
«Che si fa a Sant’Eufemia?». Le conversazioni telefoniche con il maestro Domenico Antonio Tripodi iniziavano sempre con la domanda su ciò che accadeva in paese. Era il suo modo per continuare ad essere presente nella sua terra d’origine, che ha sempre portato nel cuore e in giro per il mondo con le mostre dei sui quadri a New York, Tokio, Istanbul, Parigi, Londra, Stoccolma, Mosca. Un eufemiese viscerale fino alla fine della sua lunga vita (il 9 giugno avrebbe compiuto 96 anni), che ogni estate amava fare ritorno nella casa dove era nato e che nel corso dell’anno non smetteva mai di tenere i contatti con gli amici di più o meno lunga data. Percorreva a piedi le vie del paese in compagnia della moglie Eufemia (“Fena”) con il passo lento e l’occhio attento di chi conosceva la storia di Sant’Eufemia e si soffermava per trovare conferme e registrare mutamenti, per incontrare gente, scambiare un saluto e intrecciare i ricordi. Dotato di una solida base culturale, amava la discussione alta e quella bassa, che affrontava con proverbiale pacatezza.
Ho avuto la fortuna di essergli amico e di godere della serenità che trasmetteva il suo eloquio. “L’Aspromontano” (come veniva soprannominato) ne aveva fatta di strada, partendo dalla bottega di pittura e di scultura che era stata anche lo studio fotografico del padre, Carmelo, nel piano rialzato dell’abitazione di via Nucarabella. Ancora bambino, con un pezzo di carbone del braciere disegnava sul pavimento in tavola e, quando la “tela” non bastava, per completare l’opera utilizzava anche i gradini della scala che portavano al piano terra.
Ci incontravamo e ci sentivamo con regolarità, anche se alla mia ultima telefonata non ha avuto la forza di rispondere. Ho potuto così salutarlo tramite la moglie, con la triste consapevolezza che anche una parentesi importante della mia vita si stava per chiudere.
Periodicamente, da Roma arrivava il pacco di Tripodi contenente monografie, ritagli di giornale, copie di lettere ricevute dai più grandi critici d’arte e riproduzioni delle sue opere. Fonti utilizzate per la stesura di Sant’Eufemia d’Aspromonte nell’età̀ contemporanea. Storia, società̀, biografie, che hanno anche consentito di sottrarre all’oblio l’opera del padre (premiato a Palermo e a Parigi all’inizio del Novecento e testimone della tragedia del terremoto del 1908, che fissò per sempre su fotografie preziosissime) e quella del fratello Graziadei, il “restauratore di Dio” (tra le opere restaurate, la Cappella degli Scrovegni a Padova). Legatissimo alla famiglia, ci teneva tantissimo a fare conoscere non solo le sue opere, ma anche quelle della “dinastia dei Tripodi”. Per questo non si fermava mai. Ha continuato a lavorare fino alla fine per donare bellezza e cultura, diventando un punto di riferimento per un’intera comunità, che ne seguiva con orgoglio i successi.
Il liceo scientifico di Sant’Eufemia gli aveva regalato l’ultimo tributo in occasione del “Dantedì” 2026, quando gli studenti avevano dato voce e vita ai versi della Divina Commedia attraverso le circa 150 opere (tra disegni e pitture) dedicate da Tripodi ai versi del Sommo Poeta. Un’opera monumentale, frutto di circa trent’anni di ricerche, studi e sperimentazioni, della quale andava fiero.
«Lo zio Antonio – mi ha scritto la nipote Carmelita – è andato a vedere se il Cielo che Lui ha dipinto in maniera mirabile sia così bello». Con la morte di Tripodi, la comunità eufemiese perde uno dei suoi figli migliori e alla sua grandezza, riverente, si inchina.
Grazie Domenico per averci fatto conoscere un grande uomo di cultura celebre nel mondo ma poco noto in paese.