L’ultimo saluto al professore Elio D’Agostino

Ci siamo ritrovati in tanti a Santo Stefano, stamattina, per porgere l’ultimo saluto al professore Elio D’Agostino. In una sorta di appello intergenerazionale, molti ex studenti del liceo scientifico “Fermi” di Sant’Eufemia d’Aspromonte si sono stretti alla moglie Elvira, ai figli Linuccia, Rocco, Cristian e Simone, con le rispettive famiglie. E se, mentre si svolgeva la funzione religiosa, la malinconia dei ricordi inevitabilmente strappava le ragnatele del tempo, l’affetto per il nostro vecchio professore di italiano e latino ha riportato tutti sul piano confortante dell’eredità culturale e morale da raccogliere e custodire come una gemma preziosa.
La mente è corsa velocemente a Dante. Le lezioni del professore D’Agostino sulle terzine della Divina Commedia ci tenevano incollati alla parola. Ci ha fatto scoprire il lato nascosto o comunque meno conosciuto delle interpretazioni dei versi danteschi. Era quasi un gioco andare a verificare se la sua spiegazione coincideva con le note del Sapegno. Anche se non ce n’era bisogno, perché lui stesso ci avvisava che per ogni terzina le spiegazioni potevano essere molteplici. Ce le proponeva tutte collegando il vicino con il lontano, l’alto con il basso, l’antico con il recente. Grazie a lui abbiamo amato il Sommo Poeta e sopportato la metrica latina.
Per tre decenni è stato un solido punto di riferimento all’interno della comunità eufemiese. Ha continuato ad esserlo anche dopo il pensionamento, quando non era infrequente vederlo partecipare ad iniziative culturali, in particolare quelle organizzate dall’Associazione “Terzo Millennio”. Seduto tra il pubblico, gli occhi semichiusi come a cercare il filo di un intervento che avrebbe messo tutti d’accordo, ognuno di noi attendeva che prendesse il microfono. Il silenzio che circondava le sue parole era la prova più evidente del riconoscimento di un’autorevolezza culturale assoluta.
Sono stati diversi gli allievi che andavano a trovarlo a casa, specialmente chi dopo la maturità aveva intrapreso un percorso universitario umanistico o chi aveva bisogno di consigli per la preparazione dei concorsi per docenti nelle scuole. È stato generoso con tutti, a dispetto della fama che lo dipingeva come un po’ avaro nella valutazione degli studenti. In realtà, D’Agostino non era severo nei giudizi. Era giusto, come dovrebbe essere ogni insegnante che abbia veramente a cuore il bene dei suoi ragazzi. La sua integrità morale garantiva l’accettazione di qualsiasi voto da parte di studenti e genitori. I voti bassi non erano un giudizio divino, ma un pungolo a fare di più e meglio. Traevano origine da un profondo senso del dovere, contro il quale imprecavamo quando, seppure leggermente in ritardo, arrivava a scuola nonostante la neve caduta nella notte lungo la strada che da Santo Stefano portava a Sant’Eufemia.
La mia generazione ha avuto la fortuna di trovare nel liceo di Sant’Eufemia docenti preparati ed educatori straordinari (Elio D’Agostino, Rosario Monterosso, Adoneo Strano), entrati nel cuore degli studenti e delle famiglie con la forza dell’esempio, dell’empatia, dell’umanità e dell’umiltà. Nel suo intervento sul sagrato della chiesa Francesco Luppino, allievo del “Fermi” e oggi primo collaboratore del dirigente scolastico dell’Istituto comprensivo “Don Bosco”, ha sottolineato l’importanza di D’Agostino nella formazione di intere generazioni di eufemiesi: «Ha dedicato la sua vita alla scuola non come un lavoro, ma come un dovere, sentendo profondamente la sua missione di educatore nel senso socratico, cercando di far emergere dagli alunni le loro singole potenzialità, incoraggiandoli ma nello stesso tempo con la sua fermezza, la sua serietà e il rigore morale richiamandoli al senso del dovere, aiutandoli, aiutandoci a maturare come uomini in mezzo agli uomini, con la responsabilità del sentirsi tali».
Il mio ultimo ricordo da liceale è legato alla prova orale dell’esame di maturità. Nel 1992 la commissione era composta da docenti esterni e da un solo rappresentante interno, che per la mia classe fu il professore Monterosso. La mattina in cui dovetti sostenere l’esame era però presente anche il professore D’Agostino, che aveva accompagnato la figlia Linuccia, mia compagna di classe. Mi vide vicino ad una finestra, mentre cercavo di concentrarmi e di tenere a bada la tensione. Si avvicinò e con la sua consueta calma mi disse: «Come va? Stai tranquillo. Vedrai che andrà tutto bene», con lo sguardo e il tono di voce del genitore, non del docente.
La comunità eufemiese piange insieme a quella di Santo Stefano la perdita di un grande figlio. In un pubblico manifesto affisso per iniziativa di Carmela Cutrì, allieva ed erede della cattedra che fu di D’Agostino, gli alunni transitati dal “Fermi” hanno preso in prestito le parole di Seneca («Da un uomo grande c’è qualcosa da imparare anche quando tace») per rivolgere al loro professore un saluto riverente: «Ha lasciato un segno indelebile in ognuno di noi, PROFESSORE. Grazie per i suoi insegnamenti, la sua grande umanità, la sua fermezza, la sua immensa cultura, il suo irreprensibile senso del dovere. Grazie per quanto ci ha donato».

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Morire di carcere

Se in Italia si registrassero 10,6 suicidi ogni 10.000 abitanti sarebbe un’emergenza? I giornali vi dedicherebbero approfondimenti, verrebbero scomodati sociologi e psicologi, la politica prenderebbe atto della condizione di disagio di una larga fetta di popolazione e del fallimento delle sue politiche sociali? Penso proprio di sì e sarebbe la cosa giusta da fare.
Ma in Italia i suicidi sono 0,67 ogni 10.000 abitanti: siamo tra i paesi europei ad indice basso; mentre è dentro le carceri che sono proprio 10,6 ogni 10.000 detenuti. Come sottolinea Antigone, “in carcere ci si leva la vita ben 16 volte in più rispetto alla società esterna”.
Con il suicidio nel carcere di Verona della ventisettenne Donatella (e chiamiamole per nome, che già sarebbe un bel passo in avanti distinguere le persone dai numeri), pochi giorni fa, sono ben 44 i suicidi registrati dall’inizio dell’anno: uno ogni cinque giorni. Un dato altissimo, ignorato da gran parte di un’opinione pubblica distratta o disinteressata. Chi se ne frega. Peggio per loro se hanno deciso di impiccarsi con le lenzuola, hanno inalato il gas delle bombolette dei fornellini da campeggio che si utilizzano per cucinare, hanno trangugiato un beverone di medicine. Avrebbero dovuto pensarci prima, delinquenti che non sono altro.
Io non ci riesco a non pensare a ciò che accade dentro le carceri, alle tante ingiustizie che vivo come coltellate sulla mia pelle. Forse è vero che, una volta che ci entri, con la testa resti là dentro per sempre. E se chiudo gli occhi, sento ancora nelle orecchie le urla dei detenuti e il rumore metallico e spaventoso della battitura in tutti i padiglioni la notte che un detenuto si tolse la vita a Santa Maria Capua Vetere, nel luglio del 2020. Una rabbia impotente che non poteva superare la recinzione del carcere. Nessuno ascolta, nessuno può ascoltare, neanche se si è in mille a gridare, a percuotere le scodelle, a scaraventare le brande contro la porta blindata. I detenuti sono fantasmi invisibili, le loro voci sono destinate a spegnersi nel buio.
In Italia è stata abolita la pena di morte, ma morire di carcere equivale a mantenere in vigore questo barbaro castigo. Ai suicidi vanno infatti aggiunti i decessi di gente che là dentro non dovrebbe starci: anziani, malati di tumore, detenuti psichiatrici, tossicodipendenti, cardiopatici come l’ultima vittima, un settantaduenne morto d’infarto a Secondigliano la settimana scorsa.
Se ti affido qualcosa in custodia, hai l’obbligo di restituirmela integra. Dovrebbe valere anche per la custodia in carcere: io, Stato, affido in custodia a te, carcere, il detenuto. I detenuti dovrebbero uscire dalle strutture penitenziarie sulle proprie gambe, non dentro una cassa da morto. Di chi è la responsabilità se questo non avviene?
Nelle celle vivono detenuti che ancora non hanno subito neanche il primo grado di giudizio e molti altri non condannati definitivamente. Tra questi, migliaia di innocenti. Non tutti hanno la forza di resistere all’umiliazione e alla vergogna. Ci sono poi soggetti fragili, che andrebbero aiutati, ma il sovraffollamento e la penuria di figure professionali (educatori) non permette un’assistenza adeguata. Infine vanno considerate le oggettive condizioni di calpestamento della dignità umana: mancanza d’acqua, caldo insopportabile, sospensione delle attività trattamentali nel periodo estivo, sadiche assurdità regolamentari. In carcere si è sempre soli, d’estate in misura maggiore. Eppure per molti basterebbe anche soltanto la concessione di qualche telefonata a casa in più per tirarsi su di morale.
C’è una questione di fondo che non si vuole vedere. Compito dello Stato è assicurare la sicurezza dei propri cittadini, impedire la reiterazione dei reati, favorire il reinserimento sociale del reo. Poiché la visione carcero-centrica dell’esecuzione penale ha fallito su tutti i fronti, sarebbe il caso di cambiare strategia e strumenti. Ma un dibattito del genere necessiterebbe di una classe politica coraggiosa e illuminata, capace di prenderne atto e di sfidare l’impopolarità senza piegarsi al giustizialismo imperante.

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17 luglio 1976: intitolazione della piazza “Aid Committe”

Negli anni Ottanta mi è capitato spesso di giocare all’interno della piazza “Aid Committee” (oggi “Maresciallo Azzolina”), allora poco più di una spianata tra le vie Michele Fimmanò e Tenente Rechichi, ai piedi della scalinata della chiesa di Sant’Ambrogio. Una denominazione per me misteriosa, la cui origine avrei scoperto grazie a quella miniera di informazioni storiche su Sant’Eufemia d’Aspromonte che è stata la rivista “Incontri”. A soddisfare la mia curiosità fu il compianto professore Francesco Marafioti, autore di un articolo biografico dedicato a Vincenzo Ascrizzi, presidente del comitato di aiuti italoamericano per il quale, il 17 luglio 1976, il consiglio comunale deliberò l’intitolazione della piazza.
Nato a Sant’Eufemia l’8 settembre 1904, Ascrizzi si era diplomato in ragioneria nel 1924 presso l’Istituto tecnico di Reggio Calabria, quindi era emigrato negli Stati Uniti e si era stabilito a Brooklyn, dove lavorò alle dipendenze della “Bank of America” e della “National City Bank”.
Dopo essere diventato manager della “Sunland Beverage Company”, nel 1947 aprì due agenzie di viaggio a New York e fu presidente dell’Avia Tours Inc., che aveva la rappresentanza esclusiva della “Siosa Lines” di Napoli.
“Self-made man” capace di realizzare il “sogno americano” e di dare lavoro a una ventina di dipendenti, Ascrizzi non dimenticò mai la propria terra d’origine, grazie all’intensa attività di beneficienza che caratterizzò la sua vita. Nel 1963, il presidente della Repubblica Antonio Segni gli conferì la “Stella della solidarietà di seconda classe” e il titolo di commendatore (nel 1972, ricevette la “Stella della solidarietà di prima classe” e il titolo di Grande Ufficiale); nel 1965, fu nominato cavaliere dell’Ordine equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme; nel 1968, cavaliere di Gran Croce; nel 1973, cavaliere del supremo ordine militare di Malta.
Da presidente del “Sant’Eufemia Aid Committee” (costituito a New York nel 1966) fu promotore della raccolta di fondi destinati alla ricostruzione delle chiese del paese distrutte dal terremoto del 1908, alla realizzazione del monumento ai caduti, a lavori da realizzare nella scuola media, nelle strade e nella rete idrica, all’acquisto di un’autoambulanza, al finanziamento dell’Istituto antoniano delle “Figlie del Divino Zelo”.
Le iniziative del Comitato riavvicinarono eufemiesi distanti migliaia di chilometri, facendoli sentire comunità e protagonisti di una storia condivisa.
Nel resocontare per “Incontri” la notizia dello svolgimento delle esequie, partecipate a New York da una folla immensa, il tre volte sindaco di Sant’Eufemia Diego Fedele elogiò l’uomo “di grande ingegno” che “spese la sua vita per aiutare quanti avessero bisogno”: «Fu suo vanto aver contribuito, affiancato nella sua generosa opera dal “S. Eufemia AID Commitee” di cui era presidente ed animatore, alla realizzazione in S. Eufemia di importanti opere pubbliche che si trascinavano insolute da decenni tra difficoltà insormontabili». Un “gentiluomo”, concludeva Fedele, che “sarà ricordato dagli amici anche per quel suo sorriso franco e sincero che metteva tutti a proprio agio, proprio come solamente un vero amico riesce a fare”.

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Sale la temperatura nelle carceri: sovraffollamento e carenza d’acqua

Il Dubbio, 9 luglio 2022

L’espressione “stare al fresco” appare particolarmente sadica d’estate, quando le mura delle carceri sono roventi per il sole che picchia tutto il giorno, rendendo i pochi metri quadrati delle celle un forno insopportabile. Nei penitenziari, le alte temperature elevano al quadrato la situazione emergenziale che si vive nel mondo libero, per il surplus di disagio dovuto alla totale assenza di rimedi alla calura.
All’arrivo delle prime ondate di calore, puntualmente si levano le voci dei pochi che si fanno portavoce delle problematiche carcerarie: garanti dei detenuti, associazioni radicali, chiesa, qualche avvocato.
Dietro le sbarre ogni estate è uguale alla precedente, per ignoranza: nel senso etimologico di “ignorare” una realtà drammatica che necessiterebbe di interventi strutturali.
Il “mondo di fuori” non sa niente di sovraffollamento e di carenza di acqua, con tutto ciò che ne consegue sulla qualità dell’esecuzione della pena e del grado di umanità che caratterizzano la vita carceraria. Senza contare che l’opinione prevalente è che, in ogni caso, ai detenuti “ben gli sta” soffrire: le carceri non devono essere hotel a cinque stelle. Questione culturale, certo, per il cui superamento occorrerebbe una sensibilità che non può maturare dall’oggi al domani.
Sembra assurdo, ma esistono carceri con le celle prive di docce, per cui il detenuto può accedere a quelle comuni una sola volta al giorno e in orari prestabiliti, generalmente entro le 16.00. Dopo tale orario, per rinfrescarsi occorre accontentarsi dell’acqua del lavandino o delle bottiglie, mettere continuamente a mollo le magliette e indossarle bagnate, oppure ingegnarsi nella realizzazione del cosiddetto “canotto” con i sacchi della spazzatura.
Nella stragrande maggioranza dei penitenziari non è consentito acquistare piccoli ventilatori. È già tanto se viene tollerata la copertura della finestra con i teli da doccia per attutire il passaggio dei raggi del sole. Di notte, invece, laddove i letti a castello non sono imbullonati al pavimento, vengono spostati al centro della cella, come un catafalco, per scostarli dalle pareti infuocate e potere così “godere” del refolo d’aria che soffia tra la finestra e il cancello.
Il passeggio avviene nelle fasce orarie più calde, in cortili che spesso sono torride scatole di cemento, prive di un angolo d’ombra. Molti detenuti cardiopatici, ipertesi, o semplicemente anziani, si ritrovano così a subire un’afflizione ulteriore e gratuita, poiché – giustamente – scelgono di non usufruire delle ore d’aria. Si tratta probabilmente di un problema organizzativo interno che, proprio per questo, potrebbe essere superato con una razionalizzazione del lavoro più attenta ai bisogni e ai diritti della comunità carceraria.
In molte carceri mancano i frigoriferi nelle celle e i congelatori nelle sezioni. Si beve acqua a temperatura ambiente, bollente, mentre i familiari riducono al minimo l’invio di alimenti e cibi cotti, poiché, anche a causa delle lungaggini delle consegne, andrebbero rapidamente in putrefazione.
Il giurista Piero Calamandrei ammoniva che, per rendersi conto della condizione delle carceri, bisogna averle viste. Chi ha avuto in sorte un passaggio più o meno lungo da una struttura penitenziaria ha il dovere morale e civile di non valutare quell’esperienza come una parentesi dolorosa della propria vita, da dimenticare. Per una questione di dignità: la propria e delle migliaia di detenuti ristretti nelle carceri italiane, nonché quella di uno Stato che si professa di diritto. Considerare cioè la propria detenzione il seme di una pianta che possa un giorno germogliare e dare frutti di umanità.

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Il fatto non sussiste, di Irene Testa

Irene Testa, tesoriera del Partito Radicale, ha raccolto in un libro 25 storie di malagiustizia tratte dalle interviste realizzate per la rubrica “Lo stato del diritto”, che conduce su Radio Radicale. Tra le vicende raccontate c’è anche quella che mi ha riguardato personalmente.
«Ho raccolto delle storie – scrive –, realizzate grazie alla voce dei protagonisti per la rubrica “Lo stato del Diritto” che viene trasmessa sulla rete nazionale di Radio Radicale. Ho ritenuto che questi preziosi racconti andassero pubblicati perché mostrano una fotografia del dolore che tutti noi, da cittadini, rischiamo ogni giorno di subire. A causa di un sistema arroccato nella celebrazione e conservazione del proprio status quo anziché del diritto, dei diritti, della democrazia della Repubblica. Questo è il momento giusto per farlo. In primavera, grazie al referendum promosso dal Partito Radicale e dalla Lega, gli italiani avranno l’occasione di cambiare alcune distorsioni del sistema del quale queste storie sono la viva testimonianza».
La prefazione del volume è di Gaia Tortora, giornalista di La7 e figlia di Enzo, il popolare conduttore televisivo diventato il simbolo della malagiustizia italiana:
«Eccola la frase che ti fa tornare a respirare, che ti restituisce alla vita, anche se la vita per molti non sarà più quella di prima. Il fatto non sussiste, e invece sussiste eccome. Ed è quello che ti ha scaraventato all’inferno senza un motivo. Che ha distrutto la tua vita e quella dei tuoi cari. Il fatto sussiste, si chiama malagiustizia, errore giudiziario, sciatteria, malafede. Tutto quello che travolge una persona che mai avrebbe immaginato un incubo dal quale districarsi, perdendo dignità, salute e soldi. Le storia qui raccontate sono le vite degli altri, ma domani o dopo potrebbero accadere a tutti. Io lo so bene. Ogni giorno tre innocenti finiscono in carcere per errore, parliamo di oltre 1000 cittadini all’anno. Spesso le cause sono banali. Un errore di persona, un accertamento mancato, le falsità senza riscontro. È facile (fin troppo) finirci in quel fatto che non sussiste. Diventa però complicatissimo dimostrarlo. Le storie raccolte da Irene Testa sono le nostre storie. Ci appartengono anche se non le abbiamo vissute. Perché solo una coscienza collettiva dell’importanza di una giustizia giusta e di uno Stato di diritto ci aiuterà a dimostrare veramente che il fatto…non sussiste».
Chi volesse acquistare il libro, può farlo cliccando sul link: www.lostatodeldiritto.it

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La guerra e noi

Provocano sempre sconcerto la violenza e le guerre, rigurgito di pulsioni primitive che si fa fatica a definire. Cos’è la guerra? Perché gli uomini e le nazioni si fanno la guerra?
Ci sono certamente delle ragioni che portano gli uomini a calpestare la vita e la dignità di altri uomini per un qualche interesse. Anche se qualsiasi motivazione risulta incomprensibile agli occhi di chi pone al primo posto della propria scala di valori la vita e la dignità umana.
Da giorni leggo i commenti e i post delle tifoserie contrapposte. Come se davvero la guerra possa essere accomunata ad una partita di calcio o ad una gara canora. Se l’uomo perde di vista l’aspetto umano degli avvenimenti, perde sé stesso.
C’è un popolo in fuga dal proprio Paese, che ha dovuto abbandonare la propria casa con quattro cose strette dentro un sacco. Una vita dentro un sacco. Ci sono bambini che piangono terrorizzati. C’è la piccola Mia, che nasce nel sotterraneo della metropolitana di Kiev adattato a rifugio antiaereo. C’è il fischio della sirena che invita a correre negli scantinati perché dal cielo stanno per piovere bombe. Ci sono civili e militari che muoiono, e non era nei loro progetti. Non così, almeno. C’è gente che ha perso tutto ciò che aveva. C’è il ricordo, già diventato vecchissimo, di una condizione di normalità stuprata dall’invasione.
Le democrazie hanno mille imperfezioni, spesso sono inefficienti. Ma rappresentano il meglio di cui l’uomo è stato capace per esprimere la sua natura di animale sociale. Sono il prodotto di un percorso evolutivo millenario; nel secondo dopoguerra, l’esito della fine dei conflitti e della sconfitta delle dittature in Europa: “la peggiore forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora”, ammoniva Winston Churchill in un celebre discorso del 1947.
A differenza di molti altri conflitti in corso sul pianeta, dei quali colpevolmente non sappiamo o facciamo finta di non sapere niente, questa in Ucraina è una guerra in presa diretta. Uomini, donne, bambini e anziani non sono numeri, ne vediamo i volti sofferenti. Il dolore provocato non dobbiamo immaginarlo, ferisce i nostri occhi.
Per questo è sconcertante l’incontinenza verbale del tifoso della strada. Mette angoscia ciò che non si riesce a comprendere.

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Della felicità

Quanto è transitoria la felicità? Dalla sua impermanenza deriva il manifestarsi a lampi, con bagliori accecanti che nascondono il paesaggio circostante. Quando siamo felici, esistiamo soltanto noi e lei: chiunque o qualsiasi cosa essa sia. Di tutto il resto si percepiscono i contorni imprecisati, quinte sfocate del teatro che calpestiamo.
Sono attimi da respirare a pieni polmoni come dalla cima della montagna; da gustare come nespole succulente. Quando il bagliore si spegne, i ricordi del passato trapuntano di nostalgia la tela buia.
Per questa sua natura effimera, la felicità è la collezione di attimi del clown di Böll, il carpe diem di Orazio, il viaggiare leggero di de Saint-Exupery.
Ciascuno di noi insegue la propria felicità, che «sappiamo soltanto guardare, aspettare, cercare già fatta/ quasi fosse anagramma perfetto di facilità/ barando su un’unica lettera», fa notare Guccini mettendo in guardia su quanto essa sia complicata da raggiungere.
A volte non si è neanche in grado di riconoscerla, bombardati come siamo dal nulla fuorviante che ci opprime. Eppure pretendiamo di essere felici; addirittura rivendichiamo la felicità come un nostro diritto, alla maniera dei padri fondatori degli Stati Uniti che lo scolpirono nella Dichiarazione d’indipendenza. Un principio impegnativo, tanto suggestivo quanto illusorio. Buono per riempire cornici da appendere al muro.
Qualcuno ha affermato che di Federico Fellini sta al cinema come l’Ulisse di James Joyce sta alla letteratura. Il film premio Oscar nel 1964 racconta la crisi esistenziale e professionale del regista Guido Anselmi, interpretato da Marcello Mastroianni. Nella celebre scena del colloquio tra Anselmi/Fellini e il Cardinale, la risposta dell’alto prelato al regista che espone il suo dramma («Eminenza, io non sono felice») è terrificante: «Perché dovrebbe essere felice? Il suo compito non è questo. Chi le ha detto che si viene al mondo per essere felici?».

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Buon Natale

Beati coloro che sanno emozionarsi nell’attesa del miracolo che ogni anno si compie, l’ennesima ri-nascita. Con un inizio testardo da attaccare ad ogni fine con la colla, come la coda colorata del disegno del bambino.
Tra bilanci più o meno impietosi e buoni propositi, contiamo le sedie vuote di chi non c’è più, di chi non ha voluto esserci, di chi non può esserci. Mentre i ricordi trafiggono l’anima. Mentre i ricordi accarezzano l’anima.
Natale è tempo di assenze. Ingombranti nel loro non esserci, assordanti nel loro silenzio. Un tempo sospeso, che svanisce in un giro d’orologio portando con sé addizioni e sottrazioni, successi e fallimenti. Incalzato dall’urgenza di recuperare la coperta che protegga il bambino dal gelo. Perché si è inevitabilmente chiamati a fare i conti con la realtà, non con la sua idea o rappresentazione.
Non si può scappare dalla vita, quella cosa che ti travolge proprio quando pensi di avere tutto sotto controllo. Quando il cammino ha l’aspetto ingannevole di una strada lunga e dritta: senza curve, salite, incroci. Tocca andare e vedere le carte, con il bello e con il cattivo tempo. Con in bocca la preghiera cantata da De Gregori a Gesù Bambino: «Fa che piova un po’ di meno, sopra quelli che non hanno l’ombrello».
Buon Natale

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Santa Eufemia, di Biagio Marin

Biagio Marin, nato a Grado (Gorizia) il 29 giugno 1891, è stato il poeta del mare, che ha cantato nella lingua della sua città natìa: «Nel suo dialetto veneto gradese – pieno di luce, cielo, mare – il mare è un mare senza nome, senza confini, disfatto in pura luce. In esso, lui, il poeta, si dissolve come poeta, cantando i luoghi della sua vita, della sua terra. In tutta la poesia dialettale ed italiana, nessun altro ha toccato il mare come Biagio Marin» (Claudio Marabini).
Il cuore della poetica di Marin pulsa dei luoghi della città “figlia di Aquileia e madre di Venezia”, in epoca romana porto di Aquileia e nota come “la Prima Venezia”, per il primato lagunare mantenuto fino all’affermazione della Serenissima. Per Marin, Grado è il piccolo nido al quale ritornare: e proprio El picolo nio è il titolo di una sua raccolta di versi.
La basilica di Sant’Eufemia di Grado, chiesa cattedrale fino alla soppressione del patriarcato e al trasferimento del titolo a Venezia (1451), è uno dei luoghi di Marin anche perché il padre, oste, ne fu il sagrestano. Risalente al VI secolo, sorge sopra una costruzione preesistente (“basilichetta di Petrus”, IV secolo) ed è affiancata da un campanile eretto nel XV secolo, in cima al quale svetta una statua segnavento in rame raffigurante l’Arcangelo San Raffaele. Delle tre navate divise da due file di dieci colonne sormontate da capitelli romani e bizantini, quella centrale termina nell’abside, mentre caratteristici e pregiati sono i mosaici in stile bizantino che ricoprono l’intera superficie del pavimento. Edificata per volontà del vescovo Elia, l’intitolazione a Sant’Eufemia confermava la fedeltà della chiesa aquileiese-gradese alle deliberazioni antiariane del concilio di Calcedonia (451), città della Bitinia nella quale la santa era nata e dove, il 16 settembre 303, “giunse con strenuo combattimento alla corona di gloria”.
Alla basilica di Sant’Eufemia Marin ha dedicato la seguente poesia:

Santa Eufemia
Me amo la to ciesa granda, Elia,
pel so silensio e per la so frescura;
là drento quele mura
colone ad archi dilata l’unbría.
Me piase intrâ cô Elo xe piú solo,
e Lo respiro in quel so svodo grando
e verso d’Elo mando
el cuor in svolo.
Lo vardo fermo, drento, ’l cuor me bate,
e ’i digo el ben che ’i vogio
e son fiamela d’ogio
ne l’onbra granda de le tre navate.
Picola luse xe la mia
a iluminâ quel’onbra profumagia
de tanta umanità passagia
comò una longa dolse litania.

Traduzione:
«Sant’Eufemia. Amo la tua chiesa grande, Elia,/ pel suo silenzio e per la sua frescura;/ là dentro quelle mura/ colonne ed archi dilatano l’ombra./ Mi piace entrare quando Lui è più solo,/ e Lo respiro in quel suo vuoto grande,/ e verso di Lui mando/ il mio cuore in volo./ Lo guardo fermo; dentro, il cuore mi batte,/ e Gli dico il bene che Gli voglio/ e sono fiammella d’olio/ nell’ombra grande delle tre navate./ Piccola luce è la mia/ per illuminare quell’ombra profumata/ di tanta umanità passata/ come una lunga dolce litania».

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Gino Strada, una vita contro le guerre

«Tra i suoi ultimi pensieri – si legge sul sito di Emergency – c’è stato l’Afghanistan». Gino Strada se n’è andato proprio mentre i talebani stanno per riconquistare Kabul, in una terra che l’ha visto lungamente impegnato a cucire feriti, ingessare ossa spezzate, operare con il bisturi mentre attorno all’ospedale lo scoppio delle bombe diventava assordante. Nastro adesivo nelle finestre e via, per non interrompere l’opera umanitaria alla quale ha dedicato tutta la vita: la cura e la riabilitazione delle vittime di guerre e delle mine antiuomo. Fedele al principio che tutte le vite hanno uguale valore, “che le guerre, tutte le guerre, sono un orrore. E che non ci si può voltare dall’altra parte, per non vedere le facce di quanti soffrono in silenzio”. Parole scolpite nel libro testimonianza Pappagalli verdi. Cronache di un chirurgo di guerra (Feltrinelli, 1999), che contiene la prefazione di Moni Ovadia: «Gino Strada arriva quando tutti scappano, e mette in piedi ospedali di fortuna, spesso senza l’attrezzatura e le medicine necessarie, quando la guerra esplode nella sua lucida follia. Guerre che per lo più hanno un lungo strascico di sangue dopo la fine ufficiale dei conflitti: quando pastori, bambini e donne vengono dilaniati dalle tante mine antiuomo disseminate per le rotte della transumanza, o quando raccolgono strani oggetti lanciati dagli elicotteri sui loro villaggi. I vecchi afgani li chiamano pappagalli verdi». Morti e feriti privi di dignità, ridotti ad “effetti collaterali” di ogni sporca guerra: «Il 90% dei feriti di una guerra sono civili, molti dei quali bambini: è questo il nemico?».
Strada è stato definito un idealista concreto. Sono 11 milioni le persone curate in 18 paesi diversi a partire dal 1994, quando insieme alla moglie Teresa Sarti fondò Emergency: «Se ciascuno di noi facesse il suo pezzettino – il mantra della cofondatrice, morta nel 2009 – ci troveremmo in un mondo migliore senza neanche accorgercene». Un pezzettino “banale” come l’applicazione della Dichiarazione dei diritti dell’uomo, che Strada ha voluto pubblicare in appendice al suo Buskashì. Viaggio dentro la guerra (Feltrinelli, 2002): «Mi piacerebbe – scrisse in quell’occasione – che ce ne fosse una versione plastificata, di piccolo formato, da tenere nel portafogli con la carta d’identità e la tessera del gruppo sanguigno».
Dopo l’attentato delle Torri Gemelle a New York, lanciò la campagna “uno straccio per la pace”: «Uno straccio di pace appeso alla borsetta o al balcone o all’antenna della macchina o al guinzaglio del cane per chiedere che questa guerra finisca e non ne nascano altre. Volere la pace non significa mancare di rispetto alla memoria di chi è morto negli attentati. Confidare nella pace non significa non aver pianto per le migliaia di vittime innocenti». Io optai per un pezzo di stoffa bianco annodato allo specchietto retrovisore della mia auto: è ancora là.
Chissà come avrebbe reagito all’ipocrisia del cordoglio espresso da gente che mentre era in vita l’ha aspramente criticato, accusandolo neanche tanto velatamente di fare il gioco dei terroristi. Probabilmente avrebbe tirato fuori quel carattere irascibile, richiamato dal cantautore Daniele Silvestri nel suo commosso ricordo: «Gino mio. Gino nostro. Gino di tutti. Gino degli indifesi, dei feriti, Gino in guerra contro ogni guerra, sempre. Lasci un mondo che ti ha fatto incazzare quasi ogni giorno, eppure ’sto mondo di merda è un po’ meno di merda grazie a te e a chi negli anni da te ha imparato e ti ha seguito».

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