Pietro Pentimalli, il sindaco della concordia

Nell’attività di ricerca storica locale, le difficoltà più ostiche si riscontrano quando occorre reperire fonti non ufficiali, ma utilissime per la realizzazione di un affresco quanto più aderente alla realtà che si decide di collocare sotto la lente d’ingrandimento. Ciò accade perché scarse sono le informazioni disponibili al di là di quelle contenute, quando esistono, tra i faldoni dell’archivio di stato. I piccoli comuni sono spesso privi di un archivio storico, nelle biblioteche non sono custoditi i giornali e i quotidiani del passato, le pubblicazioni di autori locali risalenti nel tempo sono pressoché introvabili. A Sant’Eufemia, i terremoti hanno inoltre distrutto i patrimoni documentari delle famiglie, mentre tra gli effetti delle migrazioni va considerata anche la dispersione di molte carte private. Per tutte queste ragioni, può risultare complicato tirare fuori dal cono d’ombra personaggi storici che meriterebbero un posto d’onore nella storia della propria comunità.
Il notaio Pietro Pentimalli (18 ottobre 1869 – 31 ottobre 1950) rientra in pieno nella categoria delle illustri personalità eufemiesi trascurate proprio a causa degli ostacoli che si parano davanti a chi vorrebbe approfondirne il profilo biografico, nonostante le poche informazioni a disposizione siano sufficienti per comprendere la grandezza del personaggio e il suo impatto nella storia di Sant’Eufemia d’Aspromonte.
Più volte consigliere comunale nell’ultimo decennio dell’Ottocento e assessore agli inizi del Novecento, Pietro Pentimalli fu il sindaco della rinascita dopo il disastro del terremoto del 1908. Un evento drammatico sotto il profilo umano, che ebbe ripercussioni decisive nella storia politica e amministrativa di Sant’Eufemia. La vicenda, nota, riguarda la ricostruzione del paese, attorno alla quale roventi furono le polemiche tra i due fronti contrapposti: l’amministrazione comunale eletta il 22 maggio 1910, con sindaco Pietro Pentimalli, era favorevole alla riedificazione nella nuova area della “Pezzagrande” e contava sull’appoggio del vecchio ma influentissimo Michele Fimmanò; l’altro gruppo, capeggiato dagli ex sindaci Francesco Capoferro e Antonino Condina-Occhiuto, era invece contrario e aveva tra i più agguerriti sostenitori il medico condotto Bruno Gioffré, il quale “con la sua splendida oratoria, con la facile parola di cui era dotato, accendeva gli animi degli eufemiesi, incitandoli alla resistenza”: «Più volte – ricordò il commissario prefettizio Francesco Cavaliere in un rapporto del 1918 – le campane a stormo riunirono i cittadini delle due parti, più volte stavano per verificarsi eccessi sanguinosi irreparabili». In una manifestazione, risalente al 1914, tale Pietro Crea si mise addirittura alla testa del corteo di protesta che dal Paese Vecchio si recò in “Pezzagrande” agitando un drappo nero, in segno di lutto per un trasferimento che per alcuni avrebbe significato la morte del paese.
Sappiamo come andò a finire. Grazie all’intervento del deputato reggino Giuseppe De Nava, si riuscì a superare il divieto di edificazione nel vecchio sito, per cui la ricostruzione nella nuova area non comportò l’abbandono coatto dei rioni preesistenti. L’accordo prevedeva inoltre la riconferma di Pietro Pentimalli alla guida del comune nelle elezioni del 1914.
Pentimalli fu politico tenace e tessitore dotato di un alto senso di responsabilità, caparbio nel centrare l’obiettivo etico, prima ancora che amministrativo, dell’unione e della concordia cittadina. Qualità rare al giorno d’oggi, che riecheggiano nel discorso pronunciato il 5 luglio 1914, in occasione della posa della prima pietra del nuovo palazzo municipale: «Attorno a questa pietra, come attorno ad un’ara, deponemmo, in sacrificio magnifico, tutte le nostre passioni, purificando l’anima nel più sublime ideale che arrida agli umani: l’amore della nativa terra. Sia fatidica la data che accomuna la rinascita della nostra città a quella degli spiriti composti a feconda pace».

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