Tita ’a capurala

Se a Tita “’a capurala” viene chiesto cosa ha significato per lei fare il pane, le si illuminano gli occhi chiari e risponde con il sorriso di chi è soddisfatta della lunga vita vissuta, ora che va per i novanta: «Ho lavorato con amore e forza di volontà, affinché la gente potesse mangiare il pane di casa». Poi chiude con un proverbio: «Pani ’i casa, muzzica e basa», che rimanda al gesto antico di raccogliere e baciare il pane caduto a terra.
Amore, passione e forza di volontà sono le chiavi per entrare nel mondo di questa donna tenace, che non si è mai arresa di fronte alle difficoltà e che ha saputo rialzarsi anche quando il fato le ha tolto il secondogenito Leonardo Vincenzo in un incidente stradale.
Non è mai stata in discesa l’esistenza di Tita, nata Emilia Georgia: nome e cognome attribuitile dal brefotrofio di Reggio Calabria, dove viene portata subito dopo la nascita avvenuta a Bova Marina il 28 aprile 1937. Destino comune ad altri dieci tra fratelli e sorelle che Rocco Violi, rimasto vedovo e già padre di sette figli, aveva avuto dalla giovane Brigida Cuppari, la ragazza che aveva preso le veci della consorte: «Di questi undici figli – osserva Tita con amarezza – mio padre non ha voluto tenerne nessuno. Uno per volta ci ha portati tutti al brefotrofio e a nessuno di noi diede il suo cognome. Mia madre non riuscì a ribellarsi di fronte all’ingiustizia di doversi dividere dai figli, tantomeno ci cercò mai più. Una sola volta venne per richiedere uno dei miei fratelli più piccoli, ma la responsabile della struttura le consigliò di non riprenderselo poiché con la guerra in corso i bambini avrebbero certamente ricevuto più cibo e più cure dove già si trovavano».
Del brefotrofio Tita ricorda i nomi di alcune monache (la Madre suor Candida, suor Eusebia, la cuoca suor Assunta e suor Fortunatina), ma anche le operatrici che lavavano i bambini e i loro piccoli indumenti nelle vasche attaccate al muro, una accanto all’altra: «In inverno i vestiti non si asciugavano mai. Le nutrici, poverette, si coricavano tardi perché avevano molto lavoro da svolgere. Conservo il ricordo della donna che mi sistemava presto nel suo letto, in modo da riscaldarlo, e che – una volta finito di lavorare, a notte inoltrata – mi spostava nel mio. Ma io non ero dispiaciuta per questo: le balie erano donne che si davano da fare, che si prendevano cura di noi».
Tempo di freddo e di fame, tempo di guerra: «In quel periodo ci davano sempre polenta, ma a me non piaceva. La tenevo in bocca ma spesso non la mangiavo». Tita ha ancora davanti agli occhi i razzi luminosi nel cielo dello Stretto di Messina e dentro le orecchie la sirena dell’allarme antiaereo: «Il rifugio si trovava al piano di sotto. Al suono dell’allarme scappavamo e ci mettevamo tutti a faccia in giù. Rientrato il pericolo tornavamo sopra, come se nulla fosse accaduto». Nel bombardamento del 21 maggio 1943, una bomba scoppia però nel cortile del brefotrofio, provocando la morte di suor Fortunatina, di trentatré bambini e di quattordici nutrici.
La vita di Tita giunge al primo punto di svolta diversi mesi dopo, quando una coppia di coniugi senza figli di Sant’Eufemia d’Aspromonte decide di rivolgersi al brefotrofio: il muratore a cottimo Vincenzo Carbonaro (originario di Bova) e la moglie Angela Tripodi. Vincenzo riesce sempre ad avere assegnato qualche lavoro in montagna, grazie alla benevolenza degli ingegneri e degli appaltatori reggini, i quali vogliono bene a quest’uomo serio e gran faticatore. Angela è casalinga, ma cura anche un pezzetto d’orto di proprietà del medico condotto Vincenzo Fimmanò. Per anni allevano la figlia di una loro prima cugina, fino a quando i genitori non la riportano a casa, poiché la considerano ormai abbastanza grande e in grado di badare ai fratellini.
Angela entra nel brefotrofio con una nipote, mentre una balia sta facendo il bagnetto alla bambina. Poi una suora accompagna per mano Tita e le presenta la signora («Emilia, questa è la tua mamma»): «Io – ricorda Tita – ero felicissima. Mi attaccai al collo, ma subito dopo mia mamma mi respinse, mi guardò e chiese alla suora se non ci fosse una bimba più bella, magari bionda. La suora rispose di non cambiarmi per niente al mondo, perché ero sola e nessuno sarebbe mai andata a cercarmi per avermi indietro. Piacqui invece alla nipote, che suggerì alla zia di portarmi a casa, anche perché avrei sofferto molto, ora che pensavo di avere trovato mia mamma. Si convinse e mi portò con sé».
L’arrivo in paese, nel 1944, è una festa. Emilia viene accolta da molti bambini, che si complimentano per le scarpette e il vestitino nuovo che la madre aveva procurato tra quelli usati, ma in buono stato, dalle cuginette. Viene subito chiamata Tita, come la madre del padre adottivo, che però non fa in tempo a legittimarla perché morirà poco tempo dopo, ancora giovane. Lo farà la madre, che le darà anche il cognome: Tripodi.
Tita impara a lavorare all’uncinetto e con i ferri, sa cucire e rammendare. Nel frattempo sposa Nicola Giuseppe Calarco, dal quale avrà negli anni quattro figli: Giovanni, Leonardo Vincenzo, Angelo e Maria Grazia. Di soldi, però, le sarte a quei tempi ne vedono pochi. Tita, poi, prova quasi vergogna a chiedere il compenso per il lavoro eseguito. Per questo chiede al marito di consentirle di andare a lavorare con lui in campagna, nella proprietà di contrada San Luca. Nicola Giuseppe si dimostra all’inizio riluttante, infine acconsente. Un giorno Tita assiste casualmente alla conversazione tra il marito e un ispettore della profilassi che si trovava in paese per effettuare l’analisi delle acque, il quale suggerisce al contadino di “portare sulla strada” la produzione agricola, per venderla “come fanno a Bagnara”: «Raccolsi dieci lattughe, le misi dentro un “cuverchiu” (cesto di vimini) e le portai sulla strada. Furono subito acquistate da diversi passanti. Ripetei l’operazione più volte, mentre mio marito mi guardava tra lo sbalordito e il contrariato. La sera rientrai a casa stanca morta, ma felice. A mia mamma, che ormai quasi non vedeva più, dissi di “amprari u scossu” (allargare la parte centrale del grembiule) e ci feci scivolare dentro il ricavato della vendita. Toccava le monete con le dita e, incredula, mi chiedeva dove avessi trovato tutto quel denaro».
Da lì a poco, la vita di Tita subirà la seconda svolta, quella decisiva. I suoceri gestiscono da tempo un forno: in particolare la suocera, soprannominata “’a capurala” perché il marito, Giovanni Calarco, aveva preso parte alla Prima guerra mondiale. Dichiarato disperso nella “battaglia degli Altipiani”, combattuta per contenere la “Strafexpedition” austroungarica, era stato in realtà fatto prigioniero nel combattimento del 31 maggio 1916 (Monte Pasubio e Monte Novegno) ed era rimpatriato soltanto a guerra finita.
Marito e moglie fanno il pane per conto terzi: loro clienti sono Mariuzza “’a guardia Crea”, Ntonuzza “’a Rofalazza”, Peppina “’a Pedazzi”, che lo rivendono nelle rispettive “putighe”, oltre alle famiglie che portano la farina per fare il pane ad uso proprio. Un giorno, però, la suocera di Tita cade e si rompe una gamba: «Io – racconta – iniziai a lavorare nel forno proprio dopo l’infortunio di mia suocera. Inizialmente si occupò del forno Mariuzza Crea, che cuoceva il pane per sé e che però, dovendo badare alla bottega, aveva difficoltà a controllare anche il forno. Fino a quel momento, non avevo idea di come si infornasse, anche se ero molto curiosa e quando mi trovavo a passare toccavo il pane, cercavo di capire al tatto se la lievitazione fosse al punto giusto. Mia suocera mi lasciava fare, un po’ anche per farmi contenta: mi chiedeva se secondo me la temperatura del forno fosse giusta per la cottura del pane. Un giorno Mariuzza mi chiese se me la sentivo di fare il pane per una famiglia di Sinopoli, con il suo aiuto. Accettai e, anche se poi fui lasciata sola, non mi persi d’animo: iniziai ad impastare la farina (allora lo facevo ancora a mano, senza l’ausilio dell’impastatrice), pulì per bene il forno, lo accesi e sistemai il fuoco in avanti aiutandomi con una scopa. Sembrava facessi da sempre quel lavoro. Infornai il pane, lo ruotai e chiusi il coperchio del forno. Lo controllai, lo feci “nnarijari” (controllare la cottura togliendo il coperchio e lasciando aperto il forno, in modo da fare abbassare la temperatura), infine tolsi i filoni dal forno. Mi bruciai un po’ le mani, ma ci riuscì. Quando vennero a ritirare il pane, i clienti rimasero sorpresi. Fu il mio primo pane».
Alla fine degli anni Cinquanta Tita eredita così il forno e il soprannome: “’a capurala”. Inizialmente lavora per i cosiddetti “partitari”, che portano la farina, pagano 800 lire per l’impasto e lasciano inoltre due filoni di pane, mentre lei mette la legna, 2-3 chilogrammi di “lavato” (lievito) e il lavoro. In un secondo momento acquista la licenza per la vendita e inizia a infornare con più frequenza, fino a cinque volte al giorno: tre la domenica, l’ultima delle quali alle 9.30, in tempo per venderlo entro mezzogiorno.
Non compra la farina, ma acquista il grano dell’Aspromonte, che fa macinare in un mulino. L’abitazione di contrada San Luca si trasforma in una sorta di deposito per la conservazione del grano. Tutte le stanze ne sono piene.
Nell’impasto, va ad occhio fino a quando il figlio Angelo non la affianca nel lavoro e gradualmente la sostituisce, dopo il periodo del Covid: «Qualche signora elogiava il fatto che da noi il pane di 2 kg durava una settimana e che quello che acquistava altrove durava due giorni. Un’altra mi impressionò perché mi chiese quanto pesasse il mio pane. Pensavo che avesse qualche lamentela da fare. Invece mi disse che pesava 2.650 kg. Mi feci una bella risata e risposi “Bonu, bonu, ca manginu i figghjoli”. Quando qualcuno portava con sé i bambini, io dividevo un filone e ne davo un tozzo a testa. Alcuni sospiravano… C’era molta fame. I sacrifici che facevo Nostro Signore me li ricompensava il doppio. La clientela aumentava, il guadagno mi usciva lo stesso. Mi bastava».
Per fare il pane aggiunge alla farina alcune “sassolate” di “granza” (cruschello), che lo rendono più saporito, più consistente e più croccante. Diverso il procedimento per il pane biscotto: «Bisogna tagliare i pani non ancora cotti con l’“angialedda” (paletta), disporli nelle teglie e infornarli la sera. Fino alla mattina successiva il forno deve rimanere socchiuso, affinché entri un po’ d’aria». Inoltre, produce “pitte avanti furnu” («Ne facevo 4 infornate, 18-20 “pitte” per volta), “cimeddi” a Pasqua, stomatico. Per sessant’anni: una vita.
Voltandosi indietro, Tita vede una donna che si è trovata bene con tutti, che ha rispettato e che è stata rispettata. Per il figlio Angelo, la nuora Mimma e il nipote Giuseppe, che oggi continuano a fare “u pani da’ capurala”, ha una sola raccomandazione da fare: «Atinci u pani bonu ’e cristiani».

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Inaugurata la sede dell’AVIS a Sant’Eufemia

È trascorso ormai un secolo da quando, sul finire del 1926, l’ematologo Vittorio Formentano lanciò a Milano un appello per la costituzione di un gruppo di donatori di sangue che, il 16 febbraio 1927, diede vita all’AVIS (Associazione Volontari Italiani del Sangue).
Ottant’anni, invece, sono passati dalla fondazione dell’AVIS nazionale, che oggi conta più di 3300 sedi in tutta Italia, per un totale di un milione e trecentomila soci.
Grandi sono lo spirito di solidarietà, la generosità e l’altruismo che animano i donatori, grazie ai quali le strutture sanitarie possono contare su scorte di sangue da utilizzare al bisogno. Secondo i dati forniti dall’AVIS, sono 1800 i pazienti che ogni giorno hanno bisogno di una trasfusione di sangue. Un numero che, da solo, fa comprendere l’importanza di un gesto gratuito ed anonimo in favore del prossimo.
Quasi due milioni sono state le sacche di sangue raccolte nel 2025. Di queste, 405 provenivano da Sant’Eufemia d’Aspromonte, dove dal 2007 opera una sezione comunale che ogni anno si distingue tra le prime, a livello nazionale, nel rapporto tra numero di abitanti e donazioni. Se alle sacche raccolte dall’AVIS aggiungiamo anche quelle dell’ADSPEM (anch’essa presente sul territorio eufemiese), c’è davvero da provare orgoglio per la generosità dei nostri concittadini in un settore di così vitale importanza.
Fondata dal dottore Carmine Alvaro, che ne ricoprì per primo la carica di presidente e al quale negli anni si sono succeduti Salvatore Condello e Carmine Luppino, l’AVIS di Sant’Eufemia è dal 2023 presieduta da Pamela Violi. L’attuale direttivo è composto inoltre da Vincenzo Fedele, Antonino Fedele, Saverio Garzo, Giuseppe Versace, Salvatore Siviglia e Carlo Violani.
Con l’inaugurazione della sede concessa dall’amministrazione comunale in piazza don Minzoni, l’AVIS di Sant’Eufemia compie un ulteriore passo in avanti, che certamente le consentirà di operare con maggiore efficacia. Dopo lo scoprimento della targa di intitolazione alla compianta Eufemia Nolgo, la benedizione del parroco don Enzo Gioffrè ha preceduto gli interventi della presidente Pamela Violi, di Giovanna Micalizzi (presidente AVIS provinciale), di Antonino Posterino (vicepresidente AVIS regionale), di Carmine Alvaro (fondatore AVIS eufemiese) e del sindaco Pietro Violi.
In genere sono due al mese le raccolte di sangue organizzate, con una media di circa quaranta sacche mensili che, nel 2024, hanno toccato il record di 512 donazioni. Cifre di assoluto rilievo, come quelle che raccontano una realtà della quale andare fieri, composta da 120 soci e circa 250 donatori, ai quali va l’apprezzamento di un’intera comunità.

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La targa commemorativa di Carlo Muscari torna al municipio

Capitava spesso, quando da bambini si giocava a calcio in piazza municipio, che il pallone finisse tra le aiuole che ne abbellivano l’ingresso. Ed è così che avvenne il mio primo “incontro” con Carlo Muscari, un eufemiese protagonista della rivoluzione napoletana del 1799: allora, per me, soltanto una lastra di marmo posata a terra, tra i cespugli verdi.
La lapide era la riproduzione di quella collocata il 6 marzo 1900 nella sala consiliare del palazzo municipale della “piazzetta” (in via Garibaldi: oggi, corso Umberto I), al termine del discorso commemorativo tenuto nel centenario della morte da Michele Fimmanò, consigliere provinciale e mattatore incontrastato delle vicende politico-amministrative di Sant’Eufemia per circa sessant’anni.
La lastra originale, distrutta dal terremoto del 1908, su impulso dello storico eufemiese Vittorio Visalli, che ne aveva curato il testo, fu riprodotta nel 1927 e collocata nel nuovo palazzo municipale, da poco edificato nell’attuale sede. Tuttavia, quel palazzo fu demolito nella metà degli anni Ottanta del secolo scorso e, con esso, andò persa anche la targa marmorea dedicata a Muscari.
Su Carlo Muscari, giustiziato in piazza Mercato a Napoli il 6 marzo 1800, nella sua Sant’Eufemia calò così l’oblio, nonostante la sua presenza in fondamentali libri di storia: su tutti, Vittorio Visalli (“I Calabresi nel Risorgimento italiano”) e Gaetano Cingari (“Giacobini e sanfedisti in Calabria nel 1799”).
Con due pubblicazioni ravvicinate, Caterina Iero (“Sancta Euphemia”, 1997) e l’Associazione Sant’Ambrogio, che nel 1999 ristampò un libro introvabile di Vincenzo Tripodi (“Breve monografia su Sant’Eufemia d’Aspromonte”, 1945), hanno però avuto il merito di conservare la memoria dell’iscrizione sulla lapide.
Subito dopo la pubblicazione de “Il cavallo di Chiuminatto” (2014), nel quale, scrivendo sulla toponomastica del paese, affrontai anche la ricostruzione della biografia di Muscari (approfondita nel 2021 in “Sant’Eufemia d’Aspromonte nell’età contemporanea”) avevo lanciato su questo blog la proposta di riprodurre e ricollocare all’interno del municipio la lapide, insieme ad un’altra contenente l’epigrafe scritta da Visalli in occasione della posa della prima pietra del nuovo palazzo municipale (5 luglio 1914). Proposta rilanciata nel 2019, quando l’attuale aula consiliare fu restaurata da Nicola Dardano grazie alla generosità dell’ingegnere Antonino Crea, che ne finanziò i lavori.
Nel 2023, per iniziativa dell’Associazione culturale “Aspromonte” c’è stata infine la collocazione lungo le strade del paese di nove pannelli storici, uno dei quali posizionato sulla via Muscari.
Per tutti questi motivi, ho accolto con gioia l’invito dell’Associazione “Tommaso Campanella”, che con la donazione di una riproduzione della targa marmorea dedicata a Muscari compie un gesto concreto di impegno per la conservazione della memoria storica della nostra comunità.
La cerimonia si terrà nel palazzo municipale, alle ore 17 di sabato 23 maggio: per Sant’Eufemia sarà un momento di elevato valore storico e culturale.

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Borghi in scena a Sant’Eufemia d’Aspromonte

Farà sosta a Sant’Eufemia d’Aspromonte, l’8 e il 9 maggio, la carovana teatrale di “Borghi in scena”, curata da Adexo arti creative, Officine jonike arti e Calabria dietro le quinte.
Nel primo appuntamento, venerdì 8 maggio alle ore 10:00 presso l’istituto comprensivo “Don Bosco”, saranno di scena la magia e l’ironia di Teatro dietro le quinte, con Nina Theatre. Compagnia di fama internazionale nota per la realizzazione di spettacoli unici e appassionanti, l’evento vedrà il coinvolgimento degli alunni della scuola media nella performance “Costruiamo un puppet con un calzino”.
Nel pomeriggio, alle ore 18:30 presso la sala consiliare del palazzo municipale, Adexo arti creative metterà in scena “Ecuba, il sogno”, rivisitazione in chiave moderna del mito greco con protagonista Daniela D’Agostino (regia di Basilio Musolino, musiche di Antonio Aprile, speaker Pasquale Zumbo). Ecuba è infatti una giovane profuga di guerra che per sopravvivere lavora come badante, stretta tra i fantasmi del passato e le difficoltà del presente. La drammaturgia è di Katia Colica, di recente insignita del “San Giorgio d’Oro”, la più alta onorificenza reggina, con la motivazione: «Autrice, performer e direttrice artistica, si distingue per la capacità di trasformare la scena in un luogo in cui parola e corpo diventano strumenti di resistenza. La sua ricerca teatrale coniuga rigore drammaturgico, tensione etica e impatto civile attraverso una pratica artistica intesa non come matrice narrativa da riprodurre, ma come dispositivo critico capace di indagare e interrogare il presente. Rappresentando la Calabria e l’Italia anche sulla scena internazionale, è diventata una delle voci più riconoscibili del teatro contemporaneo del Mezzogiorno».
Sabato 9 maggio, di nuovo presso la sala consiliare alle 18:30, Officine jonike arti presenterà infine “Alfa e Omega” di Domenico Loddo e Maria Milasi, con la regia di Americo Melchionda. Alfa e Omega, interpretate da Maria Milasi e Kristina Mracova, sono due “portatrici sane di disperazione” che tentano in qualche modo di salvarsi dai colpi del destino dando un senso allo smarrimento delle proprie esistenze.
Tre appuntamenti di grande rilievo culturale, che le tre associazioni hanno voluto presentare a Sant’Eufemia d’Aspromonte, in una delle nove date della loro tournée calabrese (le altre tappe: Aiello Calabro, Bova, Gallicianò, Gerace, Gioiosa Jonica, Pentedattilo, Portigliola, Stilo).

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Addio al Maestro Domenico Antonio Tripodi

«Che si fa a Sant’Eufemia?». Le conversazioni telefoniche con il maestro Domenico Antonio Tripodi iniziavano sempre con la domanda su ciò che accadeva in paese. Era il suo modo per continuare ad essere presente nella sua terra d’origine, che ha sempre portato nel cuore e in giro per il mondo con le mostre dei sui quadri a New York, Tokio, Istanbul, Parigi, Londra, Stoccolma, Mosca. Un eufemiese viscerale fino alla fine della sua lunga vita (il 9 giugno avrebbe compiuto 96 anni), che ogni estate amava fare ritorno nella casa dove era nato e che nel corso dell’anno non smetteva mai di tenere i contatti con gli amici di più o meno lunga data. Percorreva a piedi le vie del paese in compagnia della moglie Eufemia (“Fena”) con il passo lento e l’occhio attento di chi conosceva la storia di Sant’Eufemia e si soffermava per trovare conferme e registrare mutamenti, per incontrare gente, scambiare un saluto e intrecciare i ricordi. Dotato di una solida base culturale, amava la discussione alta e quella bassa, che affrontava con proverbiale pacatezza.
Ho avuto la fortuna di essergli amico e di godere della serenità che trasmetteva il suo eloquio. “L’Aspromontano” (come veniva soprannominato) ne aveva fatta di strada, partendo dalla bottega di pittura e di scultura che era stata anche lo studio fotografico del padre, Carmelo, nel piano rialzato dell’abitazione di via Nucarabella. Ancora bambino, con un pezzo di carbone del braciere disegnava sul pavimento in tavola e, quando la “tela” non bastava, per completare l’opera utilizzava anche i gradini della scala che portavano al piano terra.
Ci incontravamo e ci sentivamo con regolarità, anche se alla mia ultima telefonata non ha avuto la forza di rispondere. Ho potuto così salutarlo tramite la moglie, con la triste consapevolezza che anche una parentesi importante della mia vita si stava per chiudere.
Periodicamente, da Roma arrivava il pacco di Tripodi contenente monografie, ritagli di giornale, copie di lettere ricevute dai più grandi critici d’arte e riproduzioni delle sue opere. Fonti utilizzate per la stesura di Sant’Eufemia d’Aspromonte nell’età̀ contemporanea. Storia, società̀, biografie, che hanno anche consentito di sottrarre all’oblio l’opera del padre (premiato a Palermo e a Parigi all’inizio del Novecento e testimone della tragedia del terremoto del 1908, che fissò per sempre su fotografie preziosissime) e quella del fratello Graziadei, il “restauratore di Dio” (tra le opere restaurate, la Cappella degli Scrovegni a Padova). Legatissimo alla famiglia, ci teneva tantissimo a fare conoscere non solo le sue opere, ma anche quelle della “dinastia dei Tripodi”. Per questo non si fermava mai. Ha continuato a lavorare fino alla fine per donare bellezza e cultura, diventando un punto di riferimento per un’intera comunità, che ne seguiva con orgoglio i successi.
Il liceo scientifico di Sant’Eufemia gli aveva regalato l’ultimo tributo in occasione del “Dantedì” 2026, quando gli studenti avevano dato voce e vita ai versi della Divina Commedia attraverso le circa 150 opere (tra disegni e pitture) dedicate da Tripodi ai versi del Sommo Poeta. Un’opera monumentale, frutto di circa trent’anni di ricerche, studi e sperimentazioni, della quale andava fiero.
«Lo zio Antonio – mi ha scritto la nipote Carmelita – è andato a vedere se il Cielo che Lui ha dipinto in maniera mirabile sia così bello». Con la morte di Tripodi, la comunità eufemiese perde uno dei suoi figli migliori e alla sua grandezza, riverente, si inchina.

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Antiche polemiche sul Bollettino parrocchiale del 1955

Il centosettantesimo anniversario della divisone della parrocchia di Sant’Eufemia offre lo spunto per ritornare su una vicenda che, allora, diede vita a non poche polemiche all’interno della comunità eufemiese. Come è noto, fino al 1856 era esistita una sola parrocchia, inizialmente con sede nella chiesa “Matrice”, la quale – dopo “u fracellu” del 1783 – era stata trasferita in quella di Santa Maria delle Grazie. Il terremoto aveva però determinato anche l’edificazione del paese nell’area denominata “Petto del Principe”, con il conseguente spostamento di circa metà della popolazione. Nell’istanza inoltrata il 12 giugno 1855 al sovrano Ferdinando II, il sindaco Michele Fimmanò aveva motivato la richiesta proprio con l’incremento demografico del quartiere “Petto”. Il vescovo di Mileto, Filippo Mincione, aveva fatto proprie le osservazioni di Fimmanò e il 19 agosto 1856 aveva emanato il decreto che erigeva la parrocchia di Sant’Eufemia Vergine e Martire.
La decisione non era stata da tutti accolta con favore. Lo scontro dovette raggiungere livelli altissimi se il parroco Antonino Messina, sul numero di dicembre 1955 del Bollettino della parrocchia di Sant’Eufemia, sentiva ancora il bisogno di tornare sulla vicenda con toni durissimi. Anche se, nel suo caso, contava pure il bisogno di legare il passato al presente, di brandire le ragioni di un secolo prima per mettere i puntini sulle “i” di una polemica più recente.
Commentando i fatti del 1856, Messina osservava che il decreto del vescovo Mincione appagava la richiesta degli abitanti del rione Petto e risolveva inoltre il problema della difficoltosa percorrenza, a piedi, della strada che collegava i due rioni (via Roma, comunemente denominata il “calvario”): «Un solo Rettore e Curato – si legge nel decreto – è insufficiente a reggere la cura di detto Comune; […] il rione Petto, dove hanno fissa dimora circa 3.000 mila abitanti, dista notevolmente dall’altro rione denominato “La Piazza”, dove in atto è sita la Chiesa Curata Arcipretale, cui gli abitanti dell’anzidetto rione, sia per le difficoltà della stagione invernale che di quella estiva, a motivo della via lunga, ardua e scoscesa non possono accedere senza grave incomodo per l’esercizio dei doveri religiosi, delle pie pratiche e dell’assistenza alle Sacre Funzioni; e […] neppure, per le stesse difficoltà, l’Arciprete può comodamente accedere al rione Petto per esercitarvi la cura delle anime».
Il decreto, che indicava con precisione la delimitazione territoriale delle due parrocchie, affidava la cura della nuova al sacerdote Rocco Cutrì, restando quella di Santa Maria delle Grazie in capo all’arciprete Giovanni Zagarella. Tra le altre cose, stabiliva che l’arciprete usasse il timbro con l’immagine di Santa Maria delle Grazie e il parroco quello con l’effigie di Sant’Eufemia; che “ciascun curato, sia l’Arciprete che il Parroco, con la propria croce ed il clero, possono accompagnare al Camposanto o alla chiesa funerante i cadaveri dei propri filiali, nonostante si debba passare attraverso l’ambito dell’altrui giurisdizione”; che “il parroco di Sant’Eufemia nel giorno del Corpus Domini e in ogni altra processione prescritta da questa Rev.ma Curia Episcopale pro causa universali, con la propria Croce e col Clero, nell’ora stabilita si rechi nella Chiesa Arcipretale e si associ al clero della stessa processionalmente: parimenti anche l’Arciprete nella festa precipua e principale della Patrona Sant’Eufemia, con la propria croce e col clero sia presente nella chiesa Parrocchiale e si associ processionalmente a quel Clero”; che, “sia dentro che fuori della Chiesa, in tutte le Sacre Funzioni la precedenza è dovuta all’Arciprete e al suo Clero”; che “nel giorno di Sabato Santo le campane della Chiesa Parrocchiale debbono essere suonate subito che si ode il suono delle campane della Chiesa Arcipretale, non prima né dopo”.
Nel suo articolo, il parroco esaltava il ruolo di Michele Fimmanò e, sgombrando il campo da ogni maldicenza del passato, sferrava una stoccata a quelle del presente: «Altri razzolando tra le cianfrusaglie dei luoghi comuni, dirà che l’erezione della nuova Parrocchia fu la conseguenza delle fazioni locali, chiesastiche e politiche; a costoro potremmo dire che mancano di serenità, quando, per giudicare i fatti del passato e purtroppo anche del presente, hanno bisogno di inforcare con sussiego le lenti della faziosità, la quale del resto non spiega un bel niente».
I fatti del presente ai quali alludeva il sacerdote si riferivano al trasferimento (avvenuto il 24 ottobre 1955) dell’asilo infantile parrocchiale “San Diego” nei locali del vecchio Palazzo Fimmanò, che egli aveva acquistato e ristrutturato. La “maligna interpretazione”, messa in circolo dai detrattori del parroco, consisteva nell’accusa a Messina di essersi sostanzialmente impossessato del rudere “donato” alla chiesa dal vecchio proprietario: «È notorio – si legge invece nell’articolo “Smentite” – che il Parroco comprò il vecchio rudere con il suo denaro per fare quello che sarebbe parso più opportuno per lo svolgimento delle sue attività pastorali».
Gli avversari del parroco si erano addirittura recati a Messina da Michele Fimmanò, omonimo nipote del sindaco che un secolo prima aveva avanzato la richiesta di divisione della parrocchia, “per tentare, con malevoli insinuazioni, di indurlo alla revoca del contratto notarile”. Ma era stato proprio Fimmanò a chiarire definitivamente la questione, indirizzando al parroco una lettera (riportata per intero sul giornale) nella quale precisava: «A proposito di tale vendita, a stroncare definitivamente ogni interessata e malevola interpretazione, debbo precisarvi che il motivo che mi ha indotto a tale alienazione fu determinato dalla necessità, per me, di porre fine alle continue ordinanze municipali per la recinzione del casalino, recinzione che io avevo fatto con esito negativo già in precedenza, e che non intendevo più fare, dato anche la forte spesa, cui sarei andato inutilmente incontro». Per tale motivo, proseguiva, aveva interessato parenti ed amici affinché trovassero un compratore disposto ad acquistare per sessanta-settantamila lire, smentendo quindi ogni ipotesi di beneficenza e concludendo con parole definitive: «Quando il mio fattore Luigi Fedele trattò la vendita con voi, io intesi vendere, ed infatti vendetti, come d’altra parte risulta dagli atti relativi, tale cespite a Voi come persona privata e non come Parroco ed in rappresentanza della Chiesa, come lo avrei venduto a qualsiasi altra persona si fosse presentata prima di Voi».
A distanza di settant’anni, l’interesse del Bollettino del centenario non si esaurisce nella ricostruzione degli avvenimenti che avevano portato all’istituzione della seconda parrocchia. In sei pagine fitte di articoli è possibile ricostruire un’epoca e cogliere alcuni aspetti della società del tempo.
La “Cronaca della Parrocchia” fa il resoconto dei 25 giorni di “ricreatorio pomeridiano” dedicato nel mese di settembre ai ragazzi, impegnati “all’ombra del campanile” con il catechismo ma anche con gare e giochi: prima del rientro a casa, avveniva inoltre la distribuzione di “una merenda di biscottini, formaggini, gianduiotti, mortadella”.
“La festa di Sant’Eufemia” racconta di un’edizione “degna delle sue tradizioni”, grazie all’illuminazione curata dalla ditta Mercuri, ai fuochi d’artificio della ditta Foti, ai concerti del corpo musicale “Citta di Roccella”, alla generosità della comunità locale e degli eufemiesi che vivevano fuori, come è possibile constatare scorrendo l’elenco delle offerte ricevute dall’Italia, dalle Americhe e dall’Australia, che si aggiungevano al contributo dei componenti del Comitato e alla raccolta delle cassettine ritirate presso venti esercizi commerciali del paese.
Altrove si annunciava la visita pastorale del vescovo De Chiara, con le relative istruzioni sulle modalità di accoglienza. Ma venivano anche pubblicati l’elenco delle offerte per lo stipo in noce di Sant’Eufemia (realizzato dall’intagliatore Fortunato Messina), l’aggiornamento trimestrale sui battesimi, matrimoni e funerali celebrati nella parrocchia e l’albo d’oro della Conferenza di San Vincenzo, con l’elenco degli 85 soci che mensilmente inviavano un’offerta per i poveri della parrocchia: nei mesi di agosto e settembre 1955 – veniva specificato – la Conferenza aveva erogato 2.900 lire per l’acquisto di medicinali e 2.110 per quello di generi alimentari.
Infine, il “Notiziario sociale” informava sulle prestazioni sanitarie concesse a 312 titolari di pensioni di invalidità e di vecchiaia, mentre il “Notiziario dell’emigrante” dava delucidazioni sulla procedura burocratica necessaria per usufruire dei piani di assistenza governativa finalizzati al ricongiungimento dei familiari degli emigrati, per i quali era prevista anche l’erogazione di un prestito statale.

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Capudannuzzu

Tra le opere e gli oggetti conservati all’interno del “Piccolo Museo della Civiltà Contadina” di Sant’Eufemia, gestito con passione e competenza da Caterina Iero, attira l’attenzione del visitatore il “Bambino Gesù di Capodanno”, noto nella tradizione popolare con il nome di “Capudannuzzu”. La piccola statua rimanda ai tre tradizionali cortei del primo gennaio che si tenevano nei rioni del paese, ma non solo: il “Capudannuzzu” in questione, infatti, risalente alla seconda metà dell’Ottocento e di proprietà del sacerdote Francesco Fedele, nel secondo dopoguerra assolveva la sua funzione benaugurante entro le mura domestiche degli eredi Fedele, dove veniva portato in processione da una stanza all’altra, per la gioia dei più piccoli. A differenza dei “Capudannuzzi” custoditi nelle chiese di Santa Maria delle Grazie (Paese Vecchio), Sant’Eufemia (Petto) e Sant’Ambrogio (Pezza Grande), il vestito in seta di bozzolo del “Bambino Gesù” di don Fedele era di colore tortora, mentre i capelli erano di seta e le decorazioni in cartone, sul quale venivano incollate delle bacchettine dorate.
Ottocentesco era anche il “Capudannuzzu” della chiesa di Santa Maria delle Grazie. Come quello della chiesa di Sant’Ambrogio, indossava una tunica di velluto bordeaux con bordini di merletto in oro e i suoi riccioli biondi erano veri, tagliati ai bambini e alle bambine del rione. Il vestito era carico di ex voto in oro, di antica e pregiata fattura: spille, anelli, collanine, orologi, orecchini. La processione iniziava al termine della messa delle 10.30 e si svolgeva sul corso Umberto I, dalla fine del paese fino all’abitazione del sacerdote don Luigi Occhiuto. Lungo il tragitto venivano eseguiti i canti della tradizione natalizia, mentre i bambini sventolavano bandierine bianche e gialle o di varie nazioni.
Comune a gran parte dei bambini e dei ragazzi del paese era, invece, l’usanza di riunirsi in gruppi che si presentavano davanti alle abitazioni per recitare una filastrocca di richiesta: «Bondì, bondì, bondannu, boni festi i Capudannu/ se m’ati e se non m’ati, cent’anni mi campati/ ma se non m’ati nenti, mi vi cadinu moli e denti!». Subito dopo veniva fatta esplodere una mistura di zolfo e polvere pirica dentro una vecchia chiave, alla cui bocca veniva legato un chiodo che fungeva da percussore e che veniva azionato con un colpo contro il muro. Allo scoppio, qualcuno si affacciava sull’uscio e offriva il poco che aveva: noci, castagne, fichi secchi, pittapie, susumelle, torrone.
L’origine della ricorrenza religiosa affonda le radici nei riti propiziatori celebrati nell’antica Roma in onore del dio bifronte Giano nelle calende di gennaio, che dopo l’introduzione del calendario giuliano segnavano l’inizio del nuovo anno, fino ad allora coinciso con le calende di marzo dedicate a Giunone e all’arrivo della primavera.
Tratto comune tra le due tradizioni è l’auspicio di un “buon inizio”, affidato dalla Chiesa alla benedizione del Bambino Gesù che invoca per la comunità un anno di prosperità, gioia e pace.

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I cioccolatini della ricerca AIRC 2025

Tornano “I giorni della ricerca”, l’iniziativa promossa dall’AIRC (Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro) per informare, sensibilizzare e sostenere la ricerca sul cancro in un anno particolare, che segna il sessantesimo anniversario della Fondazione.
Prevenzione, diagnosi precoce e nuove terapie sono strumenti fondamentali per combattere le patologie oncologiche: tanto è stato fatto, sia per quanto riguarda le probabilità di guarigione (con un aumento di quasi il 50% di italiani che hanno superato una diagnosi di tumore) che in termini di speranza di vita. Tuttavia, i dati rimangono molto alti: nell’ultimo anno sono state 390.000 le nuove diagnosi, più di mille al giorno.
Anche in questa circostanza l’Associazione di volontariato cristiano “Agape” di Sant’Eufemia sarà al fianco dell’AIRC e delle migliaia di volontari che, in 2.400 piazze, distribuiranno i “cioccolatini della ricerca”, unitamente ad una guida informativa sui traguardi raggiunti.
A fronte di una donazione di 15 euro, l’acquisto della confezione da 200 grammi di cioccolato fondente Venchi consentirà di aiutare concretamente AIRC a sostenere il lavoro di circa 6.000 ricercatori, impegnati quotidianamente nella lotta per rendere il cancro sempre più curabile.
Vi aspettiamo in piazza Matteotti, domenica 9 novembre, a partire dalle ore 9:00.

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Armando e Titina, una vita tra dolci e biscotti

Alla signora Titina brillano gli occhi quando allarga il suo bel sorriso e, senza esitazione, afferma: «Cca mi scura e cca mi brisci. In questo posto ho dato l’anima, vivo tra queste mura da cinquantanove anni, ma non mi è pesato per niente. Il lavoro, anche se impegnativo, non mi ha stancata perché l’ho svolto con passione, con amore. La pasticceria è stata la mia vita: se dovessimo smettere, starei male».
La pasticceria Vizzari a Sant’Eufemia rappresenta un’istituzione. Armando Vizzari, figlio e nipote di pasticcieri, custodisce da molto tempo il testimone passatogli dal padre Domenico e dallo zio Nino. Oggi che di anni ne ha ottantaquattro sottolinea con orgoglio: «Sono nato qui e qui sto morendo, al “Purgatorio”. In questa stradina c’era la casa dei miei genitori e qua ho aperto la pasticceria, dopo avere imparato l’arte sin da bambino in quella di mio padre».
Tempi mitici, nei quali le lavorazioni venivano eseguite manualmente, senza l’ausilio dei moderni macchinari. Triturare le mandorle per l’impasto delle paste secche richiedeva muscoli d’acciaio, perché i due rulli che le macinavano andavano azionati a forza di braccia. Il forno era a legna e il fumo investiva chi lo governava. Per ottenere la temperatura giusta occorreva regolarsi con il colore della pietra collocata all’interno: «Il calore la faceva diventare bianca, più scura, marroncina. Se il piano (“u solu”) non era riscaldato adeguatamente, i biscotti si bruciavano».
Per questo occorreva essere “sperti”, specialmente quando si utilizzava un forno particolare, in grado di contenere fino a dodici teglie. Ogni prodotto (torrone, stomatico, piparelli, susumelle, pittapie, amaretti, paste di mandorle) necessitava di una temperatura diversa, che doveva essere più alta per la “nsudda i ferru”, un dolce all’epoca molto richiesto perché, per tradizione, i giovani lo regalavano alle fidanzate dopo averci fatto scrivere sopra parole d’amore.
L’approvvigionamento degli ingredienti di preparazione non era faccenda semplice. Per rifornirsi i pasticcieri si recavano a Messina, dove compravano anche la nocciolina e i ceci da rivendere nelle feste di paese: «Raggiungevamo Villa San Giovanni in autobus, prendevamo il traghetto e dopo lo sbarco ci dirigevamo dai fornitori. Quindi caricavamo la merce sulle spalle e tornavamo a casa. Una volta cresciuti economicamente, per arrivare a Villa utilizzavamo un’Ape (la lambretta) e ci portavamo dietro un carretto sul quale sistemavamo gli acquisti».
Quella dei mercati costituiva un’attività collaterale, che comportava anch’essa grande sacrificio: «Ne abbiamo fatte di nottate. Abbiamo pure dormito sui marciapiedi, quando sostavamo nei paesini per più giorni. In occasione della festa di San Rocco, raggiungevo a piedi mio padre ad Acquaro portando sulle spalle sacchi di nocciolina, ceci, susumelle».
Per Armando la svolta coincide con il rientro dal servizio militare. Un’esperienza drammatica perché la compagnia di Vizzari, di stanza a Casarsa (Pordenone), nell’ottobre del 1963 è tra le prime inviate a Longarone, paese sul quale si era abbattuta una massa d’acqua di circa 300 milioni di metri cubi, fuoruscita dalla diga del Vajont in seguito alla frana di un costone del monte Toc. Nel suo reportage per il “Corriere della Sera”, il giornalista e scrittore Dino Buzzati consegnò all’eternità l’immagine drammaticamente più suggestiva dell’immane tragedia che cancellò Longarone e provocò quasi duemila vittime: «Un sasso è caduto in un bicchiere colmo d’acqua e l’acqua è caduta sulla tovaglia. Solo che il bicchiere era alto centinaia di metri, il sasso era grande come una montagna e sotto, sulla tovaglia, stavano migliaia di creature umane che non potevano difendersi». Straziante è il ricordo del fango e della morte che si presentarono agli occhi del giovane eufemiese: «Arrivammo a Longarone per dare una mano. Ho visto cadaveri impigliati tra i rami degli alberi e mucche gonfie all’inverosimile. Mi è rimasta impressa la visione dei binari del treno che la forza dell’acqua aveva fatto attorcigliare “comu na ligaredda” (in italiano: “convolvolo”, pianta rampicante il cui nome deriva dal latino “convolvere”, avvolgere). Suddivisi in gruppi, avevamo il compito di spalare il fango e di scavare tra i detriti per verificare se ci fossero dei sopravvissuti. Non ne trovammo nemmeno uno». Recupera invece una banconota di diecimila lire, che prontamente – senza neanche pensarci – consegna al tenente della compagnia, tra l’incredulità dei commilitoni.
Assolti gli obblighi di leva, Armando si mette in proprio e sposa la quasi diciottenne Titina Romeo. Figlia del muratore Francesco e di Margherita, con la mamma e con la sorella Rosalia si era dedicata fino ad allora alla lavorazione delle maglie: «Da qualche parte abbiamo ancora conservata qualche macchina. Ma una volta sposata mi sono adattata ed ho imparato il mestiere».
Talmente bene che, riconosce Armando, di fatto è lei ora a portare avanti l’attività. Tra le specialità della pasticceria Vizzari una menzione speciale va al torrone mandorle e miele e alle monachelle, anticamente chiamate “ghetti”. Ai tanti clienti che sostengono la bontà delle “monachelle di Titina”, Armando risponde con ironico disappunto: «Guardate che la ricetta è mia: il pasticcere sono io, non mia moglie. Possibile che nessuno mi vuole riconoscere questo merito?».
Titina segue ogni produzione, confeziona, impacchetta: «Sono certosina, mi piace prestare la giusta attenzione a tutto. Lui mi prende in giro e dice che metto la mia “brocciata” ovunque. Ma le cose vanno fatte per bene».
Le mani dei coniugi Vizzari profumano di dedizione, sacrificio… e vaniglia: «Quando penso ai miei nonni – racconta con emozione e con orgoglio la nipote Rosa – li immagino perennemente intenti a dosare, impastare, sfornare. Quando ero piccola amavo farmi coccolare da mia nonna perché ero convinta che le sue mani emanassero sempre l’odore dolce della vaniglia. Sono eccezionali pasticceri e, ancora di più, nonni speciali».
Armando e Titina sono la testimonianza di come la sovrapposizione tra attività e vita privata possa diventare un esempio di cultura del lavoro, della sua dignità. Forse è questo il riconoscimento più prezioso, che non prescinde, ovviamente, dalla qualità della produzione: «E sennò – conclude Armando con sagace saggezza – la gente se ne fregherebbe (il verbo utilizzato è molto più colorito) di noi, confinati in questo sperduto vicoletto!».

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I giovani di Pont’i carta in cammino

I giovani di “Pont’i carta”, che si definiscono “voci in cerca di ascolto”, hanno una mission di non facile attuazione. L’ascolto è, al giorno d’oggi, esercizio poco praticato e il rumore disordinato di questi tempi confusi non aiuta. Occorre pazienza per riuscire a scartare, tra il bombardamento delle parole, quelle da salvare e da proteggere. Eppure ci provano, testardi, a indicare orizzonti diversi, fiduciosi che i tempi non saranno sempre questi, che un seme piantato potrà un giorno dare frutti inaspettati in termini di rispetto per la storia e per l’ambiente che ci circonda.
Il risultato dell’iniziativa del 14 agosto testimonia che i margini di azione per provarci esistono. È stato sufficiente il tam tam di pochi giorni per costringere il gruppo a chiudere le adesioni alla “camminata per scoprire il nostro territorio”, pervenute in così alto numero che si correva il rischio di rendere complicata la gestione della visita al litorale di Palmi, meta scelta per l’edizione di quest’anno. L’organizzazione è stata tuttavia perfetta, grazie all’impegno di Freedom Pentimalli e Francesco Martino, coadiuvati da Marco Bagnato, Davide Carbone, Francesca Caruso, Carmen Forgione, Lorena Garzo e Giuseppe Luppino.
Circa sessanta partecipanti (molti giovanissimi) si sono ritrovati in località Rovaglioso, punto di partenza del percorso ad anello di sette chilometri (asfalto, sterrato, sentiero) che ha portato la comitiva a visitare alcune caratteristiche grotte prima di sostare davanti a Villa Pietrosa, la dimora di Leonida Repaci. Per questo genere di iniziative “Pont’i Carta” può contare sulla professionalità e sull’esperienza di Freedom Pentimalli, guida ambientale escursionistica e membro della “Compagnia dei Cammini”: è toccato a lui condurre il gruppo, introdurlo nelle grotte e, al fresco dei ripari, fornire dettagliate informazioni sui luoghi visitati. In particolare, sul fascino del sistema di grotte a vari livelli di Pignarelle, scavate nell’arenaria e sulle cui pareti sono visibili i solchi lasciati dalle scalpellate dell’uomo, che furono in epoca bizantina il cuore di un insediamento monastico. Più risalente nel tempo, invece, la storia della grotta di Tràchina, all’interno della quale sono state rinvenute ceramiche risalenti all’età del Bronzo.
Dopo oltre quattro ore trascorse sotto un sole cocente, la comitiva ha potuto finalmente godere il refrigerio di un tuffo a Caletta Rovaglioso, iconica spiaggia “segreta” della Costa Viola incastrata tra le scogliere e raggiungibile dopo avere percorso una stradina composta da gradini che scende a picco sul mare, tra le meraviglie della macchia mediterranea. Un posto che profuma di zagara e di mito, quello legato ad Oreste, figlio di Agamennone e Clitennestra, il quale dopo avere ucciso la madre e l’amante Egisto, perse la ragione e cominciò a vagare per il Mediterraneo prima di approdare a Rovaglioso, dove recuperò il senno bagnandosi sette volte nelle sue acque.
Sulla comitiva ha infine aleggiato lo spirito di Leonida Repaci, richiamato da Freedom con la lettura intensa di “Quando fu il giorno della Calabria”. «La sua felicità sarà raggiunta con più sudore», concludeva lo scrittore palmese: una speranza che non può che essere condivisa da chi ama questa terra.

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