Sospesi

Nella celebre battuta di un suo spettacolo teatrale, il cabarettista tedesco Karl Valentin – che raggiunse l’apice del successo negli anni Venti del secolo scorso – osservava che “una volta il futuro era migliore”. Concetto ribadito da un aforisma di successo attribuito, tra gli altri, anche al coevo poeta e scrittore francese Paul Valéry: «Il guaio del nostro tempo è che il futuro non è più quello di una volta».
Parlare di futuro implica necessariamente esprimere delle considerazioni sul presente. Nel periodo storico a cavallo tra le due guerre mondiali, evidentemente, il domani non ispirava eccessiva fiducia. La società faceva i conti con le conseguenze devastanti del primo conflitto mondiale, mentre all’orizzonte i totalitarismi protagonisti del Novecento non lasciavano presagire niente di buono.
Nel secondo dopoguerra il futuro è stato invece migliore. I nostri genitori e i nostri nonni, che avevano raschiato il fondo della povertà negli anni Quaranta e Cinquanta, hanno dato corpo, anima e passione al sogno di una società migliore, con più opportunità e più diritti per tutti. Hanno incarnato l’idea di un cammino inarrestabile, costato fatica e sudore, certo, ma che dava loro la certezza di lasciare il mondo un po’ migliore di come lo avevano trovato. Meno sofferenze e privazioni, casa di proprietà, una discreta stabilità economica, diritti più estesi. La lotta politica e sociale mirava a liberare il mondo da tirannidi, miseria, sfruttamento, disuguaglianze, ingiustizie. Chi ha vissuto quegli anni aveva fede nel futuro. Oggi in cosa si ha fede? Oggi cos’è il futuro?
Non è semplice azzardare una risposta adeguata, convincente, rassicurante. L’idea stessa del tempo risulta stravolta nell’epoca del qui e ora. Non sappiamo più aspettare, non vogliamo aspettare. Viviamo di fretta, schizzando di qua e di là come il mercurio impazzito di un termometro rotto. E anche se abbiamo l’affanno, non ci fermiamo nemmeno per un attimo: per prendere fiato, per goderci il paesaggio mentre lo attraversiamo e la vita mentre la viviamo. «Si vive – ha scritto Claudio Magris – non per vivere, ma per aver già vissuto». Con l’ansia malata che arrivi domani o il mese prossimo, in modo da sapere come andrà a finire ciò che maggiormente ci interessa.
Insieme al futuro della vita quotidiana è scomparso anche il futuro dei grandi ideali. La tensione verso l’alto sopravvive, ammaccata, in pochi sognatori. La velocità ha ingoiato il futuro, lasciandoci inermi tra le macerie del presente: emergenza educativa, analfabetismo funzionale, impoverimento culturale, violenza verbale, il gigantesco punto interrogativo su dove ci porterà lo sviluppo e l’utilizzo dell’intelligenza artificiale. Sullo sfondo, il contesto preoccupante di guerre, crisi energetica, cambiamento climatico, qua inverno demografico e là esplosione demografica.
Una volta il futuro era migliore perché suo carburante era la speranza. Il dominio della religione dell’oggi non concede spazio al futuro, né alla speranza. A volte ci sentiamo un po’ come il Principe di Salina: «Siamo vecchi, Chevalley. Molto vecchi». O forse è soltanto smarrimento perché non riusciamo a comprendere il nuovo, legati come siamo al vecchio. Sospesi tra due mondi e tra due ere, come nella Bisanzio di Francesco Guccini.

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