Il numero estratto sulla ruota della disperazione è il 26. Numeri invece delle persone e dei loro volti, anche questa è una tragedia. Se vedessimo le facce di questi sventurati, non soltanto il telo azzurro come il mare dei loro sogni a coprire corpi asfissiati, sarebbe diverso. Saremmo tutti più umani. Riusciremmo a comprendere cosa vuol dire stare dalla parte dei “sommersi” e quanto possa essere casuale ritrovarsi tra i “salvati”, proprio come nell’universo concentrazionario descritto da Primo Levi.
Capiremmo che ritrovarsi in sessanta stipati nel vano motore di una carretta del mare stracolma di migranti, piuttosto che sulla tolda, all’aria, è una questione legata esclusivamente alla cesoia di Atropo. Basta che qualcuno dica: “sotto si sta meglio, senza sole di giorno e senza freddo la notte” e si scende, forse contenti per avere avuto la soffiata giusta prima degli altri. Ma si muore, dopo tre giorni passati incollati uno sull’altro, per i miasmi dei motori e per le bastonate degli scafisti che risospingono sotto chi tenta di uscire da una vera e propria camera a gas.
“Ma non era così/ che mi credevo di andare/ no non era così/ come un ladro, di notte/ in mano a un ladro di mare”, canta Gianmaria Testa in Rrock. No, non è così per nessuno dei disperati che tenta di sfuggire a un destino di miseria affidando la propria vita ai trafficanti di carne, in molti casi anche indebitandosi per un punto interrogativo. Come altro definire un viaggio rischiosissimo, su pescherecci traballanti che si inabissano alla prima onda alta? È ancora vivo il ricordo del naufragio dell’aprile scorso nel canale di Sicilia, costato la vita a 250 migranti partiti dalla Libia su un barcone, probabilmente dopo un interminabile ed estenuante viaggio attraverso il deserto, in fuga dai Paesi più poveri e insanguinati dell’Africa.
Corpi gonfi d’acqua, quando si riesce a recuperarli, o asfissiati, come nella tragedia accaduta al largo di Lampedusa. Corpi – a volte portati a destinazione, a volte gettati a mare – dei più deboli o di coloro che si ammalano e non ce la fanno. Corpi che vengono risucchiati dal deserto, volti anonimi sui quali, più di un anno fa, ha fatto luce un reportage di Fabrizio Gatti sulle stragi che possono comportare i rimpatri previsti dagli accordi bilaterali tra Italia e Libia.
Sulla vita dei migranti si giocano spesso partite strumentali, alimentate dalla paura di una consistente parte di opinione pubblica. Un po’ quello che avveniva nei nostri confronti “quando gli albanesi eravamo noi”, per dirla con il titolo di un libro di Gian Antonio Stella. Anche allora i “vascelli della morte” non sempre arrivavano a destinazione, come accadde nel 1891 al largo di Gibilterra, quando il naufragio dell’Utopia provocò la morte di 576 Italiani.
Proprio il rispetto che dobbiamo alla nostra storia e ai drammi dolorosissimi vissuti dall’emigrazione italiana ci impone di non scadere nella polemica politica del “foera di ball”, ogni volta che lo straniero fornisce il pretesto per affidarsi alla pancia e all’istinto, in una questione che è principalmente di civiltà e di umanità. Con protagonisti uomini, donne e bambini, non numeri.
Esami di maturità, un ricordo
Ho sempre considerato a dir poco bizzarri i “quattro ragazzi con la chitarra e un pianoforte sulla spalla” cantati da Antonello Venditti. Eppure anch’io, come milioni di ragazzi prima e dopo di me, ho ascoltato fino alla nausea “notte prima degli esami” in quel lontano giugno del 1992, riavvolgendo il nastro della musicassetta e facendolo ripartire un’infinità di volte. Specialmente la notte in cui, diversamente dal principe di Condè la vigilia della battaglia di Rocroi, non riuscii a dormire “profondamente”.
Al solito, le ipotesi sulla traccia del tema d’italiano si sprecavano. Ma anche le cartucciere e la fantasia di chi le congegnava. I pochissimi che ci presentammo senza neanche un temario fummo quasi irrisi. Eravamo sicuri che, nella peggiore delle ipotesi, saremmo stati in grado di affrontare la traccia di attualità. E infatti andò così. La tensione, altissima, era per il primo vero esame della vita, non per le prove in sé.
In Italia e nel mondo stava succedendo di tutto e cominciavamo a guardarci attorno con occhi attenti. Dopo la caduta del muro di Berlino, i paesi del blocco sovietico si affacciavano uno dopo l’altro alla democrazia. Da poco più di un anno era finita la prima guerra del Golfo, contro la quale avevamo organizzato una manifestazione terminata in piazza Matteotti con la lettura al megafono di un appello (addirittura) preparato da me, Nino e Luigi. A maggio la strage di Capaci s’era portato via Falcone. A esami in corso la notizia del tritolo in via D’Amelio contro Borsellino colse in spiaggia quelli che avevamo già sostenuto l’orale, portata da una ragazza che non la smetteva più di piangere. Increduli e sgomenti ci chiedevamo: “e ora che succederà?”. Cossiga picconava il sistema politico italiano ormai prossimo all’implosione, Craxi e Andreotti pensavano di essere ancora i burattinai del potere, ma i tempi stavano davvero per cambiare.
Qualche mese prima avevamo fatto il nostro primo viaggio all’estero, destinazione Barcellona. La colonna sonora la portarono i ragazzi di Bagnara: un tributo a Freddie Mercury, morto nel novembre precedente, integrato dai Litfiba allora all’apice del successo. Anche se mio fratello ci aveva stregato con la novità del momento, Edoardo Bennato nelle vesti di Joe Sarnataro (“È asciuto pazzo ’o padrone”). Portavamo a spasso le nostre acconciature improbabili (io il ciuffo alla Nicola Berti, il mio idolo calcistico), camicie orribili e jeans accorciati selvaggiamente a dieci centimetri dalle scarpe. Per la prima volta diventammo conquistatori “in trasferta”, qualche bacio carpito sulle scale dell’albergo e storie che proseguirono nel corso della prima estate da patentati, con la possibilità – quindi – di andare al mare autonomamente, a bordo della mitica 126 blu mediterraneo di Luigi. Ben presto l’esame di maturità diventò un ricordo, come l’incubo per la prova di matematica che non riuscimmo a completare e che Luis risolse alla sua maniera con un’esibizione straordinaria davanti alla cattedra, su una gamba stile Jim Morrison nella danza dello sciamano, conclusa con l’esclamazione: “ecco il punto di equilibrio richiesto dalla traccia!”.
C’è posto per te
Fischi e fiaschi
I fischi non sono una manifestazione di pensiero political correct. Su questo non si può che concordare. L’abusatissimo “non sono d’accordo con quello che dici ma darei la vita perché tu lo possa dire”, aforisma attribuito per comodità a Voltaire e pietra miliare della filosofia liberale, non ha avuto applicazione in occasione delle celebrazioni per la festa della Liberazione. A leggere i resoconti di quanto accaduto a Milano e a Roma il 25 aprile, l’intolleranza (minoritaria) di alcuni partecipanti ha vanificato l’invito alla concordia e all’unità auspicate dal presidente della Repubblica.
Sul Corriere della Sera, Pierluigi Battista, condannando le contestazioni che puntualmente si ripetono da diversi anni a questa parte, ha parlato di “snaturamento di una data che dovrebbe essere celebrata con lo stesso spirito concorde che ha animato il centocinquantesimo compleanno della nazione italiana”. Un paragone approssimativo, a mio modo di vedere. Non so a quali manifestazioni si riferisse Battista, ma chiunque abbia seguito quella vicenda è in grado di verificare come, purtroppo, le cose siano andate diversamente. Dalle polemiche interne alla stessa maggioranza governativa sulla chiusura di scuole e uffici pubblici, alle dichiarazioni leghiste sull’opportunità stessa di festeggiare, tutto si è visto, tranne che unità di intenti. Tra secessionisti dell’ultima ora, borbonici di ritorno, meridionalisti più o meno di comodo fautori di una copiosa letteratura antiunitaria, le celebrazioni hanno innescato dispute ai limiti della decenza. Abbiamo potuto leggere anche sui quotidiani locali notizie riguardanti storici che, in qualche convegno, hanno preferito abbandonare il tavolo dei relatori per non dovere ascoltare talune filippiche dalla controversa attendibilità scientifica.
Al di là di queste considerazioni, le parole di Battista richiedono però un’ulteriore riflessione. Non si può nascondere che di politicamente corretto, in Italia, sia rimasto ben poco. L’urlo sembra essere assurto ad unità di misura del pensiero, tanto che il “cosa” è stato soppiantato dal “come” viene detto. L’innalzamento esponenziale dei decibel nelle discussioni esprime l’incapacità di parlarsi da parte delle tifoserie che da 17 anni occupano gli spazi della politica. I fischi potrebbero pertanto rappresentare un modo, certo discutibile, per difendere quei valori definiti da Giorgio Napolitano “punti di contatto” tra Risorgimento e Resistenza (libertà, indipendenza e unità), che agli occhi di una fetta di opinione pubblica appaiono quotidianamente minacciati. Perché si fa fatica a considerare una coincidenza fortuita il contemporaneo attacco ai due eventi cruciali della storia italiana contemporanea. La demolizione culturale delle ragioni che a lungo hanno tenuto unito il Paese passa anche dai manifesti di chi paragona i giudici alle brigate rosse, dalle iniziative parlamentari volte a riscrivere l’articolo 1 della nostra Carta fondamentale per assoggettare alle maggioranze parlamentari tutti gli altri organi costituzionali, dal disinteresse per i risvolti che può avere sulla tenuta democratica dello Stato l’operazione di salvataggio del premier dalle sue grane giudiziarie. Probabilmente, è contro tutto questo insieme di cose che i contestatori, forse in maniera scomposta, hanno voluto fare sentire la propria voce.
Un terzo polo senza i partiti del terzo polo
Forse non hanno alcuna somiglianza con i “quattro straccioni di Valmy” evocati da Francesco Cossiga per dare una pennellata di romanticismo ad uno dei molteplici tentativi di ricostruire attorno alle forze di centro l’asse portante del sistema politico italiano. Fatta la tara delle ambizioni e delle rivendicazioni personali (senza dubbio presenti), l’idea di fondo non dista molto dalla concezione che indica nella soluzione “centrista” l’esito costante dello scontro politico in Italia. Il “connubio” di Cavour e Rattazzi, il trasformismo depretisiano, Giolitti, lo stesso fascismo (con Mussolini nel ruolo di mediatore tra ras locali, nazionalisti, sindacalisti rivoluzionari, reduci, corporativisti), prima ancora della “balena bianca”, dimostrano come – al di là degli interpreti – lo schema di gioco sia sempre lo stesso da centocinquanta anni.
Certo, a livello nazionale l’esperimento della provincia reggina sta passando quasi inosservato. E non potrebbe essere altrimenti. A meno che i vertici dell’Udc non riescano ad essere convincenti nel dichiarare cosa, se non le poltrone, impedisce di fare a Reggio ciò che Casini va predicando da due anni in giro per tutta Italia.
Il Polo civico raccoltosi attorno a Pasquale Tripodi, Pietro Fuda e Giuseppe Bova, per come si è costituito, presenta delle differenze sostanziali rispetto al progetto originale del Terzo polo, poiché per certi versi (presenza di una componente proveniente dal Pd, quella di Bova) va addirittura oltre i confini stabiliti a livello nazionale. Se i detrattori vi vedono soltanto il tentativo di restare aggrappati alle poltrone messo in atto da una classe politica “vecchia”, i promotori ne sottolineano la rivendicazione di autonomia decisionale rispetto all’imposizione dall’alto, sottolineata dallo slogan “la nostra autonomia senza se e senza ma”.
È un dato di fatto che Tripodi e Bova sono fuorusciti da due partiti tradizionali. E che le scelte riguardanti i candidati a sindaco e presidente della provincia delle altre coalizioni sono causa di frizioni non meno forti con il livello romano. La vicenda del siluramento della candidatura di Luigi Fedele da questo punto di vista è sintomatica. È giunto forse il momento di una riflessione comune sui meccanismi di selezione della classe politica. I partiti non sono più palestra di niente. Men che meno sono utili per la formazione della classe dirigente del paese. Il loro declassamento al ruolo di comitati elettorali al servizio del leader di riferimento, se ci riporta all’Ottocento e alla lotta politica nella fase precedente lo sviluppo dei partiti di massa, ha anche come effetto il proliferare di cartelli coincidenti con le aspirazioni personali di candidati che, a Roma come nella periferia, consumano gli stessi stanchi riti.
Se gli “apprendisti Ciceroni” sono dei veri professionisti
Si sa, è impresa facilissima accendere i riflettori su quanto di negativo caratterizza la nostra società. Non c’è neanche bisogno di affannarsi più di tanto per individuare una casistica sterminata. È un vizio insano, perverso e anche un po’ masochista. Soprattutto dalle nostre parti, dove si fatica ad ammettere l’ottima riuscita di iniziative realizzate da altri: “bravi, però questo non andava e qua hanno proprio toppato: avrebbero dovuto fare così”, col timbro grave e solenne di chi ha sempre una risposta definitiva. L’arte della ricerca del pelo nell’uovo celata dietro la logica del campanile.
Riflettevo su questo ieri, mentre ammiravo la bravura di alcuni ragazzi del nostro liceo, tutt’altro che improvvisati Ciceroni della “giornata FAI di Primavera”, manifestazione giunta alla 19ᵃ edizione e quest’anno dedicata al centocinquantesimo anniversario dell’unità d’Italia. Ho pensato anche che chi vuole smantellare la scuola pubblica è un criminale da contrastare con forza, perché quanto i visitatori hanno potuto apprezzare è il frutto della dedizione e della passione di tanti insegnanti che riescono a trasmettere alle giovani generazioni l’amore per la bellezza del patrimonio artistico, culturale, naturalistico e storico del nostro Paese.
Sotto l’alto patronato del Presidente della Repubblica, con il patrocinio del Ministero per i beni e le attività culturali e del Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca, e con la collaborazione della Presidenza del consiglio dei ministri – Dipartimento protezione civile, il Fondo ambientale italiano ha predisposto l’apertura straordinaria di 660 beni in tutte le regioni italiane (26-27 marzo). A Sant’Eufemia d’Aspromonte, la collaborazione con il liceo scientifico “Enrico Fermi” – in particolare con la professoressa Carmela Cutrì – ha portato alla presentazione di un itinerario storico-artistico completo, interessante e poco noto ai più, che si è sviluppato in due sedi. Il museo della civiltà contadina, diretto dall’infaticabile Caterina Iero, ha ospitato diverse sezioni: i documenti sul Risorgimento e sulla storia locale; l’esposizione dei quadri di Saverio Carbone su Garibaldi e le camicie rosse; i pannelli informativi sulla storia, le tradizioni, le arti e i mestieri; i vestiti dei nostri avi; il lavoro (attrezzi agricoli, apparecchi e arnesi tessili) e gli oggetti delle abitazioni; il tempo libero (strumenti musicali e giochi per bambini del secolo scorso). All’interno della chiesa di San Giuseppe sono stati invece allestiti dei pannelli divulgativi su alcuni artisti eufemiesi dell’Ottocento e del Novecento, tra i quali Carmelo Tripodi, Rocco e Paolino Visalli. Sono state esposte opere scovate in dimenticati ripostigli che andrebbero restaurate per essere meglio valorizzate, così come alcuni pregiati oggetti di arte sacra in oro e argento realizzati dagli antichi cesellatori del posto. In ogni sezione, la garbata presenza degli “apprendisti Ciceroni” del liceo ha costituito il valore aggiunto di un’iniziativa che meriterebbe di essere riproposta durante l’estate, in favore di un pubblico più numeroso. Preparati, spigliati, cordiali: una bella iniezione di fiducia per il futuro della nostra comunità.
L’Unità d’Italia tra mito e controstorie
L’Italia del 1861 non era certamente una democrazia compiuta, ma era pur sempre uno Stato che consentiva al Sud, tanto per entrare a piedi uniti nelle polemiche di questi giorni, di uscire da una realtà per certi versi ancora feudale. Il revisionismo storiografico degli ultimi tempi e, soprattutto, la strumentalizzazione politica che con molta malizia viene da più parti fatta, sembrano condurre invece alla conclusione che quasi ci si debba vergognare del Risorgimento e che forse sarebbe stato meglio non unificare il Paese. Per essere chiari, io non credo che il revisionismo in sé costituisca un male. I fatti storici sono sempre rivisitabili ed è naturale che più carte inedite escono dagli archivi, più la storia va riscritta alla luce delle nuove fonti. Ma su alcune questioni di fondo non ci dovrebbero essere dubbi. Giampaolo Pansa, per esempio. I suoi lavori sugli eccessi della Resistenza vanno bene se si vuole dire che anche tra chi fece la Resistenza vi furono dei criminali, non vanno bene se si vogliono mettere tutti sullo stesso piano, perché è innegabile che da una parte si lottava per la libertà, dall’altra per la dittatura nazifascista. Su questo non si può transigere: il giudizio storico è definitivo, né può essere messo in discussione. Con le luci e le ombre che sono inevitabili in processi tanto straordinari quanto complessi.
Purtroppo, spesso a prevalere è la bassa strumentalizzazione politica. Ho letto pure io Terroni, di Pino Aprile. Non c’è dubbio che il libro aiuti a comprendere le ingiustizie e i crimini commessi contro il Mezzogiorno. Ma ha ragione Vittorio Cappelli, quando precisa che “dire che una fantomatica storia ufficiale abbia trascurato o nascosto la drammaticità e il peso del brigantaggio e della questione meridionale è una sonora sciocchezza”. Senza dire che il metodo di Aprile, dal punto di vista scientifico, non è correttissimo. Le testimonianze “si parlava di 1.000 morti” non sono verità storiche. Se dai registri parrocchiali di Pontelandolfo risultano 150 vittime, mentre per la tradizione orale si arriva anche a 9.000 e si utilizza il dato più alto, si vuole sostenere una tesi polemica (e forse politica), non certo fare storia.
Giordano Bruno Guerri, autore di un libro, Il sangue del Sud, che si inserisce anch’esso nel filone “revisionista” premette che “occorre continuare a considerare il Risorgimento un atto fondamentale, necessario e benigno, della storia d’Italia, pur con tutti gli errori e le colpe che accompagnano gli eventi epocali”. Condivido in pieno.
Non è intellettualmente onesto insinuare, dietro il legittimo tentativo di ricostruire anche le pagine più oscure della nostra storia, un giudizio di valore sull’unificazione che, diciamolo chiaramente, serve soltanto per fare il gioco della Lega. Si poteva fare di meglio? Certamente. Ecco perché non giovano le mitizzazioni e la retorica risorgimentale, ma neanche alcune improbabili “controstorie”. Per quanto mi riguarda, risolvo la questione “all’inglese”: giusto o sbagliato, questo è il mio Paese.
Convegno sull’Unità d’Italia
In collaborazione con l’Istituto superiore “Enrico Fermi” di Bagnara Calabra, l’associazione “Terzo Millennio” ha organizzato un convegno che si svolgerà domenica 20 marzo alle 17.00, presso il teatro della scuola media “Vittorio Visalli”: 1861-2011. Risorgimento nazionale e Risorgimento locale nel 150° anniversario dell’Unità d’Italia. Introdurranno i lavori Francesco Luppino, presidente dell’associazione e coordinatore dell’iniziativa, e Angela Maria Palazzolo, dirigente scolastico dell’Istituto “Fermi”. Seguiranno poi i saluti delle autorità: il sindaco di Sant’Eufemia, Vincenzo Saccà; il dirigente scolastico dell’Istituto comprensivo di Sant’Eufemia, Giuseppe Gelardi; il coordinatore dell’ambito territoriale del Miur per Reggio Calabria, Vincenzo Geria; il consigliere provinciale Carmine Alvaro; il consigliere regionale Luigi Fedele. Quindi, avrà inizio il convegno vero e proprio, moderato da Rosario Monterosso, professore di Storia e Filosofia legato a Sant’Eufemia dai tanti anni di insegnamento nel locale liceo. Il primo intervento sarà “Il Risorgimento e la parola. L’identità nel linguaggio dell’altro”, di Francesco Idotta, professore di Storia e Filosofia al “Fermi”. Seguirà la mia riflessione su “Accentramento o decentramento? L’unificazione amministrativa dello Stato”; quindi, “Vittorio Visalli e il Risorgimento in Sant’Eufemia d’Aspromonte”, di Carmela Cutrì, professoressa di lettere al “Fermi”; infine, la relazione di Giuseppe Caridi, professore ordinario di Storia moderna all’Università di Messina e presidente della Deputazione di storia patria: “Il Risorgimento a Reggio e in Calabria”. È previsto inoltre un intermezzo musicale, eseguito dal soprano Giuseppina Violani, dal maestro di violino Francesco Russo e dalla professoressa di pianoforte Melania Scappatura.
La celebrazione del 150º anniversario dell’Unità d’Italia può aiutare a riscoprire il valore dell’identità nazionale che le risse quotidiane dell’ultimo ventennio hanno parecchio infiacchito. Ma rappresenta anche un’occasione unica per portare alla luce fatti e circostanze del Risorgimento locale purtroppo noti soltanto a pochi appassionati, e che invece meriterebbero una più ampia divulgazione.
A volte sembra che il nostro paese non abbia storia, ma basterebbe soltanto uno studio della toponomastica eufemiese per capire da dove veniamo, cosa siamo stati e quanto abbiamo amato la libertà. Carlo Muscari, uno dei 15 calabresi giustiziati in piazza Mercato a Napoli il 6 marzo 1800, alla caduta del Repubblica Napoletana; Ferdinando De Angelis Grimaldi, comandante della Terza divisone siculo-calabra durante i moti del 1848, condannato a morte dal tribunale borbonico; Francesco Pentimalli, condannato a 19 anni per gli stessi avvenimenti. Tre grandi eufemiesi, tre vie, ma anche tre martiri della libertà pressoché sconosciuti. Così come la trentina di condannati a pene dai tre ai diciannove anni per i moti risorgimentali che non sono ricordati neanche con una minuscola lapide.
Il fatto che nessuno ci abbia mai pensato non è un buon segnale. Le belle pagine della nostra storia andrebbero ricordate, ma per coltivare la memoria e avvicinare le giovani generazioni allo studio delle proprie radici occorre anche l’impegno delle istituzioni. La realizzazione di un archivio storico comunale, tanto per fare un esempio concreto, consentirebbe la consultazione di moltissimi documenti (altrimenti visionabili soltanto presso l’archivio di Stato di Reggio Calabria) che sono “custoditi” anche nel nostro comune, sepolti sotto la polvere negli scantinati del palazzo municipale.
Buon compleanno, Italia
La controversia sull’opportunità di concedere un giorno di vacanza il 17 marzo (150° anniversario della proclamazione del Regno d’Italia) è questione pelosissima. In un Paese celebre per la copiosità delle ricorrenze e primatista nella disciplina olimpica del bigiare appare decisamente improbabile il senso del dovere richiamato da Lega, Marcegaglia e Gelmini. Bene ha fatto il presidente emerito Carlo Azeglio Ciampi a denunciare il “cuore freddo” con cui la nazione si sta avvicinando alla ricorrenza e a dichiararsi avvilito per l’infimo livello di un dibattito avvitato sull’argomentazione economica. Non sarà certo un giorno di lavoro in meno ogni cinquanta anni a mettere in ginocchio l’economia italiana.
Contrariamente a quel che si può pensare (“colpa della Lega che detta la linea del governo”), le cause di questa freddezza sono remote e vanno rintracciate nelle due culture dominanti nel Novecento, la cattolica e quella marxista. L’unificazione fu realizzata contro il volere e gli interessi del Vaticano che, con l’approvazione unilaterale della “legge delle guarentigie” (1871), patì la fine del potere temporale del Papa. Lo scontro sfociò nella scomunica dei protagonisti del Risorgimento, nel mancato riconoscimento dello Stato italiano da parte del Pontefice (per la composizione della “questione romana” si dovranno attendere i Patti lateranensi del 1929) e nel celebre non expedit con cui Pio IX, nel 1868, proibì ai cattolici di prendere parte alla vita politica del Paese, divieto che ufficialmente rimase in vigore fino alla nascita, nel 1919, del partito popolare di Sturzo (in realtà, l’Unione elettorale cattolica già nel 1904 diede ai fedeli indicazioni di voto, mentre è del 1913 il “patto Gentiloni” che assicurava il sostegno dei cattolici a quei candidati che si impegnavano a difendere le questioni care alla Chiesa). Per la cultura marxista, il Risorgimento si era rivelato un’occasione persa e il tradimento delle aspettative del popolo, attratto dal miraggio della “terra ai contadini” e ferocemente represso dall’esercito piemontese e dagli stessi garibaldini. Basti ricordare l’eccidio di Bronte, denunciato da Giovanni Verga nella novella Libertà, dalla quale il regista Florestano Vancini trasse, nel 1972, il bellissimo Bronte. Cronaca di un massacro che i libri di storia non hanno raccontato.
Certo, in passato è a lungo prevalso un eccesso di retorica, in particolare sulla partecipazione popolare, modesta tra i ceti più poveri e meno acculturati, privi di coscienza politica e poco interessati alla lotta per la libertà e per l’indipendenza dell’Italia, oltre che completamente all’oscuro di quanto avveniva a distanza di pochi chilometri dal proprio tugurio, stanti la scarsa circolazione delle notizie e l’analfabetismo dilagante (80-90% della popolazione nelle regioni meridionali). Così come si è minimizzato sulla brutalità della lotta al brigantaggio, che poco aveva di politico e molto di economico e sociale (messo peraltro in luce dall’inchiesta Massari nel 1863), ridimensionando le cifre spaventose di un massacro reso possibile grazie alla copertura legislativa autoritaria e illiberale della legge Pica. Eppure, la sensazione è che oggi si stia compiendo un’esagerazione contraria per sostenere subdolamente la tesi che l’unificazione del Paese non sia stato un buon affare per nessuno. Non si possono però difendere le ragioni del Sud sostenendo che prima dell’Unità il Mezzogiorno era il regno del progresso e che il divario economico con il Nord è un lascito del Risorgimento.
L’arretratezza è tanto l’esito di politiche governative nord-centriche, quanto la conseguenza di una classe dirigente meridionale che ha sempre fatto dell’ascarismo il solo orizzonte politico. La subalternità del Sud è anche il prodotto di una classe dirigente piagnona e sorda, incapace di ribellarsi e tuttavia convinta, come il principe di Salina, che “Gattopardi, sciacalli e pecore continueremo a crederci il sale della terra”. Di fronte allo scippo perpetrato (e certificato) a danno del Sud nell’ormai nota vicenda dei fondi Fas, i nostri rappresentanti avrebbero dovuto alzare in Parlamento le barricate, coalizzandosi al di là degli schieramenti politici di appartenenza per “fare squadra” a difesa degli interessi del Meridione. Niente di tutto ciò. Per gli ascari, un posto da sottosegretario o qualche incarico di rilievo da potere esibire nel curriculum hanno lo stesso effetto dello zucchero consigliato da Mary Poppins. Anche se invece della pillola occorre mandare giù un rospo.
Giornata della memoria
il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
che lavora nel fango
che non conosce pace
che lotta per mezzo pane
che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
senza capelli e senza nome
senza più forza di ricordare
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa andando per via,
coricandovi, alzandovi.
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi.
[Se questo è un uomo, Primo Levi, 1947]