
15 dicembre 2001, Motor Show di Bologna. Sono trascorsi tre mesi esatti dal terribile incidente che procura al pilota Alex Zanardi l’amputazione di entrambe le gambe. Tre mesi, sette infarti e sedici interventi chirurgici dopo. Sul palco, tra gli altri, un emozionato Michael Schumacher, che gli consegnerà il premio al termine di una standing ovation infinita. Quando Zanardi fa il suo ingresso sulla sedia a rotelle il pubblico scatta dalle poltroncine rosse della sala, applaude e piange, piange e applaude. Per Zanardi è la prima uscita pubblica: ha già le protesi, ma ancora non ha imparato a farle camminare. Viene aiutato ad alzarsi e, una volta avuto in mano il microfono, ringrazia tutti e conclude: «Sono talmente emozionato che mi tremano le gambe». L’autoironia è stata probabilmente il superpotere di Zanardi, che considerava un vantaggio della doppia amputazione il fatto di non correre il rischio di beccarsi un raffreddore andando in giro scalzo.
La sua vicenda è nota. Pilota di Formula 1 e di Formula Cart, il 15 settembre 2001 perde entrambe le gambe dopo un incidente in gara. In coma per quattro giorni e con poco meno di due litri di sangue in corpo, lotta tra la vita e la morte. Vince. Deciso a guardare “la metà che era rimasta, non la metà che era andata persa”, si ripete che è inutile piangersi addosso. Inutile pensare a ciò che non si può fare per colpa di ciò che non si ha: meglio pensare a ciò che si può fare grazie a ciò che si ha. È il suo mantra.
Torna alle gare su vetture modificate apposta per lui e chiude i conti anche con la pista dell’incidente, nella quale due anni dopo “percorre” i giri restanti il giorno della disgrazia.
Infine lascia l’automobilismo e passa allo sport paralimpico. Con l’handbike conquista tutto quello che c’è da vincere, tra cui quattro ori olimpici e otto mondiali: «L’incidente – dirà – mi ha dato modo di fare cose che forse in un’altra vita non avrei mai avuto l’occasione di provare».
Zanardi diventa simbolo di tenacia, grinta, forza di volontà, passione. Molti ragazzi con disabilità, grazie al suo esempio, si avvicinano allo sport. Le ricerche scientifiche su protesi e attrezzature subiscono un forte sviluppo. Un mito vivente che trascina letteralmente il movimento, organizzando eventi su eventi. Il suo sorriso è disarmante, i suoi occhi brillano di vita. Ai giovani che incontra per raccontarsi ripete di essere una persona molto felice e che considera l’incidente la cosa più bella che gli poteva capitare.
Il destino però non era ancora sazio e riappare tragicamente il 19 giugno 2020, quando la sua handbike si scontra frontalmente con un camion su una strada provinciale della Toscana. Zanardi affronta un secondo calvario di interventi e un anno di degenza in ospedale. Quindi torna a casa, protetto dal riserbo della moglie Daniela e del figlio Niccolò. Nessuna notizia filtrerà più all’esterno, fino al tragico epilogo nello stesso giorno della morte di Ayrton Senna.
Tra le prime dichiarazioni dopo la diffusione della notizia del suo decesso, quella della campionessa paralimpica Bebe Vio riassume ciò che Zanardi ha rappresentato, un messaggero di speranza: «Mi hai dato la forza per ripartire, convincendomi che con o senza gambe avrei potuto fare tutto».
Fedele alla regola dei cinque secondi («Quando in una gara ti accorgi di avere dato tutto, ma proprio tutto, tieni duro ancora cinque secondi, perché è lì che gli altri non ce la fanno più») Alex Zanardi ha insegnato che gli imprevisti della vita, anche i più dolorosi, possono diventare un’opportunità. Che non bisogna mai mollare. Che a volte, mentre si cerca per terra ciò che si è perso, può capitare di trovare qualcosa che vale la pena raccogliere. E che, come canta Vecchioni nel brano che gli ha dedicato, “se non potrai correre/ e nemmeno camminare/ ti insegnerò a volare”. Vola ancora, Alex.