Morire di carcere

Se in Italia si registrassero 10,6 suicidi ogni 10.000 abitanti sarebbe un’emergenza? I giornali vi dedicherebbero approfondimenti, verrebbero scomodati sociologi e psicologi, la politica prenderebbe atto della condizione di disagio di una larga fetta di popolazione e del fallimento delle sue politiche sociali? Penso proprio di sì e sarebbe la cosa giusta da fare.
Ma in Italia i suicidi sono 0,67 ogni 10.000 abitanti: siamo tra i paesi europei ad indice basso; mentre è dentro le carceri che sono proprio 10,6 ogni 10.000 detenuti. Come sottolinea Antigone, “in carcere ci si leva la vita ben 16 volte in più rispetto alla società esterna”.
Con il suicidio nel carcere di Verona della ventisettenne Donatella (e chiamiamole per nome, che già sarebbe un bel passo in avanti distinguere le persone dai numeri), pochi giorni fa, sono ben 44 i suicidi registrati dall’inizio dell’anno: uno ogni cinque giorni. Un dato altissimo, ignorato da gran parte di un’opinione pubblica distratta o disinteressata. Chi se ne frega. Peggio per loro se hanno deciso di impiccarsi con le lenzuola, hanno inalato il gas delle bombolette dei fornellini da campeggio che si utilizzano per cucinare, hanno trangugiato un beverone di medicine. Avrebbero dovuto pensarci prima, delinquenti che non sono altro.
Io non ci riesco a non pensare a ciò che accade dentro le carceri, alle tante ingiustizie che vivo come coltellate sulla mia pelle. Forse è vero che, una volta che ci entri, con la testa resti là dentro per sempre. E se chiudo gli occhi, sento ancora nelle orecchie le urla dei detenuti e il rumore metallico e spaventoso della battitura in tutti i padiglioni la notte che un detenuto si tolse la vita a Santa Maria Capua Vetere, nel luglio del 2020. Una rabbia impotente che non poteva superare la recinzione del carcere. Nessuno ascolta, nessuno può ascoltare, neanche se si è in mille a gridare, a percuotere le scodelle, a scaraventare le brande contro la porta blindata. I detenuti sono fantasmi invisibili, le loro voci sono destinate a spegnersi nel buio.
In Italia è stata abolita la pena di morte, ma morire di carcere equivale a mantenere in vigore questo barbaro castigo. Ai suicidi vanno infatti aggiunti i decessi di gente che là dentro non dovrebbe starci: anziani, malati di tumore, detenuti psichiatrici, tossicodipendenti, cardiopatici come l’ultima vittima, un settantaduenne morto d’infarto a Secondigliano la settimana scorsa.
Se ti affido qualcosa in custodia, hai l’obbligo di restituirmela integra. Dovrebbe valere anche per la custodia in carcere: io, Stato, affido in custodia a te, carcere, il detenuto. I detenuti dovrebbero uscire dalle strutture penitenziarie sulle proprie gambe, non dentro una cassa da morto. Di chi è la responsabilità se questo non avviene?
Nelle celle vivono detenuti che ancora non hanno subito neanche il primo grado di giudizio e molti altri non condannati definitivamente. Tra questi, migliaia di innocenti. Non tutti hanno la forza di resistere all’umiliazione e alla vergogna. Ci sono poi soggetti fragili, che andrebbero aiutati, ma il sovraffollamento e la penuria di figure professionali (educatori) non permette un’assistenza adeguata. Infine vanno considerate le oggettive condizioni di calpestamento della dignità umana: mancanza d’acqua, caldo insopportabile, sospensione delle attività trattamentali nel periodo estivo, sadiche assurdità regolamentari. In carcere si è sempre soli, d’estate in misura maggiore. Eppure per molti basterebbe anche soltanto la concessione di qualche telefonata a casa in più per tirarsi su di morale.
C’è una questione di fondo che non si vuole vedere. Compito dello Stato è assicurare la sicurezza dei propri cittadini, impedire la reiterazione dei reati, favorire il reinserimento sociale del reo. Poiché la visione carcero-centrica dell’esecuzione penale ha fallito su tutti i fronti, sarebbe il caso di cambiare strategia e strumenti. Ma un dibattito del genere necessiterebbe di una classe politica coraggiosa e illuminata, capace di prenderne atto e di sfidare l’impopolarità senza piegarsi al giustizialismo imperante.

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Sale la temperatura nelle carceri: sovraffollamento e carenza d’acqua

Il Dubbio, 9 luglio 2022

L’espressione “stare al fresco” appare particolarmente sadica d’estate, quando le mura delle carceri sono roventi per il sole che picchia tutto il giorno, rendendo i pochi metri quadrati delle celle un forno insopportabile. Nei penitenziari, le alte temperature elevano al quadrato la situazione emergenziale che si vive nel mondo libero, per il surplus di disagio dovuto alla totale assenza di rimedi alla calura.
All’arrivo delle prime ondate di calore, puntualmente si levano le voci dei pochi che si fanno portavoce delle problematiche carcerarie: garanti dei detenuti, associazioni radicali, chiesa, qualche avvocato.
Dietro le sbarre ogni estate è uguale alla precedente, per ignoranza: nel senso etimologico di “ignorare” una realtà drammatica che necessiterebbe di interventi strutturali.
Il “mondo di fuori” non sa niente di sovraffollamento e di carenza di acqua, con tutto ciò che ne consegue sulla qualità dell’esecuzione della pena e del grado di umanità che caratterizzano la vita carceraria. Senza contare che l’opinione prevalente è che, in ogni caso, ai detenuti “ben gli sta” soffrire: le carceri non devono essere hotel a cinque stelle. Questione culturale, certo, per il cui superamento occorrerebbe una sensibilità che non può maturare dall’oggi al domani.
Sembra assurdo, ma esistono carceri con le celle prive di docce, per cui il detenuto può accedere a quelle comuni una sola volta al giorno e in orari prestabiliti, generalmente entro le 16.00. Dopo tale orario, per rinfrescarsi occorre accontentarsi dell’acqua del lavandino o delle bottiglie, mettere continuamente a mollo le magliette e indossarle bagnate, oppure ingegnarsi nella realizzazione del cosiddetto “canotto” con i sacchi della spazzatura.
Nella stragrande maggioranza dei penitenziari non è consentito acquistare piccoli ventilatori. È già tanto se viene tollerata la copertura della finestra con i teli da doccia per attutire il passaggio dei raggi del sole. Di notte, invece, laddove i letti a castello non sono imbullonati al pavimento, vengono spostati al centro della cella, come un catafalco, per scostarli dalle pareti infuocate e potere così “godere” del refolo d’aria che soffia tra la finestra e il cancello.
Il passeggio avviene nelle fasce orarie più calde, in cortili che spesso sono torride scatole di cemento, prive di un angolo d’ombra. Molti detenuti cardiopatici, ipertesi, o semplicemente anziani, si ritrovano così a subire un’afflizione ulteriore e gratuita, poiché – giustamente – scelgono di non usufruire delle ore d’aria. Si tratta probabilmente di un problema organizzativo interno che, proprio per questo, potrebbe essere superato con una razionalizzazione del lavoro più attenta ai bisogni e ai diritti della comunità carceraria.
In molte carceri mancano i frigoriferi nelle celle e i congelatori nelle sezioni. Si beve acqua a temperatura ambiente, bollente, mentre i familiari riducono al minimo l’invio di alimenti e cibi cotti, poiché, anche a causa delle lungaggini delle consegne, andrebbero rapidamente in putrefazione.
Il giurista Piero Calamandrei ammoniva che, per rendersi conto della condizione delle carceri, bisogna averle viste. Chi ha avuto in sorte un passaggio più o meno lungo da una struttura penitenziaria ha il dovere morale e civile di non valutare quell’esperienza come una parentesi dolorosa della propria vita, da dimenticare. Per una questione di dignità: la propria e delle migliaia di detenuti ristretti nelle carceri italiane, nonché quella di uno Stato che si professa di diritto. Considerare cioè la propria detenzione il seme di una pianta che possa un giorno germogliare e dare frutti di umanità.

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Quando il custode non custodisce

Stamattina l’acqua che scendeva dal rubinetto aveva un poco rassicurante colore marrone. Ho pensato: «Chissà se qualcuno ha già chiamato per segnalare il problema». Che al comune sia arrivata o meno una telefonata, l’inconveniente è durato poco tempo.
Ci sono posti, nella nostra civilissima Italia, dove le cose non funzionano così. L’acqua sgorga costantemente mista a terra, ma farlo presente alle autorità competenti è fatica sprecata. È il caso della casa circondariale “Francesco Uccella” di Santa Maria Capua Vetere. Molti sono a conoscenza di questa vergogna e, qualche volta, la questione ha guadagnato spazio pure sui giornali. Senza tuttavia produrre alcuna iniziativa eclatante. Nell’indifferenza generale, i detenuti continuano a lavarsi con l’acqua sporca e a cucinare con l’acqua minerale. Da anni e chissà per quanti anni ancora.
Non è vero che il carcere non ci riguarda. Noi cittadini siamo lo Stato. E lo Stato ha il dovere di “custodire” chi finisce dietro le sbarre. Ciò comporta un alto grado di responsabilità, alla quale sfugge chi calpesta la dignità dei detenuti che gli vengono affidati, per un periodo più o meno lungo. Così come non lo adempie ogni volta che un detenuto si toglie la vita: 54 nel 2021, 61 nel 2020, 25 nei primi cinque mesi del 2022. Custodia, per definizione, è l’attività di sorvegliare, avere cura, assistere cose o persone.
Politici, avvocati e la cosiddetta “società civile” dovrebbero incatenarsi ai cancelli del carcere di Santa Maria Capua Vetere e urlare “da qua non ce ne andiamo fino a quando, là dentro, dai rubinetti non scenderà acqua potabile e trasparente”.
Senza girarci intorno: quella struttura andrebbe chiusa perché non rispetta la dignità umana. Ma è un abbaiare alla luna, se non si riesce a dare voce a chi non ha voce: «Quello che non si sa – scrisse Enzo Tortora (del quale oggi ricorre il trentaquattresimo anniversario della morte) in una delle sue Lettere dal carcere – è che una volta gettati in galera non si è più cittadini ma pietre, pietre senza suono, senza voce, che a poco a poco si ricoprono di muschio. Una coltre che ti copre con atroce indifferenza. E il mondo gira, indifferente a questa infamia».

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Viva la libertà, senza retorica

La Liberazione costituisce l’evento fondante della Repubblica e segna il riscatto del popolo italiano dal disonore della dittatura fascista, delle leggi razziali e dell’ingresso nella seconda guerra mondiale. Come tutte le ricorrenze, ha un senso se non si riduce a vuota retorica, a citazione di frasi che non hanno attinenza con lo stato reale della libertà in Italia, oggi.
Il 25 aprile viene celebrato onorando la memoria dei caduti per la libertà, della quale tutti ci sentiamo paladini quando – ad esempio – riproponiamo la celeberrima epigrafe composta da Piero Calamandrei per la lapide “ad ignominia” dedicata al criminale di guerra nazista Albert Kesselring, o la lettera scritta nel 1933 dal “recluso politico” Sandro Pertini, che si dissociava con sdegno dalla richiesta della grazia presentata al regime fascista dalla madre. Non bisogna abbassare la guardia poiché – come ammoniva Calamandrei – “la libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare”.
Eppure esistono posti, nel nostro amato Bel Paese, nei quali per molta gente quell’aria manca, e non dovrebbe mancare. Nelle carceri italiane sono attualmente reclusi oltre 54.000 detenuti, 16.000 dei quali non ancora condannati definitivamente: 8.500 di essi addirittura in attesa di primo giudizio. Un detenuto su tre, secondo la lettera della nostra Costituzione, è un presunto non colpevole.
Un dramma silenzioso, che non provoca alcuna indignazione se non in settori minoritari della società e della rappresentanza politica. Non potrebbe essere diversamente, dopo tre decenni di propaganda giustizialista che hanno fatto dire ad un (per fortuna ex) ministro della Giustizia che gli innocenti non finiscono in carcere e a un celebre (per fortuna ex) pubblico ministero che un innocente è un colpevole che l’ha fatta franca.
Il carcere preventivo rappresenta il buco nero della giustizia italiana. Statisticamente, ogni anno circa 1.000 persone che finiscono in carcere sono innocenti. Prigionieri sequestrati per mesi o per anni dallo Stato, non dall’Anonima sequestri, per effetto di uno strumento emergenziale (la custodia cautelare) che nel tempo è diventato distorsione e abuso.
Alla luce di queste tragedie umane, siamo sicuri che in tema di libertà personale esista in Italia una questione più grave dello scempio costituzionale che si consuma quotidianamente con l’ingiusta privazione della libertà a danno di un così alto numero di persone?
Buona festa della Liberazione, dunque. Senza retorica.

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Palamara, atto secondo

Un anno dopo l’uscita del libro-intervista Il sistema. Potere, politica, affari: storia segreta della magistratura italiana, Alessandro Sallusti e Luca Palamara sono tornati in libreria Lobby & Logge. Le cupole occulte che controllano «il Sistema» e divorano l’Italia, che completa il quadro sconcertante dello stato della giustizia in Italia. Il secondo atto è un viaggio in quello che Palamara definisce il “dark-web” del sistema giudiziario, l’ombra nella quale si muovono «faccendieri, servizi segreti più o meno deviati, logge all’incirca massoniche o più semplicemente lobby che usano la magistratura, a sua volta lobby potente, e l’informazione, per regolare conti, consumare vendette, puntare su obiettivi altrimenti irraggiungibili, fare affari e stabilire nomine propedeutiche ad altre, e ancora maggiori utilità, Cambiare, di fatto, il corso naturale e democratico delle cose».
La mia impressione è che questo secondo volume stia avendo un risalto mediatico inferiore rispetto al primo, nonostante la realtà descritta offra molteplici spunti di riflessione. Dalla presunta loggia Ungheria alle faide correntizie, alle dinamiche “politiche” che determinano la gestione di inchieste e pentiti, alla deriva giustizialista iniziata con Tangentopoli, all’opacità di certa antimafia, per finire all’implosione di un sistema che ha portato a compimento la profezia di Francesco Cossiga: «Finiranno ad arrestarsi tra di loro». Dalla giustizia ad orologeria all’intreccio perverso tra procure e informazione, che fa dire a Palamara che un gruppo composto da un procuratore della Repubblica con i suoi aggiunti e sostituti, un ufficiale della polizia giudiziaria “ammanicato” con i servizi e un paio di giornalisti delle testate più importanti ha un potere superiore a quello del Parlamento, del premier e dell’intero governo.
Lo spaccato inquietante conferma quanto sia indispensabile mobilitarsi a sostegno dei referendum che si terranno il 12 giugno. Tranne qualche rara eccezione, da questa classe politica non c’è da attendersi nessun sussulto di dignità sul tema della giustizia. Solo ipocrisia, come quella di chi sostiene che le riforme vanno fatte in Parlamento: campa cavallo. Tanto che fa venire i brividi alla schiena la reazione scomposta dell’Associazione nazionale magistrati contro la mini-riforma Cartabia: un attacco sostanziale al principio cardine della separazione dei poteri, secondo il quale compito dei giudici è applicare le leggi, non produrle.
Sono emblematici il mutismo del servizio pubblico e l’indifferenza generale nei confronti della mortificazione del fondamentale diritto dei cittadini ad essere informati sui referendum. Così come il silenzio assordante sulle vicende raccontate da Palamara, che coinvolgono toghe stellate e i vertici istituzionali della magistratura e della politica italiana negli ultimi vent’anni.
Tutto questo conferma la sensazione di avere di fronte una casta dalla doppia morale. Sull’esistenza di due giustizie, con un metro di giudizio valido per tutti tranne che per i magistrati e uno esclusivo dei giudici, profetiche appaiono le parole di Giulio Andreotti, opportunamente rievocate da Sallusti: «Quando ho dovuto affrontare il mio processo ho capito perché la stupenda scritta “La legge è uguale per tutti” è alle spalle e non davanti agli occhi del giudice».

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La guerra e noi

Provocano sempre sconcerto la violenza e le guerre, rigurgito di pulsioni primitive che si fa fatica a definire. Cos’è la guerra? Perché gli uomini e le nazioni si fanno la guerra?
Ci sono certamente delle ragioni che portano gli uomini a calpestare la vita e la dignità di altri uomini per un qualche interesse. Anche se qualsiasi motivazione risulta incomprensibile agli occhi di chi pone al primo posto della propria scala di valori la vita e la dignità umana.
Da giorni leggo i commenti e i post delle tifoserie contrapposte. Come se davvero la guerra possa essere accomunata ad una partita di calcio o ad una gara canora. Se l’uomo perde di vista l’aspetto umano degli avvenimenti, perde sé stesso.
C’è un popolo in fuga dal proprio Paese, che ha dovuto abbandonare la propria casa con quattro cose strette dentro un sacco. Una vita dentro un sacco. Ci sono bambini che piangono terrorizzati. C’è la piccola Mia, che nasce nel sotterraneo della metropolitana di Kiev adattato a rifugio antiaereo. C’è il fischio della sirena che invita a correre negli scantinati perché dal cielo stanno per piovere bombe. Ci sono civili e militari che muoiono, e non era nei loro progetti. Non così, almeno. C’è gente che ha perso tutto ciò che aveva. C’è il ricordo, già diventato vecchissimo, di una condizione di normalità stuprata dall’invasione.
Le democrazie hanno mille imperfezioni, spesso sono inefficienti. Ma rappresentano il meglio di cui l’uomo è stato capace per esprimere la sua natura di animale sociale. Sono il prodotto di un percorso evolutivo millenario; nel secondo dopoguerra, l’esito della fine dei conflitti e della sconfitta delle dittature in Europa: “la peggiore forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora”, ammoniva Winston Churchill in un celebre discorso del 1947.
A differenza di molti altri conflitti in corso sul pianeta, dei quali colpevolmente non sappiamo o facciamo finta di non sapere niente, questa in Ucraina è una guerra in presa diretta. Uomini, donne, bambini e anziani non sono numeri, ne vediamo i volti sofferenti. Il dolore provocato non dobbiamo immaginarlo, ferisce i nostri occhi.
Per questo è sconcertante l’incontinenza verbale del tifoso della strada. Mette angoscia ciò che non si riesce a comprendere.

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Il Righi e la scuola di oggi tra incudine e martello

Sulla vicenda del liceo Righi di Roma la penso come Dacia Maraini: ogni luogo ha la sua sacralità e a scuola si dovrebbe mantenere un minimo di decoro. Non stiamo parlando del burqa, ma sarebbe ora di finirla con questo finto progressismo che sta creando disastri educativi irreparabili. Ovvio che se una ragazza o un ragazzo entrano in un’aula scolastica come al lido della spiaggia, il problema è a monte, nelle famiglie. La scuola cosa può fare, se poi si trova contro genitori e informazione che fanno passare il messaggio che ordine e disciplina sono il medioevo? A questo aggiungiamoci i disastri di Tik Tok e social vari, utilizzati in maniera impropria: ad esempio, per riprendersi mentre si balla sui banchi della scuola.
Risulta sempre più complicato esercitare con serenità il ruolo di docenti, per il semplice motivo che ormai nessuno riconosce alla categoria alcuna autorità, né sul piano educativo, né su quello prettamente didattico. Tutti ne sanno più di loro e guai a pensare di svolgere la propria funzione senza passare dalle forche caudine delle feroci chat di gruppo dei genitori. Gli insegnanti sottopagati e bullizzati quotidianamente sono le principali vittime di questo sistema. D’altronde, ormai si mette becco anche sui voti. L‘istruzione garantita per tutti non dovrebbe essere sinonimo di “tutti promossi”: e con il massimo dei voti! Se la scuola non è meritocratica e selettiva, ha fallito. Oggi non lo è: per cui assistiamo al paradosso, certificato, di giovani laureati che non riescono a scrivere in italiano corretto e che hanno difficoltà con la comprensione del testo.
In altri tempi nessuno si sarebbe sognato di sollevare l’opinione pubblica contro l’insegnante del Righi, nonostante il pesante rimprovero rivolto all’alunna, ammesso dalla stessa docente. La questione sarebbe stata risolta tra scuola, famiglia e studenti senza diventare titolo di apertura dei TG nazionali.
Pesante rimprovero, sì. Basta pure con il terrorismo mediatico per cui ogni apprezzamento o rimprovero è sessista o razzista. L’ipocrisia del politically correct è uno dei mali più dannosi della decadente fase storica che stiamo attraversando.

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Non solo Pittelli

Locandina del film “Detenuto in attesa di giudizio”

Ho seguito con interesse il “caso Pittelli”, il politico e avvocato catanzarese arrestato con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, un reato per natura fumoso e “ancor più cervellotico se non accompagnato da nessun reato specifico”. Mandato ai domiciliari e poi riarrestato per avere inviato una lettera al ministro Mara Carfagna, a Pittelli sono stati infine concessi nuovamente i domiciliari, dopo uno sciopero della fame e la campagna di sensibilizzazione in suo favore che ha portato alla raccolta di oltre 1.500 firme.
Proprio perché distantissimo dalla collocazione politica dell’ex senatore, accolgo con favore un provvedimento che in qualche modo ristabilisce un minimo di garanzie costituzionali e che, per una volta, fa prevalere le ragioni dell’umanità sulla barbarie giustizialista.
Tuttavia, vorrei tentare di allargare il campo, poiché la vicenda di Pittelli è il paradigma di un modus operandi diffuso ancorché consentito dalla legge soprattutto quando l’accusa riguarda la partecipazione organica alle attività di un sodalizio criminale. I grandi numeri delle operazioni di polizia sono essenzialmente assicurati dalla presenza, tra le maglie della rete a strascico, di un gran numero di soggetti ai quali non viene contestato nessun reato specifico, se non l’astratta partecipazione ad una associazione mafiosa. Si può finire in carcere con un’accusa pesantissima soltanto perché non si ha avuto il coraggio di rinunciare ad una cena con qualche parente “chiacchierato”, il quale, tra una pietanza e l’altra, ha tirato fuori argomenti considerati dalla Procura di interesse investigativo. L’assioma è: «Davanti a te si è parlato di mafia. Si è parlato di mafia perché tu potevi ascoltare determinati discorsi. Potevi farlo perché tu stesso sei mafioso». Un’enormità.
D’altronde, l’obiezione più diffusa è: «Sì, ma il contesto». Il contesto può valere anni e anni di galera, anche se si è arrivati a settanta o ottanta anni incensurati e in vita propria si ha avuto al massimo una multa per eccesso di velocità. Le indagini vengono generalmente condotte da uffici lontani anche fisicamente dal territorio, da soggetti che non tengono conto delle dinamiche sociali, spesso familiari, di un piccolo centro dell’Aspromonte (tanto per fare un esempio non casuale). Stare al tavolo o prendere un caffè con un “presunto” mafioso non necessariamente implica la condivisione o la partecipazione a progetti criminali. Condotta che certamente può essere condannata sul piano etico, ma il piano etico non può coincidere con quello penale.
Altro aspetto apparentemente secondario, sono i costi di una difesa: periti tecnici e medici, avvocati che presentino istanze su istanze. Sono migliaia gli anonimi Pittelli sepolti nelle carceri italiane, anziani ammalati che non possono permettersi una difesa adeguata, né alcuna grancassa mediatica sull’ingiustizia che stanno subendo. Il carcere è più carcere per chi non ha una solida condizione economica e, in molti casi, basterebbe considerare questo assurdo paradosso per comprendere la reale dimensione di un fenomeno dalle mille sfaccettature.
Forse davvero è giunto il momento di rivedere la legislazione emergenziale del 416 bis, a partire dalla mostruosità giuridica della carcerazione preventiva. Il che non significa fare un favore alla criminalità organizzata, bensì trovare una soluzione che non mieta vittime innocenti e non comporti allo Stato uno spreco di risorse nella conduzione delle indagini e nell’esborso di ingenti somme a risarcimento delle tante, troppe, ingiuste detenzioni. Con la tecnologia moderna è possibile controllare la vita di chiunque ventiquattr’ore su ventiquattro: per cui, tranne che nei rari casi di effettiva e conclamata pericolosità sociale, la carcerazione preventiva è soltanto un’afflizione del tutto gratuita.
Capisco che il contesto (questo sì) è fortemente condizionato dalla pressione mediatica esercitata dalla stragrande maggioranza dell’informazione, totalmente appiattita sulle ipotesi investigative delle Procure. Ma dovrebbe trattarsi, appunto, di ipotesi. Non di sentenze, che non spettano ai pubblici ministeri. E neanche ai giornalisti.

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Brunali ’u vurparu e la cancel culture

Qualcuno si ricorda ancora del vecchio “Brunali”. Ma chissà poi qual era il vero nome dell’ultimo cacciatore di frodo vissuto a Sant’Eufemia nella metà del secolo scorso. Di lui si è tramandato il soprannome, Brunali appunto: forse il nome Bruno storpiato, ma l’origine della ’ngiuria potrebbe anche essere diversa. Gli anziani raccontano di una figura corpulenta, almeno nei suoi ultimi anni. Colpa del peso aumentato dopo un incidente sul lavoro, per così dire. Si era infatti introdotto dentro una tana, ma il piede gli era rimasto incastrato in una radice e, forzando il movimento nel tentativo di liberarsi, si era procurato un infortunio che sottovalutò e non curò adeguatamente, da un ortopedico o in ospedale nella vicina Palmi, che avrebbe potuto raggiungere con la littorina. Guarì, ma si portò per il resto della vita una vistosa zoppia che comunque gli permise, a fatica, di continuare l’attività di bracconiere.
Le sue prede erano tassi, ricci, lepri, ma soprattutto volpi, il cui vello aveva mercato nella produzione di cappotti, colli e altro. L’animale scuoiato restava all’acquirente, il quale ne ricavava un lauto pranzo, mentre la pelliccia veniva portata ai conciatori di Palmi, che la essiccavano (per bloccare il processo di putrefazione) e la lavoravano in modo da mantenerla resistente, elastica e morbida: pronta per i mastri sarti che procedevano alla realizzazione dei capi di abbigliamento.
L’area di caccia di Brunali si estendeva da Candilisi a Crasta e al ponte della ferrovia. Non era insolito, a tarda sera, intravedere nel buio quest’uomo claudicante il quale, insieme alla gamba, trascinava due sacchi contenenti le tagliole e le lische di pesce stocco o le interiora che utilizzava come esca, da disseminare lungo il tragitto e da recuperare la mattina successiva. Brunali preferiva la tagliola d’acciaio al sistema a scatto con il cappio (in genere il laccio dei freni di una bicicletta) legato al ramo di un albero, che procurava la morte della selvaggina per impiccagione. Per cui spesso gli toccava finire a colpi di legno l’animale intrappolato.
Perché racconto questa storia? Perché non si può guardare al passato con gli occhi del presente. Credo che uno dei più grandi mali della società attuale risieda proprio nell’incapacità di contestualizzare fatti e personaggi storici. Ciò che oggi viene considerato un crimine barbaro, ancora sessanta o settanta anni fa veniva pacificamente accettato. Brunali, che “si mbuscava a campata” cacciando di frodo, non suscitava alcuna riprovazione sociale.
Tra piccola e grande storia non c’è differenza. L’estrapolazione degli avvenimenti dal contesto storico di riferimento è alla base della cosiddetta cancel culture, la furia iconoclasta che, trasferendo nel passato le considerazioni etiche del presente, ne impedisce la comprensione e porta i talebani del politicamente corretto a reclamare la cancellazione dei nomi delle strade, a richiedere l’abbattimento dei monumenti, la messa all’indice di opere letterarie e cinematografiche o la loro “correzione”. In sintesi, la cancel culture determina la condanna del processo evolutivo che ha determinato ciò che oggi siamo. È la morte dello storicismo, inteso come ricerca del senso storico degli avvenimenti mediante il loro inquadramento nel periodo e nel contesto sociale in cui si sono sviluppati.
Un popolo di contemporanei, senza futuro proprio perché senza memoria, non è affatto una buona notizia.

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Sant’Eufemia a Londra

«Perché non porti una statuetta di Sant’Eufemia nella parrocchia che frequenti a Londra? Sarà un modo per sentirsi a casa e poi sai che bello, per un eufemiese che dovesse capitare a Londra, sapere che anche là può andare a trovare la sua santa patrona!». È nata così l’idea che, tramite mio fratello Mario, il parroco della chiesa di Ognissanti a New Cross Road ha accolto con molto entusiasmo.
Father Grant, le cui omelie sono seguite con attenzione dai fedeli che ne apprezzano l’arte oratoria, è un sacerdote energico, affabile e dotato di un alto senso dell’umorismo, che nei rapporti interpersonali non guasta mai. Di origine giamaicana, ha inoltre una sensibilità particolare per le problematiche delle minoranze che compongono la multietnica comunità di New Cross.
La chiesa di Ognissanti, che dista circa trenta minuti da Trafalgar Square, è infatti un crocevia multietnico che rispecchia la vivacità e la varietà culturale del quartiere nel quale è stata edificata nel triennio 1869-1871, tra Southwark e Lewisham (Sud-Est di Londra), su progetto degli architetti Arthur Billing e Arthur Shean Newman, molto attivi nella costruzione e nella restaurazione di chiese a Londra e nel sud dell’Inghilterra. In stile neogotico con ampio rosone, tra i banchi delle tre navate i parrocchiani inglesi siedono accanto ai fedeli di origini africane e caraibiche, in linea con la mission che campeggia sulla pagina ufficiale All Saints Church New Cross: «Siamo una parrocchia anglicana di rito cattolico nel cuore della vibrante comunità di New Cross. Non vediamo l’ora di darti il benvenuto chiunque tu sia, comunque tu possa identificarti. Tutti sono benvenuti!».
La reazione di grande accoglienza è tutta nelle parole di una parrocchiana: «È bellissima, ha l’aspetto di una che ascolta. Le porterò dei fiori: tutti meritiamo di essere ascoltati».
Sant’Eufemia sarà presentata “ufficialmente” alla comunità religiosa di New Cross nella celebrazione eucaristica di domani mattina. Verrà collocata al centro di una delle finestre della chiesa, con un candelabro e un vaso di fiori, ai quali in un secondo momento sarà affiancata un’iscrizione illustrativa.

*Indirizzo: All Saints New Cross, 105, New Cross Road, New Cross London SE14 5DJ

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