
Se a Tita “’a capurala” viene chiesto cosa ha significato per lei fare il pane, le si illuminano gli occhi chiari e risponde con il sorriso di chi è soddisfatta della lunga vita vissuta, ora che va per i novanta: «Ho lavorato con amore e forza di volontà, affinché la gente potesse mangiare il pane di casa». Poi chiude con un proverbio: «Pani ’i casa, muzzica e basa», che rimanda al gesto antico di raccogliere e baciare il pane caduto a terra.
Amore, passione e forza di volontà sono le chiavi per entrare nel mondo di questa donna tenace, che non si è mai arresa di fronte alle difficoltà e che ha saputo rialzarsi anche quando il fato le ha tolto il secondogenito Leonardo Vincenzo in un incidente stradale.
Non è mai stata in discesa l’esistenza di Tita, nata Emilia Georgia: nome e cognome attribuitile dal brefotrofio di Reggio Calabria, dove viene portata subito dopo la nascita avvenuta a Bova Marina il 28 aprile 1937. Destino comune ad altri dieci tra fratelli e sorelle che Rocco Violi, rimasto vedovo e già padre di sette figli, aveva avuto dalla giovane Brigida Cuppari, la ragazza che aveva preso le veci della consorte: «Di questi undici figli – osserva Tita con amarezza – mio padre non ha voluto tenerne nessuno. Uno per volta ci ha portati tutti al brefotrofio e a nessuno di noi diede il suo cognome. Mia madre non riuscì a ribellarsi di fronte all’ingiustizia di doversi dividere dai figli, tantomeno ci cercò mai più. Una sola volta venne per richiedere uno dei miei fratelli più piccoli, ma la responsabile della struttura le consigliò di non riprenderselo poiché con la guerra in corso i bambini avrebbero certamente ricevuto più cibo e più cure dove già si trovavano».
Del brefotrofio Tita ricorda i nomi di alcune monache (la Madre suor Candida, suor Eusebia, la cuoca suor Assunta e suor Fortunatina), ma anche le operatrici che lavavano i bambini e i loro piccoli indumenti nelle vasche attaccate al muro, una accanto all’altra: «In inverno i vestiti non si asciugavano mai. Le nutrici, poverette, si coricavano tardi perché avevano molto lavoro da svolgere. Conservo il ricordo della donna che mi sistemava presto nel suo letto, in modo da riscaldarlo, e che – una volta finito di lavorare, a notte inoltrata – mi spostava nel mio. Ma io non ero dispiaciuta per questo: le balie erano donne che si davano da fare, che si prendevano cura di noi».
Tempo di freddo e di fame, tempo di guerra: «In quel periodo ci davano sempre polenta, ma a me non piaceva. La tenevo in bocca ma spesso non la mangiavo». Tita ha ancora davanti agli occhi i razzi luminosi nel cielo dello Stretto di Messina e dentro le orecchie la sirena dell’allarme antiaereo: «Il rifugio si trovava al piano di sotto. Al suono dell’allarme scappavamo e ci mettevamo tutti a faccia in giù. Rientrato il pericolo tornavamo sopra, come se nulla fosse accaduto». Nel bombardamento del 21 maggio 1943, una bomba scoppia però nel cortile del brefotrofio, provocando la morte di suor Fortunatina, di trentatré bambini e di quattordici nutrici.
La vita di Tita giunge al primo punto di svolta diversi mesi dopo, quando una coppia di coniugi senza figli di Sant’Eufemia d’Aspromonte decide di rivolgersi al brefotrofio: il muratore a cottimo Vincenzo Carbonaro (originario di Bova) e la moglie Angela Tripodi. Vincenzo riesce sempre ad avere assegnato qualche lavoro in montagna, grazie alla benevolenza degli ingegneri e degli appaltatori reggini, i quali vogliono bene a quest’uomo serio e gran faticatore. Angela è casalinga, ma cura anche un pezzetto d’orto di proprietà del medico condotto Vincenzo Fimmanò. Per anni allevano la figlia di una loro prima cugina, fino a quando i genitori non la riportano a casa, poiché la considerano ormai abbastanza grande e in grado di badare ai fratellini.
Angela entra nel brefotrofio con una nipote, mentre una balia sta facendo il bagnetto alla bambina. Poi una suora accompagna per mano Tita e le presenta la signora («Emilia, questa è la tua mamma»): «Io – ricorda Tita – ero felicissima. Mi attaccai al collo, ma subito dopo mia mamma mi respinse, mi guardò e chiese alla suora se non ci fosse una bimba più bella, magari bionda. La suora rispose di non cambiarmi per niente al mondo, perché ero sola e nessuno sarebbe mai andata a cercarmi per avermi indietro. Piacqui invece alla nipote, che suggerì alla zia di portarmi a casa, anche perché avrei sofferto molto, ora che pensavo di avere trovato mia mamma. Si convinse e mi portò con sé».
L’arrivo in paese, nel 1944, è una festa. Emilia viene accolta da molti bambini, che si complimentano per le scarpette e il vestitino nuovo che la madre aveva procurato tra quelli usati, ma in buono stato, dalle cuginette. Viene subito chiamata Tita, come la madre del padre adottivo, che però non fa in tempo a legittimarla perché morirà poco tempo dopo, ancora giovane. Lo farà la madre, che le darà anche il cognome: Tripodi.
Tita impara a lavorare all’uncinetto e con i ferri, sa cucire e rammendare. Nel frattempo sposa Nicola Giuseppe Calarco, dal quale avrà negli anni quattro figli: Giovanni, Leonardo Vincenzo, Angelo e Maria Grazia. Di soldi, però, le sarte a quei tempi ne vedono pochi. Tita, poi, prova quasi vergogna a chiedere il compenso per il lavoro eseguito. Per questo chiede al marito di consentirle di andare a lavorare con lui in campagna, nella proprietà di contrada San Luca. Nicola Giuseppe si dimostra all’inizio riluttante, infine acconsente. Un giorno Tita assiste casualmente alla conversazione tra il marito e un ispettore della profilassi che si trovava in paese per effettuare l’analisi delle acque, il quale suggerisce al contadino di “portare sulla strada” la produzione agricola, per venderla “come fanno a Bagnara”: «Raccolsi dieci lattughe, le misi dentro un “cuverchiu” (cesto di vimini) e le portai sulla strada. Furono subito acquistate da diversi passanti. Ripetei l’operazione più volte, mentre mio marito mi guardava tra lo sbalordito e il contrariato. La sera rientrai a casa stanca morta, ma felice. A mia mamma, che ormai quasi non vedeva più, dissi di “amprari u scossu” (allargare la parte centrale del grembiule) e ci feci scivolare dentro il ricavato della vendita. Toccava le monete con le dita e, incredula, mi chiedeva dove avessi trovato tutto quel denaro».
Da lì a poco, la vita di Tita subirà la seconda svolta, quella decisiva. I suoceri gestiscono da tempo un forno: in particolare la suocera, soprannominata “’a capurala” perché il marito, Giovanni Calarco, aveva preso parte alla Prima guerra mondiale. Dichiarato disperso nella “battaglia degli Altipiani”, combattuta per contenere la “Strafexpedition” austroungarica, era stato in realtà fatto prigioniero nel combattimento del 31 maggio 1916 (Monte Pasubio e Monte Novegno) ed era rimpatriato soltanto a guerra finita.
Marito e moglie fanno il pane per conto terzi: loro clienti sono Mariuzza “’a guardia Crea”, Ntonuzza “’a Rofalazza”, Peppina “’a Pedazzi”, che lo rivendono nelle rispettive “putighe”, oltre alle famiglie che portano la farina per fare il pane ad uso proprio. Un giorno, però, la suocera di Tita cade e si rompe una gamba: «Io – racconta – iniziai a lavorare nel forno proprio dopo l’infortunio di mia suocera. Inizialmente si occupò del forno Mariuzza Crea, che cuoceva il pane per sé e che però, dovendo badare alla bottega, aveva difficoltà a controllare anche il forno. Fino a quel momento, non avevo idea di come si infornasse, anche se ero molto curiosa e quando mi trovavo a passare toccavo il pane, cercavo di capire al tatto se la lievitazione fosse al punto giusto. Mia suocera mi lasciava fare, un po’ anche per farmi contenta: mi chiedeva se secondo me la temperatura del forno fosse giusta per la cottura del pane. Un giorno Mariuzza mi chiese se me la sentivo di fare il pane per una famiglia di Sinopoli, con il suo aiuto. Accettai e, anche se poi fui lasciata sola, non mi persi d’animo: iniziai ad impastare la farina (allora lo facevo ancora a mano, senza l’ausilio dell’impastatrice), pulì per bene il forno, lo accesi e sistemai il fuoco in avanti aiutandomi con una scopa. Sembrava facessi da sempre quel lavoro. Infornai il pane, lo ruotai e chiusi il coperchio del forno. Lo controllai, lo feci “nnarijari” (controllare la cottura togliendo il coperchio e lasciando aperto il forno, in modo da fare abbassare la temperatura), infine tolsi i filoni dal forno. Mi bruciai un po’ le mani, ma ci riuscì. Quando vennero a ritirare il pane, i clienti rimasero sorpresi. Fu il mio primo pane».
Alla fine degli anni Cinquanta Tita eredita così il forno e il soprannome: “’a capurala”. Inizialmente lavora per i cosiddetti “partitari”, che portano la farina, pagano 800 lire per l’impasto e lasciano inoltre due filoni di pane, mentre lei mette la legna, 2-3 chilogrammi di “lavato” (lievito) e il lavoro. In un secondo momento acquista la licenza per la vendita e inizia a infornare con più frequenza, fino a cinque volte al giorno: tre la domenica, l’ultima delle quali alle 9.30, in tempo per venderlo entro mezzogiorno.
Non compra la farina, ma acquista il grano dell’Aspromonte, che fa macinare in un mulino. L’abitazione di contrada San Luca si trasforma in una sorta di deposito per la conservazione del grano. Tutte le stanze ne sono piene.
Nell’impasto, va ad occhio fino a quando il figlio Angelo non la affianca nel lavoro e gradualmente la sostituisce, dopo il periodo del Covid: «Qualche signora elogiava il fatto che da noi il pane di 2 kg durava una settimana e che quello che acquistava altrove durava due giorni. Un’altra mi impressionò perché mi chiese quanto pesasse il mio pane. Pensavo che avesse qualche lamentela da fare. Invece mi disse che pesava 2.650 kg. Mi feci una bella risata e risposi “Bonu, bonu, ca manginu i figghjoli”. Quando qualcuno portava con sé i bambini, io dividevo un filone e ne davo un tozzo a testa. Alcuni sospiravano… C’era molta fame. I sacrifici che facevo Nostro Signore me li ricompensava il doppio. La clientela aumentava, il guadagno mi usciva lo stesso. Mi bastava».
Per fare il pane aggiunge alla farina alcune “sassolate” di “granza” (cruschello), che lo rendono più saporito, più consistente e più croccante. Diverso il procedimento per il pane biscotto: «Bisogna tagliare i pani non ancora cotti con l’“angialedda” (paletta), disporli nelle teglie e infornarli la sera. Fino alla mattina successiva il forno deve rimanere socchiuso, affinché entri un po’ d’aria». Inoltre, produce “pitte avanti furnu” («Ne facevo 4 infornate, 18-20 “pitte” per volta), “cimeddi” a Pasqua, stomatico. Per sessant’anni: una vita.
Voltandosi indietro, Tita vede una donna che si è trovata bene con tutti, che ha rispettato e che è stata rispettata. Per il figlio Angelo, la nuora Mimma e il nipote Giuseppe, che oggi continuano a fare “u pani da’ capurala”, ha una sola raccomandazione da fare: «Atinci u pani bonu ’e cristiani».






















