Sulla proposta di intitolazione di una piazza al dottore Giuseppe Chirico

Leggo con piacere che ieri l’Associazione culturale “Aspromonte”, per iniziativa del presidente Massimiliano Rositano, ha protocollato al comune la richiesta di intitolare una piazza di Sant’Eufemia al medico condotto Giuseppe Chirico, per tutti “Don Pepè”: nello specifico, la piazza attualmente dedicata a don Giovanni Minzoni nel rione Paese Vecchio.
Come sa bene chi segue “Messaggi nella bottiglia”, più volte io stesso ho avanzato la proposta di omaggiare la memoria di questo nostro illustre concittadino. Della valorizzazione della figura professionale e umana del dottore Chirico mi sono occupato per la prima volta nel 2001, come autore del testo per il documentario biografico realizzato dalla Pro Loco, in occasione dell’assegnazione (“alla memoria”) del “Premio Solidarietà – Ginestra”. In qualità di consigliere comunale di minoranza, il 16 ottobre 2017 ho proposto l’istituzione di una commissione toponomastica, per la quale con delibera C.C. 42/2017 del 27 novembre 2017 è stato approvato il regolamento. Il 27 giugno 2018 ho poi protocollato la proposta di intitolazione della pineta comunale a Giuseppe Chirico (con allegata la relazione richiesta ai sensi dell’art. 9, comma 3).
Nel mio ultimo libro ho dedicato un paragrafo alla biografia di Giuseppe Chirico, che considero tra i migliori figli di Sant’Eufemia, mentre in ultimo, il 24 agosto 2023, ho indirizzato all’attuale sindaco Pietro Violi una lettera aperta, nella quale riprendevo la mia vecchia proposta e allargavo il ventaglio delle possibilità aggiungendo alla pineta comunale altri due spazi pubblici: la piazzetta accanto al monumento dei caduti, attualmente priva di denominazione, oppure – ipotesi molto suggestiva – uno dei due lati in cui corso Umberto I divide piazza don Minzoni, laddove si svolgevano le passeggiate serali del dottore Chirico, rievocate dal professore Giuseppe Calarco proprio nel documentario realizzato dalla Pro Loco.
Personalmente concordo con la posizione della Deputazione di Storia Patria per la Calabria, che è contraria alla sostituzione dei nomi di piazze e vie, per cui propenderei per l’ultima opzione, che non comporterebbe la cancellazione del vecchio toponimo.
Va anche detto che, nel 2002, al dottore Chirico era stato intitolato il Centro semiresidenziale di riabilitazione di Sant’Eufemia d’Aspromonte, che ha chiuso i battenti nel 2016. Tuttavia, negli stessi locali dovrebbe prossimamente sorgere una casa di comunità, da realizzare con i fondi del Pnrr assegnati alla provincia di Reggio Calabria. Al momento non sappiamo cosa ne sarà della denominazione: se cioè sarà mantenuto anche dalla nuova struttura. Ad ogni modo, tutte le alternative elencate mi sembrano valide e meritevoli di essere sottoposte all’attenzione dei nostri amministratori.

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Il santo e la bandiera

Più volte ho scritto del rapporto speciale che lega la comunità eufemiese alla città di Milano sin dai giorni immediatamente successivi al terremoto del 1908. Nella sua “Luttuosa narrazione del grande terremoto che il 28 dicembre 1908 distrusse tutta questa città”, l’arciprete Luigi Bagnato sottolineò la straordinaria prova di solidarietà dei volontari giunti in paese e la grande quantità di aiuti ricevuti: «Ci siamo tenuti in vita per qualche tempo con la pubblica carità e siamo maggiormente grati alla città di Milano che mandò a noi alcuni suoi egregi concittadini, cibi e casette di legno, o baracche, che furono erette in Pezzagrande per comune designazione».
In meno di tre mesi furono infatti costruite 759 baracche e realizzati l’acquedotto, le strade del nuovo quartiere, l’ospedale “Milano”, tre fontane pubbliche, un lavatoio coperto e una piccola chiesa. Un piccolo luogo di culto nel quale ebbe origine la devozione degli eufemiesi per il patrono di Milano Sant’Ambrogio, la cui statua fu donata dal cardinale meneghino Andrea Carlo Ferrari. Per tale ragione la chiesa di Maria Santissima del Carmine è dedicata anche al santo che si festeggia il 7 dicembre. Ma la riconoscenza degli eufemiesi andò oltre, poiché il 9 marzo 1909 l’allora commissario prefettizio deliberò di adottare quale bandiera del comune la croce rossa su sfondo bianco del municipio di Milano.
Ho già avuto modo di osservare (La bandiera che non c’è) che sarebbe opportuno rimediare all’errore compiuto il 25 febbraio del 2000, giorno in cui fu approvato lo statuto comunale attualmente in vigore, che all’articolo 6 menziona lo stemma e il gonfalone, ma inspiegabilmente non fa cenno alla bandiera. Per cui, nel ribadire l’auspicio che venga sanata la ferita inferta alla memoria storica collettiva della nostra comunità, pubblico la deliberazione n. 5/1909 del commissario prefettizio Consalvo Cappelli, avente ad oggetto “Bandiera del Comune”:

«L’anno millenovecentonove, addì nove marzo in S. Eufemia, nella Casa Comunale
Il Commissario Prefettizio Consalvo Cappelli per la provvisoria amministrazione del Comune, assistito dal Segretario infradescritto
Ritenuto che la generosa Città di Milano con uno slancio impareggiabile di fraterna carità accorse e soccorse con ogni mezzo questo paese distrutto dal terremoto, elargendo ogni specie di soccorso, costruendo un bellissimo Ospedale a vantaggio degli infermi poveri, ed un vastissimo rione di baracche per dare ricovero a moltissime famiglie rimaste senza tetto;
Attesoché i cittadini di ogni classe di questo Comune in segno di viva, imperitura riconoscenza vogliono che il nome della Città di Milano, oltreché scolpita nei cuori di tutti sia additata ai posteri come augurio di sublime carità;
Ritenuto che, essendosi dato al nuovo rione costruito dai Milanesi il nome della città di Milano e che Milano fu pure il nome dato all’Ospedale quivi costruito, è giusto ed è reputarsi a grande onore che i colori della bandiera propria della illustre Città, Croce Rossa in campo bianco, sia adottato e costituisca l’emblema di S. Eufemia;
Ritenuto che, chiesta a quella rappresentanza comunale l’autorizzazione perché il Comune di S. Eufemia adotti quella bandiera e la faccia sua, quel degnissimo Sig. Sindaco, Senatore Ponti, mercé dispaccio telegrafico N. 579 in data di ieri, con parole lusinghiere e gentilissime comunicò la piena adesione di quella rappresentanza comunale al desiderio da me espressogli.
Interprete degli unanimi sentimenti della cittadinanza,
DELIBERA
che la bandiera della Città di Milano, Croce Rossa in campo bianco, sia da oggi la bandiera del Comune di S. Eufemia.
Fatto, approvato e sottoscritto
Il Commissario prefettizio f.to C.[onsalvo] Cappelli
Il Segretario f.to [Francesco] Tropeano»

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Pietro Pentimalli, il sindaco della concordia

Nell’attività di ricerca storica locale, le difficoltà più ostiche si riscontrano quando occorre reperire fonti non ufficiali, ma utilissime per la realizzazione di un affresco quanto più aderente alla realtà che si decide di collocare sotto la lente d’ingrandimento. Ciò accade perché scarse sono le informazioni disponibili al di là di quelle contenute, quando esistono, tra i faldoni dell’archivio di stato. I piccoli comuni sono spesso privi di un archivio storico, nelle biblioteche non sono custoditi i giornali e i quotidiani del passato, le pubblicazioni di autori locali risalenti nel tempo sono pressoché introvabili. A Sant’Eufemia, i terremoti hanno inoltre distrutto i patrimoni documentari delle famiglie, mentre tra gli effetti delle migrazioni va considerata anche la dispersione di molte carte private. Per tutte queste ragioni, può risultare complicato tirare fuori dal cono d’ombra personaggi storici che meriterebbero un posto d’onore nella storia della propria comunità.
Il notaio Pietro Pentimalli (18 ottobre 1869 – 31 ottobre 1950) rientra in pieno nella categoria delle illustri personalità eufemiesi trascurate proprio a causa degli ostacoli che si parano davanti a chi vorrebbe approfondirne il profilo biografico, nonostante le poche informazioni a disposizione siano sufficienti per comprendere la grandezza del personaggio e il suo impatto nella storia di Sant’Eufemia d’Aspromonte.
Più volte consigliere comunale nell’ultimo decennio dell’Ottocento e assessore agli inizi del Novecento, Pietro Pentimalli fu il sindaco della rinascita dopo il disastro del terremoto del 1908. Un evento drammatico sotto il profilo umano, che ebbe ripercussioni decisive nella storia politica e amministrativa di Sant’Eufemia. La vicenda, nota, riguarda la ricostruzione del paese, attorno alla quale roventi furono le polemiche tra i due fronti contrapposti: l’amministrazione comunale eletta il 22 maggio 1910, con sindaco Pietro Pentimalli, era favorevole alla riedificazione nella nuova area della “Pezzagrande” e contava sull’appoggio del vecchio ma influentissimo Michele Fimmanò; l’altro gruppo, capeggiato dagli ex sindaci Francesco Capoferro e Antonino Condina-Occhiuto, era invece contrario e aveva tra i più agguerriti sostenitori il medico condotto Bruno Gioffré, il quale “con la sua splendida oratoria, con la facile parola di cui era dotato, accendeva gli animi degli eufemiesi, incitandoli alla resistenza”: «Più volte – ricordò il commissario prefettizio Francesco Cavaliere in un rapporto del 1918 – le campane a stormo riunirono i cittadini delle due parti, più volte stavano per verificarsi eccessi sanguinosi irreparabili». In una manifestazione, risalente al 1914, tale Pietro Crea si mise addirittura alla testa del corteo di protesta che dal Paese Vecchio si recò in “Pezzagrande” agitando un drappo nero, in segno di lutto per un trasferimento che per alcuni avrebbe significato la morte del paese.
Sappiamo come andò a finire. Grazie all’intervento del deputato reggino Giuseppe De Nava, si riuscì a superare il divieto di edificazione nel vecchio sito, per cui la ricostruzione nella nuova area non comportò l’abbandono coatto dei rioni preesistenti. L’accordo prevedeva inoltre la riconferma di Pietro Pentimalli alla guida del comune nelle elezioni del 1914.
Pentimalli fu politico tenace e tessitore dotato di un alto senso di responsabilità, caparbio nel centrare l’obiettivo etico, prima ancora che amministrativo, dell’unione e della concordia cittadina. Qualità rare al giorno d’oggi, che riecheggiano nel discorso pronunciato il 5 luglio 1914, in occasione della posa della prima pietra del nuovo palazzo municipale: «Attorno a questa pietra, come attorno ad un’ara, deponemmo, in sacrificio magnifico, tutte le nostre passioni, purificando l’anima nel più sublime ideale che arrida agli umani: l’amore della nativa terra. Sia fatidica la data che accomuna la rinascita della nostra città a quella degli spiriti composti a feconda pace».

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La profezia di Paolino Visalli

Ascoltata la sentenza del tribunale che lo condannava a diciannove anni di prigione, il 20 settembre 1852 Paolino Visalli avrebbe pronunciato le celebri parole: «Per me bastano diciannove giorni; lascio ai miei giudici il resto della pena».
Nel libro Vitaliano Visalli ed i suoi figli (1790-1860), Luigi Visalli ricostruì nel 1935 le vicende che interessarono la sua famiglia in epoca risorgimentale. Dopo il fallimento dei moti del 1848 e lo sbandamento del comitato reggino che aveva il quartier generale nei “Piani della Corona”, dove era di stanza la Terza divisione dell’esercito calabro-siculo guidata dall’eufemiese Ferdinando De Angelis Grimaldi, sugli insorti si abbatté la scure della repressione borbonica, che si tradusse in condanne pesantissime. Eccessive se si considerano contestazioni quali “avere insultato il ritratto del sovrano”, oppure essere stati trovati in possesso di un fazzoletto simile a quello dei “repubblicani”.
La famiglia Visalli, sulla scorta di accuse fumose (“discorsi contro la Monarchia regnante”) fu decimata. Vitaliano morì latitante, i figli Ottaviano (padre dello storico Vittorio) e Paolino furono condannati a diciannove anni, il figlio minorenne Vincenzo a sette. Nelle rivoluzioni e nelle controrivoluzioni accade non di rado che sotto il manto degli ideali sbandierati si nascondano, in realtà, questioni personali e private. Non sfuggivano a tale logica le accuse contro Vitaliano Visalli, probabilmente inviso a parte della popolazione eufemiese per il suo ruolo di esattore comunale. Un episodio inquietante, d’altronde, si era verificato il 13 maggio 1848, giorno in cui il sindaco Antonino Lupini era stato deposto da rivoltosi che avevano occupato il municipio alla ricerca dei registri della fondiaria, da distruggere per cancellare i titoli giuridici che giustificavano la ricchezza dei proprietari terrieri. Venuti a sapere che i registri erano custoditi da Vitaliano Visalli, i ribelli avevano addirittura tentato di incendiarne l’abitazione, prima di essere messi in fuga dalle guardie nazionali. Organizzatore di quel tumulto era stato un certo Agostino Calabrò, “sinistro ceffo di malvivente, […] pignorato per mancato pagamento delle imposte”, che nel 1850 fu l’istigatore della denuncia presentata contro i Visalli da tale Pasquale Tripodi.
Paolino era inoltre accusato di avere portato il cappello “all’italiana” (“guarnito di penna e di nastro tricolore”), altrimenti noto come cappello “alla Ernani”, dal nome del protagonista dell’omonima opera di Giuseppe Verdi. Indossato dai patrioti risorgimentali come simbolo dell’aspirazione alla libertà e all’unità della patria, il copricapo trovò più tardi la consacrazione nel quadro “Il bacio”, del pittore Francesco Hayez (1859).
E pittore era lo stesso Paolino, nato a Sant’Eufemia d’Aspromonte nel 1824 e trasferitosi a Napoli nel giugno del 1846 per frequentare la scuola di Giuseppe Cammarano, esponente della pittura neoclassica partenopea, presso la quale si era formato il fratello Rocco, prematuramente scomparso a soli ventitré anni nel 1845 e autore delle opere “San Francesco” e “Santa Filomena”, conservate oggi nella chiesa delle Anime del Purgatorio a Sant’Eufemia.
In seguito al peggioramento delle condizioni di salute del fratello maggiore Francesco, nell’ottobre del 1847 Paolino Visalli era rientrato in paese e vi era rimasto per quasi tre anni prima di ritornare a Napoli, nel tentativo di sfuggire alla reazione borbonica. Tra la fine del 1850 e l’inizio del 1852 – scrive Luigi Visalli – realizzò una cinquantina d’opere, quasi tutte andate distrutte nel terremoto del 1908.
La sua prolifica attività pittorica fu bruscamente interrotta il 16 febbraio 1852. Arrestato, fu tradotto a Reggio Calabria presso il carcere di San Francesco (l’ex convento dei frati minimi, oggi sede del tribunale per i minorenni), dove il successivo 20 settembre accolse la sentenza di condanna.
Sugli ultimi giorni di vita di Paolino Visalli, che soffriva di gravi problemi di salute, drammatica è la testimonianza recuperata dallo storico Francesco Arillotta tra le annotazioni del diario segreto del sacerdote don Francesco Pontari, nello stesso periodo ristretto a San Francesco in attesa del processo.
Il 4 ottobre don Pontari sottolineava la crudeltà dei carcerieri nel rigettare la richiesta del “moribondo” Visalli, il quale domandava di incontrare il medico eufemiese Giuseppe Oliverio, anch’egli condannato per i fatti del 1848: «Non gli fu permesso. Al tardi venne il confessore Massara; dietro essersi confessato prega il confessore d’intercedere presso il custode maggiore per il medico, ma non l’ottenne». Il 9 ottobre 1852, poco prima della mezzanotte, Paolino Visalli esalava l’ultimo respiro. Dal giorno della sua condanna erano trascorsi esattamente diciannove giorni.

*In foto, Il bacio (Francesco Hayez, 1859)

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I fantasmi di Buenos Aires

«Chissà come mi chiamavo in Argentina/ e che vita facevo in Argentina?»: la dolorosa domanda del protagonista di una canzone di Francesco Guccini, ma anche l’interrogativo senza risposta dei parenti di gente inghiottita dal buco nero della storia, quando ancora la possibilità di mantenere i contatti con i propri congiunti nelle lontane Americhe o in Australia era una chimera. Prima di internet, prima dei telefoni, prima delle lettere che pochi erano in grado di leggere e scrivere. Chi partiva, davvero moriva. Settanta, ottant’anni fa. Ieri.
Lo sappiamo bene, noi figli e nipoti di diaspore sentimentali e umane laceranti, la valigia di cartone conficcata come un pugnale in un angolo del cuore.
Hai voglia a cercare. Carmine Candido, mio bisnonno, e suo figlio Francesco, fratello di mia nonna: spariti in qualche barrio di Buenos Aires, nel cui porto fu costruito l’Hotel dell’Emigrante, dichiarato monumento nazionale nel 1990 e oggi sede del Museo dell’Immigrazione e del Centro d’Arte Contemporaneo: per circa un milione di immigrati sbarcati tra il 1911 e il 1953, punto di approdo e sete di speranza. Dopo i controlli burocratici e sanitari a bordo dei piroscafi di terza classe, per verificare che non vi fossero passeggeri con malattie contagiose o privi di regolari documenti, i nuovi arrivati venivano infatti qui accolti e registrati, ma anche sfamati. La struttura era dotata di cucine, refettori, bagni, docce e grandi camerate da 250 letti a castello, capaci di ospitare fino a 4.000 persone. La durata del soggiorno in genere non superava i cinque giorni, entro i quali il nuovo arrivato veniva “ritirato” da chi lo aveva “chiamato” oppure, dopo una sommaria formazione e l’accettazione di una delle offerte lavorative proposte dall’Officina del Lavoro, veniva indirizzato alla destinazione finale. Ne passarono di italiani dall’Hotel, come certifica il dato di oltre il 50% di argentini discendente da avi italiani, che fa degli argentini di origine italiana il primo gruppo etnico del Paese.
Il contadino analfabeta Carmine Candido, con il suo metro e cinquantacinque centimetri di altezza, era stato un eroe della Prima guerra mondiale, attestato da un encomio solenne in calce al foglio matricolare: «Nell’assalto ai trinceramenti nemici, dava prova di slancio e coraggio finché rimaneva ferito. Bosco Triangolare, Carso 19 luglio 1915». Eroe ma poco di buono, se a un certo punto della sua vita abbandonò la moglie e quattro figli, senza dare più notizie di sé. Dando così ragione, a distanza di tempo, alla suocera Tecla che aveva fatto di tutto per ostacolare il matrimonio con Rosa e che, una sera, dalla finestra gli aveva scaraventato in testa “u zi Peppi” pieno di urina.
Non era infrequente che uomini abbandonassero la famiglia e se ne facessero un’altra undicimila chilometri a Sud. Così dovette andare anche per Carmine, il cui nome mai fu pronunciato né dalla moglie, né dalle tre figlie fino all’ultimo giorno della loro vita. Il figlio, invece, in Argentina ci andò. A differenza del padre, l’archivio digitale del museo dell’emigrazione conserva le tracce del suo arrivo a bordo del piroscafo “Genova”, con l’annotazione di due date: 9 febbraio e 3 luglio 1949. Due sbarchi a distanza di pochi mesi potrebbero spiegarsi con il progetto dei Candido di raggiungere, tutti, il capofamiglia a Buenos Aires, fallito quando la commissione che doveva valutare lo stato di salute degli emigranti decretò l’inabilità di Rosa, ormai quasi cieca. Fu allora che Francesco, carbonaio come il cognato Mico, con il quale alla fine della seconda guerra mondiale si era trasferito a Morlupo per lavorare da operaio nella bonifica dell’Agro romano, affrontò la prima traversata oceanica. Probabilmente per avvisare il padre che il resto della famiglia non lo avrebbe raggiunto, per rientrare a casa e riferire la decisione del genitore di restare in Argentina, per – infine – ripartire subito, trovando un buon motivo per scappare nell’amore non corrisposto da Peppina, la quale per anni ne aveva respinto il corteggiamento. Contro la donna si sarebbe però accanito il destino, quando le fece incontrare Rosa nel forno dove le famiglie, mensilmente, portavano il grano per fare il pane. Rosa teneva in tasca una lettera e una foto del figlio: «È proprio bello. Si è sposato? Ora me lo prenderei», le parole della ragazza, riportate in una lettera che di lì a poco avrebbe solcato le onde dell’oceano e che, nel giro di pochi mesi, portò alla celebrazione del matrimonio per procura.
Una storia con tutti gli ingredienti del lieto fine si trasformò invece in un incubo per Peppina. Arrivata in Argentina, la giovane rimase talmente sconvolta dal degrado della stamberga nella quale vivevano padre e figlio, che cominciò a mostrare segni di squilibrio e fu immediatamente rispedita in Calabria.
Dopo la morte del padre, all’inizio degli anni Cinquanta, Francesco si limitò a sporadiche lettere, che continuò ad inviare fino a quando la madre non morì, nel 1971. In seguito, di lui non si seppe più nulla e vani sono stati tutti i tentativi di capire che fine abbia potuto fare, quando e dove sia morto.
«La distanza è atlantica/ la memoria cattiva e vicina/ e nessun tango mai più ci piacerà… Ecco, ci siamo/ Ci sentite da lì? Ma ci sentite da lì?», fa dire Ivano Fossati agli emigrati attanagliati dalla malinconia in “Italiani d’Argentina”. Forse se lo sono chiesti anche Carmine e Francesco, nelle notti di confessione con la propria anima.

  • Le fotografie da Buenos Aires sono di Mario Forgione
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Passeggiata storica/9

Il viaggio nella storia eufemiese, dopo avere attraversato i tre grandi rioni cittadini (“Paese Vecchio”, “Petto” e “Pezzagrande”), si conclude nei pressi della Pineta comunale con il ricordo di un eroe della Grande Guerra.

PANNELLO 9: LUIGI CUTRÌ

Luigi Cutrì, di Bruno e Maria Giuseppa Versace, nacque il 9 agosto 1869. Ad appena 17 anni si arruolò volontario nell’esercito e da sottotenente, nel 1889, prese parte alla campagna di Etiopia, guadagnando una medaglia di bronzo e l’encomio solenne del capitano Umberto Ademollo. Nel 1911 partecipò con il grado di capitano alla guerra italo-turca (o di Libia). Si distinse negli scontri che, a Derna, videro impegnati i soldati italiani agli ordini del generale Vittorio Trombi contro le truppe capeggiate da Enver Bey: impresa che valse a Cutrì il conferimento della croce dell’Ordine militare dei Savoia.
Allo scoppio della Prima guerra mondiale partì volontario e fu destinato sul Carso. Con la brigata “Casale” fu impegnato sin da subito nei combattimenti per espugnare il Monte Podgora. Ferito ad una spalla il 4 luglio 1915 (Prima battaglia dell’Isonzo), fu nominato maggiore del 12° reggimento fucilieri per merito di guerra e assunse il comando del battaglione. Tornato in prima linea al termine della convalescenza, prese parte alla Quarta battaglia dell’Isonzo. Morì in combattimento, il 30 novembre 1915, “in seguito a ferita d’arma da fuoco al capo” e fu sepolto nel cimitero di Pubrida, frazione di Gorizia. Decorato con la medaglia d’argento al valor militare.

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Passeggiata storica/8

La penultima tappa del viaggio ricorda il più longevo e influente amministratore nella storia di Sant’Eufemia d’Aspromonte, ma riscopre anche una pagina di solidarietà dimenticata.

PANNELLO 8: MICHELE FIMMANÒ

Figlio dell’avvocato Ermenegildo e di Isabella Misiano, Michele Fimmanò nacque il 6 marzo 1830. A 21 anni conseguì a Napoli il diploma in lettere e filosofia e la laurea in giurisprudenza, quindi rientrò a Sant’Eufemia, dove esercitò la professione forense e mosse i primi passi della sua lunghissima carriera politica nel Decurionato, l’antenato del consiglio comunale in epoca borbonica. “Secondo eletto funzionante da sindaco” nel 1854, nel triennio successivo ricoprì la carica di primo cittadino. Consigliere comunale a partire dal 1864, fu eletto consigliere provinciale dal 1868 e riconfermato in entrambe le cariche fino alla morte, avvenuta l’11 febbraio 1913. Più volte sindaco, presidente del consiglio provinciale, commissario per il dopo terremoto del 16 novembre 1894 e componente del comitato di soccorso in occasione dell’incendio che il 18 settembre 1902 distrusse il rione “Borgo”, dopo il terremoto del 1908 fu il regista della composizione della lista unitaria che, sindaco il notaio Pietro Pentimalli, promosse la ricostruzione del paese nell’area denominata “Pezza Grande”. Commendatore nell’Ordine della Corona d’Italia, ricevette innumerevoli onorificenze e fu apprezzato oratore. La pubblicazione di alcuni suoi interventi pubblici conferma il prestigio di Fimmanò nel panorama politico e culturale del tempo.

CROCE VERDE
Prima di essere intitolata a Fimmanò la strada recava la denominazione “via Croce Verde”, in onore dell’associazione volontaria di soccorso fondata a Milano nel 1899 che, in occasione del terremoto del 1908, si distinse nel sostegno alla popolazione eufemiese con la raccolta di medicinali, tende, indumenti e coperte, oltre che con l’invio di volontari e dell’Automobile Ospedale “Pompeo Confalonieri”.

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Passeggiata storica/7

Nel cuore della “Pezzagrande” (o “Pezza Grande”), la costruzione della chiesa dedicata a Sant’Ambrogio rievoca la solidarietà dei milanesi nei confronti della popolazione eufemiese dopo il terremoto del 28 dicembre 1908.

PANNELLO 7: CHIESA DI SANT’AMBROGIO

Alle prime ore del 28 dicembre 1908 Sant’Eufemia fu squassata da un terremoto di magnitudo 7,5: la scossa tellurica durò 46 lunghissimi secondi e, abbattendosi su abitazioni già colpite nel 1894, nel 1905 e nel 1907 provocò una tragedia di enormi proporzioni. Il numero delle vittime non fu mai accertato con esattezza: l’elenco stilato dall’arciprete Luigi Bagnato riporta i nominativi di 530 vittime, mentre per la giunta comunale furono circa 700. I feriti furono più di duemila, il patrimonio edilizio perduto pari all’85%.
Nei giorni successivi giunsero in paese alcuni reparti dell’esercito, la Croce Rossa Italiana, la Croce Verde e i volontari dei comitati di Livorno e di Milano. Le autorità militari stabilirono di fare sorgere un nuovo baraccamento nell’area denominata “Pezza Grande”, dove furono realizzate le strade e 1.300 baracche. A marzo del 1909 fu inaugurato l’ospedale “Milano”, così denominato in segno di gratitudine nei confronti dei soccorritori lombardi. Il comitato lombardo di soccorso costruì inoltre l’acquedotto, tre fontane pubbliche, un lavatoio coperto e una piccola chiesa (6 metri per 16), al cui interno fu collocata la statua di Sant’Ambrogio, patrono di Milano, donata l’8 maggio 1909 alla comunità eufemiese dall’allora cardinale meneghino Andrea Carlo Ferrari.
Alla fine dei lavori di ricostruzione, i milanesi consegnarono alla comunità eufemiese la bandiera del proprio comune (croce rossa su sfondo bianco), la quale, con deliberazione del 9 marzo 1909, fu adottata quale bandiera del comune di Sant’Eufemia d’Aspromonte.
La chiesa di Sant’Ambrogio, nel suo aspetto attuale, è stata ricostruita intorno al 1970.

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Passeggiata storica/6

La sesta tappa ricorda un protagonista non autoctono di eventi che hanno fortemente inciso sulla storia sociale di Sant’Eufemia. Nel corso dello svolgimento della “passeggiata”, grazie alla testimonianza del nipote Gino, sono venuto a conoscenza della tragedia che si consumò durante la costruzione della linea ferroviaria eufemiese, quando il manovale trentaseienne Carlo Ciro Currao, originario di Sapri, morì scalciato da uno dei cavalli da tiro della ditta Chiuminatto. Il soprannome “i Giri”, ereditato dai discendenti, deriva dall’alterazione del nome proprio dello sfortunato operaio.

PANNELLO 6: GIACOMO CHIUMINATTO

Sul foglio di mappa del 1959 l’attuale via XXV luglio riporta ancora la denominazione “via Giacomo Chiuminatto”, nome del titolare della ditta che costruì il ponte di ferro (riconosciuto oggi “opera di archeologia industriale”) e la galleria nel tratto della linea taurense Sinopoli/San Procopio – Gioia Tauro, ricadente nel territorio di Sant’Eufemia. Nota anche come “Aspromontana”, sulla ferrovia “a scartamento ridotto” il trasporto delle merci e dei passeggeri avveniva su “carrozze automotrici” per le quali, all’inizio degli anni Trenta fu coniato il termine “Littorina”, in omaggio alla simbologia del Ventennio fascista.
Giacomo Chiuminatto nacque il 15 aprile 1884 a Bolzaneto (Genova), anche se la famiglia era di Cintano (Torino), dove è possibile ammirare Villa Aurora, sua residenza storica. Il cantiere della ferrovia, i cui lavori furono realizzati tra il 1923 e il 1927, gli fu affidato grazie all’amicizia con il gerarca e deputato Maurizio Maraviglia, nominato cittadino onorario di Sant’Eufemia in occasione dell’inaugurazione del Palazzo comunale e dell’acquedotto (marzo 1926).
Nella tradizione popolare il nome di Chiuminatto è legato ad una massima tramandata fino ai giorni nostri: “Pari u cavaddu i Chiuminatti” (o “Poti quantu o cavaddu i Chiuminatti”), in riferimento alla prestanza fisica di una persona. I cavalli da tiro utilizzati per il traino dei carrelli carichi di pietre e breccio, caratteristici per la fascia rossa legata ad una zampa, erano infatti noti per la loro straordinaria forza.
Nominato ufficiale dell’Ordine cavalleresco della Corona d’Italia con decreto del 16 settembre 1924, Giacomo Chiuminatto morì a Roma il 12 maggio 1951.

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Passeggiata storica/5

La quinta tappa omaggia uno dei più grandi studiosi del Risorgimento calabrese, il cui busto in bronzo fu scoperto il 29 dicembre 1932 all’interno della biblioteca De Nava di Reggio Calabria, dove sono custoditi circa 1500 libri appartenuti a Visalli. L’Archivio di Stato conserva invece i documenti utilizzati dall’illustre eufemiese per scrivere i suoi volumi di storia.

PANNELLO 5: VITTORIO VISALLI

Vittorio Visalli nacque il 15 ottobre 1859 da Ottaviano e Maddalena Imparato. La sua famiglia, coinvolta nei moti del 1848, era stata falcidiata dalla persecuzione borbonica. Il nonno Vitaliano morì braccato dalla polizia di Ferdinando II, lo zio Paolino si spense in carcere, lo zio Vincenzo fu condannato a sette anni di reclusione, il padre Ottaviano fu mandato al confino nell’isola di Ventotene.
Dopo avere conseguito la patente magistrale presso la scuola normale di Reggio, a partire dal 1876 insegnò in diversi istituti della provincia. Nel 1892 ebbe l’incarico di vicedirettore della scuola normale di Messina, dove visse fino al 1908 insieme alla moglie Giuseppina Augimeri e alla figlia Maddalena, entrambe decedute nel terremoto del 1908. Costituì l’associazione “Pro Calabria” e la “Società calabrese di storia patria”. Dal 1909 direttore della scuola normale di Catanzaro, sposò in seconde nozze Maria Mottareale e, nel 1914, fu destinato alla direzione della scuola normale di Tivoli. Negli ultimi anni di insegnamento, tra il 1923 e il 1926, fu preside dell’Istituto magistrale “Maffeo Vegio” di Lodi. Morì a Reggio Calabria il 27 giugno 1931.
Autore di manuali di storia e di geografia adottati in molte scuole del Regno d’Italia, conferenziere prolifico e apprezzato, diede alle stampe numerosi saggi e interventi pubblici. Il suo nome è legato agli studi storici sul Risorgimento calabrese, che approfondì in due volumi fondamentali: I Calabresi nel Risorgimento italiano. Storia documentata delle rivoluzioni calabresi dal 1799 al 1862; Lotta e martirio del popolo calabrese (1847-1848).

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