Totò, ci manchi

Con il trascorrere del tempo, inevitabilmente Facebook diventa un luogo di nostalgia. La funzione “ricordi”, con i vecchi post che il social ogni mattina consiglia di condividere, riproponendo avvenimenti e persone ci riporta indietro negli anni. Come eravamo, cosa facevamo, con chi eravamo in quel preciso giorno. Nostalgia che aumenta quando Facebook ci segnala il compleanno di amici che purtroppo non sono più tra di noi, ma il cui profilo risulta ancora attivo.
Mentre si è impegnati a vivere, non si pensa alla morte. Per cui in pochi utilizzano l’opzione che predispone la cancellazione automatica dell’account dopo un periodo di inutilizzazione. Certamente non ci aveva pensato Totò Ligato, il quale oggi – mi ricorda appunto Facebook – avrebbe compiuto 75 anni.
Totò, purtroppo, manca da sette anni. Per il dizionario della Treccani, mancare significa: “essere meno di quanto sarebbe necessario o conveniente o desiderabile; o non esserci affatto, di cosa che invece dovrebbe esserci”. Necessario, desiderabile, dovrebbe esserci: il verbo definisce in maniera esauriente il vuoto lasciato da Totò.
Sono tra i tanti che gli hanno voluto bene. Apprezzavo le sue corrispondenze per la Gazzetta del Sud da Melicuccà, Seminara, Sinopoli e San Procopio, rigorosamente firmate a.l.: Antonio Ligato. Ma per tutti noi è sempre stato “Totòligato”, tutto attaccato. L’avevo conosciuto intorno al 2000, lui corrispondente per la «Gazzetta del Sud», io per «Il Quotidiano della Calabria». Da allora e fino alla sua morte non abbiamo mai smesso di “frequentarci”, di scandagliare quelle piccole storie che affascinavano entrambi, che io ho finito per raccontare sul blog e nei libri, lui sulle pagine della Gazzetta, in un esercizio appassionante di custodia della memoria dei nostri luoghi.
Conservo con orgoglio le sue recensioni ai miei primi due libri sulla storia di Sant’Eufemia: Sant’Eufemia d’Aspromonte. Politica e amministrazione nei documenti dell’Archivio di Stato di Reggio Calabria. 1861-1922 (2008) e Il cavallo di Chiuminatto. Strade e storie di Sant’Eufemia d’Aspromonte (2013).
I corrispondenti locali danno visibilità a posti dei quali spesso, se non ci fossero loro a scriverne, non si saprebbe niente. Sono la voce dei territori che non hanno voce e di coloro che ci vivono. Svolgono una funzione sociale e civile tanto preziosa quanto misconosciuta.
Totò Ligato ha svolto questa “missione” in maniera alta. Nella sua lunga attività di cronista curioso del mondo e dell’infinita varietà umana, ha regalato ai lettori della “Gazzetta del Sud” ritratti indimenticabili di personaggi di paese, in particolare della sua Melicuccà nel Novecento: protagonisti di vicende paradigmatiche di un’epoca ricordata con la nostalgia che naturalmente si prova per gli anni che furono. A quelle storie ha dedicato anche un romanzo breve: Sabbia, uno scritto introvabile che qualche anno fa ho avuto la fortuna di recuperare in formato pdf e che meriterebbe di essere ripubblicato, insieme ad una selezione dei suoi articoli più significativi.
Totò era un giornalista romantico, al quale la dimensione di corrispondente locale andava bene, nonostante avesse una solidità culturale e uno stile di scrittura da cronista di razza. Mi mancano le sue osservazioni mai banali e la sua capacità di analisi, il suo amore per i nostri territori e per le storie delle umili genti, che soltanto nella penna di chi ha una sensibilità particolare trovano riscatto.

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Once upon a time in Calabria: stories of Sant’Eufemia

Qualche anno fa scrissi del poema-diario di Giuseppe Ciccone (Trough the circles of hell: a soldier’s saga, Relicum Press 2016), un preziosissimo documento sulla prima guerra mondiale pubblicato a cura della figlia Tina (Fortunata) e del nipote Joseph Richard Ciccone, professore di Psichiatria presso l’Università di Rochester.
La storia di Tina è singolare. Dopo un’intera esistenza trascorsa negli Stati Uniti (l’ultimo suo viaggio in Italia risale a mezzo secolo fa), che ne aveva quasi cancellato il passato italiano, calabrese ed eufemiese, giunta alla terza età si è dedicata al recupero delle proprie radici. L’ultimo frutto di questo esercizio della memoria è un omaggio a figli, nipoti e pronipoti: Once upon a time in Calabria: stories of Sant’Eufemia, uno spaccato degli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso a Sant’Eufemia d’Aspromonte.
Il capofamiglia va avanti e indietro dagli Usa e ogni volta che lascia il paesino ha un figlio in più: Luigi, Nino, Orsola, Rosa e Tina. Gradualmente, tutta la famiglia raggiunge il genitore, tranne Orsola, che si trasferisce a Roma dopo il matrimonio con il ragazzo che per cinque anni percorre in bicicletta la strada da Delianuova per poterla corteggiare mentre si approvvigiona d’acqua in una fontana pubblica. Nel 1950 giungono infine negli Stati Uniti la diciannovenne Tina e la mamma, Francesca Pillari.
L’emigrazione era allora un fenomeno caratterizzato da mesi, anni di silenzi. Quando arrivava una lettera, per tutto il giorno era festa tra le mura di casa Ciccone, un’abitazione con giardino che era stata residenza estiva dei Ruffo e nella quale, secondo una leggenda locale non riscontrata, aveva addirittura pernottato Garibaldi.
Francesca, che da bambina aveva casualmente incontrato il brigante Giuseppe Musolino, è una sorta di autorità medica, in virtù della frequentazione dello studio del medico condotto Bruno Gioffré-Napoli, la cui immensa libreria è per Tina un luogo magico oltre che di formazione. Emblematico l’episodio del parto podalico, portato a termine senza procurare danni né alla neonata né alla partoriente.
Sono tempi difficili, caratterizzati da un’alta mortalità infantile. Tina conosce presto il volto della morte, quando perde una compagna di scuola per una malattia sconosciuta che la consuma nel giro di pochi giorni. Ogni tanto in paese si sviluppa un incendio che distrugge le baracche in legno. Ninuzzo, il primo ad accorrere ovunque quando si trattava di domare le fiamme, muore mentre tenta di spegnere il fuoco che divora la sua abitazione.
I “quadri” storici di Tina sono popolati dagli artigiani del tempo, veri e propri “artisti”: scultori, orafi, ebanisti, calzolai, sarti. Sono gli anni del consenso al regime fascista: «Non avevamo idee politiche, ma eravamo felici di indossare le uniformi, di marciare, di fare gli esercizi ginnici». Tina stessa partecipa e vince un concorso, per il quale viene premiata a Reggio Calabria, sviluppando la traccia “Cosa significa per te essere un balilla o una giovane italiana?”.
Molte ragazze vanno dalle suore e imparano a cucire, a lavorare a maglia, a ricamare, a stirare: tutto ciò che serve per diventare brave donne di casa. La società è patriarcale e non priva di pregiudizi. Domenico, il figlio del fornaio, viene appellato “il poeta” perché porta i capelli lunghi e veste in modo eccentrico. La sua omosessualità è “una vergogna per la sua famiglia”, tanto che il padre perde i clienti e le sorelle non riescono a trovare marito. Maria non viene assunta come domestica dai Gioffré–Napoli perché è una ragazza madre. Un’altra giovane è molto chiacchierata perché troppo “moderna” e la stessa Tina viene rimproverata dalla madre quando prova il rossetto: «Cosa direbbe tuo padre se ti vedesse?». Quel padre lontano ma presente, in posa nella foto incorniciata e tenuta accanto a quella del presidente statunitense Franklyn Delano Roosvelt, che precauzionalmente finirà in fondo al baule della biancheria negli anni del secondo conflitto mondiale.
I ricordi più dolorosi sono legati alla guerra, il cui andamento Tina e la mamma seguono alla radio. Alcuni eufemiesi ospitano gli sfollati dei paesi vicini colpiti dai bombardamenti e, quando fa buio, scatta l’ordine di oscurare le finestre con i vestiti del lutto, per non dare punti di riferimento all’aviazione alleata. La popolazione si rifugia nella galleria o in tunnel scavati sui costoni della montagna. La prima volta Tina avverte un forte senso di claustrofobia, stringe forte la mano della mamma, non riesce a dormire.
Ma poi la guerra finisce e si può tirare un sospiro di sollievo. Non avendo altro, la popolazione festante regala ai liberatori frutta di stagione, ma ci sono anche strascichi negativi. Le armi abbandonate dai tedeschi in fuga finiscono nelle mani sbagliate e delinquenti terrorizzano il paese con furti, richieste di soldi e soprusi. Bruno torna traumatizzato dai campi di prigionia in Germania, pronuncia parole senza senso e ripete ossessivamente nome, numero di matricola, plotone di appartenenza. A Cosimo, compagno di giochi di Tina, un ordigno trovato nei campi dell’Aspromonte strappa un braccio.
I ricordi di Tina sono stati messi nero su bianco, in lingua inglese, per una diffusione “familiare”. Eppure, nonostante qualche inesattezza storica e l’inevitabile ripetitività di alcuni passaggi, il libro ha il pregio di ricostruire con dovizia di particolari un periodo storico importante anche per la piccola comunità eufemiese.
La storia, quella grande così come quella piccola, risulta di difficile comprensione se non si segue la raccomandazione storicistica dell’autrice: non si può giudicare ciò che è stato utilizzando i valori di oggi; non si può guardare al passato indossando gli occhiali del presente.

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Ci sputassi vossia

«Forse è a questa storia minima che io debbo l’attenzione che ho sempre avuto per la grande» dichiarò Leonardo Sciascia a proposito di Occhio di capra. Pubblicato per la prima volta da Einaudi nel 1984 e ristampato nel 1990 da Adelphi con l’aggiunta di alcune voci, il libro riprende l’almanacco di voci e modi di dire edito da Sellerio nel 1982 con il titolo Kermesse, a sua volta ispirato al dizionario di vocaboli e locuzioni dialettali che aveva impreziosito il volume fotografico I Siciliani, del grande fotografo bagherese Ferdinando Scianna (Einaudi, 1977).
Il titolo (in dialetto: “uocchiu di crapa”) fa riferimento ad una antica credenza popolare: se, al tramonto, il sole appare tagliato obliquamente da strisce di nuvole, assumendo così le sembianze della pupilla strabica delle capre, il giorno successivo pioverà: «Occhio di capra: domani piove».
Il saggio è un omaggio a Racalmuto, che Sciascia sentiva di conoscere “anche nei suoi silenzi”. Per il proprio paese natio valgono le parole dedicate da Jorge Luis Borges a Buenos Aires, messe in esergo dallo scrittore siciliano: «Ho l’impressione che la mia nascita sia alquanto posteriore alla mia residenza qui. Risiedevo già qui, e poi vi sono nato».
Per spiegare l’etimologia e il significato di termini e frasi tratti dalla tradizione orale, Sciascia fa ricorso ad aneddoti utili per preservare, oltre alla memoria delle parole, anche quella di storie minime, ma singolari e paradigmatiche di epoche e luoghi.
Tra i lemmi, uno riporta un episodio risalente al Ventennio, quando il regime fascista organizzò due plebisciti-farsa (nel 1929 e nel 1934) in luogo dell’elezione della Camera dei deputati (il Senato era di nomina regia), l’ultima tenuta nel 1924 con la famigerata legge “Acerbo”. Con i plebisciti, successivi allo scioglimento di tutti i partiti politici ad eccezione del partito nazionale fascista (1926), l’elettore aveva la possibilità di approvare o respingere il “listone” del Pnf. Facoltà che, ovviamente, era puramente teorica. Nel 1939 sarebbe caduto anche l’ultimo simulacro di democrazia, con l’istituzione della Camera dei fasci e delle corporazioni – composta non da membri letti, ma tali di diritto – in sostituzione della Camera dei deputati.
Il brano è il seguente:
CI SPUTASSI VOSSIA. Ci sputi lei. Espressione ormai proverbiale, per dire di un’azione che si è costretti a fare anche se teoricamente, formalmente, si ha la libertà di non farla. Fu pronunziata da un certo Salvatore Provenzano, ex guardia regia (corpo di polizia, quello delle regie guardie, istituito da Nitti e sciolto da Mussolini), davanti al seggio in cui si votava il consenso o il dissenso al regime fascista. I componenti del seggio consegnavano al votante la scheda su cui, teoricamente, il votante era libero di scrivere «sì» oppure «no»: ma di fatto le schede venivano consegnate con il «sì» già scritto, per cui al votante altro non restava che leccare la parte gommata della scheda, chiuderla e imbucarla nell’urna. Accorgendosi dunque Provenzano che già era stato scritto un «sì» dove lui aveva intenzione di scrivere un «no», si rifiutò di toccare la scheda: che la leccasse, chiudesse e imbucasse il presidente del seggio. Naturalmente, fu arrestato: ché sarebbe già stato offensivo dire al presidente di leccare la parte gommata della scheda, chiuderla e metterla nell’urna; ma dirgli «ci sputi» era dimostrazione di assoluto disprezzo per il regime fascista. (Provenzano è morto una decina d’anni addietro. Era un uomo alto, asciutto, la faccia cotta dal sole. Vestiva sempre con giacca di velluto a coste, pantaloni da cavallante, gambali di cuoio. Viveva del reddito di una sua piccola campagna. Caduto il fascismo, non rivendicò mai il merito di essere stato antifascista).

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Il custode delle parole

Anche nell’Aspromonte c’è stato un tempo in cui, come nella Macondo di Gabriel Garcia Màrquez, “il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito”. Ogni cosa ebbe poi un nome, ma, più tardi, i nomi furono cancellati e con essi la civiltà che li aveva prodotti, esito funesto del processo di omologazione culturale denunciato da Pier Paolo Pasolini mezzo secolo fa, che spazzò via i dialetti e ridusse “tutta la lingua a lingua comunicativa, con un enorme impoverimento dell’espressività”.
Il nuovo romanzo di Gioacchino Criaco (Il custode delle parole, edito da Feltrinelli) è un libro dalle molteplici suggestioni. Riecheggia il monito di Corrado Alvaro sulla “civiltà che scompare” e sulla quale “non c’è da piangere, ma bisogna trarre, chi ci è nato, il maggior numero di memorie”. Criaco non piange, anzi indica la via di una possibile rinascita offrendo al lettore, alla maniera dell’ottico “mercante di luce” di Edgar Lee Masters e Fabrizio De Andrè, le lenti speciali per “rubare il sole” e consentire a chi avrà freddo di riscaldarsi: verbo che, non a caso, nel grecanico ha la stessa etimologia del termine “cuore”.
Il custode delle parole è un poema sull’Aspromonte tutt’altro che incline al compiacimento o al vittimismo. Ci è stato rubato tutto, perché noi per primi ci siamo svenduti e abbiamo rinunciato a tutto. Perché abbiamo fatto la fine degli indiani d’America, fregati “con un po’ di acqua di fuoco e un mucchio di perline colorate”: questa la sorte dei pastori africoti deportati sul mare dopo l’alluvione del 1951 e lì costretti a vivere, rinunciando alla propria identità montanara. Le responsabilità dello scippo vanno equamente divise tra noi e “loro”, i nemici della Calabria. Ci siamo fatti scippare le parole, ma “se a un popolo rubano le parole, quel popolo è morto. E la nostra gente non vive più già da qualche secolo: è morta e non lo sa”.
Passaggio obbligato del riscatto deve essere dunque la riappropriazione di un linguaggio e di una storia millenari, che nel romanzo hanno il volto di Andrìa Amèroto. Il vecchio pastore che sabota le dighe e sa cosa è giusto fare – anche se quel giusto è “troppo difficile da praticare”, perché “qui tutti siamo colpevoli per la legge, retti e loschi” – ha realizzato il suo sogno di libertà tra gli alberi dell’Aspromonte. Ascoltando anche i silenzi, in uno spazio dove nessuno può dirgli cosa deve fare, e vivendo pienamente la propria storia: quella di custode delle parole “per un popolo che le ha perse e vaga, negli anfratti delle nuvole”. Parole che “mette in un piatto e gli apre la pancia con il coltello”.
Cosa fare della propria vita, invece, non lo sa il nipote (Andrìa, come il nonno), lavoratore precario in un call center insieme alla battagliera fidanzata Caterina, nata in Francia da genitori emigrati e ritornata nella Locride. Fino a quando non salva il profugo libico Yidir, il quale diventa aiutante del nonno, che lo tiene clandestinamente con sé. La lenta presa di coscienza consentirà al giovane Andrìa di superare il lacerante conflitto interiore tra restare e partire, che in fondo sono due facce dello stesso coraggio.
Per costruire il futuro, è necessario recuperare il passato nella sua autenticità ed originalità. Si può così scoprire l’inganno non puramente semantico di una montagna lucente che altri hanno decisa aspra e ostile, distorcendone l’etimologia. O che la morte stessa può rappresentare un inizio, poiché i vocaboli morire e volare, nel greco aspromontano, sono quasi identici: “al posto di morire si può dire volare. E chi vola non muore mai”.

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Quando il custode non custodisce

Stamattina l’acqua che scendeva dal rubinetto aveva un poco rassicurante colore marrone. Ho pensato: «Chissà se qualcuno ha già chiamato per segnalare il problema». Che al comune sia arrivata o meno una telefonata, l’inconveniente è durato poco tempo.
Ci sono posti, nella nostra civilissima Italia, dove le cose non funzionano così. L’acqua sgorga costantemente mista a terra, ma farlo presente alle autorità competenti è fatica sprecata. È il caso della casa circondariale “Francesco Uccella” di Santa Maria Capua Vetere. Molti sono a conoscenza di questa vergogna e, qualche volta, la questione ha guadagnato spazio pure sui giornali. Senza tuttavia produrre alcuna iniziativa eclatante. Nell’indifferenza generale, i detenuti continuano a lavarsi con l’acqua sporca e a cucinare con l’acqua minerale. Da anni e chissà per quanti anni ancora.
Non è vero che il carcere non ci riguarda. Noi cittadini siamo lo Stato. E lo Stato ha il dovere di “custodire” chi finisce dietro le sbarre. Ciò comporta un alto grado di responsabilità, alla quale sfugge chi calpesta la dignità dei detenuti che gli vengono affidati, per un periodo più o meno lungo. Così come non lo adempie ogni volta che un detenuto si toglie la vita: 54 nel 2021, 61 nel 2020, 25 nei primi cinque mesi del 2022. Custodia, per definizione, è l’attività di sorvegliare, avere cura, assistere cose o persone.
Politici, avvocati e la cosiddetta “società civile” dovrebbero incatenarsi ai cancelli del carcere di Santa Maria Capua Vetere e urlare “da qua non ce ne andiamo fino a quando, là dentro, dai rubinetti non scenderà acqua potabile e trasparente”.
Senza girarci intorno: quella struttura andrebbe chiusa perché non rispetta la dignità umana. Ma è un abbaiare alla luna, se non si riesce a dare voce a chi non ha voce: «Quello che non si sa – scrisse Enzo Tortora (del quale oggi ricorre il trentaquattresimo anniversario della morte) in una delle sue Lettere dal carcere – è che una volta gettati in galera non si è più cittadini ma pietre, pietre senza suono, senza voce, che a poco a poco si ricoprono di muschio. Una coltre che ti copre con atroce indifferenza. E il mondo gira, indifferente a questa infamia».

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14 maggio 1976: il giorno in cui Sant’Eufemia uscì da un incubo

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Il 14 maggio 1976 segnò per Sant’Eufemia il risveglio da un incubo, condensato nelle lacrime di una donna inginocchiata in mezzo alla strada: «La Madonna ha fatto il miracolo. Il nostro medico è ritornato a casa sano e salvo». Dopo 77 giorni veniva restituito agli affetti familiari e alla comunità eufemiese il medico condotto Giuseppe Chirico (1915-1995), che all’alba era stato rilasciato dai sequestratori lungo la strada provinciale tra i Piani di Carmelia e l’abitato di Delianuova. Alle sette di mattina una folla immensa abbracciò “Don Pepè”, appena sceso dall’auto dei carabinieri che lo aveva riaccompagnato a casa.
Ho scritto di Giuseppe Chirico in diverse occasioni e mi onoro di avere curato il testo del documentario realizzato nel 2001 dalla Pro Loco eufemiese, per l’assegnazione “alla memoria” del Premio Solidarietà “Ginestra”. Don Pepè è tra le personalità più amate nella storia di Sant’Eufemia d’Aspromonte. Per l’umiltà, l’umanità e il senso del dovere: qualità proprie di chi fa della professione una missione al servizio della collettività.
È stato pertanto per me naturale riservare a Chirico un paragrafo del libro Sant’Eufemia d’Aspromonte nell’età contemporanea, integrando il materiale documentario già in mio possesso con i servizi giornalistici realizzati per la Gazzetta del Sud da Giuseppe Toscano e Luigi Malafarina (che lo intervistò “a caldo”, subito dopo il rilascio), ma soprattutto raccogliendo l’inedita testimonianza del figlio Gaetano sui tragici giorni del sequestro e sul rapporto d’amore del padre con i suoi concittadini: «Mi portava spesso da piccolo con sé alle visite a domicilio con la sua mitica Fiat 500 bianca. Lì mi accorgevo dell’affetto e del calore di cui veniva circondato dai suoi pazienti e dai familiari, affetto da lui ricambiato».
Proprio per questo, il rapimento provocò uno shock collettivo. Un tradimento, una intollerabile vigliaccata contro un uomo e un professionista esemplare che non conosceva orari di lavoro, “reperibile” giorno e notte, come ricorda il suo amico professore Giuseppe Calarco nel documentario: «Eravamo soliti fare la passeggiata serale. Ricordo che capitava che venisse chiamato per soccorrere qualcuno: senza scomporsi, salutava e col sorriso di sempre si allontanava per fare, come diceva lui, il suo dovere». E infatti, quando la banda dei sequestratori entrò in azione (intorno alle ore 21 del 27 febbraio), Don Pepè stava effettuando il consueto giro serale, con in tasca qualche caramella da offrire ai bambini da visitare a domicilio.
«Guardate come hanno ridotto il nostro medico», urlò un’altra donna vedendo Don Pepè con la barba lunga e incerto nei passi, a causa dei due mesi e mezzo trascorsi per lo più bendato e legato ad una catena. Un’immagine che ancora oggi commuove, al pari dell’intervento del professore Luigi Crea in occasione del conferimento al dottore Chirico del “Premio Sant’Ambrogio” (dicembre 1990): «Sono tanti quelli di cui Lei ha ascoltato il primo vagito e che adesso La ringraziano; sono tanti quelli a cui Lei ha donato la salute del corpo, contribuendo così anche a rendere l’animo più sereno e che adesso La ringraziano; sono tanti quelli che hanno aspettato con ansia il Suo arrivo nella loro casa, sentendosi confortati dalla Sua sola presenza, e che adesso La ringraziano; sono tanti quelli che, in momento di difficoltà materiale e spirituale, si sono rivolti a Lei sicuri di essere ascoltati e capiti e che adesso La ringraziano; sono stati tanti quelli che, prima di chiudere gli occhi alla vita terrena, L’hanno ringraziata, rasserenati dall’amorosa e quasi paterna Sua presenza al loro capezzale. Sembra quasi che anche le case, le strade, gli angoli dei rioni, abituati da sempre a vedere la Sua figura girare instancabilmente in ogni momento del giorno e della notte, vogliano unirsi a noi in questo momento per esprimere il loro grazie. […] Non possiamo però prima non chiederle scusa se in questi cinquant’anni, a volte, non Le abbiamo usato il rispetto che Lei meritava. Soprattutto vogliamo chiederLe scusa per quei vergognosi settantasette giorni che tutti noi cittadini non abbiamo saputo evitarLe. Nei momenti di riflessione e di ricordi, quando persone, avvenimenti Le scorreranno davanti agli occhi, facendoLe rivivere la Sua vita passata, non si fermi, Dottore, su quei tristi giorni, quanto piuttosto sulla gioia che invase tutto il paese per il suo ritorno a casa».

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Carmela e Nino, testimoni di un secolo

Un paragrafo di “Sant’Eufemia d’Aspromonte nell’età contemporanea” raccoglie la doppia intervista ai due centenari Carmela Cutrì e Nino Condina, che purtroppo non hanno fatto in tempo a vedere il volume. Sin dall’inizio della ricerca mi ero prefissato di scrivere un libro che a livello metodologico facesse interagire le fonti scritte (documenti d’archivio e biobibliografici) con quelle orali, con la viva voce di chi aveva vissuto in prima persona alcuni degli avvenimenti narrati. Anche altri paragrafi seguono questo doppio binario, ma la testimonianza di Carmela e di Nino è unica, poiché le loro vite incarnano il paradigma del passaggio di un’epoca, iniziata in case illuminate dalla fiammella della “lumera”: stoppino, mezza patata e olio in un recipiente. Abitazioni nelle quali mancava l’acqua e che erano prive dei servizi igienici. Per i bisogni si andava fuori e ci si lavava con l’acqua della fonte dentro un catino, in estate anche all’aria aperta.
Secondo l’efficace immagine di Carmela, il contadino “u viddicu su dirgiva” con le patate, che non mancavano mai. Solo in particolari ricorrenze (Carnevale, Natale, matrimoni) sulla tavola arrivavano la carne, il pesce stocco e il baccalà. Il pane, che si faceva in casa o nei forni, veniva conservato anche per un mese. A volte era così “lligamatu” che lo sforzo per masticarlo – ricorda Nino – provocava dolore alle meningi.
Molti però non avevano la possibilità di produrre o di acquistare il grano, cosicché si arrangiavano raccogliendo nei campi altrui i rimasugli della trebbiatura (“spicareddi”).
Nelle terre si zappava dal canto del gallo fino a sera. A volte anche di notte, con il chiarore della luna. Una fatica che non possiamo immaginare, ma che non impediva la cosiddetta “vesperata” a fine giornata: si accendeva un fuoco, si cucinavano le uova, poi si cantava e si ballava. Come nei matrimoni, tra i tavoli collocati sotto la pergola e nello spazio dell’aia destinato alla trebbiatura del grano, dove trovavano sistemazione i lunghi cortei che accompagnavano gli sposi all’uscita dalla chiesa. Con le immancabili “maniche di giacca” cucinate e servite con l’ausilio di stoviglie, posate e piatti presi in prestito da parenti e amici. Matrimoni e feste erano le ricorrenze nelle quali anche i più piccoli si “mutavano” e indossavano l’abito buono, più nuovo rispetto a quello liso di tutti i giorni: vestine per le bambine; per i maschietti, pantaloni con lo spacco che, aprendosi quando si acquattavano, consentiva loro di fare i bisogni. Le mutande erano indumenti per adulti e il bucato, chi viveva lontano dai lavatoi pubblici, lo faceva nel fiume o nelle “gebbie”.
E ancora, la guerra. Nino che si salva per miracolo nell’affondamento dell’incrociatore “Gorizia”; le famiglie, in paese, che sfuggono ai bombardamenti degli Alleati trovando riparo in rifugi ricavati nei costoni della montagna o all’interno della galleria ferroviaria infestata dalle pulci.
Racconti incredibili sui quali si è abbattuto il cloroformio del benessere, che però sono accaduti soltanto ieri, a pensarci bene. Se la speranza è di non dovere mai più rivivere quella miseria, ricordare da dove veniamo deve darci la consapevolezza che da allora tanta strada è stata percorsa. E che non possiamo dire “si stava meglio quando si stava peggio”, se quando si stava meglio non c’era famiglia che non avesse pianto un parente perito nel terremoto del 1908 o caduto in una delle due guerre, bimbi morti in tenera età per un “dolorino di pancia”, donne non sopravvissute al parto, famiglie che si nutrivano di “cosch’i vecchia”, “paparini” e cardi.
Se quando si stava “meglio” – per fortuna – noi non c’eravamo.

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Palamara, atto secondo

Un anno dopo l’uscita del libro-intervista Il sistema. Potere, politica, affari: storia segreta della magistratura italiana, Alessandro Sallusti e Luca Palamara sono tornati in libreria Lobby & Logge. Le cupole occulte che controllano «il Sistema» e divorano l’Italia, che completa il quadro sconcertante dello stato della giustizia in Italia. Il secondo atto è un viaggio in quello che Palamara definisce il “dark-web” del sistema giudiziario, l’ombra nella quale si muovono «faccendieri, servizi segreti più o meno deviati, logge all’incirca massoniche o più semplicemente lobby che usano la magistratura, a sua volta lobby potente, e l’informazione, per regolare conti, consumare vendette, puntare su obiettivi altrimenti irraggiungibili, fare affari e stabilire nomine propedeutiche ad altre, e ancora maggiori utilità, Cambiare, di fatto, il corso naturale e democratico delle cose».
La mia impressione è che questo secondo volume stia avendo un risalto mediatico inferiore rispetto al primo, nonostante la realtà descritta offra molteplici spunti di riflessione. Dalla presunta loggia Ungheria alle faide correntizie, alle dinamiche “politiche” che determinano la gestione di inchieste e pentiti, alla deriva giustizialista iniziata con Tangentopoli, all’opacità di certa antimafia, per finire all’implosione di un sistema che ha portato a compimento la profezia di Francesco Cossiga: «Finiranno ad arrestarsi tra di loro». Dalla giustizia ad orologeria all’intreccio perverso tra procure e informazione, che fa dire a Palamara che un gruppo composto da un procuratore della Repubblica con i suoi aggiunti e sostituti, un ufficiale della polizia giudiziaria “ammanicato” con i servizi e un paio di giornalisti delle testate più importanti ha un potere superiore a quello del Parlamento, del premier e dell’intero governo.
Lo spaccato inquietante conferma quanto sia indispensabile mobilitarsi a sostegno dei referendum che si terranno il 12 giugno. Tranne qualche rara eccezione, da questa classe politica non c’è da attendersi nessun sussulto di dignità sul tema della giustizia. Solo ipocrisia, come quella di chi sostiene che le riforme vanno fatte in Parlamento: campa cavallo. Tanto che fa venire i brividi alla schiena la reazione scomposta dell’Associazione nazionale magistrati contro la mini-riforma Cartabia: un attacco sostanziale al principio cardine della separazione dei poteri, secondo il quale compito dei giudici è applicare le leggi, non produrle.
Sono emblematici il mutismo del servizio pubblico e l’indifferenza generale nei confronti della mortificazione del fondamentale diritto dei cittadini ad essere informati sui referendum. Così come il silenzio assordante sulle vicende raccontate da Palamara, che coinvolgono toghe stellate e i vertici istituzionali della magistratura e della politica italiana negli ultimi vent’anni.
Tutto questo conferma la sensazione di avere di fronte una casta dalla doppia morale. Sull’esistenza di due giustizie, con un metro di giudizio valido per tutti tranne che per i magistrati e uno esclusivo dei giudici, profetiche appaiono le parole di Giulio Andreotti, opportunamente rievocate da Sallusti: «Quando ho dovuto affrontare il mio processo ho capito perché la stupenda scritta “La legge è uguale per tutti” è alle spalle e non davanti agli occhi del giudice».

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La palma va a nord

Inseguivo questo libro da diversi anni, sperando in un colpo di fortuna che mi consentisse di acquistarlo ad un prezzo non troppo oneroso. Tutto sommato, ritengo che mi sia andata bene. La palma va a nord, unico libro di Leonardo Sciascia mai ristampato dopo il 1981 (Edizioni Quaderni Radicali) e il 1982 (Gammalibri) è un’antologia curata da Valter Vecellio che comprende “26 articoli, 23 interviste, 7 lunghe dichiarazioni, due comunicazioni e convegni, i testi di tre interventi parlamentari”, pubblicati tra il 1977 e il 1980.
Un libro corrosivo, potente, per certi versi scandaloso. Con La Sicilia come metafora rappresenta il punto più alto della produzione non narrativa del “maestro di Racalmuto”, dello Sciascia intellettuale, polemista, illuminista.
Il titolo riprende l’immagine di una celebre pagina del romanzo Il giorno della civetta: «Forse tutta l’Italia va diventando Sicilia… Gli scienziati dicono che la linea della palma, cioè il clima che è propizio alla vegetazione della palma, viene su, verso nord, di cinquecento metri, mi pare, ogni anno. La linea della palma… Io invece dico: la linea del caffè ristretto, del caffè concentrato… E sale come l’ago di mercurio di un termometro, questa linea della palma, del caffè forte, degli scandali: su su per l’Italia, ed è già oltre Roma». La linea degli scandali, del malaffare, della corruzione, della partitocrazia parassitaria, del degrado morale delle istituzioni, temi scandagliati da Sciascia nei suoi romanzi. Oggetto de La palma va a nord sono i temi caldi degli anni a cavallo dell’assassinio di Aldo Moro. L’affaire Moro è d’altronde del 1978: molti articoli e interventi di Sciascia sono dedicati proprio alla difesa del libro attaccato dal fronte della fermezza, contrario alla trattativa con i brigatisti, che poteva contare sull’influenza dei giornali e degli intellettuali di riferimento della democrazia cristiana e del partito comunista. Altrettanti alla polemica sulla sua candidatura con il partito radicale e l’abbandono del partito comunista che, tra l’altro, provocò la rottura dell’amicizia con il pittore Renato Guttuso.
Ho annotato alcune riflessioni di Sciascia che mi hanno particolarmente colpito per la loro attualità a quarant’anni di distanza, constatazione che a miei occhi rende inspiegabile la mancata ristampa di un libro che parla anche al nostro presente.
Sulla questione meridionale, oggetto delle attenzioni teoriche di tutti i governi succedutisi dall’Unità d’Italia in poi, Sciascia scriveva: «Del Sud ormai si parla soltanto nelle crisi di governo, come di un punto programmatico. Da lasciare, si capisce, sulla carta».
A proposito di scuola e meritocrazia: «La scuola di massa, secondo me, dovrebbe dare a tutti in partenza le stesse condizioni favorevoli, e poi vadano avanti coloro che possono andare avanti… Io sono ancora di quelli che credono nella meritocrazia. Non sono un reazionario, ma credo che non si possa accedere alle professioni senza conoscenza».
Sulla lotta alla mafia, che in nome dello Stato di diritto andrebbe condotta senza il ricorso ad una legislazione emergenziale che contrae fino ad annullare gli stessi principi costituzionali: «Lo scrissi nel 1960 nel Giorno della civetta. Continuo a pensare che il modo migliore per combattere la mafia è quello di mettere le mani sui conti bancari. Non capisco come fra l’incostituzionalità del confino e l’incostituzionalità del controllo dei conti bancari i governi abbiano scelto sempre la prima. Anzi, lo capisco benissimo: perché al confino si mandano sempre i soliti stracci, mentre per i conti bancari si sarebbe costretti ad andare più in alto».
Al quesito “Cos’è la libertà per lei?”, ribadiva: «A questo punto, una regola di buona educazione. Tutto sommato significa questo: non esiste più. Ormai abbiamo delle libertà corporative. Ognuno si prende la libertà senza badare a quella degli altri, mentre la libertà è il badare alla libertà degli altri».
Di straordinaria attualità la risposta alla domanda “Questa sembra essere l’età del malessere. Siamo sempre più infelici, viviamo sempre peggio. Perché?”: «Perché abbiamo finito col votarci a un edonismo senza gioia. Si “deve” essere felici, tristemente felici, a tutti i costi, nel modo più disperato. E crediamo di poterlo essere tutti con la stessa formula, secondo moduli di felicità da riempire proprio come i moduli a stampa. La felicità, invece, va inventata giorno per giorno, ora per ora. Ma ho l’impressione che sia perduta perfino la nozione della felicità: forse perché, avendo perduto la nozione della morte, il pensiero della morte, si è perduto insieme il senso della vita».
Così, infine, controbatteva all’osservazione di essere diventato, da sconosciuto insegnante siciliano, “il più grande scrittore del dopoguerra”: «Io ho sempre voluto essere “qualcuno”. Il posto dove vivo meglio è il mio paese nativo, dove infatti sono “qualcuno”, dove sono come sarei stato anche se non avessi mai scritto i miei libri».

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