Antiche polemiche sul Bollettino parrocchiale del 1955

Il centosettantesimo anniversario della divisone della parrocchia di Sant’Eufemia offre lo spunto per ritornare su una vicenda che, allora, diede vita a non poche polemiche all’interno della comunità eufemiese. Come è noto, fino al 1856 era esistita una sola parrocchia, inizialmente con sede nella chiesa “Matrice”, la quale – dopo “u fracellu” del 1783 – era stata trasferita in quella di Santa Maria delle Grazie. Il terremoto aveva però determinato anche l’edificazione del paese nell’area denominata “Petto del Principe”, con il conseguente spostamento di circa metà della popolazione. Nell’istanza inoltrata il 12 giugno 1855 al sovrano Ferdinando II, il sindaco Michele Fimmanò aveva motivato la richiesta proprio con l’incremento demografico del quartiere “Petto”. Il vescovo di Mileto, Filippo Mincione, aveva fatto proprie le osservazioni di Fimmanò e il 19 agosto 1856 aveva emanato il decreto che erigeva la parrocchia di Sant’Eufemia Vergine e Martire.
La decisione non era stata da tutti accolta con favore. Lo scontro dovette raggiungere livelli altissimi se il parroco Antonino Messina, sul numero di dicembre 1955 del Bollettino della parrocchia di Sant’Eufemia, sentiva ancora il bisogno di tornare sulla vicenda con toni durissimi. Anche se, nel suo caso, contava pure il bisogno di legare il passato al presente, di brandire le ragioni di un secolo prima per mettere i puntini sulle “i” di una polemica più recente.
Commentando i fatti del 1856, Messina osservava che il decreto del vescovo Mincione appagava la richiesta degli abitanti del rione Petto e risolveva inoltre il problema della difficoltosa percorrenza, a piedi, della strada che collegava i due rioni (via Roma, comunemente denominata il “calvario”): «Un solo Rettore e Curato – si legge nel decreto – è insufficiente a reggere la cura di detto Comune; […] il rione Petto, dove hanno fissa dimora circa 3.000 mila abitanti, dista notevolmente dall’altro rione denominato “La Piazza”, dove in atto è sita la Chiesa Curata Arcipretale, cui gli abitanti dell’anzidetto rione, sia per le difficoltà della stagione invernale che di quella estiva, a motivo della via lunga, ardua e scoscesa non possono accedere senza grave incomodo per l’esercizio dei doveri religiosi, delle pie pratiche e dell’assistenza alle Sacre Funzioni; e […] neppure, per le stesse difficoltà, l’Arciprete può comodamente accedere al rione Petto per esercitarvi la cura delle anime».
Il decreto, che indicava con precisione la delimitazione territoriale delle due parrocchie, affidava la cura della nuova al sacerdote Rocco Cutrì, restando quella di Santa Maria delle Grazie in capo all’arciprete Giovanni Zagarella. Tra le altre cose, stabiliva che l’arciprete usasse il timbro con l’immagine di Santa Maria delle Grazie e il parroco quello con l’effigie di Sant’Eufemia; che “ciascun curato, sia l’Arciprete che il Parroco, con la propria croce ed il clero, possono accompagnare al Camposanto o alla chiesa funerante i cadaveri dei propri filiali, nonostante si debba passare attraverso l’ambito dell’altrui giurisdizione”; che “il parroco di Sant’Eufemia nel giorno del Corpus Domini e in ogni altra processione prescritta da questa Rev.ma Curia Episcopale pro causa universali, con la propria Croce e col Clero, nell’ora stabilita si rechi nella Chiesa Arcipretale e si associ al clero della stessa processionalmente: parimenti anche l’Arciprete nella festa precipua e principale della Patrona Sant’Eufemia, con la propria croce e col clero sia presente nella chiesa Parrocchiale e si associ processionalmente a quel Clero”; che, “sia dentro che fuori della Chiesa, in tutte le Sacre Funzioni la precedenza è dovuta all’Arciprete e al suo Clero”; che “nel giorno di Sabato Santo le campane della Chiesa Parrocchiale debbono essere suonate subito che si ode il suono delle campane della Chiesa Arcipretale, non prima né dopo”.
Nel suo articolo, il parroco esaltava il ruolo di Michele Fimmanò e, sgombrando il campo da ogni maldicenza del passato, sferrava una stoccata a quelle del presente: «Altri razzolando tra le cianfrusaglie dei luoghi comuni, dirà che l’erezione della nuova Parrocchia fu la conseguenza delle fazioni locali, chiesastiche e politiche; a costoro potremmo dire che mancano di serenità, quando, per giudicare i fatti del passato e purtroppo anche del presente, hanno bisogno di inforcare con sussiego le lenti della faziosità, la quale del resto non spiega un bel niente».
I fatti del presente ai quali alludeva il sacerdote si riferivano al trasferimento (avvenuto il 24 ottobre 1955) dell’asilo infantile parrocchiale “San Diego” nei locali del vecchio Palazzo Fimmanò, che egli aveva acquistato e ristrutturato. La “maligna interpretazione”, messa in circolo dai detrattori del parroco, consisteva nell’accusa a Messina di essersi sostanzialmente impossessato del rudere “donato” alla chiesa dal vecchio proprietario: «È notorio – si legge invece nell’articolo “Smentite” – che il Parroco comprò il vecchio rudere con il suo denaro per fare quello che sarebbe parso più opportuno per lo svolgimento delle sue attività pastorali».
Gli avversari del parroco si erano addirittura recati a Messina da Michele Fimmanò, omonimo nipote del sindaco che un secolo prima aveva avanzato la richiesta di divisione della parrocchia, “per tentare, con malevoli insinuazioni, di indurlo alla revoca del contratto notarile”. Ma era stato proprio Fimmanò a chiarire definitivamente la questione, indirizzando al parroco una lettera (riportata per intero sul giornale) nella quale precisava: «A proposito di tale vendita, a stroncare definitivamente ogni interessata e malevola interpretazione, debbo precisarvi che il motivo che mi ha indotto a tale alienazione fu determinato dalla necessità, per me, di porre fine alle continue ordinanze municipali per la recinzione del casalino, recinzione che io avevo fatto con esito negativo già in precedenza, e che non intendevo più fare, dato anche la forte spesa, cui sarei andato inutilmente incontro». Per tale motivo, proseguiva, aveva interessato parenti ed amici affinché trovassero un compratore disposto ad acquistare per sessanta-settantamila lire, smentendo quindi ogni ipotesi di beneficenza e concludendo con parole definitive: «Quando il mio fattore Luigi Fedele trattò la vendita con voi, io intesi vendere, ed infatti vendetti, come d’altra parte risulta dagli atti relativi, tale cespite a Voi come persona privata e non come Parroco ed in rappresentanza della Chiesa, come lo avrei venduto a qualsiasi altra persona si fosse presentata prima di Voi».
A distanza di settant’anni, l’interesse del Bollettino del centenario non si esaurisce nella ricostruzione degli avvenimenti che avevano portato all’istituzione della seconda parrocchia. In sei pagine fitte di articoli è possibile ricostruire un’epoca e cogliere alcuni aspetti della società del tempo.
La “Cronaca della Parrocchia” fa il resoconto dei 25 giorni di “ricreatorio pomeridiano” dedicato nel mese di settembre ai ragazzi, impegnati “all’ombra del campanile” con il catechismo ma anche con gare e giochi: prima del rientro a casa, avveniva inoltre la distribuzione di “una merenda di biscottini, formaggini, gianduiotti, mortadella”.
“La festa di Sant’Eufemia” racconta di un’edizione “degna delle sue tradizioni”, grazie all’illuminazione curata dalla ditta Mercuri, ai fuochi d’artificio della ditta Foti, ai concerti del corpo musicale “Citta di Roccella”, alla generosità della comunità locale e degli eufemiesi che vivevano fuori, come è possibile constatare scorrendo l’elenco delle offerte ricevute dall’Italia, dalle Americhe e dall’Australia, che si aggiungevano al contributo dei componenti del Comitato e alla raccolta delle cassettine ritirate presso venti esercizi commerciali del paese.
Altrove si annunciava la visita pastorale del vescovo De Chiara, con le relative istruzioni sulle modalità di accoglienza. Ma venivano anche pubblicati l’elenco delle offerte per lo stipo in noce di Sant’Eufemia (realizzato dall’intagliatore Fortunato Messina), l’aggiornamento trimestrale sui battesimi, matrimoni e funerali celebrati nella parrocchia e l’albo d’oro della Conferenza di San Vincenzo, con l’elenco degli 85 soci che mensilmente inviavano un’offerta per i poveri della parrocchia: nei mesi di agosto e settembre 1955 – veniva specificato – la Conferenza aveva erogato 2.900 lire per l’acquisto di medicinali e 2.110 per quello di generi alimentari.
Infine, il “Notiziario sociale” informava sulle prestazioni sanitarie concesse a 312 titolari di pensioni di invalidità e di vecchiaia, mentre il “Notiziario dell’emigrante” dava delucidazioni sulla procedura burocratica necessaria per usufruire dei piani di assistenza governativa finalizzati al ricongiungimento dei familiari degli emigrati, per i quali era prevista anche l’erogazione di un prestito statale.

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Capudannuzzu

Tra le opere e gli oggetti conservati all’interno del “Piccolo Museo della Civiltà Contadina” di Sant’Eufemia, gestito con passione e competenza da Caterina Iero, attira l’attenzione del visitatore il “Bambino Gesù di Capodanno”, noto nella tradizione popolare con il nome di “Capudannuzzu”. La piccola statua rimanda ai tre tradizionali cortei del primo gennaio che si tenevano nei rioni del paese, ma non solo: il “Capudannuzzu” in questione, infatti, risalente alla seconda metà dell’Ottocento e di proprietà del sacerdote Francesco Fedele, nel secondo dopoguerra assolveva la sua funzione benaugurante entro le mura domestiche degli eredi Fedele, dove veniva portato in processione da una stanza all’altra, per la gioia dei più piccoli. A differenza dei “Capudannuzzi” custoditi nelle chiese di Santa Maria delle Grazie (Paese Vecchio), Sant’Eufemia (Petto) e Sant’Ambrogio (Pezza Grande), il vestito in seta di bozzolo del “Bambino Gesù” di don Fedele era di colore tortora, mentre i capelli erano di seta e le decorazioni in cartone, sul quale venivano incollate delle bacchettine dorate.
Ottocentesco era anche il “Capudannuzzu” della chiesa di Santa Maria delle Grazie. Come quello della chiesa di Sant’Ambrogio, indossava una tunica di velluto bordeaux con bordini di merletto in oro e i suoi riccioli biondi erano veri, tagliati ai bambini e alle bambine del rione. Il vestito era carico di ex voto in oro, di antica e pregiata fattura: spille, anelli, collanine, orologi, orecchini. La processione iniziava al termine della messa delle 10.30 e si svolgeva sul corso Umberto I, dalla fine del paese fino all’abitazione del sacerdote don Luigi Occhiuto. Lungo il tragitto venivano eseguiti i canti della tradizione natalizia, mentre i bambini sventolavano bandierine bianche e gialle o di varie nazioni.
Comune a gran parte dei bambini e dei ragazzi del paese era, invece, l’usanza di riunirsi in gruppi che si presentavano davanti alle abitazioni per recitare una filastrocca di richiesta: «Bondì, bondì, bondannu, boni festi i Capudannu/ se m’ati e se non m’ati, cent’anni mi campati/ ma se non m’ati nenti, mi vi cadinu moli e denti!». Subito dopo veniva fatta esplodere una mistura di zolfo e polvere pirica dentro una vecchia chiave, alla cui bocca veniva legato un chiodo che fungeva da percussore e che veniva azionato con un colpo contro il muro. Allo scoppio, qualcuno si affacciava sull’uscio e offriva il poco che aveva: noci, castagne, fichi secchi, pittapie, susumelle, torrone.
L’origine della ricorrenza religiosa affonda le radici nei riti propiziatori celebrati nell’antica Roma in onore del dio bifronte Giano nelle calende di gennaio, che dopo l’introduzione del calendario giuliano segnavano l’inizio del nuovo anno, fino ad allora coinciso con le calende di marzo dedicate a Giunone e all’arrivo della primavera.
Tratto comune tra le due tradizioni è l’auspicio di un “buon inizio”, affidato dalla Chiesa alla benedizione del Bambino Gesù che invoca per la comunità un anno di prosperità, gioia e pace.

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È sempre tempo di Resistenza

«È sempre tempo di Resistenza, sono sempre attuali i valori che l’hanno ispirata». Che Dio conservi a lungo la saggezza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il quale non a caso per esprimere il suo pensiero ha scelto Genova, città medaglia d’oro della Resistenza. I tempi, si sa, sono molto tristi. Talmente tristi che qualcuno avrebbe preferito silenziare la ricorrenza con la scusa del lutto nazionale disposto per la morte di Papa Francesco.
Qualche anno fa Claudio Magris scrisse che “è triste dovere difendere la Resistenza”. È proprio così, ma è diventato necessario ora che gli ottanta anni trascorsi e la complicità del particolare momento storico che viviamo operano come la gomma sul tratto della matita. Ciò non significa che esista il pericolo di un ritorno al fascismo. Certamente non nei termini in cui si affermò tra le due guerre. E risultano insopportabili la retorica e l’ipocrisia di certi autoproclamatisi custodi esclusivi dei valori resistenziali. Tuttavia, da un punto di vista storico c’è poco da discutere. C’era una parte giusta e una sbagliata. La lotta partigiana è stata lotta di liberazione dal nazifascismo, per la quale una generazione di italiani sacrificò tutto, anche la vita, pur di consegnare all’Italia la democrazia. Uomini e donne di diversa estrazione politica (comunisti, cattolici, socialisti, azionisti, liberali, repubblicani, monarchici) lottarono per la libertà e riuscirono a trovare una convergenza sulle regole fondanti della democrazia: «Abbiamo vinto noi – spiegò Vittorio Foa al repubblichino Giorgio Pisanò – e sei diventato senatore; se aveste vinto voi io sarei morto o sarei finito in galera». La grandezza politica e morale di quell’avvenimento è tutta in queste parole.
Che poi la Resistenza non sia stata tutta rose e fiori lo sappiamo. Eccessi e crimini sono stati accertati. Ma ciò non toglie che la Liberazione costituisce l’evento fondante della Repubblica e segna il riscatto del popolo italiano, la riconquista dell’onore che il fascismo aveva oltraggiato con la dittatura, la soppressione della libertà, le leggi razziali e l’ingresso in guerra al fianco della Germania nazista.
Le polemiche strumentali, si tratti di Resistenza o del Manifesto di Ventotene, sono indice soltanto della miseria di una classe politica incapace di contestualizzare storicamente i fatti.
È indubbia, tuttavia, l’affermazione di tendenze illiberali alimentate dalla scarsa partecipazione popolare, dalla personalizzazione autoritaria e dal servilismo degli zerbini del potente di turno. Mette tristezza il divieto, in alcuni comuni, di eseguire “Bella ciao” o, addirittura, la cancellazione dei festeggiamenti in nome della raccomandata “sobrietà”. Ma è una questione che non riguarda soltanto il 25 aprile. Se in una scuola viene cancellata la presentazione di un libro perché una docente motiva la propria contrarietà dichiarando che “propone una linea politica non consona alla linea che seguono in questo comune”, il problema diventa serio. Il consenso dà ai vincitori il diritto di governare, non quello di disprezzare vincoli e confronto in nome del consenso popolare. È vile il comportamento di chi si veste di arroganza per non urticare la sensibilità dei potenti di turno.
Nel suo celebre discorso sulla Costituzione, Piero Calamandrei esortava gli studenti di Milano a non abbassare la guardia, perché “la libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare”. Correva l’anno 1955, ma l’attualità di quel monito resta ancora oggi intatta.

*Foto tratta da: genovatoday.it

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Nel nome di Sant’Ambrogio

Un lungo filo rosso tiene insieme solidarietà e memoria, facendo rivivere una storia lontana ma viva, una prova di umanità che da oltre un secolo lega Sant’Eufemia a Milano e al culto di Sant’Ambrogio.
Il terremoto del 28 dicembre 1908 distrusse l’intero paese. Il numero delle vittime non è mai stato accertato con esattezza: l’elenco stilato dall’arciprete Luigi Bagnato si ferma a 530 vittime, che diventano circa 700 per la giunta comunale del tempo; ma secondo altre fonti, i morti potrebbero essere stati molti di più, superiori al migliaio. Duemila i feriti, una percentuale di patrimonio edilizio perduto pari all’85%.
Nella testimonianza del medico eufemiese Bruno Gioffrè il primo ad arrivare a Sant’Eufemia fu il vescovo di Mileto, Giuseppe Morabito: «Solo il primo gennaio del 1909, Capodanno tristissimo, si vide la prima faccia umana, e fu il Vescovo della Diocesi, Monsignor Morabito, con un carro di viveri e con parole di soave conforto».
Il giorno dopo giunsero i volontari del Comitato Lombardo di Soccorso. L’ingegnere Antonio Pellegrini, che redasse la relazione sul lavoro svolto dal comitato, illustrò la divisione dei compiti tra medici, ingegneri e semplici volontari: «Ingegneri e muratori alle demolizioni, all’estrazione dei cadaveri, al recupero di masserizie; medici, volontari, infermieri alla ricerca dei feriti e degli ammalati, alle medicazioni, alla disinfezione dei cadaveri. Né solo questo fu l’aiuto primo portato agli eufemiesi; la povera popolazione, affamata e lacera, ebbe in quantità pane, galletta, carne, pasta, biancheria, coperte, abiti».
Nei terreni della Pezza Grande, sui quali inizialmente erano state sistemate le tende della Croce Rossa, furono costruite tre strade lunghe 140 metri e larghe 10. Enorme fu anche il contributo della Croce Verde, la quale – oltre alle numerose casse di medicazione, medicinali, tende e coperte – aveva inviato sui luoghi del disastro l’Automobile Ospedale “Pompeo Confalonieri”: «Centro dell’ambulatorio – si legge in una relazione del tempo – era l’automobile ospedale, che con i suoi fianchi aperti e colle larghe tende, riparava i malati più gravi, ricoverava le donne ferite per le medicazioni; e sembrava dimostrare che la fraternità di Milano era venuta grande e premurosa ad allargare le sue braccia in sollievo degli sventurati».
Nel mese di marzo fu inaugurato l’ospedale “Milano”. Al completamento dei lavori, il nuovissimo rione “Città di Milano” contava 759 baracche, capaci di ospitare 2.000 sfollati. Il comitato lombardo di soccorso costruì inoltre l’acquedotto, tre fontane pubbliche, un lavatoio coperto e una piccola chiesa (6 metri per 16), al cui interno fu collocata la statua di Sant’Ambrogio, patrono di Milano, donata alla comunità eufemiese dall’allora cardinale meneghino, Andrea Carlo Ferrari.
Il 9 marzo, dopo avere ricevuto il parere favorevole dell’amministrazione comunale milanese guidata dal senatore Ettore Ponti, il commissario prefettizio Consalvo Cappelli deliberò che la bandiera della Città di Milano, Croce Rossa in campo bianco, fosse da quel giorno la bandiera del Comune di Sant’Eufemia.
Il vincolo di solidarietà e di amicizia che lega Milano e Sant’Eufemia è stato per quasi quattro decenni rinvigorito dall’attività dell’Associazione culturale “Sant’Ambrogio”, costituita nel dicembre del 1975 e promotrice sul finire degli anni Settanta del gemellaggio tra le due città. Più volte una sua delegazione ha partecipato come “ospite d’onore” alle celebrazioni ambrosiane che si tengono a Milano presso la Basilica di Sant’Ambrogio. Nell’edizione del 2001, il presidente Vincenzino Fedele ritirò, a nome dell’associazione, il prestigioso “Ambrogino d’Oro”.

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La serata commemorativa in onore di Carmelo Tripodi

L’omaggio a Carmelo Tripodi, nel centocinquantesimo anniversario della nascita, è stata l’occasione per ripercorrere la storia di Sant’Eufemia d’Aspromonte tra il XIX e il XX secolo. Una comunità semplice, in prevalenza composta da contadini, braccianti agricoli e pastori, pur con la presenza di un diffuso artigianato, i cui manufatti venivano venduti nei due mercati settimanali che si tenevano in piazza Purgatorio.
Quando nacque Tripodi (28 aprile 1874), Sant’Eufemia contava poco più di seimila abitanti, concentrati nel “Vecchio Abitato”, nel “Petto” e nelle campagne, prima che il terremoto del 1908 determinasse l’edificazione della vasta area denominata “Pezza Grande”. Le abitazioni erano prive di servizi e per l’approvvigionamento dell’acqua i cittadini si servivano delle fontane pubbliche e dei lavatoi, dove le massaie facevano il bucato. Di notte regnava il buio, tranne che nelle poche strade e piazze illuminate dai circa trenta lampioni ad olio che il “lampionaio” accendeva e spegneva aiutandosi con una lunga asta. Sindaco era Paolo Capoferro, cognato di quel Michele Fimmanò che dominò la scena politica e amministrativa del paese per quasi sessant’anni.
Sin da piccolo Tripodi si appassionò alla pittura e al disegno, grazie alla frequentazione della bottega d’arte di un artista locale, Giosuè Versace. Nel 1895 si iscrisse all’Accademia di Belle Arti di Messina, dove seguì gli insegnamenti di Francesco Paolo Michetti, prima di fare ritorno in paese per aprirvi uno studio di pittura, di scultura e, in seguito, di fotografia. Artista poliedrico, vincitore di premi nazionali e internazionali, il valore etico della sua attività emerge nei ritratti e nelle fotografie, in particolare negli scatti unici e straordinari che documentano il disastroso sisma del 1908.
Carmelita Tripodi, nel commentare con competenza tecnica le immagini montate da Carmela Cutrì, si è soffermata sul genio del nonno, mentre dietro al tavolo dei relatori scorrevano il “Galileo Galilei”, “Cristo sulle acque”, i ritratti di alcune donne e quello del padre, le pale di un altare, l’altare monumentale della chiesa di S. Maria delle Grazie, il disegno della vecchia “Via della Fontana” (oggi via Nucarabella) e quello della “Varia”.
Marzia Tripodi ha quindi ordinato con delicatezza da nipote ricordi e testimonianze toccanti, che hanno esaltato la cifra umana ed esistenziale del grande artista eufemiese.
Le musiche di Angela Luppino, che ha eseguito alcune arie di Puccini e Mascagni, hanno infine conferito alla serata un’atmosfera piacevole ed originale.

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Omaggio a Carmelo Tripodi

Lunedì 5 agosto verrà ricordata la figura di un grande eufemiese, Carmelo Tripodi, nel centocinquantesimo anniversario della sua nascita. Pittore e scultore, le sue opere guadagnarono nel primo decennio del secolo scorso la ribalta nazionale e internazionale.
Tripodi fu artista dal “multiforme ingegno”, capace di spaziare anche nel campo della musica e, soprattutto, in quello della fotografia, che a cavallo del Novecento registrava uno sviluppo portentoso.
Ad oltre un secolo di distanza, straordinario è il valore storiografico delle fotografie che testimoniano la distruzione di Sant’Eufemia d’Aspromonte e la sofferenza della popolazione in occasione del terremoto del 1908.
L’omaggio a Tripodi avrà luogo in piazza “Giorgio La Pira”, a partire dalle ore 21.30. Un video, realizzato da Carmela Cutrì, ci farà toccare con mano la dimensione artistica di questo nostro illustre concittadino. Attorno alla sua proiezione, che sarà intervallata dal commento musicale curato da Angela Luppino, si svilupperà la conversazione con le nipoti Carmelita e Marzia Tripodi.

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Il centocinquantesimo anniversario della nascita di Carmelo Tripodi

Il 28 aprile ricorreva il centocinquantesimo anniversario della nascita di Carmelo Tripodi, artista dal “multiforme ingegno”, secondo la calzante definizione del figlio Domenico Antonio, “L’Aspromontano” autore di opere pittoriche esposte in tutto il mondo. Capostipite della “dinastia d’arte” celebrata in un convegno tenuto a Roma nel 2001 (relatori: il fondatore e direttore de “Il Corriere di Roma” Giuseppe Gesualdi, il dantista Tullio Santelli, i critici d’arte Renato Civello e Alberto Trivellini), la sua eredità è stata raccolta da altri due figli (Agostino e Graziadei, “il restauratore al servizio di Dio”, per poi giungere ai giorni nostri con le nipoti Carmelita e Roberta.
Nel 1874 l’aspetto di Sant’Eufemia d’Aspromonte era molto diverso dall’attuale. Il censimento del 1871 attesta una popolazione di 6.252 abitanti, ammassati nelle case prive di acqua e servizi del “Vecchio Abitato” e del “Petto”, i due rioni esistenti prima dell’edificazione della “Pezza Grande” in seguito al terremoto del 1908. Nel 1872 era stato inaugurato il telegrafo elettrico, mentre l’unica strada, che consentiva un collegamento con i paesi vicini, da Bagnara attraversava il paese e proseguiva fino a Delianuova. Le classi della scuola elementare erano dislocate tra locali comunali e abitazioni private.
Figlio di Giuseppe e di Teresa Filardi, da ragazzo Carmelo Tripodi frequentò la bottega d’arte di Giosuè Versace. Nel 1895 si iscrisse all’Accademia di Belle Arti di Messina e, completati gli studi, aprì uno studio di pittura e scultura. Nel 1906 due sue opere furono presentate all’Esposizione Campionaria Internazionale di Palermo: “Galileo Galileo” e “Sant’Antonio abate”. I due quadri gli procurarono le più alte onorificenze: Premio dell’Esposizione “Gran Premio e Croce Insigne”, Premio Concorso Universale “Gran Corona d’oro con medaglia al merito artistico”, Premio Concorso Nazionale “Targa della Città di Padova”. L’anno successivo Tripodi si impose nel Premio Concorso Internazionale “Gran Coppa d’Italia” e, nel 1912-1913, fu componente della Giuria d’Onore all’Esposizione Internazionale di Parigi.
Il terremoto del 1908 distrusse gran parte dei suoi lavori: in particolare, il monumentale altare della chiesa di Santa Maria delle Grazie, con il bassorilievo rettangolare sopra la nicchia della Madonna e le statue di San Pietro e di San Paolo poste sui due lati.
Della produzione artistica giunta ai giorni nostri, oltre ai due quadri già menzionati, hanno riscosso l’apprezzamento dei critici l’olio giovanile “San Rocco e gli appestati” (1894), i dipinti e i disegni della maturità: “Marie al sepolcro”, “Deposizione”, “Gesù che cammina sulle acque”, “Monaco in meditazione”, “Testa di Gesù”, “Mosè e il roveto ardente”, “Padre dell’artista”, “Suonatore sulla neve”, “Testa di frate”, “Testa di vecchia”.
Carmelo Tripodi sviluppò una sua personalissima arte nella lavorazione di stucchi, creta e cartapesta, ancora oggi apprezzabile nel “Sacro Cuore di Gesù” della chiesa di Sant’Eufemia e nel “Cristo alla Colonna” della Processione dei Misteri. Altre sue opere sono custodite in alcune chiese della provincia di Reggio Calabria: “Il battesimo di Gesù”, “Abramo sacrifica Isacco”, “Giuditta e Oloferne” nella chiesa di San Rocco ad Acquaro di Cosoleto; “Le pie donne al sepolcro” nella chiesa della Pietà di Gioiosa Ionica. Per la chiesa dell’Addolorata di San Procopio realizzò invece l’Altare del Crocifisso; per la chiesa del Soccorso di Palmi, quattordici pannelli raffiguranti la Via Crucis (1937) e la pala d’altare “I miracoli di Santa Rita” (1940). Tra i lavori di architettura va ricordata la progettazione e la costruzione della chiesa in legno della Madonna del Carmelo, a Solano (1911).
La realizzazione di numerosi ritratti, oltre a farci “vedere” i volti del tempo, costituiva una fonte importante per il sostentamento della famiglia, al pari del restauro delle tele e delle statue di diverse chiese della provincia o delle commissioni, che non erano soltanto di carattere religioso. Tra il 1926 e il 1929, Tripodi a Sant’Eufemia realizzò in stucco l’intercolunnio e le decorazioni interne della chiesa del Suffragio e di quella del SS. Rosario; nel 1927, decorò le pareti delle sale del “Podestà” e della “Segreteria”.
I suoi interessi si estendevano inoltre ai campi della musica e della fotografia, che a inizio Novecento incominciò a raggiungere anche i piccoli comuni. Straordinari sotto il profilo tecnico e dall’elevatissimo valore storiografico gli scatti che testimoniano la distruzione del paese e la sofferenza della popolazione eufemiese nel terremoto del 1908.
Carmelo Tripodi è stato un artista poliedrico, la cui memoria va perpetuata: «Deve rispondere a un imperativo morale – ha scritto Renato Civello – sottrarre alla impietosa coltre del silenzio una identità che ebbe voce e sostanza totale di vita. Riscoprire personaggi come Carmelo Tripodi potrà concorrere, fra le devianze e gli smarrimenti del nostro tempo, a rintracciare una presenza salvifica perché tutto quello che egli creò fu dono di verità».

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Sulla proposta di intitolazione di una piazza al dottore Giuseppe Chirico

Leggo con piacere che ieri l’Associazione culturale “Aspromonte”, per iniziativa del presidente Massimiliano Rositano, ha protocollato al comune la richiesta di intitolare una piazza di Sant’Eufemia al medico condotto Giuseppe Chirico, per tutti “Don Pepè”: nello specifico, la piazza attualmente dedicata a don Giovanni Minzoni nel rione Paese Vecchio.
Come sa bene chi segue “Messaggi nella bottiglia”, più volte io stesso ho avanzato la proposta di omaggiare la memoria di questo nostro illustre concittadino. Della valorizzazione della figura professionale e umana del dottore Chirico mi sono occupato per la prima volta nel 2001, come autore del testo per il documentario biografico realizzato dalla Pro Loco, in occasione dell’assegnazione (“alla memoria”) del “Premio Solidarietà – Ginestra”. In qualità di consigliere comunale di minoranza, il 16 ottobre 2017 ho proposto l’istituzione di una commissione toponomastica, per la quale con delibera C.C. 42/2017 del 27 novembre 2017 è stato approvato il regolamento. Il 27 giugno 2018 ho poi protocollato la proposta di intitolazione della pineta comunale a Giuseppe Chirico (con allegata la relazione richiesta ai sensi dell’art. 9, comma 3).
Nel mio ultimo libro ho dedicato un paragrafo alla biografia di Giuseppe Chirico, che considero tra i migliori figli di Sant’Eufemia, mentre in ultimo, il 24 agosto 2023, ho indirizzato all’attuale sindaco Pietro Violi una lettera aperta, nella quale riprendevo la mia vecchia proposta e allargavo il ventaglio delle possibilità aggiungendo alla pineta comunale altri due spazi pubblici: la piazzetta accanto al monumento dei caduti, attualmente priva di denominazione, oppure – ipotesi molto suggestiva – uno dei due lati in cui corso Umberto I divide piazza don Minzoni, laddove si svolgevano le passeggiate serali del dottore Chirico, rievocate dal professore Giuseppe Calarco proprio nel documentario realizzato dalla Pro Loco.
Personalmente concordo con la posizione della Deputazione di Storia Patria per la Calabria, che è contraria alla sostituzione dei nomi di piazze e vie, per cui propenderei per l’ultima opzione, che non comporterebbe la cancellazione del vecchio toponimo.
Va anche detto che, nel 2002, al dottore Chirico era stato intitolato il Centro semiresidenziale di riabilitazione di Sant’Eufemia d’Aspromonte, che ha chiuso i battenti nel 2016. Tuttavia, negli stessi locali dovrebbe prossimamente sorgere una casa di comunità, da realizzare con i fondi del Pnrr assegnati alla provincia di Reggio Calabria. Al momento non sappiamo cosa ne sarà della denominazione: se cioè sarà mantenuto anche dalla nuova struttura. Ad ogni modo, tutte le alternative elencate mi sembrano valide e meritevoli di essere sottoposte all’attenzione dei nostri amministratori.

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Il santo e la bandiera

Più volte ho scritto del rapporto speciale che lega la comunità eufemiese alla città di Milano sin dai giorni immediatamente successivi al terremoto del 1908. Nella sua “Luttuosa narrazione del grande terremoto che il 28 dicembre 1908 distrusse tutta questa città”, l’arciprete Luigi Bagnato sottolineò la straordinaria prova di solidarietà dei volontari giunti in paese e la grande quantità di aiuti ricevuti: «Ci siamo tenuti in vita per qualche tempo con la pubblica carità e siamo maggiormente grati alla città di Milano che mandò a noi alcuni suoi egregi concittadini, cibi e casette di legno, o baracche, che furono erette in Pezzagrande per comune designazione».
In meno di tre mesi furono infatti costruite 759 baracche e realizzati l’acquedotto, le strade del nuovo quartiere, l’ospedale “Milano”, tre fontane pubbliche, un lavatoio coperto e una piccola chiesa. Un piccolo luogo di culto nel quale ebbe origine la devozione degli eufemiesi per il patrono di Milano Sant’Ambrogio, la cui statua fu donata dal cardinale meneghino Andrea Carlo Ferrari. Per tale ragione la chiesa di Maria Santissima del Carmine è dedicata anche al santo che si festeggia il 7 dicembre. Ma la riconoscenza degli eufemiesi andò oltre, poiché il 9 marzo 1909 l’allora commissario prefettizio deliberò di adottare quale bandiera del comune la croce rossa su sfondo bianco del municipio di Milano.
Ho già avuto modo di osservare (La bandiera che non c’è) che sarebbe opportuno rimediare all’errore compiuto il 25 febbraio del 2000, giorno in cui fu approvato lo statuto comunale attualmente in vigore, che all’articolo 6 menziona lo stemma e il gonfalone, ma inspiegabilmente non fa cenno alla bandiera. Per cui, nel ribadire l’auspicio che venga sanata la ferita inferta alla memoria storica collettiva della nostra comunità, pubblico la deliberazione n. 5/1909 del commissario prefettizio Consalvo Cappelli, avente ad oggetto “Bandiera del Comune”:

«L’anno millenovecentonove, addì nove marzo in S. Eufemia, nella Casa Comunale
Il Commissario Prefettizio Consalvo Cappelli per la provvisoria amministrazione del Comune, assistito dal Segretario infradescritto
Ritenuto che la generosa Città di Milano con uno slancio impareggiabile di fraterna carità accorse e soccorse con ogni mezzo questo paese distrutto dal terremoto, elargendo ogni specie di soccorso, costruendo un bellissimo Ospedale a vantaggio degli infermi poveri, ed un vastissimo rione di baracche per dare ricovero a moltissime famiglie rimaste senza tetto;
Attesoché i cittadini di ogni classe di questo Comune in segno di viva, imperitura riconoscenza vogliono che il nome della Città di Milano, oltreché scolpita nei cuori di tutti sia additata ai posteri come augurio di sublime carità;
Ritenuto che, essendosi dato al nuovo rione costruito dai Milanesi il nome della città di Milano e che Milano fu pure il nome dato all’Ospedale quivi costruito, è giusto ed è reputarsi a grande onore che i colori della bandiera propria della illustre Città, Croce Rossa in campo bianco, sia adottato e costituisca l’emblema di S. Eufemia;
Ritenuto che, chiesta a quella rappresentanza comunale l’autorizzazione perché il Comune di S. Eufemia adotti quella bandiera e la faccia sua, quel degnissimo Sig. Sindaco, Senatore Ponti, mercé dispaccio telegrafico N. 579 in data di ieri, con parole lusinghiere e gentilissime comunicò la piena adesione di quella rappresentanza comunale al desiderio da me espressogli.
Interprete degli unanimi sentimenti della cittadinanza,
DELIBERA
che la bandiera della Città di Milano, Croce Rossa in campo bianco, sia da oggi la bandiera del Comune di S. Eufemia.
Fatto, approvato e sottoscritto
Il Commissario prefettizio f.to C.[onsalvo] Cappelli
Il Segretario f.to [Francesco] Tropeano»

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Pietro Pentimalli, il sindaco della concordia

Nell’attività di ricerca storica locale, le difficoltà più ostiche si riscontrano quando occorre reperire fonti non ufficiali, ma utilissime per la realizzazione di un affresco quanto più aderente alla realtà che si decide di collocare sotto la lente d’ingrandimento. Ciò accade perché scarse sono le informazioni disponibili al di là di quelle contenute, quando esistono, tra i faldoni dell’archivio di stato. I piccoli comuni sono spesso privi di un archivio storico, nelle biblioteche non sono custoditi i giornali e i quotidiani del passato, le pubblicazioni di autori locali risalenti nel tempo sono pressoché introvabili. A Sant’Eufemia, i terremoti hanno inoltre distrutto i patrimoni documentari delle famiglie, mentre tra gli effetti delle migrazioni va considerata anche la dispersione di molte carte private. Per tutte queste ragioni, può risultare complicato tirare fuori dal cono d’ombra personaggi storici che meriterebbero un posto d’onore nella storia della propria comunità.
Il notaio Pietro Pentimalli (18 ottobre 1869 – 31 ottobre 1950) rientra in pieno nella categoria delle illustri personalità eufemiesi trascurate proprio a causa degli ostacoli che si parano davanti a chi vorrebbe approfondirne il profilo biografico, nonostante le poche informazioni a disposizione siano sufficienti per comprendere la grandezza del personaggio e il suo impatto nella storia di Sant’Eufemia d’Aspromonte.
Più volte consigliere comunale nell’ultimo decennio dell’Ottocento e assessore agli inizi del Novecento, Pietro Pentimalli fu il sindaco della rinascita dopo il disastro del terremoto del 1908. Un evento drammatico sotto il profilo umano, che ebbe ripercussioni decisive nella storia politica e amministrativa di Sant’Eufemia. La vicenda, nota, riguarda la ricostruzione del paese, attorno alla quale roventi furono le polemiche tra i due fronti contrapposti: l’amministrazione comunale eletta il 22 maggio 1910, con sindaco Pietro Pentimalli, era favorevole alla riedificazione nella nuova area della “Pezzagrande” e contava sull’appoggio del vecchio ma influentissimo Michele Fimmanò; l’altro gruppo, capeggiato dagli ex sindaci Francesco Capoferro e Antonino Condina-Occhiuto, era invece contrario e aveva tra i più agguerriti sostenitori il medico condotto Bruno Gioffré, il quale “con la sua splendida oratoria, con la facile parola di cui era dotato, accendeva gli animi degli eufemiesi, incitandoli alla resistenza”: «Più volte – ricordò il commissario prefettizio Francesco Cavaliere in un rapporto del 1918 – le campane a stormo riunirono i cittadini delle due parti, più volte stavano per verificarsi eccessi sanguinosi irreparabili». In una manifestazione, risalente al 1914, tale Pietro Crea si mise addirittura alla testa del corteo di protesta che dal Paese Vecchio si recò in “Pezzagrande” agitando un drappo nero, in segno di lutto per un trasferimento che per alcuni avrebbe significato la morte del paese.
Sappiamo come andò a finire. Grazie all’intervento del deputato reggino Giuseppe De Nava, si riuscì a superare il divieto di edificazione nel vecchio sito, per cui la ricostruzione nella nuova area non comportò l’abbandono coatto dei rioni preesistenti. L’accordo prevedeva inoltre la riconferma di Pietro Pentimalli alla guida del comune nelle elezioni del 1914.
Pentimalli fu politico tenace e tessitore dotato di un alto senso di responsabilità, caparbio nel centrare l’obiettivo etico, prima ancora che amministrativo, dell’unione e della concordia cittadina. Qualità rare al giorno d’oggi, che riecheggiano nel discorso pronunciato il 5 luglio 1914, in occasione della posa della prima pietra del nuovo palazzo municipale: «Attorno a questa pietra, come attorno ad un’ara, deponemmo, in sacrificio magnifico, tutte le nostre passioni, purificando l’anima nel più sublime ideale che arrida agli umani: l’amore della nativa terra. Sia fatidica la data che accomuna la rinascita della nostra città a quella degli spiriti composti a feconda pace».

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