
Che ne potevo sapere di cosa significasse affrontare un viaggio di 2.000 chilometri, risalire la penisola e oltrepassare le Alpi? Sopra un’automobile non ci ero nemmeno salita, prima. Anche se in paese qualche macchina in più cominciava a vedersi già da un po’ di tempo. Non era più come nei miei primi anni di infanzia, quando solo gli ’gnuri ce l’avevano. Ora era diverso. Anche con i televisori è stato così e sempre di meno ci si raduna nei cortili. Ripenso con nostalgia all’atmosfera magica che si respirava con gli altri bambini e con gli adulti della rruga quando guardavamo “Il musichiere”, gli sceneggiati e “Carosello”.
La Peugeot 403 blu di mio zio sembrava un carro, eppure era troppo stretta per otto passeggeri, le valigie, i cartoni legati con lo spago e due materassi. Zia Mica è fatta così. Pensa che in Francia molte cose non si trovano, o comunque non hanno la qualità dei prodotti del paese. Quindi carica nel cofano e sul portabagagli di tutto, persino il sapone fatto in casa e le essenze per preparare i liquori. Il suo cordiale è buonissimo, zio Diego dopo il pranzo lo sorseggia con gusto, soddisfatto.
Portavo in Francia i miei quattordici anni incorniciati da lunghi capelli neri, con la frangetta che mio padre non ha mai tollerato: «La fronte deve rimanere scoperta», ripete sempre. A un certo punto non sono stata più la bambina che gli cantava “O sarracino”, anche se mia mamma continuava a portarmi il latte caldo e le fette di pane a letto per la colazione. Lei è sempre stata premurosa, nelle fredde notti d’inverno metteva sotto le mie coperte un mattone riscaldato nel braciere e se avevo mal di gola arrotolava un calzino riempito di cenere calda attorno al mio collo, come una sciarpa.
Lasciavo a casa le attenzioni alla piccola della famiglia per soddisfare il desiderio di stare con mio fratello Carmelo, che si era trasferito in Francia l’anno precedente. E poi in paese non avevo niente da fare, da quando avevo smesso di andare a scuola. Zio Diego già garantiva per mio fratello, avrebbe garantito anche per me. Per lui non era un problema avere sei figli invece di quattro.
L’afa era insopportabile, il mio stomaco sottosopra. Sfidavamo la legge fisica sull’impenetrabilità dei corpi e Gaetano era costretto a fermarsi in continuazione perché avevo bisogno di scendere e vomitare, sotto il sole rovente. Loro erano abituati, i miei zii hanno una tempra inossidabile. In Aspromonte erano entrambi carbonai, come mio padre del resto: le loro mani sono di ferro, la loro schiena fortissima. Non si lamentano mai. In Francia hanno iniziato a faticare nei campi di barbabietola a nord di Parigi. Anche Gaetano che aveva meno di diciott’anni zappava, seminava e si occupava del raccolto fino a quando non ha trovato lavoro in una fabbrica che produce compensato. La caldaia deve essere alimentata sempre, per questo ha avuto diritto ad un alloggio accanto. Ci ha portato i genitori e le tre sorelle e tutti badano di tenere accesa la caldaia giorno e notte, stando attenti a che non si spenga. Da sorveglianti di una carbonaia in Aspromonte a sorveglianti di una caldaia in Francia, ma tant’è. Non sarà per sempre, qua i figli potranno costruirsi un futuro.
Con Mimma, Francesca ed Eufemia trapiantavamo gerani in una serra. Mi piaceva, ma purtroppo dopo un anno sono dovuta rientrare in paese. Mi è dispiaciuto separarmi da Carmelo e da Gismonde, la ragazza dai riccioli d’oro che ha conosciuto in fabbrica e che sposerà.
Eppure niente succede per caso. A casa ho trovato l’amore, forse Dio ha voluto ricompensare l’allontanamento da mio fratello mettendomi al fianco l’uomo della vita, che proprio allora aveva concluso il servizio militare. In partenza anche lui, però, verso una destinazione ancora più lontana. Però mi ha raccomandato di aspettarlo, perché ritornerà non appena rulli e pennelli gli consentiranno di raccogliere qualche soldino. Ed io gli credo.
Gli credo mentre torno per la seconda volta in Francia, accompagnata da qualche fotografia e dalle lettere che ricevo dall’altra parte del mondo. Ho stampato sul cuore un giuramento che quindicimila chilometri di distanza non scalfiranno: la promessa che metteremo su famiglia. Me l’ha giurato aspirando l’ultima boccata prima di spegnere la cicca che conservo dentro una bustina di plastica trasparente, insieme alla rosa essiccata e ricevuta come pegno d’amore il giorno della sua partenza. Gli credo. Andrà così.
Ora vivo di nuovo con la mia famiglia francese. Faccio la “macchinista” in una fabbrichetta che confeziona vestiario per donne incinte. Faccio andare veloce la macchina da cucire e assemblo i vestiti insieme a Mimma e a due operaie portoghesi, Dolores e Teresa, che mi vogliono un bene dell’anima. Ogni mattina nel prato attorno trovo un quadrifoglio, lo considero di buon auspicio per gli anni a venire. Una sorta di garanzia.
Non mi sono scoraggiata neanche quando la Marna esondò e allagò la cantina dell’abitazione di zio Diego, che nel tempo aveva ampliata costruendo altre due stanze. Con lui mi sento sempre al sicuro, anche quella volta non ebbi paura. In quattro e quattr’otto realizzò due ponti in legno: uno per arrivare al bagno, che si trovava all’esterno della casa, l’altro per permetterci di raggiungere la strada. Zio Diego è in grado di risolvere qualsiasi problema.
La domenica ci svaghiamo recandoci nelle giostre che passano di paese in paese. Mi piace l’autoscontro perché c’è la possibilità di ottenere un gettone gratis gridando più forte il nome di Hallyday, l’idolo rock dei ragazzi francesi: “Johnny”, urlo con tutto il fiato che ho in corpo. Io e Carmelo abbiamo tutti i suoi dischi, lo adoriamo e abbiamo pure visto due suoi concerti. Quando canta “Que je t’aime” la mia mente plana lontano, sorvola gli oceani e i continenti e atterra in Australia. Va a fare visita a una promessa da mantenere. Che sarà mantenuta.