La morte in diretta

Provo un profondo disagio nell’esprimere un giudizio negativo su Federica Sciarelli e sul suo “Chi l’ha visto?”, che seguo sin dagli inizi e reputo un esempio di vero servizio pubblico in palinsesti quasi interamente monopolizzati da programmi-spazzatura. Niente a che vedere, insomma, con tutti quei programmi che speculano – da mane a sera – sulle disgrazie altrui, esibendo le solite compagnie di giro e gli immancabili fenomeni da baraccone. Tutti a favore di telecamera, tutti pronti a dispensare la propria verità, i propri sospetti, i “si vedeva che era così”. Spesso lontani parenti delle vittime, gente che in molti casi non ha mai avuto rapporti (o non ne ha da tempo immemorabile) con i malcapitati protagonisti della tragedia, ma che ne approfitta per poter godere del proprio warholiano quarto d’ora di celebrità.
In quale gorgo stiamo precipitando, se non riusciamo a fermarci davanti a niente, se non comprendiamo che davanti all’orrore occorre a volte spegnere le telecamere e lasciare che il dolore torni ad essere un sentimento privato, da tenere per sé e non da esibire nella piazza televisiva?
La spettacolarizzazione della morte è un esempio di come qualsiasi sentimento, per esistere, ha bisogno di essere buttato in piazza, condiviso con altri, “linkato” come avviene su internet per qualsiasi cosa, sia un post, una foto o un video.
E poi c’è questa abitudine, pessima, di fare baccano, quando invece occorrerebbe stare zitti. Ci sono dei momenti in cui si devono spegnere le luci, abbassare le voci e lasciare campo al silenzio. La morte esige silenzio, compostezza, raccoglimento. Non quegli odiosi applausi che ormai frequentemente si odono ai funerali. Da sempre, l’applauso esprime gioia, non dolore. Il dolore si esprime con il silenzio e con le lacrime, possibilmente a telecamere spente.
Dovrebbe esistere un modo per affermare il diritto di cronaca senza turbare le coscienze. Quelle telecamere che insistevano sul volto della madre per carpirne le reazioni alla notizia della confessione resa ai giudici dal cognato hanno fatto del male alla famiglia della vittima, a noi che assistevamo e alla televisione in generale. È stato superato il limite del buonsenso. Quello che avrebbe dovuto avere Federica Sciarelli (o qualche responsabile del programma), interrompendo d’imperio la diretta dalla casa dell’assassino, senza chiedere alla madre di Sarah se volesse ascoltare le notizie che si stavano diffondendo in rete e spiegando, dopo (alla famiglia e al pubblico), ciò che stava accadendo.

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5 risposte a “La morte in diretta”

  1. La Sciarelli è una brava professionista e negli anni ha dato prova di tatto e sensibilità senza uguali. Nel vortice della tv spazzatura si stagliava eterea come l'unica vera signora del tubo catodico. stavolta ha toppato. Di brutto. non ha saputo resistere alla tentazione dello scoop…da oggi è umana anche lei..meno eterea, meno signora,meno orgogliosa di se stessa.

  2. non condivido pienamente… penso che per dovere di cronaca ha fatto bene a continuare; forse il mio collega avvocato avrebbe dovuto invitare la sua cliente pietrificata dal dolore a lasciare la diretta! ma quale migliore occasione per stare in TV! In questa strana vicenda non mi indigna il comportamento dei giornalisti ma quello della famiglia (di certo non la mamma che ha pensato bene di usare ogni mezzo per ritrovare la propria figlia), come ha fatto un fratello a stare in tv per tutte quelle ore dopo aver saputo della morte della propria unica sorella, come ha potuto non correre tra le braccia della propria madre per consolarla ed essere consolato..

  3. Io credo che gli unici da non giudicare siano proprio i parenti… Tutto può essere discutibile, ma bisogna tenere conto del fatto che il dolore rendi incapaci di capire, di reagire in certi momenti. Fa fare cose strane, si va per inerzia, per folgorazioni spesso allucinate che non sempre chi (fortunatamente) non vive quel disagio può capire. In questi casi solo chi ha piena coscienza di ciò che sta accadendo e lucidità può fare qualcosa di sensato; nel caso specifico la conduttrice, la regia, la produzione o chi era in grado di far finire la trasmissione. Il dovere di cronaca è importante ma c'è un limite a tutto, e in questo caso il limite è il buon senso. C'erano altri modi per rendere giustizia al dovere di cronaca: si poteva tranquillamente interrompere il programma dando notizia di ciò che accadeva attraverso un'edizione straordinaria del tg o nella prima edizione utile, oppure nella trasmissione seguente o con un comunicato scritto della redazione di chi l'ha visto al posto di un minuto di pubblicità.
    Questo è il mio (probabilmente discutibile) punto di vista.

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