L’untore

La caccia all’untore è da sempre uno sport molto popolare in Italia. Tanto quanto l’adulazione verso i potenti. Comportamenti molto diffusi che costituiscono due facce della stessa medaglia. In genere, è proprio colui che è platealmente adorato – specialmente se potente e temuto – ad essere altrettanto odiato una volta caduto in disgrazia. Pescare nella storia della nostra nazione esempi che avvalorino questa tesi è esercizio facilissimo. Piazzale Loreto – una scena da “macelleria messicana” (Ferruccio Parri) – non sarebbe altrimenti comprensibile. Il cadavere dell’uomo osannato fino al giorno prima, preso a calci, sputato, orinato.
Fatte le debite proporzioni, è ciò che accade nella vita quotidiana: a scuola, in ufficio, al comune, nel condominio, ovunque vi siano rapporti gerarchici, anche soltanto in senso lato. Vale a dire dappertutto.
Da circa un mese a questa parte, il giochino preferito degli Italiani è lo sputtanamento di Marcello Lippi. Mentirei se dicessi che il personaggio mi sta simpatico. Tutt’altro. Lo trovo arrogante, saccente, troppo pieno di sé e poco rispettoso del mondo che lo circonda. Senza contare che agli occhi di un interista, l’ex allenatore della nazionale sconta non soltanto il pessimo ricordo lasciato nella breve parentesi nerazzurra, ma soprattutto il peccato originale della sua juventitudine, l’essere stato, a vario titolo, compagno di merende di Moggi, Giraudo e Bettega. Ritengo inoltre pertinenti gran parte delle critiche sui limiti tecnici della nostra nazionale e sulle responsabilità del suo condottiero. Insomma, un po’ se l’è cercata.
Eppure ho l’impressione che si stia superando il segno. Una sensazione che è diventata certezza quando ho visto in tv uno spot di suonerie per telefonini che invitava a scaricare una canzone dall’eloquente titolo “Vergogna”. Inutile dire chi sia il personaggio che dovrebbe provare vergogna e i motivi. In quel momento ho pensato che aveva ragione Indro Montanelli nel sostenere che quando si accendono i roghi occorre mettersi sempre dalla parte della strega, anche a rischio di salire sul rogo con lei.
La redazione sportiva Rai ci ha massacrato per giorni con le “dieci” domande alle quali Lippi avrebbe dovuto rispondere, magari prima di confessare la propria irredimibile colpevolezza e la richiesta spontanea di essere confinato in un Gulag siberiano. Non ho notato nella Rai identico accanimento per questioni ben più importanti, per esempio le dieci domande (toh, non hanno neanche la dote dell’originalità) del quotidiano “La Repubblica” per Berlusconi dopo lo scandalo D’Addario, letteralmente censurate dal servizio pubblico nazionale.
È un segno dei tempi, di un certo giornalismo ormai diventato gara di ugole, come abbiamo potuto constatare per un anno intero con il fenomeno Mourinho, tanto per restare nel campo sportivo. Criticato perché irregolare, irriverente e anticonformista, ma già rimpianto perché personaggio straordinario, l’unico in grado di fare riempire pagine di giornali e trasmissioni intere con una sola battuta contro quel sistema che fa mangiare nello stesso tavolo giornalisti, allenatori, procuratori. Magari gli stessi che di fronte alle telecamere fanno la faccia feroce e se ne dicono di tutti i colori. Ognuno recitando il proprio copione.

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Dalla parte di Gino

“Non sono colpevoli”: con questa motivazione sono stati rilasciati Matteo Pagani, Marco Garatti e Matteo Dell’Aira, i tre volontari di Emergency che erano stati arrestati dalle autorità afghane il 10 aprile a Lashkar-gah (dove sorge un ospedale dell’organizzazione fondata da Gino Strada), con l’accusa gravissima di essere tra gli organizzatori di un attentato contro il governatore della provincia di Helmand.
Per il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, la liberazione dei tre volontari è “un sollievo per tutti”. Forse lo è di meno per quelli che sin dal primo momento avevano gettato benzina sul fuoco, avallando acriticamente un’accusa inverosimile e infamante sulla base di un pregiudizio ideologico molto diffuso a destra: Strada è un irregolare, dogmatico nel suo ripudio della guerra “senza se e senza ma”; Emergency non fa distinzione nel prestare soccorso ai feriti, siano essi civili, militari o terroristi. Per questi motivi, ha abbastanza credito in certi ambienti la deduzione di relazioni pericolose con i fondamentalisti islamici.
I primi ad avvalorare la tesi di “Strada terrorista” erano stati i giornali del Gran Capo, con il ritratto a tutta pagina del fondatore di Emergency vestito da talebano o con alcuni titoli (“Terroristi, vittime o pirla”) che insinuavano il dubbio di una complicità quasi necessaria, a meno che i volontari non fossero davvero degli sprovveduti.
Anche qualche politico con responsabilità di primo piano ha sentito il bisogno di esternare e non ha fatto di certo una figura leggendaria.
Alfredo Mantica, sottosegretario agli Esteri: “Il governo italiano deve accertare la verità, mi auguro che la verità dia ragione a Gino Strada, ma ho delle perplessità”. Parole non esattamente improntate alla cautela, tanto per usare un eufemismo, condite dalla stoccata finale: l’accusa a Strada e ad Emergency di fare “un po’ troppa politica” a dispetto della vocazione umanitaria. Anche le dichiarazioni di Larussa e Capezzone sono apparse quasi compiaciute per l’imbarazzo e la difficoltà in cui si è trovata Emergency. Segno che non deve essere la simpatia il sentimento più diffuso negli ambienti governativi e che a qualcuno non sarebbe affatto dispiaciuto approfittare dell’incidente per screditare e distruggere mediaticamente il detestato Strada. D’altronde, ONG e cooperanti, ma anche giornalisti e freelance (come Enzo Baldoni o Giuliana Sgrena) sono spesso dipinti come quelli che, in fondo “se la cercano”, alla stregua degli incoscienti che vanno in vacanza in Yemen nonostante le raccomandazioni contrarie del governo.
Su cosa possa celarsi dietro la scoperta dell’arsenale trovato all’interno dell’ospedale (due cinture da kamikaze, cinque pistole, nove bombe a mano) non ci sono molte certezze. È stato rievocato il rapimento di Daniele Mastrogiacomo (2007), una vicenda che lasciò strascichi a causa del ruolo decisivo svolto da Emergency nella trattativa per la liberazione del giornalista di Repubblica. In particolare, i fratelli dell’autista di Mastrogiacomo, che fu barbaramente sgozzato dai talebani, hanno accusato l’ospedale di essere una “centrale” del terrorismo.
Per Strada si tratta invece di un complotto ordito dai servizi di sicurezza afghani e dalle stesse truppe britanniche Isaf per togliere da quell’area un testimone scomodo (Emergency) nel momento in cui si profila l’offensiva di primavera contro i talebani di quella provincia, che presumibilmente verrà condotta senza tanti riguardi per la popolazione civile. Gli arcinoti “effetti collaterali” delle guerre, ma anche di quell’ossimoro che è la missione di pace condotta da soldati armati fino ai denti.
Se fosse davvero questo l’obiettivo, purtroppo è stato raggiunto, dato che l’ospedale è stato momentaneamente chiuso e tutto il personale trasferito a Kabul.

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Minita

Più o meno 35 anni fa, quando ho cominciato ad articolare qualche frase, a chi mi chiedeva quale fosse il mio nome rispondevo “Minita”. Di quell’età ho conservato, negli anni, soprattutto la curiosità, il piacere della ricerca e la capacità di stupirmi per le scoperte che la vita riserva a ciascuno di noi. Ma ogni scoperta, ogni pensiero, per avere vita hanno bisogno di essere condivisi, altrimenti si rivelano soltanto un esercizio sterile. È quello che mi auguro di poter fare grazie a questo blog con coloro che troveranno interessanti e degni di discussione gli argomenti che di volta in volta proporrò o verranno da altri suggeriti.
Devo ammettere che non provo molta simpatia per chi, bardato da una solidissima e inattaccabile armatura concettuale, ha sempre pronta la risposta per ogni interrogativo. Non credo che esista una verità valida sempre e ovunque, ma infinite verità. A volte è difficile riuscire a sostenere con sicurezza cosa sia giusto e cosa sia sbagliato: oggi riteniamo esecrabili comportamenti e convinzioni che i nostri avi consideravano legittimi ed eticamente corretti. Dipende tutto dal contesto storico, culturale e sociale cui facciamo riferimento. Per questi motivi mi trovo più a mio agio con chi è ben disposto al confronto e a rivedere, se necessario, le proprie certezze per trovare, nel rapporto dialettico, le risposte alle tante domande che chiunque abbia un minimo di sensibilità quotidianamente si pone.
“Quante strade deve percorrere un uomo prima di poterlo chiamare uomo?”. È la domanda con cui Bob Dylan, quasi cinquant’anni fa, cambiò non solo il modo di fare musica, ma anche la vita di milioni e milioni di giovani, consegnando alla storia un interrogativo che rimane di straordinaria attualità.
Quando il senso di vuoto e la solitudine del pensiero diventano insopportabili, in una società in cui sembra paradossale l’isolamento, può risultare utile anche affidare alle onde virtuali della rete un messaggio dentro la bottiglia. A futura memoria.

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