La pacchia

Gli immigrati sono i nuovi ebrei, la feccia del mondo sulla quale scaricare l’istinto animale di una società in sofferenza. Nei momenti più bui della storia dell’umanità, per giustificare odio e violenza si è sempre cercato un capro espiatorio. Oggi il capro espiatorio è il colore della pelle di chi non ha niente, se non la forza delle proprie braccia pagata a 2-3 euro l’ora. Quelli che “rubano il lavoro agli italiani”.
Della vicenda di Sacko Soumalia so quello che ho letto sui giornali o facendo un giro nella rete. Forse stava rubando vecchie lamiere da una fabbrica in disuso per potere sistemare alla meglio il suo fatiscente alloggio del ghetto di San Ferdinando, una struttura che grida vendetta al cospetto di Dio. O forse era un sindacalista che lottava per migliorare le condizioni lavorative e di vita dei propri compagni sfruttati nella piana di Gioia Tauro.
Dal mio punto di vista è irrilevante. Quel che conta è che è stato ucciso un ragazzo di 29 anni con un colpo di fucile sparato da 60 metri; ed io penso che in una società appena appena “umana” non dovrebbero esistere cecchini che sparano per uccidere altri uomini. Penso anche che a Gioia Tauro un cecchino non avrebbe preso la mira contro un ladro bianco, magari calabrese: la vita di un negro non vale niente, solo partendo da questo assunto si può comprendere la barbarie del gesto.
Ieri il “Corriere della Sera” ha pubblicato un’intervista all’ex ministro dell’Interno Marco Minniti che andrebbe incorniciata. Non esiste altra via che quella della ricerca di un punto di sintesi tra le ragioni della sicurezza e quelle del rispetto dei più elementari principi di umanità.
La propaganda elettorale permanente nella quale viviamo, alimentata da una studiata strategia mediatica, non ci permette di fermarci per riflettere sulla complessità del fenomeno migratorio. Soffiare sul fuoco dell’odio di un elettorato impaurito e arrabbiato è politicamente redditizio. Ma poi ci sono responsabilità di governo urgenti e ineludibili, ai quali non si può dare risposta a colpi di tweet o di video-messaggi privi di contraddittorio: anche perché i migranti continuano ad arrivare. La questione è come affrontare le problematiche connesse ad un esodo inarrestabile: e questo c’entra poco con “gli stranieri che delinquono”.
Le semplificazioni vanno bene in campagna elettorale, meno quando si tratta di governare. Alimentare tensioni è da irresponsabili. Un ministro dell’Interno non può e non deve essere irresponsabile: non può permetterselo, né può esprimersi come l’avventore di una bettola.
Due anni fa mi trovavo ricoverato all’ospedale “Riuniti” per un piccolo intervento. Nella notte furono portate diverse donne, sbarcate nel porto di Reggio Calabria con altre centinaia di disperati che avevano affrontato il viaggio dall’Africa stipate nel vano motori. Avevano ustioni su tutto il corpo, soprattutto alle gambe e alla schiena, tanto che non riuscivano a stare sdraiate sopra il lettino. Uno strazio. Le vedevi tutto il giorno piegate sulla pancia, appoggiate nella parte centrale del materasso, come se stessero affacciate ad una finestra. La finestra della libertà, dalla quale affacciarsi con gli occhi gonfi di paura e di sofferenza, nel petto la speranza di una vita migliore. La “pacchia” no, nei loro occhi quella non si leggeva.

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