Le ragioni di un’astensione

Non sono affatto pentito di avere disertato le urne, né mi sento toccato dalla contestazione che, così facendo, ho permesso ad altri di decidere per me. Lo accetto con serenità. Né mi indigna l’esito delle elezioni, poiché non credo che nessuno abbia l’autorità morale per stabilire quando un risultato è eticamente accettabile e quando no. Chi vince è stato più bravo e sarà giudicato per quello che riuscirà a fare o a non fare.
Sono un elettore di centro-sinistra, ma non ho la vocazione al suicidio e nemmeno paraocchi che mi impediscano di vedere il caos (apparentemente) calmo calabrese.
Avrei avuto a disposizione tre scelte, una più scalcinata dell’altra. A partire dalla coalizione guidata da Amalia Bruni, candidata dell’ultima ora di PD, Cinque Stelle e un paio di liste allestite per fare gonfiare il petto in conferenza stampa: «Ci sostengono sei liste». Ma quando mai. Le ultime tre, insieme, non hanno raggiunto il 2%.
Anche la seconda alternativa (De Magistris) contemplava la presenza di diverse liste in funzione puramente decorativa. Opzione personalistica molto pompata a livello mediatico, con il velleitario lancio di una “rivoluzione gentile” in salsa populista. Proprio ora che il populismo mostra la corda: vedi a livello nazionale il mesto e inarrestabile declino dei Cinque Stelle. Basta bandane, basta toni ultimativi da salvatori della patria, basta l’arroganza di chi si ritiene il più puro tra i puri. Non guasterebbe un bagno d’umiltà. Che, per la verità, è mancata anche a Carlo Tanzi, autore ad urne aperte della dichiarazione più atroce: «A me interessa solo che la mia lista raggiunga il 4%». Sì, ciao.
La terza possibilità (Oliverio) più che una proposta politica, era il gesto estremo del marito che si taglia gli attributi per fare un dispetto alla moglie. La quale guadagna l’uscio con una ragione in più.
La vittoria di Occhiuto restituisce (ci si augura) la politica ai politici. D’altronde, puoi essere bravo e rispettabile quanto vuoi, ma alla fine contano i numeri. E i numeri, a livello locale, fortunatamente ancora li possiede chi sta sul campo 365 giorni su 365, chi ha rapporti con le comunità e con i territori, chi si confronta con le persone in carne e ossa, non con gli algoritmi. Se lo comprendessero anche a sinistra, finirebbe la stagione delle imposizioni romane, fatte digerire con il baratto della garanzia di qualche strapuntino personale. Impareranno la lezione? Qualche dubbio permane.
Non è serio scaricare responsabilità proprie su un elettorato comprensibilmente disorientato. Forse si è davvero toccato il fondo, dal quale non si può che risalire. E questa potrebbe davvero essere l’unica nota positiva di un disastro annunciato.

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