Sant’Eufemia d’Aspromonte nell’età contemporanea – Premessa

Da quasi un quindicennio mi occupo della ricostruzione della memoria storica di Sant’Eufemia d’Aspromonte nell’età contemporanea e, forse, è giunto il momento di porre un punto. Il senso di questo libro sta proprio nella necessità di dare organicità e sintesi in un unico volume a tre lustri di ricerche e di pubblicazioni. Nelle pagine che seguono il lettore troverà la ricostruzione di eventi storici e medaglioni biografici oggetto di studio già nei precedenti lavori, qui oggetto di approfondimento e di revisione, ma anche pagine inedite.
Ci sarebbe molto altro da scrivere sulla storia di Sant’Eufemia d’Aspromonte, ma per poterlo fare in maniera compiuta sarebbe necessario l’impegno culturale delle istituzioni, in primis per facilitare l’attività di reperimento delle fonti storiche. È questo lo scoglio più arduo per chi si approccia agli studi di storia locale e si trova a battagliare con fonti sparse e incomplete, sufficienti per alcuni periodi storici e assolutamente carenti per altri.
Per tale ragione ho ritenuto opportuno ricorrere ad un’impostazione “a quadri”, strutturando il volume in tre specifiche sezioni e i paragrafi in unità autonome. Nella prima parte, gli eventi della storia locale si intrecciano con la “storia grande”: i terremoti, il Risorgimento, la Prima guerra mondiale. La seconda è dedicata ad aspetti significativi della società eufemiese nel XX secolo. Nella terza, prendono corpo le biografie delle personalità più eminenti nell’arco temporale in esame.
Il risultato ottenuto non ha la pretesa di essere esaustivo. Altri avvenimenti avrebbero meritato di essere ricostruiti, così come altri protagonisti cittadini sarebbero stati meritevoli di un medaglione biografico. Ma i libri di storia si scrivono sulla base dei documenti pubblici e privati reperibili, che per Sant’Eufemia sono quelli custoditi presso l’Archivio di Stato di Reggio Calabria, pochissime carte private e pubblicazioni pressocché introvabili.
L’auspicio è che in un futuro non troppo lontano si riesca ad istituire l’Archivio storico comunale, che salverebbe dal degrado le carte stipate negli scantinati del palazzo municipale e consentirebbe agli studiosi di avere accesso ad una documentazione completa, almeno per tutto il XX secolo.
Sento il dovere di ringraziare la direttrice Maria Fortunata Minasi e il personale dell’Archivio di Stato di Reggio Calabria; Maria Pillari e Vincenzo Papalia dell’Ufficio anagrafe e Stato civile del Comune di Sant’Eufemia d’Aspromonte. Margie Silvani, il cui contributo è stato fondamentale per il completamento della biografia del nonno Giuseppe Silvani. Pasquale Federico, che mi ha “regalato” la storia della “pulicia rizza”. Nino Giunta per la testimonianza sull’esperienza da direttore della rivista “Incontri”. Gaetano Chirico, che ha accolto con molto favore l’invito a rispondere alle domande sul padre, “don Pepè”. Erminia Forgione per il ricordo della nonna, la levatrice Giuseppina Pinneri. Enzo Fedele per avere messo a mia disposizione il patrimonio documentario dell’Associazione culturale “Sant’Ambrogio”. Elisa Lupoi e Rosa Fedele per il supporto ormai datato ma preziosissimo alle mie attività di ricerca. Domenico Antonio Tripodi per le telefonate e i pacchi postali gonfi di materiale biobibliografico sulla storia della “dinastia d’arte” dei Tripodi.
Un particolare ringraziamento a Carmelita Tripodi per il racconto dell’incontro con Rostislav Pietropaolo, per le lettere di Mimì Occhilaudi, per il ricordo personale della sua collaborazione con la rivista “Incontri”.
Infine, un grazie sentito a Gresy Luppino, Carmen Monterosso e Mariella Flores, che hanno materialmente posto a Nino Condina e a Carmela Cutrì le domande sul secolo di vita attraversato.

[Tratto da: Domenico Forgione, Sant’Eufemia d’Aspromonte nell’età contemporanea. Storia, società, biografie, Il Rifugio Editore, Reggio Calabria 2021, pp. 9-10]

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Novità in libreria: Sant’Eufemia d’Aspromonte nell’età contemporanea

È in vendita il mio ultimo lavoro: Sant’Eufemia d’Aspromonte nell’età contemporanea. Storia, società, biografie.
A Sant’Eufemia lo trovate presso:

  • Cartolibreria Giusy Violi
  • Circolo Pegaso (Bar Mario)
  • Edicola Riv. Tabacchi n. 4 di Violi Franca
  • Edicola Tabaccheria ricevitoria Carbone Vincenzo
    Nei prossimi giorni il libro sarà disponibile presso la libreria Ave-Ubik di Reggio Calabria, oltre che acquistabile sul sito di Amazon.
    Chi acquista il libro riceverà un grazioso segnalibro, omaggio dei ragazzi del blog eufemiese Pont’i Carta, che ringrazio per l’affettuosa amicizia.
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Scusate il ritardo

Finalmente ci siamo: nei prossimi giorni sarà in vendita il mio nuovo libro. Avevo iniziato a lavorarci nel 2019, ma non avevo fatto i conti con l’imponderabile, per cui la sua pubblicazione è slittata di un anno. Ci tenevo a riprendere un discorso interrotto, a ricominciare dal mio personale “dove eravamo rimasti?”. Questi ultimi due anni non sono acqua passata, ma sono utili per ricordarmi che la vita, nel bene e nel male, riserva sorprese con le quali tutti siamo chiamati a fare i conti. Ora mi sento sollevato.
Non voglio aggiungere altro, se non ringraziare Katia Colica e Antonio Aprile (Il Rifugio Editore), per avermi supportato con affetto e professionalità, e Gresy Luppino, che ha realizzato graficamente una splendida copertina.
Un ultimo pensiero desidero rivolgerlo a due personaggi straordinari che purtroppo non ci sono più, ma che mi hanno donato la testimonianza di un secolo di vita vissuta a Sant’Eufemia: Carmela Cutrì e Nino Condina.

Dalla quarta di copertina:
Sant’Eufemia nell’età contemporanea presenta il risultato delle ricerche condotte dall’autore negli ultimi quindici anni. Le tre parti che compongono il volume affrontano per “quadri” gli eventi significativi della storia eufemiese dalla fine del 1700 ai giorni nostri. La storia “piccola” si intreccia con quella “grande”, nel contesto generale si inseriscono gli episodi particolari e le biografie dei protagonisti. Una cavalcata nei secoli che dà voce all’alto e al basso, al nobile e al popolano, facendo ricorso a fonti scritte, orali e bibliografiche: documenti dell’Archivio di Stato di Reggio Calabria, preziose testimonianze raccolte con le interviste, sconosciute pubblicazioni sepolte nelle biblioteche pubbliche o in possesso di privati. L’affresco di un’epoca affida così alle mani del lettore il filo rosso che, unendo il passato al presente, riscopre vicende personali e collettive paradigmatiche dello sviluppo storico e dell’evoluzione sociale di un paese dell’Aspromonte.
[Domenico Forgione: Sant’Eufemia nell’età contemporanea. Storia, società, biografie, Il Rifugio Editore, 2021, pp. 336]

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Brunali ’u vurparu e la cancel culture

Qualcuno si ricorda ancora del vecchio “Brunali”. Ma chissà poi qual era il vero nome dell’ultimo cacciatore di frodo vissuto a Sant’Eufemia nella metà del secolo scorso. Di lui si è tramandato il soprannome, Brunali appunto: forse il nome Bruno storpiato, ma l’origine della ’ngiuria potrebbe anche essere diversa. Gli anziani raccontano di una figura corpulenta, almeno nei suoi ultimi anni. Colpa del peso aumentato dopo un incidente sul lavoro, per così dire. Si era infatti introdotto dentro una tana, ma il piede gli era rimasto incastrato in una radice e, forzando il movimento nel tentativo di liberarsi, si era procurato un infortunio che sottovalutò e non curò adeguatamente, da un ortopedico o in ospedale nella vicina Palmi, che avrebbe potuto raggiungere con la littorina. Guarì, ma si portò per il resto della vita una vistosa zoppia che comunque gli permise, a fatica, di continuare l’attività di bracconiere.
Le sue prede erano tassi, ricci, lepri, ma soprattutto volpi, il cui vello aveva mercato nella produzione di cappotti, colli e altro. L’animale scuoiato restava all’acquirente, il quale ne ricavava un lauto pranzo, mentre la pelliccia veniva portata ai conciatori di Palmi, che la essiccavano (per bloccare il processo di putrefazione) e la lavoravano in modo da mantenerla resistente, elastica e morbida: pronta per i mastri sarti che procedevano alla realizzazione dei capi di abbigliamento.
L’area di caccia di Brunali si estendeva da Candilisi a Crasta e al ponte della ferrovia. Non era insolito, a tarda sera, intravedere nel buio quest’uomo claudicante il quale, insieme alla gamba, trascinava due sacchi contenenti le tagliole e le lische di pesce stocco o le interiora che utilizzava come esca, da disseminare lungo il tragitto e da recuperare la mattina successiva. Brunali preferiva la tagliola d’acciaio al sistema a scatto con il cappio (in genere il laccio dei freni di una bicicletta) legato al ramo di un albero, che procurava la morte della selvaggina per impiccagione. Per cui spesso gli toccava finire a colpi di legno l’animale intrappolato.
Perché racconto questa storia? Perché non si può guardare al passato con gli occhi del presente. Credo che uno dei più grandi mali della società attuale risieda proprio nell’incapacità di contestualizzare fatti e personaggi storici. Ciò che oggi viene considerato un crimine barbaro, ancora sessanta o settanta anni fa veniva pacificamente accettato. Brunali, che “si mbuscava a campata” cacciando di frodo, non suscitava alcuna riprovazione sociale.
Tra piccola e grande storia non c’è differenza. L’estrapolazione degli avvenimenti dal contesto storico di riferimento è alla base della cosiddetta cancel culture, la furia iconoclasta che, trasferendo nel passato le considerazioni etiche del presente, ne impedisce la comprensione e porta i talebani del politicamente corretto a reclamare la cancellazione dei nomi delle strade, a richiedere l’abbattimento dei monumenti, la messa all’indice di opere letterarie e cinematografiche o la loro “correzione”. In sintesi, la cancel culture determina la condanna del processo evolutivo che ha determinato ciò che oggi siamo. È la morte dello storicismo, inteso come ricerca del senso storico degli avvenimenti mediante il loro inquadramento nel periodo e nel contesto sociale in cui si sono sviluppati.
Un popolo di contemporanei, senza futuro proprio perché senza memoria, non è affatto una buona notizia.

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Francesco e Pasquale, morti per la patria a 18 anni

La propaganda e la letteratura patriottica definirono “ragazzi del ’99” i soldati italiani chiamati alle armi non ancora diciottenni, a partire dai primi mesi del 1917, e inviati al fronte dopo un addestramento approssimativo nei giorni successivi alla disfatta di Caporetto. Furono i più giovani combattenti della Grande Guerra ed il loro contributo fu decisivo per la tenuta della linea difensiva del Piave nella battaglia del Solstizio e per la successiva controffensiva che portò al trionfo di Vittorio Veneto.
Non furono tuttavia i più giovani eroi di guerra. In previsione di un’eventuale offensiva nella primavera del 1919, nel corso del 1918 fu infatti chiamata la classe 1900, che non partecipò ad azioni di guerra, essendo ancora nella fase di addestramento, ma “ufficialmente” fu impiegata soltanto nei servizi territoriali e nelle retrovie. Ma poiché in guerra le vittime non si raccolgono soltanto sui campi di battaglia, anche la classe 1900 diede il suo contributo di eroi.
D’altronde, per circoscrivere le statistiche a Sant’Eufemia d’Aspromonte, degli 88 caduti (il monumento ai caduti riporta erroneamente 92 nominativi) su circa 600 chiamati alle armi, 39 morirono in combattimento, 15 in seguito alle ferite riportate e 5 per gli effetti dei gas asfissianti; mentre 6 perirono nei campi di prigionia, 21 per malattia e 2 per infortunio.
Si calcola che nell’esercito italiano furono circa 100.000 i decessi per malattia: patologie dovute alla cattiva alimentazione, che avveniva in ambienti sporchi e con cibo conservato male, o causate dalle aberranti condizioni igieniche delle trincee, che facilitavano la diffusione di malattie infettive. Si moriva di colera, tubercolosi, tifo, malaria, meningite, “spagnola”, dissenteria. Si moriva per il freddo, causa principale delle malattie respiratorie e del congelamento degli arti.
Anche Sant’Eufemia pianse due giovanissime vite strappate agli affetti familiari. Il contadino Francesco Luppino (di Domenico e Condina Maria Eufemia), arruolato nel 6° reggimento fanteria, morì il 12 ottobre 1918 presso l’ospedale militare di riserva “Vittorio Emanuele” di Palermo, a causa di una non meglio specificata malattia.
Il pastore Pasquale Saccà (di Giuseppe e Morabito Nunziata), arruolato nel 4° reggimento alpino, spirò invece il 31 ottobre 1918 presso l’ospedaletto militare di Aosta, stroncato da una polmonite da influenza.
I loro nomi sono incisi a futura memoria nel monumento ai caduti al quale un gruppo di volontari, con grande senso civico, ha deciso di dare dignità e decoro in vista del 4 novembre, dandosi appuntamento il giorno prima per ripulire l’area.

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L’uomo non è il suo reato

Ripensavo a Vincenzo Pinneri proprio ieri, nel giorno del suo compleanno. Era infatti nato il 23 ottobre del 1924 ed è morto nel 2012, quasi novantenne. Un’età che forse nemmeno lui si sarebbe aspettato di raggiungere. Anzi, sono quasi certo che gli è dispiaciuto esserci arrivato.
Gli sono stato amico, come tanti in paese. Nonostante il suo caratteraccio, Pinneri era capace di gesti affettuosi, addirittura commoventi. Perché rispolvero il ricordo di un uomo che in gioventù commise crimini imperdonabili? La sua storia è nota, io stesso ne scrissi anni fa. Non mi interessava allora e non mi interessa adesso il mito che in qualche modo ne ha accompagnato la vita, trascorsa per 36 anni in prigione. Interessante può essere invece ribadire che l’uomo non è il suo reato.
La carriera criminale di Vincenzo Pinneri inizia nel 1942 con l’assassinio del fratello. Caino che uccide Abele. Sangue del proprio sangue. Si può commettere un delitto più grave? No, non si può. Nemmeno se il fratello maggiore era violento nei confronti del minore, sin da quando il ragazzino andava dietro ai muli e agli asini per raccogliere in un secchio gli escrementi da portare agli gnuri del paese, che li utilizzavano come concime per l’orto. Un contesto di degrado e di assoluta povertà, al quale fece da detonatore la fame portata in dote dalla seconda guerra mondiale.
La banda Pinneri, che nacque nello sbandamento economico, sociale e politico-istituzionale vissuto dopo l’8 settembre 1943, è finita sui libri di storia: della faida e delle altre poco sue edificanti gesta si sa tutto. Omicidi, assalto alla caserma dei carabinieri di Sant’Eufemia, attentato contro il questore di Reggio Calabria. Io stesso ho raccolto il suo punto di vista sulle vicende di quel lontano 1944, in una lunghissima intervista che non ho mai pubblicato e che doveva essere il canovaccio di un libro mai scritto.
Pinneri riacquistò la libertà nel 1978, dopo avere girato tutti gli istituti penitenziari di massima sicurezza: da Pianosa all’Asinara, da Porto Azzurro al carcere di Favignana, con le celle scavate nella roccia sotto il livello del mare: prive di finestre e talmente umide da infracidirgli i polmoni e costringerlo, nei suoi ultimi anni, a portarsi appresso la macchina per l’ossigenoterapia. Libero dopo avere conosciuto il morso delle cinghie dei letti di contenzione, i cui segni gli rimasero per sempre impressi sulla pelle.
In ricordo della lunghissima detenzione divenne per tutti “Ceo Galera”, ma del giovane sbandato e violento sopravviveva soltanto un residuo di irascibilità caratteriale. L’ho visto commuoversi per i giovani che non riuscivano a trovare lavoro ed erano costretti ad emigrare; l’ho visto piangere per la morte di una giovane ragazza, alla quale sinceramente avrebbe donato la propria vita, considerata ormai inutile. Ho ammirato la sua imbarazzante generosità. Mi sono emozionato per l’affetto che nutriva nei confronti dei bambini.
Non credo sia rilevante sapere se abbia cercato di riscattarsi rispetto a ciò che era stato nel primo mezzo secolo di vita, se abbia così consumato la sua personale espiazione.
La storia di Pinneri è invece paradigmatica della natura umana. Racconta che ognuno di noi è un mistero affascinante e terribile, capace di grandi nefandezze così come di sorprendenti atti d’amore. Spiega che non siamo una monade inscindibile e immutabile, bensì un caleidoscopio di sentimenti che, nell’arco di una vita, prevalgono o soccombono. Conferma infine che è sbagliato impiccare l’essere umano ad immagini e fatti cristallizzati.
Eraclito ci ha insegnato che se l’acqua del fiume non è mai la stessa, il fiume non è mai lo stesso. E così l’uomo.

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Sant’Eufemia a Londra

«Perché non porti una statuetta di Sant’Eufemia nella parrocchia che frequenti a Londra? Sarà un modo per sentirsi a casa e poi sai che bello, per un eufemiese che dovesse capitare a Londra, sapere che anche là può andare a trovare la sua santa patrona!». È nata così l’idea che, tramite mio fratello Mario, il parroco della chiesa di Ognissanti a New Cross Road ha accolto con molto entusiasmo.
Father Grant, le cui omelie sono seguite con attenzione dai fedeli che ne apprezzano l’arte oratoria, è un sacerdote energico, affabile e dotato di un alto senso dell’umorismo, che nei rapporti interpersonali non guasta mai. Di origine giamaicana, ha inoltre una sensibilità particolare per le problematiche delle minoranze che compongono la multietnica comunità di New Cross.
La chiesa di Ognissanti, che dista circa trenta minuti da Trafalgar Square, è infatti un crocevia multietnico che rispecchia la vivacità e la varietà culturale del quartiere nel quale è stata edificata nel triennio 1869-1871, tra Southwark e Lewisham (Sud-Est di Londra), su progetto degli architetti Arthur Billing e Arthur Shean Newman, molto attivi nella costruzione e nella restaurazione di chiese a Londra e nel sud dell’Inghilterra. In stile neogotico con ampio rosone, tra i banchi delle tre navate i parrocchiani inglesi siedono accanto ai fedeli di origini africane e caraibiche, in linea con la mission che campeggia sulla pagina ufficiale All Saints Church New Cross: «Siamo una parrocchia anglicana di rito cattolico nel cuore della vibrante comunità di New Cross. Non vediamo l’ora di darti il benvenuto chiunque tu sia, comunque tu possa identificarti. Tutti sono benvenuti!».
La reazione di grande accoglienza è tutta nelle parole di una parrocchiana: «È bellissima, ha l’aspetto di una che ascolta. Le porterò dei fiori: tutti meritiamo di essere ascoltati».
Sant’Eufemia sarà presentata “ufficialmente” alla comunità religiosa di New Cross nella celebrazione eucaristica di domani mattina. Verrà collocata al centro di una delle finestre della chiesa, con un candelabro e un vaso di fiori, ai quali in un secondo momento sarà affiancata un’iscrizione illustrativa.

*Indirizzo: All Saints New Cross, 105, New Cross Road, New Cross London SE14 5DJ

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Al mare con l’Agape

Illustrazione realizzata da: Officina Grafica Gracy

Un modo per riprendere un discorso interrotto. La necessità di stare nuovamente insieme, per tentare di superare un anno e mezzo difficile, pesante. Certamente più pesante per chi non ha molte occasioni di svago e spende gran parte del tempo tra le mura di casa.
Dopo lo stop forzato dell’estate scorsa, è stato emozionante lasciarsi contagiare dall’allegria di sette tra i ragazzi che da oltre 20 anni l’Associazione di volontariato cristiano “Agape” di Sant’Eufemia d’Aspromonte accompagna al mare.
«Mi siete mancati». Be’, ci sei mancata anche tu. Ci siete mancati voi, con le vostre canzoni, i vostri abbracci, il vostro affetto rigenerante. La settimana trascorsa sotto gli ombrelloni del Lido Nausicaa Beach di Favazzina ha impegnato undici volontari dell’associazione, quattro dei quali non vivono più a Sant’Eufemia. C’è della magia nel filo della solidarietà che annoda queste vite. Che spinge chi è emigrato a far coincidere la data delle ferie con la colonia dell’Agape, per poter dare una mano.
L’orologio del tempo torna indietro, a quando tutto è iniziato. Lo spirito rimane quello, animato dal desiderio di fare qualcosa di utile per i soggetti più fragili della nostra comunità.
Niente di straordinario. Ma oggi, evidenziava Lucio Dalla, l’impresa eccezionale è essere normale. Ciò che può sembrare banale, non lo è affatto. Acqua, salsedine e sole sulla pelle. Un gelato. Una canzone intonata o stonata (chissenefrega) insieme. Ballare con la sabbia che punge i piedi.
La colonia è una bolla di felicità che conosciamo bene e che, sì, l’anno scorso è mancata a tutti.
Bisognava ripartire. Per chi ha avuto il covid e ci ha fatto spaventare, per chi si è ritrovata senza mamma, per l’Agape che tra qualche mese festeggerà i suoi trent’anni di attività, per noi stessi. Eccoci.
Nelle estati passate la signora Angiolina, la nonnina di tutti, attendeva il passaggio del pulmino per rivolgere il suo consueto augurio ai volontari: «Sempre avanti!». Ci piace pensare che l’abbia fatto anche quest’anno, da lassù.

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La scossa di mastro Mimmo

Domenico Fedele e Maria Bagnato
Pietro Monterosso e Marilena Alescio

Ieri sera ha avuto luogo in Piazza Libertà l’evento “Festival della Moda 2021”, a cura dell’Associazione regionale sarti e stilisti calabresi e dell’Accademia nazionale dei sartori di Roma. La serata, presentata da Marilena Alescio, si è conclusa con una degustazione di dolci offerta dall’Associazione pasticcieri gelatieri artigiani.
“Niente di straordinario”, avremmo commentato qualche anno fa, quando il cartellone dell’estate eufemiese presentava iniziative a cadenza quasi quotidiana. Non voglio scomodare aggettivi enfatici, vorrei soltanto fare notare che la manifestazione di ieri è stata a mio avviso molto importante. Non si può vivere di nostalgia e di piagnistei, né di rabbia. Bisogna invece trovare la forza per reagire alle difficoltà del momento, all’abbattimento che serpeggia tra i tanti che negli ultimi decenni si sono molto spesi per la crescita culturale e sociale di Sant’Eufemia d’Aspromonte.
Abbiamo subito un duro colpo, non possiamo nascondercelo. Ma io credo che subire passivamente non sia la strada giusta. Né bisogna aspettare “tempi migliori”. I tempi questi sono, e con questi occorre misurarsi e, caso mai, cercare di indirizzarli in un senso più positivo. Ma dobbiamo farlo noi per primi. Se non ci risolleviamo da soli, di certo non lo farà nessuno al posto nostro. Il tempo sarà galantuomo. E con il tempo ogni cosa assumerà la sua reale dimensione. Una dimensione di giustizia, scevra dal pregiudizio.
E allora non nascondo l’emozione provata nell’ascoltare l’intervento iniziale di Domenico Fedele, che è delegato regionale dell’Accademia nazionale dei sartori e presidente dell’Associazione regionale sarti e stilisti calabresi. Un invito rivolto agli eufemiesi, affinché si diano una “scossa” e reagiscano. Che l’abbia fatto “mastro Mimmo” è un segnale molto forte: «Se posso farlo io a 85 anni – il senso delle sue parole – a maggior ragione potete e dovete farlo voi».
Grazie, quindi, a “mastro Mimmo” e grazie a Maria Bagnato e a Pietro Monterosso, due giovani stilisti eufemiesi che da diversi anni operano nel settore, facendoci sentire orgogliosi di appartenere a questa comunità. Possano i nostri tre concittadini essere di esempio e di incoraggiamento per tutti noi.

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Una data per l’autonomia di Sant’Eufemia d’Aspromonte

Il riconoscimento del contributo dato agli studi storici locali dal convegno organizzato nel 1990 dall’Associazione culturale “Sant’Ambrogio” per il bicentenario dell’autonomia di Sant’Eufemia, i cui atti furono pubblicati nel 1997 da Rubbettino, non impedisce di mettere in discussione l’indicazione generica del 1790 (senza giorno e mese) come anno in cui il casale di Sant’Eufemia avrebbe conquistato l’autonomia dalla Contea di Sinopoli. Vincenzo Tripodi è stato il primo a sostenere che «nel 1790 l’Università, oggi Municipio di S. Eufemia, sotto il sindacato di tal Vincenzo Panuccio, intentò e vinse una causa per liberarsi dalla soggezione del Conte di Sinopoli e Principe di Scilla che aveva usurpato il dominio del territorio di essa. In seguito a ciò, essendo il Comune per l’innanzi denominato S. Eufemia di Sinopoli, mutò tal nome, assumendo quello di S. Eufemia d’Aspromonte» (Breve monografia su Sant’Eufemia d’Aspromonte, 1945).
La tesi di Tripodi non è però supportata da alcun documento ufficiale ed appare inoltre avulsa dal contesto storico generale. Più verosimile è invece supporre che l’affrancazione del comune sia stata conseguente all’eversione della feudalità (1806) realizzata nel periodo francese del regno di Napoli.
La “Legge per la circoscrizione dei governi del Regno” del 19 gennaio 1807, n. 14, al primo articolo stabiliva infatti che “ogni governo sarà chiamato col nome di quel luogo, ch’è il primo nel numero delle università, ch’esso comprende, e questo sarà la sede del giusdicente”: conseguentemente veniva istituito il governo di Sant’Eufemia di Sinopoli, del quale facevano parte i comuni di San Procopio, Sinopoli superiore, Sinopoli inferiore, Sinopoli vecchio, Acquaro, Cosoleto, Sitizano, Melicuccà.
Successivamente, il “Decreto per la nuova circoscrizione delle quattordici provincie del regno di Napoli”, n. 922 del 4 maggio 1811, che organizzava gli enti territoriali in province, distretti, circondari e comuni (art. 1), indicava Sinopoli capoluogo del circondario che comprendeva i comuni di Sinopoli superiore, Sinopoli inferiore, Sinopoli vecchio, Cosoleto, Sitizano, Acquaro, San Procopio, Sant’Eufemia, Paracorio, Pedavoli. Il 4 maggio 1811 veniva quindi istituito il comune di Sant’Eufemia, che perdeva la denominazione (“di Sinopoli”) mantenuta durante il periodo feudale.
Va infine sottolineato che uno studio di Gustavo Valente (Dizionario dei luoghi della Calabria, 1973), approvato anche dal Sistema Informativo Unificato per le Soprintendenze Archivistiche, fa riferimento proprio alla data tratta dal Bullettino delle leggi del Regno di Napoli.

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