondente per la «Gazzetta del Sud», io per «Il Quotidiano della Calabria». Da allora e fino alla sua morte non abbiamo mai smesso di “frequentarci”, di scandagliare quelle piccole storie che affascinavano entrambi, che io ho finito per raccontare sul blog e nei libri, lui sulle pagine della Gazzetta, in un esercizio appassionante di custodia della memoria dei nostri luoghi.
Conservo con orgoglio le sue recensioni ai miei primi due libri sulla storia di Sant’Eufemia: Sant’Eufemia d’Aspromonte. Politica e amministrazione nei documenti dell’Archivio di Stato di Reggio Calabria. 1861-1922 (2008) e Il cavallo di Chiuminatto. Strade e storie di Sant’Eufemia d’Aspromonte (2013).
I corrispondenti locali danno visibilità a posti dei quali spesso, se non ci fossero loro a scriverne, non si saprebbe niente. Sono la voce dei territori che non hanno voce e di coloro che ci vivono. Svolgono una funzione sociale e civile tanto preziosa quanto misconosciuta.
Totò Ligato ha svolto questa “missione” in maniera alta. Nella sua lunga attività di cronista curioso del mondo e dell’infinita varietà umana, ha regalato ai lettori della “Gazzetta del Sud” ritratti indimenticabili di personaggi di paese, in particolare della sua Melicuccà nel Novecento: protagonisti di vicende paradigmatiche di un’epoca ricordata con la nostalgia che naturalmente si prova per gli anni che furono. A quelle storie ha dedicato anche un romanzo breve: Sabbia, uno scritto introvabile che qualche anno fa ho avuto la fortuna di recuperare in formato pdf e che meriterebbe di essere ripubblicato, insieme ad una selezione dei suoi articoli più significativi.
Totò era un giornalista romantico, al quale la dimensione di corrispondente locale andava bene, nonostante avesse una solidità culturale e uno stile di scrittura da cronista di razza. Mi mancano le sue osservazioni mai banali e la sua capacità di analisi, il suo amore per i nostri territori e per le storie delle umili genti, che soltanto nella penna di chi ha una sensibilità particolare trovano riscatto.

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16 novembre 1894

Casa diroccata

Il terremoto che il 16 novembre 1894 colpì il circondario di Palmi provocò 98 vittime e danni ingentissimi. Una scossa di sedici lunghissimi secondi rase al suolo cittadine e villaggi, con il triste primato di San Procopio, che ebbe 48 vittime: sette furono inoltre registrate a Bagnara (alle quali vanno aggiunte le sei della frazione Solano), otto a Seminara e altrettante a Palmi, epicentro del sisma del 6.1 grado della scala Richter; altre a Melicuccà, Sinopoli, Santa Cristina e Delianuova. Un numero che per Palmi sarebbe stato ben più elevato se in quei giorni la città non fosse stata teatro di un avvenimento successivamente riconosciuto dalla Chiesa come miracolo: il movimento degli occhi della statua della Madonna del Carmine. Grazie alla processione organizzata il 16 novembre, la popolazione si trovava per strada quando la terra tremò e le case cominciarono a crollare.
Sant’Eufemia fu semidistrutta. Delle sette vittime, cinque risiedevano nel Paese Vecchio, le altre due al Petto: Concetta Bagnato, 37 anni; Grazia Maria Monterosso, 72 anni; Antonino Condina, 36 anni; Maria Antonia Cutrì, 3 anni; Angela Nocito, 88 anni; Natale Occhiuto, 2 anni; Carmina Zagari, 95 anni. Più di 200 furono i feriti. La chiesa Matrice subì lesioni molto gravi, quella del Purgatorio rovinò parzialmente, quella del Petto crollò quasi completamente; 212 abitazioni crollarono totalmente, 326 parzialmente, 432 furono gravemente danneggiate e 188 lesionate in modo lieve. I danni furono quantificati in circa due milioni di lire.
La rivista “Fata Morgana” pubblicò la testimonianza dello storico eufemiese Vittorio Visalli, che dal 1892 era vicedirettore della scuola normale di Messina, città nella quale risiedette fino al terremoto del 1908, nel quale perirono la moglie Giuseppina Augimeri e la figlia Maddalena: «Eran quasi le sette di sera, quando un ruggito sotterraneo, lungo sibilante, annunziò la catastrofe: ed ecco un urto immane, una rapida vibrazione di sotto in sopra, da sinistra a destra, e le case oscillano, sbattono le imposte, i quadri si staccano dalle pareti, le travi scricchiolano come i fianchi di una nave in tempesta. Perdo l’equilibrio, mi appoggio allo stipite di un balcone, e vedo turbinare in un vortice i palazzi, i fanali accesi, la gente nella strada, e un vento caldo e furioso m’investe tutta la persona. Corro a prendere nelle braccia la mia bambina che dormiva, e preceduto dalle donne di case allibite e singhiozzanti, scendo all’aperto».
Il giorno successivo, Visalli attraversò lo Stretto e giunse nel paese natio: «Sant’Eufemia è distrutta. Un’ansia affannosa deprime l’energia dei superstiti, erranti per le campagne, senza lavoro, senza cibo, mentre le piogge cadono dirotte e la neve già si affaccia dai culmini dell’Aspromonte. Addio, mia povera e cara dolce casetta nativa! Quando mio nonno ti fece costruire e mio padre ingrandire, quando io bambino tornava di scuola a ricevere in te il premio d’un bacio materno, eri tanto lieta e graziosa che non avrei sognato mai di doverti un giorno rimirare in così misero stato. Il mio piccolo nido sembra oggi un sepolcro abbandonato; ed i muri esterni incombono sovr’esso come scheletri minacciosi o crollanti».
Sui luoghi colpiti dal disastro giunsero reparti di truppa e squadre di operai sottoposti agli ordini del maggiore del Genio civile Angelo Chiarle, i quali si occuparono della demolizione delle case diroccate, della rimozione delle macerie, del puntellamento delle abitazioni recuperabili, della costruzione delle baracche, della distribuzione di indumenti e di alimenti, dello svolgimento di servizi di pubblica sicurezza. A fine febbraio 1895 furono consegnate 64 baracche: la chiesa, l’ospedale, le scuole femminili, il municipio, l’ufficio telegrafico e l’ufficio postale, oltre alle “baracche varie”. Furono inoltre puntellate 32 case, demoliti totalmente 5 fabbricati e parzialmente 64. Un anno dopo, l’area denominata “Pezza Grande” risultava così occupata da un vasto baraccamento strutturato con strade, piazze, una chiesa e una rivendita di privativa, che ospitava più di 200 famiglie e che costituì il primo nucleo urbano dell’assetto che Sant’Eufemia avrebbe definitivamente assunto dopo il terremoto del 1908, quando fu edificato l’intero omonimo rione.

Campanile Chiesa del Purgatorio
Chiesa S. Eufemia V.M.
Chiesa del Purgatorio

Foto tratte da: “Il terremoto del 16 novembre 1894 in Calabria e Sicilia. Relazione scientifica della Commissione incaricata degli studi dal Regio Governo”, Roma 1907.

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Once upon a time in Calabria: stories of Sant’Eufemia

Qualche anno fa scrissi del poema-diario di Giuseppe Ciccone (Trough the circles of hell: a soldier’s saga, Relicum Press 2016), un preziosissimo documento sulla prima guerra mondiale pubblicato a cura della figlia Tina (Fortunata) e del nipote Joseph Richard Ciccone, professore di Psichiatria presso l’Università di Rochester.
La storia di Tina è singolare. Dopo un’intera esistenza trascorsa negli Stati Uniti (l’ultimo suo viaggio in Italia risale a mezzo secolo fa), che ne aveva quasi cancellato il passato italiano, calabrese ed eufemiese, giunta alla terza età si è dedicata al recupero delle proprie radici. L’ultimo frutto di questo esercizio della memoria è un omaggio a figli, nipoti e pronipoti: Once upon a time in Calabria: stories of Sant’Eufemia, uno spaccato degli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso a Sant’Eufemia d’Aspromonte.
Il capofamiglia va avanti e indietro dagli Usa e ogni volta che lascia il paesino ha un figlio in più: Luigi, Nino, Orsola, Rosa e Tina. Gradualmente, tutta la famiglia raggiunge il genitore, tranne Orsola, che si trasferisce a Roma dopo il matrimonio con il ragazzo che per cinque anni percorre in bicicletta la strada da Delianuova per poterla corteggiare mentre si approvvigiona d’acqua in una fontana pubblica. Nel 1950 giungono infine negli Stati Uniti la diciannovenne Tina e la mamma, Francesca Pillari.
L’emigrazione era allora un fenomeno caratterizzato da mesi, anni di silenzi. Quando arrivava una lettera, per tutto il giorno era festa tra le mura di casa Ciccone, un’abitazione con giardino che era stata residenza estiva dei Ruffo e nella quale, secondo una leggenda locale non riscontrata, aveva addirittura pernottato Garibaldi.
Francesca, che da bambina aveva casualmente incontrato il brigante Giuseppe Musolino, è una sorta di autorità medica, in virtù della frequentazione dello studio del medico condotto Bruno Gioffré-Napoli, la cui immensa libreria è per Tina un luogo magico oltre che di formazione. Emblematico l’episodio del parto podalico, portato a termine senza procurare danni né alla neonata né alla partoriente.
Sono tempi difficili, caratterizzati da un’alta mortalità infantile. Tina conosce presto il volto della morte, quando perde una compagna di scuola per una malattia sconosciuta che la consuma nel giro di pochi giorni. Ogni tanto in paese si sviluppa un incendio che distrugge le baracche in legno. Ninuzzo, il primo ad accorrere ovunque quando si trattava di domare le fiamme, muore mentre tenta di spegnere il fuoco che divora la sua abitazione.
I “quadri” storici di Tina sono popolati dagli artigiani del tempo, veri e propri “artisti”: scultori, orafi, ebanisti, calzolai, sarti. Sono gli anni del consenso al regime fascista: «Non avevamo idee politiche, ma eravamo felici di indossare le uniformi, di marciare, di fare gli esercizi ginnici». Tina stessa partecipa e vince un concorso, per il quale viene premiata a Reggio Calabria, sviluppando la traccia “Cosa significa per te essere un balilla o una giovane italiana?”.
Molte ragazze vanno dalle suore e imparano a cucire, a lavorare a maglia, a ricamare, a stirare: tutto ciò che serve per diventare brave donne di casa. La società è patriarcale e non priva di pregiudizi. Domenico, il figlio del fornaio, viene appellato “il poeta” perché porta i capelli lunghi e veste in modo eccentrico. La sua omosessualità è “una vergogna per la sua famiglia”, tanto che il padre perde i clienti e le sorelle non riescono a trovare marito. Maria non viene assunta come domestica dai Gioffré–Napoli perché è una ragazza madre. Un’altra giovane è molto chiacchierata perché troppo “moderna” e la stessa Tina viene rimproverata dalla madre quando prova il rossetto: «Cosa direbbe tuo padre se ti vedesse?». Quel padre lontano ma presente, in posa nella foto incorniciata e tenuta accanto a quella del presidente statunitense Franklyn Delano Roosvelt, che precauzionalmente finirà in fondo al baule della biancheria negli anni del secondo conflitto mondiale.
I ricordi più dolorosi sono legati alla guerra, il cui andamento Tina e la mamma seguono alla radio. Alcuni eufemiesi ospitano gli sfollati dei paesi vicini colpiti dai bombardamenti e, quando fa buio, scatta l’ordine di oscurare le finestre con i vestiti del lutto, per non dare punti di riferimento all’aviazione alleata. La popolazione si rifugia nella galleria o in tunnel scavati sui costoni della montagna. La prima volta Tina avverte un forte senso di claustrofobia, stringe forte la mano della mamma, non riesce a dormire.
Ma poi la guerra finisce e si può tirare un sospiro di sollievo. Non avendo altro, la popolazione festante regala ai liberatori frutta di stagione, ma ci sono anche strascichi negativi. Le armi abbandonate dai tedeschi in fuga finiscono nelle mani sbagliate e delinquenti terrorizzano il paese con furti, richieste di soldi e soprusi. Bruno torna traumatizzato dai campi di prigionia in Germania, pronuncia parole senza senso e ripete ossessivamente nome, numero di matricola, plotone di appartenenza. A Cosimo, compagno di giochi di Tina, un ordigno trovato nei campi dell’Aspromonte strappa un braccio.
I ricordi di Tina sono stati messi nero su bianco, in lingua inglese, per una diffusione “familiare”. Eppure, nonostante qualche inesattezza storica e l’inevitabile ripetitività di alcuni passaggi, il libro ha il pregio di ricostruire con dovizia di particolari un periodo storico importante anche per la piccola comunità eufemiese.
La storia, quella grande così come quella piccola, risulta di difficile comprensione se non si segue la raccomandazione storicistica dell’autrice: non si può giudicare ciò che è stato utilizzando i valori di oggi; non si può guardare al passato indossando gli occhiali del presente.

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Per fatto quasi personale

Insisto con una mia vecchia proposta, presentata a tutte le amministrazioni comunali che si sono succedute negli ultimi venti anni in occasione di convegni, presentazioni di libri, incontri con gli amministratori. Tra poco più di un mese si voterà, per cui non credo di andare fuori traccia se, senza alcuna intenzione prevaricatrice del ruolo che andranno a ricoprire il prossimo sindaco e i futuri consiglieri comunali, mi permetto di sottolineare quanto sarebbe importante l’istituzione dell’Archivio storico comunale.
Chi ama la storia e ha familiarità con gli archivi, sa che essi costituiscono una fonte di primaria importanza per la storia di un territorio e per la ricostruzione dei processi sociali, storici e istituzionali di un comune. Un patrimonio di documenti, pergamene, carte e volumi fondamentali per riscoprire le proprie radici e per comprendere le ragioni dello stare insieme, l’identità di un popolo. Per individuare il filo rosso che lega il presente di una comunità al passato, teso verso l’avvenire.
Dal punto di vista documentario e storiografico, gli ultimi cento anni (esattamente a partire dall’anno 1922) della storia di Sant’Eufemia d’Aspromonte rappresentano una terra pressoché incognita, ma – proprio per questa ragione – anche un fertilissimo campo da arare. Servono però gli strumenti per poterlo fare e gli strumenti, per gli studiosi di storia, sono le fonti.
Accanto al motivo ideale c’è poi l’esigenza immediata di salvare dal progressivo e ineluttabile deterioramento un patrimonio che giace negli scantinati del palazzo municipale in registri e documenti privi di catalogazione, non consultabili, esposti all’umidità e alla polvere.
Sul piano pratico, si tratterebbe di riordinare, catalogare e inventariare il materiale documentario del comune: registri dell’anagrafe; verbali dei consigli comunali e delle giunte municipali; atti ufficiali e corrispondenza con enti politici, uffici burocratici, personalità politiche di rilievo. Ma anche il recupero, in originale o in fotocopia, di tutte le opere pubblicate da autori eufemiesi negli ultimi due secoli. Sparsi negli archivi e nelle biblioteche di tutta Italia vi sono libri, scritti da eufemiesi, dei quali noi stessi non abbiamo completa cognizione. Senza dimenticare che la realizzazione di un progetto del genere necessiterebbe del coinvolgimento di un discreto numero di ragazzi.
Da cittadino comune mi rendo conto che, in generale, le amministrazioni comunali si trovano ad affrontare quasi a mani nude problematiche sociali, economiche e strutturali molto urgenti. La questione dell’Archivio storico comunale potrebbe apparire di secondaria rilevanza.
Tuttavia, la cultura può svolgere un’importante funzione sociale. La coesione di una comunità dipende molto dalla conoscenza della storia del posto in cui essa vive. La consapevolezza dell’esistenza di radici, identità e destino comuni spingono ad amare il proprio paese e ad averne maggiore cura. A guardare con fiducia, tutti insieme, al futuro che verrà.

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5 luglio 1914, il giorno della pacificazione eufemiese

Quando si parla di “data storica” per una comunità, il rischio di scadere nella retorica è sempre in agguato. Non è il caso del 5 luglio 1914, che nella storia di Sant’Eufemia d’Aspromonte segnò la fine delle aspre divisioni sulla ricostruzione del paese seguite al terremoto del 28 dicembre 1908. Il terribile sisma – che aveva provocato circa 700 vittime e la perdita dell’85% del patrimonio edilizio – ripropose la questione, già vissuta dopo il “fracello” del 5 febbraio 1783, del trasferimento dell’abitato nell’area denominata Pezza Grande. Nel 1783 prevalsero i fautori della ricostruzione nelle aree allora edificate (Paese Vecchio e Petto). Dopo il 1908 le cose andarono diversamente, determinando l’odierno assetto urbanistico del paese con i suoi tre grandi rioni: Paese Vecchio, Petto e, appunto, Pezza Grande. Anche nella riedizione di quel drammatico scontro la polemica tra i sostenitori delle due contrapposte tesi fu violentissima. Da un lato si trovarono gli ex sindaci Francesco Capoferro, Antonino Condina-Occhiuto e il medico condotto nonché grande oratore Bruno Gioffré, che incendiava gli animi degli eufemiesi invitandoli alla resistenza. Nel campo opposto svettava la prestigiosa figura dell’anziano commendatore Michele Fimmanò, per oltre sessant’anni dominatore assoluto della scena politica eufemiese e regista delle elezioni comunali che a maggio 1910 incoronarono sindaco il notaio Pietro Pentimalli.
Il 14 ottobre 1911 la giunta guidata da Pentimalli inviò al presidente del consiglio Giovanni Giolitti e al ministro dei lavori pubblici Ettore Sacchi un promemoria (“Per la riedificazione di Santeufemia d’Aspromonte”) a sostegno del trasferimento del paese nel nuovo sito, che andava a confutare le ragioni del fronte opposto, compendiate nel parere espresso due anni prima dal geografo Mario Baratta (“Per la ricostruzione di Sant’Eufemia d’Aspromonte distrutta dal terremoto del 28 dicembre 1908”). Il governo nazionale sposò la linea di Fimmanò e di Pentimalli, il quale aveva comunque accordato alcune eccezioni provvisorie, in attesa dell’approvazione del piano regolatore. Ma nonostante l’apertura del sindaco, la tensione tra gli schieramenti in campo raggiunse livelli di guardia così alti che più volte rischiò di scapparci addirittura il morto.
Il pericolo di una deriva drammatica convinse “i migliori elementi delle due parti” a sedersi attorno ad un tavolo per trovare una sintesi, che fu concordata con il deputato reggino Giuseppe De Nava, garante ministeriale di un’operazione che teneva insieme tutto: rielezione di Pentimalli nelle elezioni comunali del 1914, edificazione del paese nella nuova area e abrogazione del divieto di ricostruzione nelle aree distrutte dal terremoto.
Probabilmente mai più gli eufemiesi sono riusciti a fornire una lezione così alta di unità di intenti. Gli individualismi furono messi al bando da una generazione responsabile che trovò nel sindaco Pentimalli una guida illuminata (il quale meriterebbe un approfondito e specifico studio biografico), capace di portare fuori dalle tenebre un popolo distrutto moralmente e materialmente. Esempio fulgido di come, di fronte alle avversità, occorre fare quadrato se si vuole dare prova di maturità e di una visione nobile, non condizionata da interessi e ambizioni personali.
Ecco perché la chiusura del discorso pronunciato da Pentimalli il 5 luglio 1914, giorno della posa della prima pietra del nuovo palazzo municipale, rappresenta un inno alla concordia e all’amore per il superiore bene comune che sempre dovrebbero animare chi ha l’onore di rappresentare la comunità nelle istituzioni: «Attorno a questa pietra, come attorno ad un’ara, deponemmo, in sacrificio magnifico, tutte le nostre passioni, purificando l’anima nel più sublime ideale che arrida agli umani: l’amore della nativa terra. Sia fatidica la data che accomuna la rinascita della nostra città a quella degli spiriti composti a feconda pace».

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14 maggio 1976: il giorno in cui Sant’Eufemia uscì da un incubo

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Il 14 maggio 1976 segnò per Sant’Eufemia il risveglio da un incubo, condensato nelle lacrime di una donna inginocchiata in mezzo alla strada: «La Madonna ha fatto il miracolo. Il nostro medico è ritornato a casa sano e salvo». Dopo 77 giorni veniva restituito agli affetti familiari e alla comunità eufemiese il medico condotto Giuseppe Chirico (1915-1995), che all’alba era stato rilasciato dai sequestratori lungo la strada provinciale tra i Piani di Carmelia e l’abitato di Delianuova. Alle sette di mattina una folla immensa abbracciò “Don Pepè”, appena sceso dall’auto dei carabinieri che lo aveva riaccompagnato a casa.
Ho scritto di Giuseppe Chirico in diverse occasioni e mi onoro di avere curato il testo del documentario realizzato nel 2001 dalla Pro Loco eufemiese, per l’assegnazione “alla memoria” del Premio Solidarietà “Ginestra”. Don Pepè è tra le personalità più amate nella storia di Sant’Eufemia d’Aspromonte. Per l’umiltà, l’umanità e il senso del dovere: qualità proprie di chi fa della professione una missione al servizio della collettività.
È stato pertanto per me naturale riservare a Chirico un paragrafo del libro Sant’Eufemia d’Aspromonte nell’età contemporanea, integrando il materiale documentario già in mio possesso con i servizi giornalistici realizzati per la Gazzetta del Sud da Giuseppe Toscano e Luigi Malafarina (che lo intervistò “a caldo”, subito dopo il rilascio), ma soprattutto raccogliendo l’inedita testimonianza del figlio Gaetano sui tragici giorni del sequestro e sul rapporto d’amore del padre con i suoi concittadini: «Mi portava spesso da piccolo con sé alle visite a domicilio con la sua mitica Fiat 500 bianca. Lì mi accorgevo dell’affetto e del calore di cui veniva circondato dai suoi pazienti e dai familiari, affetto da lui ricambiato».
Proprio per questo, il rapimento provocò uno shock collettivo. Un tradimento, una intollerabile vigliaccata contro un uomo e un professionista esemplare che non conosceva orari di lavoro, “reperibile” giorno e notte, come ricorda il suo amico professore Giuseppe Calarco nel documentario: «Eravamo soliti fare la passeggiata serale. Ricordo che capitava che venisse chiamato per soccorrere qualcuno: senza scomporsi, salutava e col sorriso di sempre si allontanava per fare, come diceva lui, il suo dovere». E infatti, quando la banda dei sequestratori entrò in azione (intorno alle ore 21 del 27 febbraio), Don Pepè stava effettuando il consueto giro serale, con in tasca qualche caramella da offrire ai bambini da visitare a domicilio.
«Guardate come hanno ridotto il nostro medico», urlò un’altra donna vedendo Don Pepè con la barba lunga e incerto nei passi, a causa dei due mesi e mezzo trascorsi per lo più bendato e legato ad una catena. Un’immagine che ancora oggi commuove, al pari dell’intervento del professore Luigi Crea in occasione del conferimento al dottore Chirico del “Premio Sant’Ambrogio” (dicembre 1990): «Sono tanti quelli di cui Lei ha ascoltato il primo vagito e che adesso La ringraziano; sono tanti quelli a cui Lei ha donato la salute del corpo, contribuendo così anche a rendere l’animo più sereno e che adesso La ringraziano; sono tanti quelli che hanno aspettato con ansia il Suo arrivo nella loro casa, sentendosi confortati dalla Sua sola presenza, e che adesso La ringraziano; sono tanti quelli che, in momento di difficoltà materiale e spirituale, si sono rivolti a Lei sicuri di essere ascoltati e capiti e che adesso La ringraziano; sono stati tanti quelli che, prima di chiudere gli occhi alla vita terrena, L’hanno ringraziata, rasserenati dall’amorosa e quasi paterna Sua presenza al loro capezzale. Sembra quasi che anche le case, le strade, gli angoli dei rioni, abituati da sempre a vedere la Sua figura girare instancabilmente in ogni momento del giorno e della notte, vogliano unirsi a noi in questo momento per esprimere il loro grazie. […] Non possiamo però prima non chiederle scusa se in questi cinquant’anni, a volte, non Le abbiamo usato il rispetto che Lei meritava. Soprattutto vogliamo chiederLe scusa per quei vergognosi settantasette giorni che tutti noi cittadini non abbiamo saputo evitarLe. Nei momenti di riflessione e di ricordi, quando persone, avvenimenti Le scorreranno davanti agli occhi, facendoLe rivivere la Sua vita passata, non si fermi, Dottore, su quei tristi giorni, quanto piuttosto sulla gioia che invase tutto il paese per il suo ritorno a casa».

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Carmela e Nino, testimoni di un secolo

Un paragrafo di “Sant’Eufemia d’Aspromonte nell’età contemporanea” raccoglie la doppia intervista ai due centenari Carmela Cutrì e Nino Condina, che purtroppo non hanno fatto in tempo a vedere il volume. Sin dall’inizio della ricerca mi ero prefissato di scrivere un libro che a livello metodologico facesse interagire le fonti scritte (documenti d’archivio e biobibliografici) con quelle orali, con la viva voce di chi aveva vissuto in prima persona alcuni degli avvenimenti narrati. Anche altri paragrafi seguono questo doppio binario, ma la testimonianza di Carmela e di Nino è unica, poiché le loro vite incarnano il paradigma del passaggio di un’epoca, iniziata in case illuminate dalla fiammella della “lumera”: stoppino, mezza patata e olio in un recipiente. Abitazioni nelle quali mancava l’acqua e che erano prive dei servizi igienici. Per i bisogni si andava fuori e ci si lavava con l’acqua della fonte dentro un catino, in estate anche all’aria aperta.
Secondo l’efficace immagine di Carmela, il contadino “u viddicu su dirgiva” con le patate, che non mancavano mai. Solo in particolari ricorrenze (Carnevale, Natale, matrimoni) sulla tavola arrivavano la carne, il pesce stocco e il baccalà. Il pane, che si faceva in casa o nei forni, veniva conservato anche per un mese. A volte era così “lligamatu” che lo sforzo per masticarlo – ricorda Nino – provocava dolore alle meningi.
Molti però non avevano la possibilità di produrre o di acquistare il grano, cosicché si arrangiavano raccogliendo nei campi altrui i rimasugli della trebbiatura (“spicareddi”).
Nelle terre si zappava dal canto del gallo fino a sera. A volte anche di notte, con il chiarore della luna. Una fatica che non possiamo immaginare, ma che non impediva la cosiddetta “vesperata” a fine giornata: si accendeva un fuoco, si cucinavano le uova, poi si cantava e si ballava. Come nei matrimoni, tra i tavoli collocati sotto la pergola e nello spazio dell’aia destinato alla trebbiatura del grano, dove trovavano sistemazione i lunghi cortei che accompagnavano gli sposi all’uscita dalla chiesa. Con le immancabili “maniche di giacca” cucinate e servite con l’ausilio di stoviglie, posate e piatti presi in prestito da parenti e amici. Matrimoni e feste erano le ricorrenze nelle quali anche i più piccoli si “mutavano” e indossavano l’abito buono, più nuovo rispetto a quello liso di tutti i giorni: vestine per le bambine; per i maschietti, pantaloni con lo spacco che, aprendosi quando si acquattavano, consentiva loro di fare i bisogni. Le mutande erano indumenti per adulti e il bucato, chi viveva lontano dai lavatoi pubblici, lo faceva nel fiume o nelle “gebbie”.
E ancora, la guerra. Nino che si salva per miracolo nell’affondamento dell’incrociatore “Gorizia”; le famiglie, in paese, che sfuggono ai bombardamenti degli Alleati trovando riparo in rifugi ricavati nei costoni della montagna o all’interno della galleria ferroviaria infestata dalle pulci.
Racconti incredibili sui quali si è abbattuto il cloroformio del benessere, che però sono accaduti soltanto ieri, a pensarci bene. Se la speranza è di non dovere mai più rivivere quella miseria, ricordare da dove veniamo deve darci la consapevolezza che da allora tanta strada è stata percorsa. E che non possiamo dire “si stava meglio quando si stava peggio”, se quando si stava meglio non c’era famiglia che non avesse pianto un parente perito nel terremoto del 1908 o caduto in una delle due guerre, bimbi morti in tenera età per un “dolorino di pancia”, donne non sopravvissute al parto, famiglie che si nutrivano di “cosch’i vecchia”, “paparini” e cardi.
Se quando si stava “meglio” – per fortuna – noi non c’eravamo.

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Commemorazioni e orazioni nella storia di Sant’Eufemia

Diversi anni fa avevo sviluppato l’idea di comporre un’antologia eufemiese. Ritenevo – e ritengo tuttora – utile una selezione delle poesie, dei racconti, dei saggi storici e letterari scritti da autori eufemiesi. Non soltanto per il valore storico e culturale, ma soprattutto per soddisfare il bisogno di salvare tali opere dall’oblio. Volumi ed opuscoli pubblicati da personalità eufemiesi tra Ottocento e Novecento resistono infatti in un numero ormai ridotto di copie, presso qualche biblioteca pubblica: Reggio Calabria, Palmi, Polistena, Biblioteca nazionale di Firenze; pochissimi in quella di Sant’Eufemia.
Mi misi pertanto sulle tracce delle opere di mia conoscenza, che fotocopiai insieme ad altre scovate per caso, delle quali ignoravo l’esistenza. Nel tempo sono stato anche assistito dalla fortuna, presentatasi con il volto generoso di amici che, avendo avuto la necessità di svuotare vecchie abitazioni, hanno voluto farmi omaggio dei volumi delle relative librerie. Più volte mi è capitato di recuperare opere pubblicate da eufemiesi, discorsi ufficiali e commemorazioni pubbliche dalla tiratura limitatissima perché destinati ad una ridotta platea di lettori.
Non potendo sapere se mai scriverò l’antologia, nel libro “Sant’Eufemia d’Aspromonte nell’età contemporanea” ho riportato integralmente alcune commemorazioni ufficiali (in qualche caso esistenti ormai in unica copia) proprio per ridare vita a documenti importanti della storia eufemiese, che ho inteso così consegnare alle future generazioni, affinché ne abbiano cura.
Di Carlo Muscari sapremmo poco o niente, senza la commemorazione tenuta da Michele Fimmanò nel centenario della morte del martire della Repubblica partenopea. Identica considerazione vale per lo stesso Fimmanò, se non fosse stata data alle stampe il discorso ufficiale di Pietro Pentimalli. Così come per Bruno Gioffré, Luigi Cutrì, Vittorio Visalli.
Mancando un Archivio storico comunale che consenta di mettere ordine tra i documenti stipati negli scantinati del Palazzo municipale, occorre fare di necessità virtù. Anche quando i toni possono suonare enfatici e agiografici, le orazioni contengono infatti informazioni fondamentali per ricostruire la vita pubblica e privata di figure centrali nella storia di Sant’Eufemia. Una storia che hanno contribuito a fare e, in parte, anche a scrivere.

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Intervista a Pont’i carta

Da dove nasce questo libro, e pensi sia davvero quello che possa chiudere il cerchio riguardo i tuoi scritti sulla storia di Sant’Eufemia?
Il libro nasce dall’esigenza mia personale di riassumere in un unico volume il risultato di oltre 15 anni di studio sulla storia di Sant’Eufemia. Ho pensato di approfondire temi e questioni che avevo già affrontato anche alla luce di documenti nuovi di cui sono venuto in possesso. L’aspetto che più mi piace sottolineare è che ho voluto dare al lettore, la possibilità di confrontarsi con contesti nuovi. Ad esempio con scritti che non sono stampati, come i discorsi del sindaco Pietro Pentimalli o di Michele Fimmanò. Opuscoli che erano stati pubblicati all’epoca e che si trovano soltanto nelle biblioteche. Io ho pensato di recuperare questi documenti e di metterli a disposizione della collettività.
Riguardo se sarà l’ultimo, allo stato delle cose penso di sì ma non per mia volontà, ma perché effettivamente tutta la documentazione reperibile l’ho già ampiamente studiata e al momento non ci sono altri documenti. Se in un futuro prossimo, attraverso ad esempio l’istituzione dell’Archivio storico comunale, ci sarà la possibilità di consultare anche la documentazione relativa al ‘900, gli atti amministrativi, può darsi ci sarà un seguito. A me piacerebbe.

Mi ha colpito molto il racconto dell’incendio del 18 settembre 1902 del quartiere”Burgu” nel rione Petto. Ho sempre avuto racconti dei miei nonni e dei miei zii, i quali abitavano quel quartiere, e seppur all’epoca non presenti, ebbero modo di avere racconti diretti di chi visse quell’evento, oltre che di toccarne con mano alcuni disastri non risolti. Dai loro racconti ricordo quella gara di solidarietà che tu citi nel libro. Ti va di ripercorrere la vicenda? Perché gli interventi e le stime dei danni furono così tardivi? E soprattutto, credi la solidarietà sia ancora un tratto comune di noi eufemiesi, oppure il tempo ha cristallizzato anche determinati valori?
Bisogna dire che episodi del genere sono molto frequenti nella storia di Sant’Eufemia. Questo è quello più eclatante perché ha fatto maggiori danni, basti pensare che nell’incendio andarono distrutti circa 150 abitazioni, lasciando per strada circa 500 persone. Disgrazia nata tra l’altro da un episodio bizzarro, che a ripensarci oggi verrebbe quasi da sorridere. Un bambino segue un gatto con una lampada, finiscono nel fienile e da lì scoppia poi l’incendio.
C’è da dire che le abitazioni erano baracche in legno, e credo che anche sul discorso dei ritardi vadano un po’ contestualizzati gli eventi. Se noi pensiamo che per certi aspetti Sant’Eufemia sia isolata oggi, proviamo a immaginarla 120 anni fa. Al tempo non c’era ancora la littorina, non c’erano mezzi di trasporto e di comunicazione adeguati, non c’era il Corpo dei Vigili Urbani. Per cui gli interventi sono stati quelli delle famiglie che si sono adoperati per cercare di spegnere l’incendio senza purtroppo riuscirci. Quindi c’è stata certamente questa grande gara di solidarietà, ma è quello che poi nei nostri paesi succede anche oggi. Riusciamo anche oggi infatti a stringerci quando accade una disgrazia ad una o più famiglie. Credo sia un tratto caratteristico delle popolazioni del Sud e anche di Sant’Eufemia. Siamo generosi.

Gli eventi che hanno segnato inevitabilmente il nostro paese sono i due terremoti del 1783 e del 1908, quest’ultimo cambiando profondamente anche la struttura urbana di Sant’Eufemia. Possiamo dire che Sant’Eufemia come la conosciamo oggi nasce da quel tragico evento. Oggi il paese attraversa un periodo difficile, dallo spopolamento, al commissariamento, fino ad un’apatia (purtroppo anche tra i pochi giovani rimasti) che rasenta la rassegnazione. Riprendo una frase di Pietro Pentimalli, all’indomani della posa della prima pietra del Palazzo Comunale. “Questa prima pietra ha per noi un contenuto ampio… è la consacrazione tangibile di una fede accomunata, di un nuovo e concorde proposito di tendere a più alta e proficua meta”. Allora il Paese, seppur lacerato dal disastro e dai campanilismi, seppe ripartire. Pensi possa accadere anche oggi?
Dividiamo in due la risposta. Sicuramente la storia di Sant’Eufemia è profondamente segnata dagli eventi naturali. Sant’Eufemia era il Paesevecchio fino al 1783 e poi dopo quel primo terremoto cominciò a svilupparsi verso il Petto. Il terremoto del 1908 invece, giunge su una situazione che era già ampiamente compromessa dal punto di vista della tenuta delle abitazioni, perché c’erano già stati i terremoti del 1894, del 1905 e del 1907 i quali avevano danneggiato gran parte delle abitazioni del paese. Il terremoto del 1908 colpisce in una situazione già fragile, segnando uno spartiacque decisivo per la nostra storia, perché cambiò tutto il paese sia dal punto di vista urbanistico, sia anche sociale (vi fu una polemica tra chi voleva ricostruire nel Paesevecchio e chi nel rione Piazzagrande). Viene fuori un paese nuovo, sia fisicamente che culturalmente. Mentre prima era orientato più verso l’entroterra, con la ricostruzione Sant’Eufemia si apre verso la Piana, anche perché negli anni Venti verrà costruita la linea ferroviaria, con la littorina, che consentirà di raggiungere agevolmente Palmi e Gioia Tauro.
Riguardo oggi, si è vero c’è una situazione difficile, seppur non paragonabile a quella. Si nota una certa stanchezza, un certo disimpegno. La pandemia poi è stata la mazzata finale rispetto a un declino che era già in corso da anni, ma che secondo me non è imputabile esclusivamente agli eufemiesi. Ci sono delle condizioni strutturali per cui ad esempio tanti giovani, che sono la parte vitale di un paese, finiscono per emigrare. Sono forze, competenze, passioni che vengono sottratte a Sant’Eufemia. Oltre quest’aspetto il paese si impoverisce anche quando i pochi giovani che restano sono comunque sempre più proiettati verso l’esterno, rispetto ad un impegno per il proprio paese. Per cui per la ripresa penso che serva uno sforzo collettivo, non esiste una persona che possa avere la bacchetta magica. Più che altro di quel tempo servirebbe lo spirito. Pietro Pentimalli seppe riunire attorno a sé le energie migliori del paese per farlo rinascere sulle basi di un progetto unitario e inclusivo. Servirebbe l’attitudine di pensare che alla fine quelli che sono, siamo rimasti in paese dobbiamo cercare di restare uniti, di ricercare soluzioni più possibili unitarie senza rifugiarsi nell’ambizione personale. E’ sempre legittima per carità, ma non bisogna fare discorsi sui nomi, tutti devono pensare di poter fare qualcosa per Sant’Eufemia. Soprattutto quelli che hanno deciso di restare e di vivere qua.

Quanto le due guerre mondiali hanno cambiato il popolo eufemiese? Ho l’impressione che la prima molto più della seconda, viste le testimonianze raccolte. È un dato semplicemente storico o è effettivamente così? Sono pochi i documenti storici riguardo la seconda guerra mondiale?
Non sono pochi i documenti storici riguardo la II guerra mondiale, semplicemente non li ho studiati. Il libro sulla I guerra mondiale è stato un lavoro durato 4 anni, perché si trattava di consultare circa 280 volumi. Sicuramente il materiale storico esiste anche per la II, ma ci vuole tempo. Serve qualcuno che vada a fare un lavoro molto complesso, e soprattutto lungo. Penso comunque che siano due situazioni differenti. La I guerra mondiale è stata vissuta con maggiore distacco dagli eufemiesi, poiché il fronte non era qua, a differenza della II dove comunque la comunità ha vissuto i bombardamenti, che seppur non hanno colpito Sant’Eufemia hanno comunque colpito i paesi vicini. Inoltre gli eufemiesi hanno vissuto il coprifuoco ad esempio, rifugiandosi nella galleria del ponte della stazione. Quindi diciamo che la II guerra mondiale è stata vissuta dagli eufemiesi, mentre la I guerra mondiale è stata più una guerra lontana, vissuta soprattutto tra le trincee del nord Italia. Tra l’altro anche i mezzi di comunicazione tra una guerra e l’altra erano differenti, basti pensare all’uso della radio nel secondo conflitto mondiale. La II guerra mondiale ha avuto un’incidenza maggiore sulla vita delle famiglie, poiché, anche dai racconti dei nostri nonni, l’eredità di quel conflitto è stata per anni la fame, la povertà e la miseria. In tutto ciò, va detto che la prima guerra mondiale ha fatto più vittime tra gli eufemiesi rispetto alla seconda.

Quale tra tutte le personalità che hanno fatto la storia di Sant’Eufemia, che hai raccontato negli anni e in questo libro, ti ha colpito maggiormente? E quale, secondo te, servirebbe oggi al paese? Io ti dico Giuseppe Chirico, detto “Don Pepé”. E Carlo Muscari, a cui sono legato dallo stesso giorno di nascita, oltre che dal nome della via in cui vi è casa mia.

La personalità più importante della storia di Sant’Eufemia per me è stata Michele Fimmanò. Anche per la durata nel tempo, considerando che lui è stato sindaco sia nell’ultima fase del periodo borbonico, sia dopo l’Unità d’Italia. Poi è stato anche consigliere provinciale per quasi 50 anni. Ha vissuto fino al 1913 ed era il punto di riferimento delle istituzioni provinciali ma anche nazionali. E’ lui che è stato decisivo nei momenti più importanti della storia del paese. Era lui che portava le istanze anche a livello parlamentare. Anche per le sue capacità amministrative, secondo me è lui la personalità più eminente. Sicuramente tra quelle che ho studiato io. Tuttavia, credo che ad esempio Pietro Pentimalli, sia un’altra figura che andrebbe studiata, se uno riuscisse a recuperare del materiale storico. Nella storia di Sant’Eufemia vedo queste due figure su tutti. Poi ci sono anche personalità, diciamo più romantiche, come Carlo Muscari, eroe della Repubblica napoletana. Ma la mia impressione è che l’impatto di Muscari sulla storia reale di Sant’Eufemia sia minore, perché Muscari appartiene ad una famiglia di notabili che vive a Napoli, non qua. A Sant’Eufemia viveva il fratello Mercurio, mentre un altro fratello, Gregorio, che fu un grande giurista, visse anch’egli a Napoli. Muscari possiamo dire di averlo scoperto noi dopo, anche i cittadini eufemiesi dell’epoca non avevano la percezione di chi fosse, né che fu un eroe dei moti del 1799.
Riguardo la personalità che servirebbe oggi al paese ti direi la stessa cosa di prima. Non serve una figura specifica, ma uno spirito unitario che consenta di mettere da parte campanilismi e personalismi. Lo spirito post terremoto è esemplificativo. Nei momenti difficili bisogna unirsi, non dividersi.

La storia degli ultimi 50-60 anni del nostro paese è attraversata da personalità diverse e dall’indiscutibile spessore umano e anche professionale. Penso ad esempio alla rivista “Incontri” e alle persone che vi erano attorno a quel progetto. Professionisti, professori, persone che in ruoli diversi hanno fatto grande Sant’Eufemia dal dopoguerra e almeno sino agli anni ’90. Perché oggi è così difficile replicare o quanto meno prendere ad esempio quei modelli, circondandosi di persone di quella caratura, che pure nel paese non mancano?
Io non penso che una volta fosse sempre meglio rispetto ad oggi. Secondo me abbiamo la tendenza a guardare gli avvenimenti del passato con gli occhi di oggi. Questo perché si sono già sviluppati. Non penso che Sant’Eufemia negli ultimi anni sia stata una realtà completamente ferma. Ad esempio un tratto caratteristico della storia recente di Sant’Eufemia è quella della vivacità delle associazioni. E, tralasciando gli ultimi anni, questo tratto si è sempre mantenuto. Penso alla Pro Loco o al Terzo Millennio. Noi ora li guardiamo con normalità perché li abbiamo vissuti, ma magari tra 50 anni chi studierà questo periodo potrà vedere come nei primi anni 2000 ci sono stati ragazzi, giovani e meno giovani, che si davano da fare per il paese. Penso a voi di Pont’i Carta ad esempio. Ma penso che a tutti quelli che in questi anni si sono impegnati per il paese vada riconosciuto questo merito. E’ ovvio che adesso noi non cogliamo pienamente l’importanza. Ma così come 30 o 40 anni fa non si coglieva ad esempio l’importanza dell’Associazione Sant’Ambrogio, anzi per certi aspetti vi era anche un certo campanilismo per cui non tutti apprezzavano quello che faceva l’Associazione Sant’Ambrogio. E oggi magari la rimpiangiamo. La questione alla fine è sempre una, e cioè che bisogna impegnarsi, e poi alla fine spetterà ai posteri giudicare. Non ci si può certo autoincensare. E’ la storia, la vita che si svolge così. Uno deve vivere il tempo in cui si trova, nel posto in cui si trova, perché se aspetta che arrivi qualcosa dall’esterno non si realizzerà mai niente. Capisco che i tempi siano tristi, ma se già uno fa qualcosa getta un seme, offre una speranza, indica una via. Tutto è importante nella vita di una comunità.

La mia ultima domanda parte dalla tua prima pagina. Perché hai voluto dedicare questo lavoro a Vincenzino Fedele? E infine, cosa ti auguri per la storia futura di Sant’Eufemia, quella che deve essere ancora scritta?
Ho voluto dedicare questo lavoro a Vincenzino Fedele perché è una personalità che si è tanto spesa per il paese. E’ stato un esempio per me fin da ragazzo. Un uomo perbene, disinteressato, che ha fatto tanto per il paese con un’associazione culturale, quindi con qualcosa di gratuito, senza secondi fini. Poi l’ho dedicato a lui perché la passione per la storia di Sant’Eufemia l’ho appresa durante un convegno organizzato proprio dall’Associazione Sant’Ambrogio, nel 1990. Ero ancora un liceale, era un convegno sulla storia di Sant’Eufemia, e penso che la scintilla di questa mia passione sia nata proprio in quell’occasione. Oltre alla passione per la storia in generale, a cui devo dire grazie al mio professore di Liceo, Rosario Monterosso. I buoni professori lasciano un segno.
Per il futuro innanzitutto mi auguro che ci sia qualcuno che abbia voglia e tempo di scriverla. A me piacerebbe che qualche giovane si appassionasse agli studi e alla ricerca storica. Io mi sono ritrovato a studiare la storia di Sant’Eufemia, e più l’ho studiata più volevo studiarla ancora. Ho questa curiosità nel voler conoscere la storia del mio paese perché le mie radici sono qua. Penso che debbano esserlo anche per tanti giovani che magari ancora non percepiscono l’importanza di avere una storia alle spalle. Mi auguro che per il futuro ci siano le condizioni per una crescita culturale e sociale del paese, pur nelle difficoltà che non possiamo nasconderci.

*Intervista realizzata da Francesco Martino. Link originale: Alla ricerca delle nostre radici: incontro con lo storico Domenico Forgione

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