Con Nessuno tocchi Caino nel carcere di Arghillà

Sono iscritto a Nessuno tocchi Caino dal 2020, da quando ebbi modo di verificare personalmente quanto corrispondesse al vero l’affermazione di Piero Calamandrei in riferimento alla condizione delle galere italiane: «Bisogna vederle, bisogna esserci stati, per rendersene conto».
Sono grato a Rita, Sergio ed Elisabetta perché, quando la loro incessante tournée tocca la Calabria, mi chiedono se voglio fare parte della delegazione che entra nelle carceri. Lunedì sono così “tornato” in un istituto penitenziario, quello di Arghillà. Un regalo ulteriore è stato poterlo fare insieme al caro Andrea, con il quale nel carcere di Palmi acquistavamo a turno il “Corriere della Sera”, per risparmiare sulla spesa. Il carcere è condivisione e sostegno, quando si ha la fortuna di incontrare anime belle. Se ne possono trovare, stipate nelle celle con la rete a maglia stretta dietro le sbarre delle finestre, nel silenzio rotto dagli scatti della serratura che accompagnano il tonfo del blindo alle 21, quando la cella diventa una bara.
L’estate è la stagione più drammatica per i detenuti, fondamentalmente perché tutte le attività vengono sospese. Anche per questo nei mesi estivi i suicidi e gli episodi di violenza aumentano. Di recente pure ad Arghillà si sono verificate aggressioni e la tensione, in alcuni momenti della nostra permanenza, era palpabile. Per alcuni reclusi le visite di questo genere non sono altro che passerelle politiche, tanta è la loro sfiducia nei confronti del mondo esterno. Nonostante l’onestà di Sergio, che non promette niente e, con la credibilità e la forza della sua storia personale, non smette mai di ammonire su come la violenza non possa mai essere la soluzione.
Arghillà non fa eccezione rispetto alla gran parte del resto d’Italia. Le criticità sono uguali: sovraffollamento, insufficienza del personale della polizia penitenziaria e di quello sanitario, condizioni generali contrarie “al senso di umanità” statuito dalla costituzione italiana.
In estate bisogna poi fare i conti con il caldo. Non tutti i reclusi possono permettersi l’acquisto di un ventilatore, mentre l’acqua viene erogata a fasce orarie. Nelle celle non ci sono frigoriferi: ci si arrangia con quelli termici da spiaggia, ma si può giusto conservare qualche alimento che altrimenti andrebbe a male. Di certo non c’è spazio per le bottiglie dell’acqua, che si beve alla rovente temperatura ambiente di Reggio Calabria.
Ascoltando il grido esasperato di alcuni detenuti che non riescono a telefonare a casa, per via di annosi problemi a carico della linea telefonica, penso infine a quanto sia ampio lo scarto tra le parole e le azioni, tra la propaganda di una riforma che doveva potenziare i contatti dei detenuti con i familiari e la realtà riscontrata. Ho pensato, ancora una volta, che sì: «Bisogna vederle, bisogna esserci stati, per rendersene conto».
Per questo è necessario sensibilizzare sulla barbarie di una giustizia che non può essere vendetta e afflizione, a sostegno della battaglia di civiltà per l’affermazione del diritto e per il rispetto – sempre e ovunque – della dignità umana.

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