Una data per l’autonomia di Sant’Eufemia d’Aspromonte

Il riconoscimento del contributo dato agli studi storici locali dal convegno organizzato nel 1990 dall’Associazione culturale “Sant’Ambrogio” per il bicentenario dell’autonomia di Sant’Eufemia, i cui atti furono pubblicati nel 1997 da Rubbettino, non impedisce di mettere in discussione l’indicazione generica del 1790 (senza giorno e mese) come anno in cui il casale di Sant’Eufemia avrebbe conquistato l’autonomia dalla Contea di Sinopoli. Vincenzo Tripodi è stato il primo a sostenere che «nel 1790 l’Università, oggi Municipio di S. Eufemia, sotto il sindacato di tal Vincenzo Panuccio, intentò e vinse una causa per liberarsi dalla soggezione del Conte di Sinopoli e Principe di Scilla che aveva usurpato il dominio del territorio di essa. In seguito a ciò, essendo il Comune per l’innanzi denominato S. Eufemia di Sinopoli, mutò tal nome, assumendo quello di S. Eufemia d’Aspromonte» (Breve monografia su Sant’Eufemia d’Aspromonte, 1945).
La tesi di Tripodi non è però supportata da alcun documento ufficiale ed appare inoltre avulsa dal contesto storico generale. Più verosimile è invece supporre che l’affrancazione del comune sia stata conseguente all’eversione della feudalità (1806) realizzata nel periodo francese del regno di Napoli.
La “Legge per la circoscrizione dei governi del Regno” del 19 gennaio 1807, n. 14, al primo articolo stabiliva infatti che “ogni governo sarà chiamato col nome di quel luogo, ch’è il primo nel numero delle università, ch’esso comprende, e questo sarà la sede del giusdicente”: conseguentemente veniva istituito il governo di Sant’Eufemia di Sinopoli, del quale facevano parte i comuni di San Procopio, Sinopoli superiore, Sinopoli inferiore, Sinopoli vecchio, Acquaro, Cosoleto, Sitizano, Melicuccà.
Successivamente, il “Decreto per la nuova circoscrizione delle quattordici provincie del regno di Napoli”, n. 922 del 4 maggio 1811, che organizzava gli enti territoriali in province, distretti, circondari e comuni (art. 1), indicava Sinopoli capoluogo del circondario che comprendeva i comuni di Sinopoli superiore, Sinopoli inferiore, Sinopoli vecchio, Cosoleto, Sitizano, Acquaro, San Procopio, Sant’Eufemia, Paracorio, Pedavoli. Il 4 maggio 1811 veniva quindi istituito il comune di Sant’Eufemia, che perdeva la denominazione (“di Sinopoli”) mantenuta durante il periodo feudale.
Va infine sottolineato che uno studio di Gustavo Valente (Dizionario dei luoghi della Calabria, 1973), approvato anche dal Sistema Informativo Unificato per le Soprintendenze Archivistiche, fa riferimento proprio alla data tratta dal Bullettino delle leggi del Regno di Napoli.

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Ci siamo

Il mio prossimo libro è pronto e tra qualche settimana andrà in stampa. Vi anticipo il titolo: Sant’Eufemia d’Aspromonte nell’età contemporanea. Storia, società, biografie (Il Rifugio Editore). Uscirà con un anno di ritardo, ma poco importa. Ci tenevo a dare organicità agli studi che nel tempo ho condotto sulla storia del mio paese: rivedere, approfondire, scavare ancora e trovare, concludere un ciclo di ricerche iniziato circa quindici anni fa. Da un punto di vista prettamente personale, era per me fondamentale portare a termine un lavoro iniziato a settembre 2019. Perché là, in fondo, ero rimasto.
Il libro si compone di tre parti e abbraccia un arco temporale che va dalla fine del 1700 ai nostri giorni: eventi rilevanti della storia di Sant’Eufemia, aspetti della società nel XX secolo, quattordici medaglioni biografici delle personalità più eminenti. E ancora: testimonianze orali (ad esempio, quelle significative di due centenari) e il recupero di fonti bibliografiche locali introvabili. Ho dedicato il libro alla memoria di Vincenzino Fedele, per quattro decenni presidente dell’associazione culturale “Sant’Ambrogio” (nella foto, insieme al cardinale di Milano Carlo Maria Martini): “infaticabile animatore sociale e culturale, per la sua preziosa attività di promozione delle tradizioni e della storia eufemiese”.

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Ritratto di famiglia

Erano vestite tutte uguali le nostre nonne. La stoffa da tagliare e cucire arrivava dalle Americhe, spedita da parenti emigrati che non dimenticavano chi era rimasto in paese. Non sorridono Ciccia, Femia e Mica, in posa nell’unica fotografia dei primi anni Venti che le ritrae insieme ai genitori Rosa e Carmine, al piccolo di casa Ciccio e alla zia Francesca, sorella della madre. Il lampo al magnesio le disorienta.
Carmine e Rosa sono sopravvissuti al terremoto del 1908, così come Francesca, che vive con loro e che invece non supererà il secondo parto, a soli 29 anni.
Carmine è un reduce della Prima guerra mondiale, ma non sa che farsene dell’encomio solenne ricevuto per la ferita da shrapnel alla mano destra nella Seconda battaglia dell’Isonzo. A quel tempo aveva già una moglie e una figlia di un anno che lo attendevano a casa. Un contadino analfabeta dell’Aspromonte era già un eroe senza bisogno di lanciarsi contro le trincee austriache. Il suo orizzonte abbracciava la famiglia e il lavoro a giornata nei campi e nelle carbonaie; le terre irredente non sapeva neanche cosa fossero.
La primogenita Ciccia e la seconda figlia Mica portano i capelli con la riga di lato, Ciccio ha il caratteristico “cannolo” dei maschietti. Femia ha i capelli molto corti: forse ha preso i pidocchi, per cui si è resa necessaria una rasatura.
Francesca tiene una mano appoggiata sulla spalla di Ciccia. Quasi un presagio. Anni dopo sposa infatti Mico, lavoratore a giornata e carbonaio anche lui, dal quale ha due figli. Quando muore, un mese dopo la nascita di Ntoni, la nipote ha già 17 anni: tocca a Ciccia allevare la prole mentre i maschi della casa sono a lavoro. A quel punto, il matrimonio con lo zio di undici anni più grande diventa una conseguenza naturale, necessaria: amore o non amore, funziona così nelle famiglie strette dal bisogno. Senza troppe domande. Arrivano cinque figli, ma tre se li porta via il destino dopo pochi mesi di vita, negli anni a cavallo della Seconda guerra mondiale, vissuta da Mico in Libia.
Sono tempi in cui la morte si respira e in fondo si accetta. Le piccole bare portate sulla testa dalla “pulicia rizza” sono l’immagine frequente di un dolore silenzioso e rassegnato.
Anche Mica e Femia si sposano. Mica non si tira mai indietro quando c’è da lavorare. Vive in simbiosi con Diego le giornate pesanti nelle carbonaie fumanti e nei campi dell’Aspromonte, addolcite dopo il tramonto dal ritmo della tarantella; più tardi nel Nord-est della Francia, dove raccolgono barbabietole insieme ai figlioletti, curano le piantine in una serra, trovano impiego in una fabbrica che produce compensato, alloggiati accanto per mantenere accesa la caldaia giorno e notte.
Femia non emigra, il suo regno è a “Crasta”, dove con Nino lavora la terra per tutta la vita: senza un lamento, senza essere mai sfiorata dal pensiero che quella non sia una vita piena. Una concezione sacra del lavoro, che mette in pari perché la dignità ha la nobile ruvidezza dei calli delle proprie mani.
Ciccio segue le orme del padre e del cognato. Carbonaio pure lui, prima del trasferimento a Morlupo, dove con il padre e con il cognato trova impiego come operaio. Ma è solo una parentesi.
Carmine, nonostante i suoi quasi sessant’anni, decide di partire per l’Argentina. L’idea è quella di fare qualche soldo e poi farsi raggiungere dal resto della famiglia. Lo segue il figlio, quasi subito. La moglie invece si ammala di tracoma e perde la vista, per cui la commissione che valuta lo stato di salute degli emigranti la dichiara inabile.
Carmine muore a Buenos Aires qualche anno dopo. Del figlio, il cui matrimonio per procura con Peppina naufraga al momento del ricongiungimento in Argentina, giungono a casa sporadiche notizie finché la madre resta in vita, accudita da Ciccia. Poi più niente. Il filo si spezza e Ciccio scompare, inghiottito dalle fauci di qualche oscuro barrio.

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La Varia di Sant’Eufemia d’Aspromonte

Un secolo fa anche Sant’Eufemia d’Aspromonte aveva la sua “Varia” o “Carro trionfale”, come si legge nella didascalia dell’unica immagine arrivata ai nostri giorni. La fotografia, che documenta il passaggio della Varia sul corso Umberto I il 4 agosto 1929, è stata pubblicata dal periodico “Incontri” (edito dall’Associazione culturale “Sant’Ambrogio”) sul numero di gennaio-marzo 1995, a corredo della preziosissima ricostruzione storica del professore Luigi Crea.
Autore dell’opera e della sua messa in funzione fu, negli anni Venti e Trenta del 1900, Giuseppe Forgione, artigiano del legno noto con il soprannome “Sticchiarella”. Molto abile nella costruzione di macchine ad ingranaggi, tra le sue creazioni si ricordano inoltre un presepe con i pastori in movimento, una Varia più piccola, che veniva portata in processione in occasione della festa di San Giuseppe, e una costruzione meccanica con le statuette di San Giuseppe, la Madonna e Gesù adolescente.
La Varia era dedicata ai SS. Cosma e Damiano, il cui culto a Sant’Eufemia ha origini antiche ed è molto sentito: in particolare a partire dal 1837, quando i due santi ascoltarono le suppliche dei fedeli e il paese non fu toccato dall’epidemia di colera che stava seminando la morte nel circondario di Palmi. Un altro evento miracoloso risale invece al 7 ottobre 1843, giorno in cui coloro che si trovavano all’interno della chiesa si accorsero con stupore che le statue, realizzate nel 1816 dall’artista di Serra San Bruno Vincenzo Zaffiro, aprivano e chiudevano gli occhi, li alzavano al cielo e li abbassavano.
La costruzione meccanica era alta 12-13 metri ed era trainata da sei paia di buoi; un altro paio, posizionato nella parte posteriore, fungeva da freno. Sulla base della costruzione venivano disposte una ventina di ragazzine vestite di bianco, in genere provenienti da nuclei familiari poveri o orfane di guerra, insieme agli “ammalati” dei SS. Cosma e Damiano.
Posizionate sui lati della macchina, due coppie di angeli venivano fatte scorrere verso l’alto e verso il basso. Le colonne che si innalzavano dalla base si univano in cima, formando degli archi che sorreggevano la piattaforma sulla quale stavano sedute altre due file di bambine. Al di sopra vi era il globo terrestre, attraversato da un asse che faceva girare il sole e la luna. Infine, sopra le nuvole e i visi degli angeli, dominava la statua del Padre Eterno con una bambina al suo fianco.

Sull’argomento:

  • Luigi Crea, Il Carro Trionfale o Varia di S. Eufemia d’Aspromonte, “Incontri”, anno 7 – n. 1 (gennaio-marzo 1995).
  • Carmela Cutrì – Eufemia Tripodi, Cosma e Damiano. Medici-Martiri-Santi nella storia del culto in S. Eufemia d’Aspromonte, Virgiglio Editore, Rosarno (RC) 1998.
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Novecento

Renato Guttuso, “Contadini al lavoro” (1951)

Tra le tante cose scritte nel 2020, oggi mi è capitato di rileggere un pensiero dedicato al mio paese, una comunità composta da gente laboriosa, molto distante dall’etichetta approssimativa e ingiusta che le è stata appiccicata addosso. Mentre scrivevo, pensavo ai sacrifici delle generazioni del secolo scorso e alla validità della loro lezione per i giovani di oggi.

NOVECENTO
Non volevamo il cielo
ma zolle da dissodare
fragranza di pane
stanze tiepide.
Sui sentieri di spine
abbiamo piantato i nostri anni
madidi
spazzati e germogliati
altrove.
Parlavamo l’idioma universale
del lavoro
della dignità,
le creature aggrappate
a mani intarsiate
dalla fatica del futuro.
Tenete a mente
i nostri volti riarsi
portateli a spalla
come una reliquia.

4 giugno 2020

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Domenico Antonio Tripodi e Dante Alighieri

Monte Purgatorio

Cosa lega Dante Alighieri a Sant’Eufemia d’Aspromonte? Posta così, la domanda potrebbe sembrare bizzarra. Eppure la relazione esiste, grazie al genio di Domenico Antonio Tripodi, noto come “L’Aspromontano”, che dal 1995 risiede a Roma, dopo avere vissuto in Toscana e a Corbetta (Milano). Il pittore eufemiese, celebre per il suo dipinto “Il filosofo”, finito anche in un volume della Storia della filosofia e delle religioni – Enciclopedia Tutto sapere (Edizioni Paoline-Saie), ogni estate fa ritorno nell’abitazione di via Nucarabella, dove è nato novant’anni fa. La sua lunga carriera artistica, che gli è valsa riconoscimenti e premi in tutto il mondo, si è sviluppata nei tre cicli del mito e dell’umanesimo, della tematica “ecologica” e, infine, della stagione dantesca. Della “riscoperta” di Dante, prima ancora che si avviassero i preparativi per i 700 anni dalla morte del Sommo Poeta (1321), Tripodi è stato un precursore, visto che all’interpretazione pittorica della Divina Commedia ha dedicato quasi trent’anni di ricerche, studi e sperimentazioni. Il risultato di quest’attività indefessa è un ciclo pittorico monumentale, che si compone di 150 opere tra disegni e pitture e che sono già noti sia in Italia che all’estero: memorabile la presentazione del 2005 presso la biblioteca centrale di Mosca.
Il paragone con gli artisti che nel tempo hanno dato forma alle terzine della Divina Commedia viene quasi naturale. La critica però concorda nell’escludere per Tripodi la qualifica “riduttiva” di illustratore: le sue opere non illustrano, bensì interpretano il pensiero di Dante. Ne è convinto, ad esempio, lo storico e critico dell’arte Claudio Strinati, dal 1991 a 2009 soprintendente per il Polo museale romano: «Nella lunga e complessa vicenda delle letture figurative di Dante, Tripodi ha saputo iscriversi da par suo, con una personalità spiccata e originale. […] Il pittore scende, in effetti, alle radici stesse dell’opera dantesca e ne rintraccia l’immane dottrina e la profonda e autentica spiritualità. Quel singolare equilibrio tra immediatezza e meditazione che caratterizza così bene la poetica dantesca, si rintraccia bene nella impostazione figurativa di Tripodi. A lui mai si potrebbe attribuire la qualifica di illustratore. Egli non illustra, infatti, ma rivive la vicenda dantesca, e la sua pittura è un bell’esempio di vicinanza tra nobili spiriti che pensano la stessa cosa in modi diversi e ritrovano una sintonia profonda a distanza di secoli».

L’indovino Tiresia
La fine di Ulisse
Minosse
La città dolente

*Le immagini dei quadri sono tratte dal Catalogo: Domenico Antonio Tripodi, Il colore nella Divina Commedia (2018).

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Il terremoto del 28 dicembre 1908 nella testimonianza del medico Bruno Gioffrè

Chiesa di Sant’Eufemia V.M.

Alle prime ore del 28 dicembre 1908 Sant’Eufemia fu squassata da un terremoto di magnitudo 7,5: la scossa tellurica durò 46 lunghissimi secondi e, abbattendosi su abitazioni già colpite nel 1894, nel 1905 e nel 1907, causò una tragedia di enormi proporzioni. Il numero delle vittime non è mai stato accertato con esattezza, poiché sono discordanti le testimonianze dirette e i dati riportati dagli storici. Furono circa 700 per la giunta comunale, che il 14 ottobre 1911 inviò al governo il documento “Per la riedificazione di Sant’Eufemia d’Aspromonte”. Secondo altre fonti, i morti potrebbero essere stati molti di più, un migliaio o anche oltre. L’elenco stilato dall’arciprete Luigi Bagnato, a sette mesi dalla tragedia, riporta invece i nominativi di 530 vittime, un dato molto vicino a quello di 537 fornito da Vincenzo Tripodi nella sua “Breve monografia su Sant’Eufemia d’Aspromonte”. I feriti furono più di duemila, il patrimonio edilizio perduto pari all’85%: le abitazioni crollate e quelle demolite in un secondo momento furono complessivamente 1.100; un centinaio quelle parzialmente distrutte.

Il medico condotto Bruno Gioffrè in una foto del 1906

Drammatica la testimonianza del medico condotto Bruno Gioffrè (1865-1931), riportata nel suo “Quarant’anni in condotta” (pp. 89-93): «Come trascorsi la nefasta giornata io non so dirlo. Quanti feriti soccorsi, e quali? E di quante sciagure fui spettatore? Non ne ho chiara memoria. Solo ricordo che vestito sommariamente, con camicia da notte, senza cappello, digiuno, vagai fino alla sera, tornando inebetito al lume di una lucerna all’antro ospitale che trovai pieno di rifugiati avviliti e taciturni. […] E si taceva tutti, mentre per l’aria gelida ed umida giungevano urli e sospiri e la terra era tutto un fremito per le scosse che si susseguivano senza tregua. Mi si apprestò un giaciglio con qualche straccio a terra, e nella quasi oscurità passarono non so quante ore. Ma più alte grida ci scossero. Uscimmo dalla baracca e vedemmo non lungi colonne di fiamme che rompevano la notte. Più case ardevano, sotto una delle quali era seppellita tutta una famiglia e sotto un’altra una vecchia signora inferma che avevo curato in quei giorni. Terrore e strazio! Così passò la spaventevole notte. E venne l’alba, funebre anch’essa, ed io ripresi il mio triste lavoro. […] Il più esasperato sconforto invase gli animi. Alcuni dei migliori cittadini si spinsero fino a Palmi, capoluogo del circondario, e informarono le poche autorità superstiti della immensa sciagura del paese […]. Ma nulla giunse nei quattro giorni finali dell’anno sciagurato: non un pane, non un farmaco. Solo il primo gennaio del 1909, Capodanno tristissimo, si vide la prima faccia umana, e fu il Vescovo della Diocesi, Monsignor Morabito, con un carro di viveri e con parole di soave conforto».

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Il volontariato al tempo del Covid

Tutto
è nato per caso, sulla chat Whatsapp dei volontari dell’Agape. Ci siamo detti:
«Perché non facciamo una videochiamata collettiva, una sorta di riunione
dell’associazione “da remoto”? Giusto per vedersi, per come è possibile con
l’emergenza sanitaria che ha cambiato molte nostre abitudini, anche le modalità
dello stare insieme. 

Dal piacere di ritrovarsi al lancio dell’idea è stato
un attimo: «Perché non utilizzare le potenzialità della tecnologia per
continuare le nostre attività?». E così, in questo fine settimana, siamo
ripartiti. Non possiamo fare molto, ma fare qualcosa può essere davvero tanto
per chi, in fondo, ha principalmente bisogno di compagnia e di calore. Alcuni
di noi hanno partecipato ad una videochiamata con gli anziani della RSA “Mons.
Prof. Antonino Messina”, grazie alla disponibilità della direttrice Rossana Panarello e, in
questo primo collegamento, di Michela Carbone che ha fatto da tramite tra i
volontari e gli anziani: qualche scambio di battute, domande, sorrisi.
Un’esperienza ripetuta oggi con una tra i ragazzi speciali che in estate
partecipano alla colonia estiva e che a turno coinvolgerà anche gli altri.
Anche in questo caso, molta sorpresa e tanta gioia sul display a mosaico. 

Non
bisogna arrendersi, neanche al lockdown. Per questo siamo decisi ad “esserci”
nella nostra comunità, come ci siamo dal 1991: il prossimo, sarà l’anno del
trentennale e va festeggiato! A dicembre non potremo mettere in campo le
consuete iniziative del “Natale di solidarietà”, ma nel nostro piccolo
cercheremo di stare vicino a chi non desidera altro che una carezza, seppure
virtuale. Piccoli gesti, sulla scia delle parole di Teresa Sarti, cofondatrice
di Emergency, che spiegano il senso delle attività di volontariato: «Se
ciascuno di noi facesse il suo pezzettino, ci troveremmo in un mondo più bello
senza neanche accorgercene».
   

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Antonio Manucra, il geriatra eufemiese in trincea contro il Covid

Tutti ricorderanno la bella storia di Emma e Adriano (79 anni lei, 86 lui), i coniugi sposati da 60 anni che guarirono dal Covid-19 a due mesi dal contagio. Le immagini della loro uscita dall’ospedale di Bobbio, comune della Val Trebbia (Piacenza) eletto Borgo dei Borghi nel 2019, fecero il giro dei telegiornali e guadagnarono le prime pagine dei giornali. Accanto a loro il medico che li aveva seguiti sin dall’ingresso in ospedale, Antonio Manucra, sottolineava quanto quella vicenda fosse un segnale di speranza, “una piccola lucina nel buio degli ultimi due mesi”, pur non nascondendo “i momenti brutti e pesanti”, per superare i quali “è stato fondamentale l’aiuto di tutti, il conforto di tutti, le carezze e i sorrisi di ciascuno di noi”.

Diploma al liceo “Fermi” di Sant’Eufemia d’Aspromonte, una specializzazione e un master in geriatria dopo il conseguimento della laurea in medicina presso l’Università di Messina, da quindici anni Manucra è dirigente medico presso l’AUSL di Piacenza, in forze al presidio ospedaliero di Bobbio, dove svolge attività di reparto: responsabile del centro demenze e disturbi cognitivi, referente aziendale del centro Terapia Anticoagulante Orale e Nuovi Anticoagulanti Orali, referente delegato ambulatorio di angiologia, attualmente è inoltre facente funzioni di Direttore del nosocomio bobbiese.
L’Emilia Romagna (42.000 contagi) è seconda solo alla Lombardia per numero di decessi: 4.500, dei quali circa 1.000 nella sola provincia di Piacenza, la più colpita.
Per questo motivo crediamo possa essere utile ascoltare la voce di chi combatte sul campo il nemico subdolo che sta cambiando la vita di noi tutti. La voce di chi, mentre affrontava quel buio, scriveva per sé stesso una sorta di vademecum: «Una nuova maschera da indossare, una nuova giornata da affrontare. Solidi, sicuri, sempre… L’uomo prima di tutto, la dignità da preservare, sempre… Parole che confortano, sorrisi che riscaldano il cuore, carezze che allontanano la solitudine imposta. Gesti da ripetere, tornare, per ripartire. Il cuore che si riempie di emozioni, di tristezza di senso di impotenza. La pioggia dirompe e tutto vacilla, ma solo per un attimo, è umano! Poi la forza di reagire e di proseguire su una via impervia e sconosciuta, ma con la consapevolezza di proseguire e non fermarsi».
D – L’emergenza Covid ha messo a dura prova anche la tenuta emotiva del personale medico ed ospedaliero. Come si affronta un nemico “sconosciuto”?
R – «Il sentimento prevalente, dominante, di quei tristi giorni (mi riferisco all’ultima settimana di febbraio e al mese di marzo e poi, in misura minore, di aprile) era di incertezza, di disorientamento. Ci siamo trovati, nel giro di pochi giorni, dal pensare al virus come a qualcosa di lontano ad avercelo in casa (Lodi e Codogno sono molto più vicini a Piacenza che non a Milano): è stato come assistere alla deflagrazione di una bomba con conseguenze che sembravano non dover finire mai. Avevamo di fronte un nemico invisibile, sconosciuto e molto insidioso. Non conoscevamo nulla di questa infezione da Covid-19 (coronarivirus desease 2019). Non sapevamo, oltre ai problemi respiratori, cos’altro potesse interessare e intaccare. Né quali potessero essere i “reliquati” (conseguenze di una malattia passata, n.d.r.). Soltanto in un secondo momento si è visto, da uno studio sulle microembolie condotto presso l’ospedale di Castel San Giovanni (altro ospedale della nostra rete, che è stato il primo ospedale Covid in tutta Europa) che l’eparina poteva essere utile; si è visto che veniva interessato il microcircolo; si è visto che veniva interessato il sistema nervoso centrale e periferico (ecco il perché del sintomo della perdita dell’olfatto e del gusto). Insomma, ci siamo trovati spiazzati».
D – Detto in maniera un po’ brusca, il tuo lavoro e la “tipologia” dei tuoi pazienti ti porta ad avere una certa familiarità con i decessi. In che cosa il Covid è stato diverso?
R – «Da medico, ma soprattutto da uomo, credo che non ci si abitui mai alla morte. Il nostro reparto (internistico), come tutte le medicine, ospita in prevalenza pazienti in età avanzata e per questo fragili per definizione. Ovviamente ci siamo trovati di fronte ad una situazione straordinaria. Il momento peggiore del maledetto mese di marzo sono state le ore tra le 11.10 circa del 21 e le 14.00 del 22: abbiamo avuto 5 decessi, in un reparto che conta 24 posti. Nei mesi di marzo e aprile abbiamo avuto il numero di decessi che in genere contiamo in un anno e mezzo. Ma l’aspetto più angosciante è stata la solitudine dei pazienti, nonostante la fascia oraria dedicata alla videochiamata con i familiari. Pensare anche alla mancanza del conforto dei propri cari… Qualcosa di tremendo».
Un’esperienza professionale estrema, per le continue assenze di colleghi, infermieri ed operatori sanitari (a volte il 50% del personale), come ha successivamente sottolineato Manucra nel ringraziare il personale sanitario: «Siamo stati pronti a rivedere la nostra organizzazione interna, anche a causa delle numerose assenze tra il personale sanitario, e lo abbiamo fatto senza battere ciglio. Ognuno di noi ha rinunciato ai propri riposi per poter garantire l’assistenza ai nostri degenti, impedendo quindi che la “macchina” si fermasse. Molti di noi si sono ammalati, alcuni sono ad oggi ricoverati ed in serie condizioni cliniche e a loro va il nostro pensiero e le nostre quotidiane preghiere. Il tasso di mortalità, tra i degenti, di queste ultime settimane è stato spaventoso. Abbiamo visto morire molti anziani soli e senza il conforto dei propri cari. Tutti voi, infermieri e OSS, avete contribuito a mantenere operativo il nostro ospedale, sobbarcandovi di compiti difficili e pesanti. Avete saputo gestire con competenza e professionalità i ricoveri ed i decessi occorsi in questi giorni, anche in assenza del medico di reparto. A tutti voi, che avete accettato le “novità” organizzative, imposte dallo stato di necessità, a tutti voi dico GRAZIE!!!».
Assenze che per 16 giorni, come ricorda un servizio giornalistico del quotidiano di Piacenza “Libertà” (21 aprile), hanno fatto del geriatra eufemiese l’unico medico presente in ospedale. Mentre il virus si portava via gli amici ed entrava nella sua abitazione di Rivergaro, contagiando la moglie Mariana Iofrida – anche lei medico in servizio presso l’ospedale di Bobbio – e causando il trasferimento dei tre figli (Francesco, Marco, Matteo) presso nonna Carmela: «Il virus era ovunque. Mi viene da pensare quanto fosse complicato anche solo abbozzare un sorriso, comunicare ai figli che avevo la situazione in mano quando invece non era sempre così. Per me il mese di marzo del 2020 è un brivido che ancora mi insegue». Le salme che non si potevano portare nella camera mortuaria e venivano sistemate nel primo piano dell’ospedale, con la mascherina e avvolte da un telo disinfettato. Scene atroci, difficili da dimenticare perché “non siamo delle macchine”.
D – Cos’è cambiato rispetto a marzo, sotto il profilo organizzativo e nella capacità di dare risposte più efficaci e tempestive? 
R – Nella nostra realtà, mi riferisco all’AUSL di Piacenza, è cambiato molto rispetto alla routine lavorativa dell’era pre-covid. Sono stati creati protocolli che regolano il flusso dei pazienti dal Pronto soccorso ai reparti e tra reparti. Le visite ai degenti erano state contingentate, ma dal 15 ottobre sono state nuovamente sospese a causa dell’aumento dei casi di positività. Sono stati creati nuovi posti di terapia intensiva e subintensiva (questi ultimi, nel giro di poche ore possono essere trasformati in posti letto di terapia intensiva), sono stati assunti più infermieri (77) per il territorio. In Emilia sono nate le USCA (Unità speciali di continuità assistenziale) che fanno i tamponi casa per casa allo scopo di isolare e limitare la diffusione del virus: nella solo AUSL di Piacenza esistono, ad oggi, 18 squadre. Le attività ambulatoriali sono riprese, ma gli orari sono stati aumentati per evitare assembramenti.
D – L’emergenza sanitaria ci ha insegnato qualcosa?
R – L’emergenza sanitaria ci ha insegnato che deve essere la medicina a cercare i malati e non viceversa. Ci ha insegnato che la tendenza a centralizzare attorno agli ospedali “grandi” (i cosiddetti HUB), in una visione ospedalocentrica, non va bene. Occorre invece rafforzare il territorio. Ci ha insegnato che la sanità deve essere pubblica ed universale, in modo da consentire l’accesso alle cure a tutti. I tagli degli ultimi dieci anni sono stati pagati tutti e con gli interessi: tagli sugli ospedali (più di 200), riduzione dei posti letto inseguendo una media assurda, tagli agli investimenti…
D – Torneremo alla vita di prima? “Andrà tutto bene”?
R – Contrariamente a ciò che qualche incosciente sostiene, non siamo di fronte ad una “banale” influenza. Abbiamo a che fare con un virus insidioso, che purtroppo circola. Occorre comprendere che più aumentano i positivi e più aumenteranno gli ammalati; di conseguenza, crescerà il numero di coloro che avranno bisogno di cure e, anche, di cure intensive. Per questo è necessario un maggiore impegno delle istituzioni nel settore degli investimenti nella sanità pubblica. Ma per tornare alla vita di prima, per far sì che tutto vada bene, occorre uno sforzo di responsabilità e di senso civico. Dipende da noi. Ne usciremo, se riusciremo a superare individualismo; se, e solo, tutti insieme adotteremo le cautele del caso e ci adegueremo a indicazioni molto semplici: mascherina, distanziamento e igiene delle mani.
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Deve passare la nottata

Niente sarà più come prima o tornerà tutto come prima? Me lo chiedo spesso in queste giornate a volte lunghe, a volte corte: in fondo uguali. Vuote. Ma è questa la domanda da porsi o, piuttosto, dovremmo chiederci cosa si potrebbe fare per soffiare lontano l’aria da Bisanzio che opprime i polmoni di noi che viviamo “sospesi tra due mondi e tra due ere”?

Siamo soli, impauriti, smarriti. L’uomo è per definizione un animale sociale, tende naturalmente a rapportarsi con gli altri, a instaurare rapporti empatici. Si esprime con un linguaggio che non è soltanto verbale, ma è fatto di tanti altri strumenti di comunicazione, oggi dolorosamente compressi. Viviamo nel chiuso delle nostre case, abbiamo quasi azzerato le nostre uscite: ed è giusto così. Però ci manca “la vita di prima”: gli incontri, la spensieratezza di una partita a calcetto, gli abbracci per manifestare l’adesione alla gioia e al dolore altrui. Matrimoni e feste senza invitati, funerali senza partecipanti. Piccoli momenti di una vita quotidiana vissuta in maniera corale dalla comunità che oggi, per il forzato disimpegno dai propri doveri, per il distacco dalla propria natura, appare sfilacciata.
Tutt’intorno si avverte un deprimente tanfo di decadenza, accompagnato dall’apatica rassegnazione ad una realtà che si immagina asfittica per chissà quanto ancora. In queste condizioni, serve molto coraggio per puntare una fiche sul tavolo verde del futuro, per fare progetti, per coltivare una visione di lungo periodo, per tirare fuori dai cassetti i sogni e farli volare.
Siamo diventati fragili e precari, la paura del domani è un freno a mano tirato che pietrifica. Tutto sembra essere stato messo in pausa. Si vive ripiegati su sé stessi: in attesa di tempi migliori, si dice quasi giustificandosi. Ma i tempi migliori arriveranno mai, se non saremo noi a creare le condizioni affinché possano maturare, invece di restare inerti? La rassegnazione e la demotivazione sono patologie degenerative, che vanno combattute con forti dosi di passione e di creatività.
Deve passare la nottata. Eppure l’alba arriva prima, o almeno se ne ha questa incoraggiante percezione, se si corre incontro al sole. Se si ricomincerà dalla bellezza della vita, che è sempre a portata di mano e che può dare un indirizzo anche a questo tempo in bilico.
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