Antiche polemiche sul Bollettino parrocchiale del 1955

Il centosettantesimo anniversario della divisone della parrocchia di Sant’Eufemia offre lo spunto per ritornare su una vicenda che, allora, diede vita a non poche polemiche all’interno della comunità eufemiese. Come è noto, fino al 1856 era esistita una sola parrocchia, inizialmente con sede nella chiesa “Matrice”, la quale – dopo “u fracellu” del 1783 – era stata trasferita in quella di Santa Maria delle Grazie. Il terremoto aveva però determinato anche l’edificazione del paese nell’area denominata “Petto del Principe”, con il conseguente spostamento di circa metà della popolazione. Nell’istanza inoltrata il 12 giugno 1855 al sovrano Ferdinando II, il sindaco Michele Fimmanò aveva motivato la richiesta proprio con l’incremento demografico del quartiere “Petto”. Il vescovo di Mileto, Filippo Mincione, aveva fatto proprie le osservazioni di Fimmanò e il 19 agosto 1856 aveva emanato il decreto che erigeva la parrocchia di Sant’Eufemia Vergine e Martire.
La decisione non era stata da tutti accolta con favore. Lo scontro dovette raggiungere livelli altissimi se il parroco Antonino Messina, sul numero di dicembre 1955 del Bollettino della parrocchia di Sant’Eufemia, sentiva ancora il bisogno di tornare sulla vicenda con toni durissimi. Anche se, nel suo caso, contava pure il bisogno di legare il passato al presente, di brandire le ragioni di un secolo prima per mettere i puntini sulle “i” di una polemica più recente.
Commentando i fatti del 1856, Messina osservava che il decreto del vescovo Mincione appagava la richiesta degli abitanti del rione Petto e risolveva inoltre il problema della difficoltosa percorrenza, a piedi, della strada che collegava i due rioni (via Roma, comunemente denominata il “calvario”): «Un solo Rettore e Curato – si legge nel decreto – è insufficiente a reggere la cura di detto Comune; […] il rione Petto, dove hanno fissa dimora circa 3.000 mila abitanti, dista notevolmente dall’altro rione denominato “La Piazza”, dove in atto è sita la Chiesa Curata Arcipretale, cui gli abitanti dell’anzidetto rione, sia per le difficoltà della stagione invernale che di quella estiva, a motivo della via lunga, ardua e scoscesa non possono accedere senza grave incomodo per l’esercizio dei doveri religiosi, delle pie pratiche e dell’assistenza alle Sacre Funzioni; e […] neppure, per le stesse difficoltà, l’Arciprete può comodamente accedere al rione Petto per esercitarvi la cura delle anime».
Il decreto, che indicava con precisione la delimitazione territoriale delle due parrocchie, affidava la cura della nuova al sacerdote Rocco Cutrì, restando quella di Santa Maria delle Grazie in capo all’arciprete Giovanni Zagarella. Tra le altre cose, stabiliva che l’arciprete usasse il timbro con l’immagine di Santa Maria delle Grazie e il parroco quello con l’effigie di Sant’Eufemia; che “ciascun curato, sia l’Arciprete che il Parroco, con la propria croce ed il clero, possono accompagnare al Camposanto o alla chiesa funerante i cadaveri dei propri filiali, nonostante si debba passare attraverso l’ambito dell’altrui giurisdizione”; che “il parroco di Sant’Eufemia nel giorno del Corpus Domini e in ogni altra processione prescritta da questa Rev.ma Curia Episcopale pro causa universali, con la propria Croce e col Clero, nell’ora stabilita si rechi nella Chiesa Arcipretale e si associ al clero della stessa processionalmente: parimenti anche l’Arciprete nella festa precipua e principale della Patrona Sant’Eufemia, con la propria croce e col clero sia presente nella chiesa Parrocchiale e si associ processionalmente a quel Clero”; che, “sia dentro che fuori della Chiesa, in tutte le Sacre Funzioni la precedenza è dovuta all’Arciprete e al suo Clero”; che “nel giorno di Sabato Santo le campane della Chiesa Parrocchiale debbono essere suonate subito che si ode il suono delle campane della Chiesa Arcipretale, non prima né dopo”.
Nel suo articolo, il parroco esaltava il ruolo di Michele Fimmanò e, sgombrando il campo da ogni maldicenza del passato, sferrava una stoccata a quelle del presente: «Altri razzolando tra le cianfrusaglie dei luoghi comuni, dirà che l’erezione della nuova Parrocchia fu la conseguenza delle fazioni locali, chiesastiche e politiche; a costoro potremmo dire che mancano di serenità, quando, per giudicare i fatti del passato e purtroppo anche del presente, hanno bisogno di inforcare con sussiego le lenti della faziosità, la quale del resto non spiega un bel niente».
I fatti del presente ai quali alludeva il sacerdote si riferivano al trasferimento (avvenuto il 24 ottobre 1955) dell’asilo infantile parrocchiale “San Diego” nei locali del vecchio Palazzo Fimmanò, che egli aveva acquistato e ristrutturato. La “maligna interpretazione”, messa in circolo dai detrattori del parroco, consisteva nell’accusa a Messina di essersi sostanzialmente impossessato del rudere “donato” alla chiesa dal vecchio proprietario: «È notorio – si legge invece nell’articolo “Smentite” – che il Parroco comprò il vecchio rudere con il suo denaro per fare quello che sarebbe parso più opportuno per lo svolgimento delle sue attività pastorali».
Gli avversari del parroco si erano addirittura recati a Messina da Michele Fimmanò, omonimo nipote del sindaco che un secolo prima aveva avanzato la richiesta di divisione della parrocchia, “per tentare, con malevoli insinuazioni, di indurlo alla revoca del contratto notarile”. Ma era stato proprio Fimmanò a chiarire definitivamente la questione, indirizzando al parroco una lettera (riportata per intero sul giornale) nella quale precisava: «A proposito di tale vendita, a stroncare definitivamente ogni interessata e malevola interpretazione, debbo precisarvi che il motivo che mi ha indotto a tale alienazione fu determinato dalla necessità, per me, di porre fine alle continue ordinanze municipali per la recinzione del casalino, recinzione che io avevo fatto con esito negativo già in precedenza, e che non intendevo più fare, dato anche la forte spesa, cui sarei andato inutilmente incontro». Per tale motivo, proseguiva, aveva interessato parenti ed amici affinché trovassero un compratore disposto ad acquistare per sessanta-settantamila lire, smentendo quindi ogni ipotesi di beneficenza e concludendo con parole definitive: «Quando il mio fattore Luigi Fedele trattò la vendita con voi, io intesi vendere, ed infatti vendetti, come d’altra parte risulta dagli atti relativi, tale cespite a Voi come persona privata e non come Parroco ed in rappresentanza della Chiesa, come lo avrei venduto a qualsiasi altra persona si fosse presentata prima di Voi».
A distanza di settant’anni, l’interesse del Bollettino del centenario non si esaurisce nella ricostruzione degli avvenimenti che avevano portato all’istituzione della seconda parrocchia. In sei pagine fitte di articoli è possibile ricostruire un’epoca e cogliere alcuni aspetti della società del tempo.
La “Cronaca della Parrocchia” fa il resoconto dei 25 giorni di “ricreatorio pomeridiano” dedicato nel mese di settembre ai ragazzi, impegnati “all’ombra del campanile” con il catechismo ma anche con gare e giochi: prima del rientro a casa, avveniva inoltre la distribuzione di “una merenda di biscottini, formaggini, gianduiotti, mortadella”.
“La festa di Sant’Eufemia” racconta di un’edizione “degna delle sue tradizioni”, grazie all’illuminazione curata dalla ditta Mercuri, ai fuochi d’artificio della ditta Foti, ai concerti del corpo musicale “Citta di Roccella”, alla generosità della comunità locale e degli eufemiesi che vivevano fuori, come è possibile constatare scorrendo l’elenco delle offerte ricevute dall’Italia, dalle Americhe e dall’Australia, che si aggiungevano al contributo dei componenti del Comitato e alla raccolta delle cassettine ritirate presso venti esercizi commerciali del paese.
Altrove si annunciava la visita pastorale del vescovo De Chiara, con le relative istruzioni sulle modalità di accoglienza. Ma venivano anche pubblicati l’elenco delle offerte per lo stipo in noce di Sant’Eufemia (realizzato dall’intagliatore Fortunato Messina), l’aggiornamento trimestrale sui battesimi, matrimoni e funerali celebrati nella parrocchia e l’albo d’oro della Conferenza di San Vincenzo, con l’elenco degli 85 soci che mensilmente inviavano un’offerta per i poveri della parrocchia: nei mesi di agosto e settembre 1955 – veniva specificato – la Conferenza aveva erogato 2.900 lire per l’acquisto di medicinali e 2.110 per quello di generi alimentari.
Infine, il “Notiziario sociale” informava sulle prestazioni sanitarie concesse a 312 titolari di pensioni di invalidità e di vecchiaia, mentre il “Notiziario dell’emigrante” dava delucidazioni sulla procedura burocratica necessaria per usufruire dei piani di assistenza governativa finalizzati al ricongiungimento dei familiari degli emigrati, per i quali era prevista anche l’erogazione di un prestito statale.

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Capudannuzzu

Tra le opere e gli oggetti conservati all’interno del “Piccolo Museo della Civiltà Contadina” di Sant’Eufemia, gestito con passione e competenza da Caterina Iero, attira l’attenzione del visitatore il “Bambino Gesù di Capodanno”, noto nella tradizione popolare con il nome di “Capudannuzzu”. La piccola statua rimanda ai tre tradizionali cortei del primo gennaio che si tenevano nei rioni del paese, ma non solo: il “Capudannuzzu” in questione, infatti, risalente alla seconda metà dell’Ottocento e di proprietà del sacerdote Francesco Fedele, nel secondo dopoguerra assolveva la sua funzione benaugurante entro le mura domestiche degli eredi Fedele, dove veniva portato in processione da una stanza all’altra, per la gioia dei più piccoli. A differenza dei “Capudannuzzi” custoditi nelle chiese di Santa Maria delle Grazie (Paese Vecchio), Sant’Eufemia (Petto) e Sant’Ambrogio (Pezza Grande), il vestito in seta di bozzolo del “Bambino Gesù” di don Fedele era di colore tortora, mentre i capelli erano di seta e le decorazioni in cartone, sul quale venivano incollate delle bacchettine dorate.
Ottocentesco era anche il “Capudannuzzu” della chiesa di Santa Maria delle Grazie. Come quello della chiesa di Sant’Ambrogio, indossava una tunica di velluto bordeaux con bordini di merletto in oro e i suoi riccioli biondi erano veri, tagliati ai bambini e alle bambine del rione. Il vestito era carico di ex voto in oro, di antica e pregiata fattura: spille, anelli, collanine, orologi, orecchini. La processione iniziava al termine della messa delle 10.30 e si svolgeva sul corso Umberto I, dalla fine del paese fino all’abitazione del sacerdote don Luigi Occhiuto. Lungo il tragitto venivano eseguiti i canti della tradizione natalizia, mentre i bambini sventolavano bandierine bianche e gialle o di varie nazioni.
Comune a gran parte dei bambini e dei ragazzi del paese era, invece, l’usanza di riunirsi in gruppi che si presentavano davanti alle abitazioni per recitare una filastrocca di richiesta: «Bondì, bondì, bondannu, boni festi i Capudannu/ se m’ati e se non m’ati, cent’anni mi campati/ ma se non m’ati nenti, mi vi cadinu moli e denti!». Subito dopo veniva fatta esplodere una mistura di zolfo e polvere pirica dentro una vecchia chiave, alla cui bocca veniva legato un chiodo che fungeva da percussore e che veniva azionato con un colpo contro il muro. Allo scoppio, qualcuno si affacciava sull’uscio e offriva il poco che aveva: noci, castagne, fichi secchi, pittapie, susumelle, torrone.
L’origine della ricorrenza religiosa affonda le radici nei riti propiziatori celebrati nell’antica Roma in onore del dio bifronte Giano nelle calende di gennaio, che dopo l’introduzione del calendario giuliano segnavano l’inizio del nuovo anno, fino ad allora coinciso con le calende di marzo dedicate a Giunone e all’arrivo della primavera.
Tratto comune tra le due tradizioni è l’auspicio di un “buon inizio”, affidato dalla Chiesa alla benedizione del Bambino Gesù che invoca per la comunità un anno di prosperità, gioia e pace.

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I cioccolatini della ricerca AIRC 2025

Tornano “I giorni della ricerca”, l’iniziativa promossa dall’AIRC (Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro) per informare, sensibilizzare e sostenere la ricerca sul cancro in un anno particolare, che segna il sessantesimo anniversario della Fondazione.
Prevenzione, diagnosi precoce e nuove terapie sono strumenti fondamentali per combattere le patologie oncologiche: tanto è stato fatto, sia per quanto riguarda le probabilità di guarigione (con un aumento di quasi il 50% di italiani che hanno superato una diagnosi di tumore) che in termini di speranza di vita. Tuttavia, i dati rimangono molto alti: nell’ultimo anno sono state 390.000 le nuove diagnosi, più di mille al giorno.
Anche in questa circostanza l’Associazione di volontariato cristiano “Agape” di Sant’Eufemia sarà al fianco dell’AIRC e delle migliaia di volontari che, in 2.400 piazze, distribuiranno i “cioccolatini della ricerca”, unitamente ad una guida informativa sui traguardi raggiunti.
A fronte di una donazione di 15 euro, l’acquisto della confezione da 200 grammi di cioccolato fondente Venchi consentirà di aiutare concretamente AIRC a sostenere il lavoro di circa 6.000 ricercatori, impegnati quotidianamente nella lotta per rendere il cancro sempre più curabile.
Vi aspettiamo in piazza Matteotti, domenica 9 novembre, a partire dalle ore 9:00.

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Armando e Titina, una vita tra dolci e biscotti

Alla signora Titina brillano gli occhi quando allarga il suo bel sorriso e, senza esitazione, afferma: «Cca mi scura e cca mi brisci. In questo posto ho dato l’anima, vivo tra queste mura da cinquantanove anni, ma non mi è pesato per niente. Il lavoro, anche se impegnativo, non mi ha stancata perché l’ho svolto con passione, con amore. La pasticceria è stata la mia vita: se dovessimo smettere, starei male».
La pasticceria Vizzari a Sant’Eufemia rappresenta un’istituzione. Armando Vizzari, figlio e nipote di pasticcieri, custodisce da molto tempo il testimone passatogli dal padre Domenico e dallo zio Nino. Oggi che di anni ne ha ottantaquattro sottolinea con orgoglio: «Sono nato qui e qui sto morendo, al “Purgatorio”. In questa stradina c’era la casa dei miei genitori e qua ho aperto la pasticceria, dopo avere imparato l’arte sin da bambino in quella di mio padre».
Tempi mitici, nei quali le lavorazioni venivano eseguite manualmente, senza l’ausilio dei moderni macchinari. Triturare le mandorle per l’impasto delle paste secche richiedeva muscoli d’acciaio, perché i due rulli che le macinavano andavano azionati a forza di braccia. Il forno era a legna e il fumo investiva chi lo governava. Per ottenere la temperatura giusta occorreva regolarsi con il colore della pietra collocata all’interno: «Il calore la faceva diventare bianca, più scura, marroncina. Se il piano (“u solu”) non era riscaldato adeguatamente, i biscotti si bruciavano».
Per questo occorreva essere “sperti”, specialmente quando si utilizzava un forno particolare, in grado di contenere fino a dodici teglie. Ogni prodotto (torrone, stomatico, piparelli, susumelle, pittapie, amaretti, paste di mandorle) necessitava di una temperatura diversa, che doveva essere più alta per la “nsudda i ferru”, un dolce all’epoca molto richiesto perché, per tradizione, i giovani lo regalavano alle fidanzate dopo averci fatto scrivere sopra parole d’amore.
L’approvvigionamento degli ingredienti di preparazione non era faccenda semplice. Per rifornirsi i pasticcieri si recavano a Messina, dove compravano anche la nocciolina e i ceci da rivendere nelle feste di paese: «Raggiungevamo Villa San Giovanni in autobus, prendevamo il traghetto e dopo lo sbarco ci dirigevamo dai fornitori. Quindi caricavamo la merce sulle spalle e tornavamo a casa. Una volta cresciuti economicamente, per arrivare a Villa utilizzavamo un’Ape (la lambretta) e ci portavamo dietro un carretto sul quale sistemavamo gli acquisti».
Quella dei mercati costituiva un’attività collaterale, che comportava anch’essa grande sacrificio: «Ne abbiamo fatte di nottate. Abbiamo pure dormito sui marciapiedi, quando sostavamo nei paesini per più giorni. In occasione della festa di San Rocco, raggiungevo a piedi mio padre ad Acquaro portando sulle spalle sacchi di nocciolina, ceci, susumelle».
Per Armando la svolta coincide con il rientro dal servizio militare. Un’esperienza drammatica perché la compagnia di Vizzari, di stanza a Casarsa (Pordenone), nell’ottobre del 1963 è tra le prime inviate a Longarone, paese sul quale si era abbattuta una massa d’acqua di circa 300 milioni di metri cubi, fuoruscita dalla diga del Vajont in seguito alla frana di un costone del monte Toc. Nel suo reportage per il “Corriere della Sera”, il giornalista e scrittore Dino Buzzati consegnò all’eternità l’immagine drammaticamente più suggestiva dell’immane tragedia che cancellò Longarone e provocò quasi duemila vittime: «Un sasso è caduto in un bicchiere colmo d’acqua e l’acqua è caduta sulla tovaglia. Solo che il bicchiere era alto centinaia di metri, il sasso era grande come una montagna e sotto, sulla tovaglia, stavano migliaia di creature umane che non potevano difendersi». Straziante è il ricordo del fango e della morte che si presentarono agli occhi del giovane eufemiese: «Arrivammo a Longarone per dare una mano. Ho visto cadaveri impigliati tra i rami degli alberi e mucche gonfie all’inverosimile. Mi è rimasta impressa la visione dei binari del treno che la forza dell’acqua aveva fatto attorcigliare “comu na ligaredda” (in italiano: “convolvolo”, pianta rampicante il cui nome deriva dal latino “convolvere”, avvolgere). Suddivisi in gruppi, avevamo il compito di spalare il fango e di scavare tra i detriti per verificare se ci fossero dei sopravvissuti. Non ne trovammo nemmeno uno». Recupera invece una banconota di diecimila lire, che prontamente – senza neanche pensarci – consegna al tenente della compagnia, tra l’incredulità dei commilitoni.
Assolti gli obblighi di leva, Armando si mette in proprio e sposa la quasi diciottenne Titina Romeo. Figlia del muratore Francesco e di Margherita, con la mamma e con la sorella Rosalia si era dedicata fino ad allora alla lavorazione delle maglie: «Da qualche parte abbiamo ancora conservata qualche macchina. Ma una volta sposata mi sono adattata ed ho imparato il mestiere».
Talmente bene che, riconosce Armando, di fatto è lei ora a portare avanti l’attività. Tra le specialità della pasticceria Vizzari una menzione speciale va al torrone mandorle e miele e alle monachelle, anticamente chiamate “ghetti”. Ai tanti clienti che sostengono la bontà delle “monachelle di Titina”, Armando risponde con ironico disappunto: «Guardate che la ricetta è mia: il pasticcere sono io, non mia moglie. Possibile che nessuno mi vuole riconoscere questo merito?».
Titina segue ogni produzione, confeziona, impacchetta: «Sono certosina, mi piace prestare la giusta attenzione a tutto. Lui mi prende in giro e dice che metto la mia “brocciata” ovunque. Ma le cose vanno fatte per bene».
Le mani dei coniugi Vizzari profumano di dedizione, sacrificio… e vaniglia: «Quando penso ai miei nonni – racconta con emozione e con orgoglio la nipote Rosa – li immagino perennemente intenti a dosare, impastare, sfornare. Quando ero piccola amavo farmi coccolare da mia nonna perché ero convinta che le sue mani emanassero sempre l’odore dolce della vaniglia. Sono eccezionali pasticceri e, ancora di più, nonni speciali».
Armando e Titina sono la testimonianza di come la sovrapposizione tra attività e vita privata possa diventare un esempio di cultura del lavoro, della sua dignità. Forse è questo il riconoscimento più prezioso, che non prescinde, ovviamente, dalla qualità della produzione: «E sennò – conclude Armando con sagace saggezza – la gente se ne fregherebbe (il verbo utilizzato è molto più colorito) di noi, confinati in questo sperduto vicoletto!».

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I giovani di Pont’i carta in cammino

I giovani di “Pont’i carta”, che si definiscono “voci in cerca di ascolto”, hanno una mission di non facile attuazione. L’ascolto è, al giorno d’oggi, esercizio poco praticato e il rumore disordinato di questi tempi confusi non aiuta. Occorre pazienza per riuscire a scartare, tra il bombardamento delle parole, quelle da salvare e da proteggere. Eppure ci provano, testardi, a indicare orizzonti diversi, fiduciosi che i tempi non saranno sempre questi, che un seme piantato potrà un giorno dare frutti inaspettati in termini di rispetto per la storia e per l’ambiente che ci circonda.
Il risultato dell’iniziativa del 14 agosto testimonia che i margini di azione per provarci esistono. È stato sufficiente il tam tam di pochi giorni per costringere il gruppo a chiudere le adesioni alla “camminata per scoprire il nostro territorio”, pervenute in così alto numero che si correva il rischio di rendere complicata la gestione della visita al litorale di Palmi, meta scelta per l’edizione di quest’anno. L’organizzazione è stata tuttavia perfetta, grazie all’impegno di Freedom Pentimalli e Francesco Martino, coadiuvati da Marco Bagnato, Davide Carbone, Francesca Caruso, Carmen Forgione, Lorena Garzo e Giuseppe Luppino.
Circa sessanta partecipanti (molti giovanissimi) si sono ritrovati in località Rovaglioso, punto di partenza del percorso ad anello di sette chilometri (asfalto, sterrato, sentiero) che ha portato la comitiva a visitare alcune caratteristiche grotte prima di sostare davanti a Villa Pietrosa, la dimora di Leonida Repaci. Per questo genere di iniziative “Pont’i Carta” può contare sulla professionalità e sull’esperienza di Freedom Pentimalli, guida ambientale escursionistica e membro della “Compagnia dei Cammini”: è toccato a lui condurre il gruppo, introdurlo nelle grotte e, al fresco dei ripari, fornire dettagliate informazioni sui luoghi visitati. In particolare, sul fascino del sistema di grotte a vari livelli di Pignarelle, scavate nell’arenaria e sulle cui pareti sono visibili i solchi lasciati dalle scalpellate dell’uomo, che furono in epoca bizantina il cuore di un insediamento monastico. Più risalente nel tempo, invece, la storia della grotta di Tràchina, all’interno della quale sono state rinvenute ceramiche risalenti all’età del Bronzo.
Dopo oltre quattro ore trascorse sotto un sole cocente, la comitiva ha potuto finalmente godere il refrigerio di un tuffo a Caletta Rovaglioso, iconica spiaggia “segreta” della Costa Viola incastrata tra le scogliere e raggiungibile dopo avere percorso una stradina composta da gradini che scende a picco sul mare, tra le meraviglie della macchia mediterranea. Un posto che profuma di zagara e di mito, quello legato ad Oreste, figlio di Agamennone e Clitennestra, il quale dopo avere ucciso la madre e l’amante Egisto, perse la ragione e cominciò a vagare per il Mediterraneo prima di approdare a Rovaglioso, dove recuperò il senno bagnandosi sette volte nelle sue acque.
Sulla comitiva ha infine aleggiato lo spirito di Leonida Repaci, richiamato da Freedom con la lettura intensa di “Quando fu il giorno della Calabria”. «La sua felicità sarà raggiunta con più sudore», concludeva lo scrittore palmese: una speranza che non può che essere condivisa da chi ama questa terra.

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L’ultimo banditore

Non sempre il tempo è galantuomo. A volte è una spugna che tutto cancella. Volti, nomi, storie. Mondi che non esistono più, se non nel ricordo di qualche nostalgico irriducibile. Fotogrammi che si susseguono, per didascalia la raccomandazione di Corrado Alvaro: «È una civiltà che scompare, e su di essa non c’è da piangere, ma bisogna trarre, chi ci è nato, il maggior numero di memorie».
Per andare dove, mi chiedo. Oggi che il mondo sembra non sapere che farsene di ciò che è stato. Né riesce a guardare oltre l’orizzonte quotidiano. Chissà. Forse si tratta delle ubbie di chi fatica a comprendere la mutazione antropologica in atto, di chi sconta difficoltà di connessione con il presente e, forse per questo, si rifugia nel passato. Con il rischio inevitabile di scadere nella retorica del “si-stava-meglio-quando-si-stava-peggio”. Con buona pace di Alvaro, però, qualche lacrima finisce per rigare le guance. Ci si sente soli. È la solitudine dell’anima: la più ostinata, inconsolabile. Un “tutto finito” sbattuto in faccia.
Quanta tristezza suscita l’oblio. Dalle nostre parti, poi, con il cancellino in mano siamo dei fenomeni. La lavagna diventa il campo da gioco preferito. Manchi qualche anno dal paese ed è come non esserci mai vissuto. Anche se sei stato per tutta la vita un “personaggio”.
Ciccio Modaffari (“gaddina”) lo è stato. Forse per questo mi si è stretto il cuore nel vedere quanta poca gente gli ha reso l’ultimo saluto. Il mio primo ricordo risale a quasi mezzo secolo fa, quando ancora abitavo nel cortile di via De Nava, da mia nonna. In estate capitava spesso che venisse interrotto il servizio idrico e, a quei tempi, non esistevano i social per veicolare tempestivamente l’annuncio. Ci pensava il banditore pubblico: Ciccio. Si fermava negli incroci delle strade e con la sua voce squillante avvisava la popolazione: «Si jetta bandu/ ca e sei i stasira/ chiudinu l’acqua». E allora tutti a darsi da fare per riempire bottiglie, secchi e bacinelle. E sempre Ciccio aveva il compito di sostituire le lampadine della pubblica illuminazione servendosi di una lunga canna di bambù alla cui sommità vi era un gancio che si azionava tirando uno spago.
Come da tradizione nei paesini, il banditore era un dipendente comunale, solitamente uno spazzino – quando ancora il termine ancora non era politicamente scorretto. Lo era anche Ciccio, come lo era mio zio Ntoni, alle cui scope provvedevano le mani callose di mio nonno Mico legando l’erica al bastone con il filo di ferro. Conservo una foto bellissima di quella squadra di netturbini, i quali ogni giorno percorrevano le vie del paese per spazzare e raccogliere i rifiuti nel carrello a due bidoni. Le scope sui lati sembravano le lance di antichi cavalieri medievali.
La caratteristica di Ciccio era il porta a porta con un particolare ticchettio sui vetri delle porte, che riproduceva una delle tante marce eseguite dalle bande nelle feste di paese e infondeva allegria. Oltre al suo maleodorante sigaro, che fumava in piazza di pomeriggio, per rilassarsi. Quella piazza teatro dei nostri atroci scherzi di adolescenti, ai quali neanche lui poté sottrarsi. Perché là, nei locali della vecchia pescheria, lasciava la sua carriola, che una notte finì tra i rami di un albero della piazza e un’altra volta sul tetto del furgoncino di Ntona “a gelatera”. Altro personaggio mitico, capace di inserire in una maledizione tre o quattro parole volgarissime dopo che le avevamo fatto saltare in aria il braciere, collocando un paio di petardi dentro la latta posta sul carbone, davanti all’uscio di casa sua.
Un’altra abilità che faceva di Ciccio un “personaggio” era la facilità con la quale, nei funerali, riusciva puntualmente a “licenziarsi” per primo. Finché ha vissuto in paese non ne ha saltato neanche uno. Per usanza, dovere, abitudine. O forse perché, probabilmente, l’indifferenza è sentimento tipico di questa favolosa epoca moderna, sconosciuto ai suoi tempi.

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Intervista al volontario Domenico Forgione

(Dalla pagina Facebook dell’Agape)
Domenic è la memoria storica della nostra Associazione, non solo perché è uno dei veterani ma perché all’interno del suo blog vengono custoditi, da 15 anni, i ricordi più preziosi che abbiamo vissuto a casa Agape.
Ne diventa socio alla fine degli anni ’90 e da allora il suo contributo è fondamentale. A lui va spesso il merito di essere il più risoluto e di riuscire a tenere unito tutto il gruppo. Adora fare l’autista del pulmino nella colonia estiva.
Quest’oggi sarà il quarto protagonista dell’intervista al volontario. Si racconta e racconta, in modo profondo, della nostra associazione. Le nostre parole non saranno belle, forse, quanto le sue ma il nostro ringraziamento per quello che fa è sentito
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C’è una canzone che è diventata la colonna sonora, negli anni, della vostra Associazione? Se è sì quale?
Ogni colonia estiva ha generalmente una canzone che sul pulmino diventa il tormentone dei viaggi verso la spiaggia. Cantiamo tutti e l’atmosfera di allegria che si respira, ogni anno, è un’emozione che si rinnova. La canzone alla quale sono personalmente più affezionato è però legata al “Giubileo degli ammalati e delle persone disabili” del 2016. L’Agape vi partecipò e, in una delle tre giornate, assistemmo alla “Festa di Benvenuto. Oltre il limite”, condotta da Rudy Zerbi e Annalisa Minetti. Tra gli artisti sul palco, dopo avere cantato “Vivere a colori” Alessandra Amoroso scese tra gli spettatori, rimase tra di noi a chiacchierare e a scattare delle fotografie, dimostrando grande sensibilità. Non so se è così per gli altri volontari, ma per me è quella la canzone dell’Agape.

Raccontaci un episodio simpatico o emozionante vissuto all’interno dell’Associazione.
Con gli episodi simpatici si potrebbe scrivere un libro. A volte siamo protagonisti noi volontari, altre i nostri amici. Claudio, Rocco, ma voglio ricordare Peppe Carbone e Franco Gaglioti, da questo punto di vista sono (o sono stati) irresistibili. Ricordo però un giorno che facevamo assistenza scolastica: un alunno delle elementari doveva comporre una frase con la parola “cicerone”. Ci pensò e poi scrisse: «Oggi ho mangiato pasta e ciceroni».
Anche gli episodi emozionanti sono molteplici. In particolare, per me, due. Il primo, un pranzo di Natale nella RSA “Antonino Messina”. Condividere quella giornata con gli anziani della struttura mi ha fatto riflettere su una cosa: non esiste volontariato se non si è disposti a rinunciare a qualcosa (in quel caso, il pranzo del 25 dicembre con le nostre famiglie). Se si pensa che il volontariato sia un’attività da svolgere “a tempo perso”, quando non si ha altro da fare, si è completamente fuori strada. Il secondo, il pellegrinaggio a Lourdes nel 2011. La serenità e la pace avvertite in quella settimana sono sensazioni indescrivibili. Per questo mi piacerebbe rivivere queste due esperienze.

Cosa ti ha spinto a fare volontariato e che impatto ha avuto il volontariato sulla tua vita?
Il volontariato, sia laico che religioso, era qualcosa di distantissimo dai miei interessi giovanili. Iniziai quasi per fare un favore a Peppe Napoli, che mi aveva chiesto se fossi disposto a dare una mano con l’assistenza scolastica. Accettai, con la puntualizzazione che non avrei partecipato a nessun’altra attività. In realtà, diversi miei amici facevano parte dell’Associazione, per cui – piano piano – fui costretto a fare tutto! Da allora sono trascorsi 27 anni e il volontariato è tra le cose più belle che mi siano capitate. C’è anche un altro aspetto, molto personale perché ha inciso profondamente nella mia vita. In genere, il percorso più comune è quello che porta dalla fede e dalla chiesa al volontariato. A me è successo il contrario: sono arrivato gradualmente alla fede grazie al volontariato e al rapporto con i deboli, con i fragili, con gli emarginati. Nei loro volti c’è quello di Dio: di questo ne sono certo. È stato un percorso lento, maturato in virtù di esperienze di vita che hanno avuto diversi momenti di rivelazione: il rapporto con chi vive nell’amore incondizionato situazioni di difficoltà, la malattia e la morte di Adelina Luppino, il pellegrinaggio a Lourdes, l’incontro con il cappellano del carcere di Palmi, don Silvio Mesiti.

Per favorire l’inclusività delle persone con disabilità reputi sia meglio rafforzare gli strumenti legislativi a disposizione oppure operare soprattutto dal punto di vista culturale?
Certamente gli strumenti legislativi sono indispensabili: va però detto che lo strumento legislativo diventa inefficace se le risorse economiche sono insufficienti. Il volontariato (che – ricordiamolo – ha come sua caratteristica la gratuità) esiste proprio per questo motivo: nel momento in cui Stato, Regioni e Comuni dovessero riuscire a soddisfare i bisogni di tutti, non avrà più ragione di esistere. Ma su questo non nutro molta fiducia. Riallacciandomi alla seconda parte della tua domanda, si possono eliminare le barriere architettoniche costruendo sui marciapiedi gli scivoli per le sedie a rotelle, ma se poi un cafone ci parcheggia davanti l’automobile… Pertanto, va senz’altro ricercato l’approccio culturale suggerito dalla tua domanda. Per fortuna, su queste tematiche oggi vi è una sensibilità maggiore rispetto al passato: questo fa guardare al futuro con un minimo di fiducia.

Dal 1991 sono trascorsi 34 anni: per un’associazione come l’Agape qual è il segreto di una così lunga durata?
Negli ultimi tre decenni molte cose sono cambiate e i numeri che avevamo intorno al 2000 non ci sono più. Le associazioni e il paese hanno bisogno dei giovani, che purtroppo sempre più numerosi vanno via. Questa è l’amara realtà.
Non sono però cambiate alcune cose, che possono in qualche modo spiegare la longevità dell’Agape. Il rapporto con le istituzioni, che è improntato sul riconoscimento del rispettivo ruolo e non prevede invasioni di campo, al di là di ogni legittima diversità di orientamento politico. Quello con la comunità, composta di gente generosa che non ha mai fatto mancare il proprio sostegno all’associazione. Ma soprattutto quello con le famiglie dei ragazzi che ci vengono affidati. La loro fiducia nei nostri confronti costituisce per noi la più grande gratificazione.

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Ciao, Pino

È proprio vero che la morte ci sorprende alle spalle. Non si è mai pronti. Inevitabilmente, poi, si associano volti cari ad esperienze condivise, a momenti vissuti insieme che sono stati più o meno felici. Si raccolgono i ricordi propri e quelli altrui, come per rubare un po’ di tempo a ciò che non ha più tempo, che non è tempo; per prolungare una vita che non è più vita, strappata a un saluto non scambiato nell’ultimo incontro.
Chi ci pensava. Chi poteva saperlo che quello sarebbe stato il nostro addio.
Pino, te ne sei andato in silenzio e scoprirlo è stata una deflagrazione. Da ieri si parla e si scrive di te, scavando nei ricordi sigillati dal sipario del tuo sorriso e dalle tue parole, che erano sentenze perché i principi nei quali credevi non erano per te barattabili. Perché essere idealista non può essere un demerito.
Si poteva essere d’accordo o in disaccordo con te, ma non si potevano mettere in dubbio, mai, la tua genuinità e la tua libertà di pensiero. Non dovevi niente a nessuno e da nessuno hai mai preteso niente. La tua forza, che qualcuno ha potuto equivocare considerandola scontrosità caratteriale, era tutta qua. È stata questa forza a consentirti di non essere etichettabile, di non sentirti vincolato al pensiero e alle azioni di nessuno, di poterti allontanare e di allontanare a tua volta senza traumi, di non trovarti nell’imbarazzante situazione di dovere rinunciare ai tuoi ideali, che sono stati la tua unica bussola: uguaglianza, giustizia sociale, attenzione per i più deboli.
Per me sei stato tante cose. Da bambino, sei stato il dio del calcio. Non ho potuto ammirarti sul rettangolo di gioco nei tuoi anni migliori, ma la leggenda sulle prodezze di Pino Pangallo l’ho ascoltata. Alcuni sostengono che sei stato il calciatore eufemiese più bravo di tutti. Ho fatto in tempo a giocare una sola volta con te, in una partita estiva tra una selezione locale e una di “oriundi”. Neanche a dirlo, per la nostra squadra segnasti tu, di gran lunga il più vecchio della squadra.
Ti vedevo però sempre nel “Bar Mario”, buon giocatore di biliardo (quante partite a goriziana abbiamo fatto nell’ultimo periodo di attività del circolo?) e presenza costante in quel microcosmo che ha innaffiato le mie amicizie più belle, facendole sopravvivere alla sua chiusura. Rapporti di affetto che sono state stampelle importanti per me e per la mia famiglia quando il mare si è gonfiato travolgendo tutto. Tu ci sei stato anche allora, con la tua amabile discrezione.
Negli anni, ci siamo spesso confrontati sulle questioni che più avevamo a cuore e che ruotavano attorno alla politica intesa come servizio, al tuo impegno nel sindacato, al particolare momento storico a livello nazionale, internazionale e locale. Grazie a questo dialogo, da te ho ricevuto uno tra i più belli attestati di stima quando fui candidato a sindaco nel 2017. Con la tua consueta sincerità mi dicesti che, se io lo avessi desiderato, ti saresti candidato nella mia lista, pur precisando che non disponevi di molti voti. Le dinamiche del voto, nei piccoli paesi, mi sono sempre state note. Così come mi era noto che tu, soggettivamente e oggettivamente, eri ciò che di più lontano da quelle logiche poteva esistere. Accettai, perché – come te – penso che alcuni valori vanno anteposti a qualsiasi ragionamento utilitaristico. E perdemmo, io per primo: ma che lezione hai dato a tutti. Di amicizia, di moralità e di lealtà.
Grazie di tutto, Pino: fai buon viaggio.

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Dona il tuo cinque per mille all’Agape

È di pochi giorni fa la comunicazione che, in virtù del cinque per mille devoluto da ventiquattro contribuenti nel 2024, all’Agape sono stati destinati 464,20 euro.
Può sembrare poca cosa, in realtà è tantissimo per chi, come la nostra associazione di volontariato, vive di donazioni e della raccolta di fondi che ogni anno viene effettuata in occasione della tombolata nel “Natale di solidarietà”.
Il prossimo mese i volontari saranno impegnati con la colonia estiva, l’iniziativa più onerosa per le casse dell’associazione: ci riempie di orgoglio riuscire a portarla a termine, da quasi trent’anni, con le nostre poche forze e con l’aiuto di una comunità capace di mostrare il suo volto generoso.
Le associazioni del territorio sono una risorsa insostituibile ed è un bene la presenza sempre più consistente di cittadini attenti alle loro esigenze, pronti a supportarle concretamente.
C’è chi si rimbocca le maniche e partecipa in prima persona alle attività proposte, ma c’è anche chi, non potendolo fare, affianca le varie realtà associative nei modi ritenuti più congeniali.
Navighiamo comunque tutti nella stessa direzione, uniti per raggiungere l’obiettivo di una società inclusiva e solidale, in grado di farsi carico dei più svariati bisogni: per fare, ciascuno, “il proprio pezzettino” e rendere così più bello il posto in cui si è scelto di vivere.
Un abbraccio virtuale ai nostri ventiquattro benefattori, con l’auspicio che molti altri possano seguirne l’esempio. Intanto: grazie, grazie, grazie.

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Una voce per il Papa: Antonello Bille

Ormai dovremmo essere abituati a vederlo in televisione, in occasione delle importanti funzioni che si svolgono nel Vaticano, tenore tra le voci che compongono la “Cappella musicale pontificia sistina”. Ne fa parte da venticinque anni. Eppure ogni volta è un’emozione che si rinnova, per quel sentimento di orgoglio e di ammirazione che gli eufemiesi provano vedendo che un figlio di questa terra è stato capace di raggiungere vette professionali di assoluto rilievo.
Antonello Bille, cinquantenne cresciuto nel “Chjanu du Pettu”, a due passi dalla chiesa parrocchiale di Sant’Eufemia, che ha inciso profondamente sul ragazzo che era e sull’uomo che è diventato, ne ha fatta di strada. Anche se non ha mai reciso il legame con il paese di origine, dove torna appena ne ha la possibilità, quasi sempre ogni 16 settembre per la festa patronale, che coincide anche con la data del suo compleanno. Di questo affetto si nutre, lo custodisce nel cuore come un dono prezioso: «Chi come me va via, ha sempre il timore di venire dimenticato. Provo molto piacere quando apprendo che i miei compaesani sono orgogliosi di me e della mia attività».
È stato toccante ascoltarlo in occasione della recente Via Crucis, particolarmente intensa a causa della presenza/assenza del Pontefice, che non c’era ma il cui spirito e le cui parole hanno riecheggiato lungo il percorso dal Colosseo al Tempio di Venere sul Palatino. Poi la morte di Papa Francesco, il funerale, la consapevolezza dell’importanza del momento storico e l’emozione provata quando il feretro ha fatto il suo ingresso nella chiesa di Santa Maria Maggiore, accolta dai canti eseguiti dalla Cappella musicale: tra i cantori, Antonello Bille.
Di questo e di molto altro abbiamo parlato nel corso di una conversazione sviluppata sul filo dei ricordi, un andare per poi ritornare al punto di partenza, al luogo dove tutto ha avuto inizio: Sant’Eufemia d’Aspromonte.

Quando hai scoperto di avere questo dono e come hai iniziato?
Ho scoperto di avere questo dono un po’ tardi. Ho frequentato il liceo artistico “Mattia Preti” di Reggio Calabria e, in quegli anni, la musica e il canto erano lontani dai miei progetti di vita. In paese ho però iniziato a collaborare con il coro polifonico parrocchiale “Cosma Passalacqua”, allora diretto dal carissimo amico M° Raffaele Federico: ricordo quando ci svegliavamo alle 5:00 per la novena di Natale. Compresi che avevo delle qualità e il successivo ingresso nel conservatorio “Francesco Cilea” di Reggio confermò quella sensazione. Raffaele Federico è stato per me un grande supporto, con le sue parole di incoraggiamento. Altra figura importante è stata il M° Mons. Giorgio Costantino, docente del conservatorio in esercitazione corali e direttore del coro “Laudamus” di Reggio Calabria, nel quale entrai dopo circa un anno: mi ha sempre seguito con affetto ed è stato fondamentale per la mia formazione professionale. Al conservatorio “Cilea” ho avuto maestri eccellenti, che non solo mi insegnavano la musica, ma mi sollecitavano a “crederci” perché il mondo del canto un giorno mi avrebbe dato il pane. Infine, il mio caro Maestro di canto Antonio Bevacqua, di Messina, il quale ha fatto un grande lavoro sotto il profilo tecnico. Non dimenticherò mai le traversate a bordo della “Caronte” per recarmi alle sue lezioni.

Quando sei entrato nel Coro vaticano?
Nell’aprile del 1999, mentre ero ancora allievo del conservatorio, il M° Mons. Giorgio Costantino mi informò che il Maestro della “Cappella musicale pontificia sistina”, all’epoca Mons. Giuseppe Liberto, cercava nuovi tenori. Mi presentai e sostenni l’audizione davanti a lui, al “Magister Puerorum” don Marcos Pavan (oggi Maestro direttore della Cappella), al segretario e al decano dei cantori pontifici. Nel frattempo conseguivo il Diploma in canto con lode e menzione d’onore. Il 14 settembre fui convocato ufficialmente da Mons. Giuseppe Liberto ed entrai così nel coro più antico del mondo e coro personale del Papa.

Da quanti cantori è composto il Coro, quali sono le sue attività e come si svolge la tua giornata?
Attualmente il Coro, che in genere svolge il suo servizio liturgico nella Basilica di San Pietro, è composto da 24 Cantori adulti suddivisi in tenori I e II, baritoni e bassi, e da circa 30 Cantori fanciulli (i “Pueri Cantores”, le voci bianche che secondo un’antica tradizione sostituiscono le voci femminili, suddivise in contralti e soprani). Normalmente siamo impegnati con le prove per le celebrazioni papali e i concerti, dalle tre alle quattro ore al giorno. La Cappella musicale pontificia interviene solo in presenza del Papa, anche per funzioni private nella cappella del Santo Padre oppure in altre cappelle che sono all’interno del palazzo apostolico, con il segretario di Stato. Al di fuori dal contesto delle cerimonie liturgiche svolge inoltre l’attività concertistica, sia in Italia che all’estero.

Ci sono avvenimenti che ricordi con particolare emozione?
Tantissimi, in particolare quelli legati agli anni del pontificato di Giovanni Paolo II. Su tutti, l’apertura della Porta Santa nel Grande Giubileo del 2000 e la morte di Karol Wojtyla. Nel primo caso, ero arrivato a Roma da appena tre mesi: per me era tutto nuovo, immenso, vibrante. Mi sentivo parte della Storia mentre si stava svolgendo. Dopo il Santo Padre, toccò alla Cappella musicale attraversare la Porta Santa. Ho provato un’emozione indescrivibile, amplificata dalla voce tremante di Giovanni Paolo II: un fuoco dentro il cuore che non va mai via. La sua morte diede la sensazione che il mondo si fosse fermato, che la terra avesse smesso di girare. Dalle cose più importanti fino a quelle più banali, come fare la spesa. Il silenzio che si percepiva a Roma era impressionante, solenne, intimo. E poi il funerale, con quel vento che giocava con le casule dei cardinali e, sulla bara, sfogliava le pagine del Vangelo. Ma ho provato emozione anche nei passaggi più significativi di questi ultimi 25 anni: l’elezione di Benedetto XVI e l’11 febbraio 2013, quando nella Sala Clementina pronunciò la formula della rinuncia al soglio pontificio; infine l’elezione di Papa Francesco, che per la verità nessuno nel Vaticano si aspettava.

Come hai vissuto la morte di Papa Francesco? Cosa hai provato quando la bara con il Santo Padre ha fatto ingresso nella chiesa e come ti sei sentito nel momento in cui cantavi per lui?
Sono stato presente alla constatazione di morte, poiché il protocollo del cerimoniale prevede che siano presenti, oltre al medico personale del Papa che legge le cause del decesso, tutta la famiglia pontificia, della quale fa parte anche la Cappella musicale. Poi, mercoledì 23 aprile, nella Basilica di San Pietro per la traslazione. Arrivava il momento di far vedere al mondo per l’ultima volta le sue spoglie mortali. Il cerimoniale prevede che i “sediari” portino il Santo Padre nella bara scoperta. Il momento è solenne e scandito dal camminare lento e ordinato della processione. Una situazione che io avevo già vissuto con i due precedenti Papi. Ma è come se fosse sempre la prima volta. Sono sensazioni indescrivibili, dal fortissimo impatto emotivo. Anche perché ti rendi conto che fai parte di tutto quello che sta accadendo, non sei soltanto uno spettatore. Le mani tremano e si ha paura di poter sbagliare mentre si canta. È difficile gestire l’equilibrio interiore, perché l’emozione è fortissima. Non rimane altro da fare che pregare, nel mio caso cantando. Abbiamo eseguito alcuni salmi in gregoriano, in latino a una voce, e le antifone per i defunti: “Requiem aeternam”, “Sitivit anima mea” e altre.

Hai qualche ricordo personale di Papa Francesco?
In particolare due. Nel corso di una messa celebrata nella cappella privata per i suoi cinquant’anni di sacerdozio, ebbi un incontro molto breve: il tempo di stringergli la mano, poiché nella sua grande umiltà non voleva che gli fosse baciata, di chiedergli come stesse e di ringraziarlo per la sua presenza. In occasione dei suoi ottant’anni, ebbi invece modo di soffermarmi di più con lui. Gli chiesi una preghiera per una persona a me cara: mi domandò il nome di questa persona, quindi mi strinse forte la mano e mi disse di stare tranquillo. La sua preghiera fu esaudita.

Quanto è forte il tuo legame con Sant’Eufemia?
Tantissimo, nonostante gli anni trascorsi fuori per gli studi e per il lavoro. Sono cresciuto nel rione “Petto”, a pochi metri dall’ingresso laterale della chiesa di Sant’Eufemia, dove c’erano i locali dell’Azione Cattolica”: un punto di ritrovo per me e per tanti altri ragazzi con i quali ho condiviso momenti di pace, serenità, spensieratezza e tante risate. Una sorta di porta magica che ci teneva uniti. Sant’Eufemia sta sulla prima riga del mio curriculum artistico, ne vado fiero. Con le sue strade, il pane di “Tita”, le fontane della “Pirina” e della “Nucarabella”, i posti dove da ragazzini andavamo a raccogliere l’origano, sotto il ponte della ferrovia: un luogo che ho sempre immaginato come ideale per girarci un film western. Le interminabili partite a pallone davanti alla chiesa parrocchiale, le sfide con i ragazzi degli altri quartieri, le giocate a carte sui gradini della chiesa. Sono legato intimamente alle nostre tradizioni religiose: la pietà popolare è il ponte indispensabile affinché ogni essere umano si avvicini alla casa del Signore. E poi la nostra amata Sant’Eufemia, che ancora oggi ci parla e ci protegge. Il mio rapporto con “Lei” è iniziato il giorno della mia nascita: mio padre ancora oggi si commuove raccontando che mentre “Lei” usciva dal portone della chiesa per la processione, io venivo al mondo uscendo dal grembo di mia madre. Il giorno della festa cerco sempre di essere presente, anche se ogni tanto non mi riesce. La cerco ovunque, specialmente da quando mi sono trasferito a Roma. Mi affido sempre a Lei. Quando mi distraggo, succede qualcosa che mi fa capire che “Lei” è vicino a me. Non mi sono mai sentito abbandonato, né ho perso la strada che mi conduce a “Lei”. Ricordo con commozione le feste, le “entrate” con i magnifici fuochi d’artificio, le processioni sontuose e partecipate da tutti. So che qualsiasi cosa dovesse accadere, quei momenti li porterò sempre dentro di me. Ormai, da venticinque anni, la mia vita è a Roma: ma, anche se un giorno non dovessi più tornare, per il mio paese pregherò e spererò sempre il meglio.

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