Gino Strada, una vita contro le guerre

«Tra i suoi ultimi pensieri – si legge sul sito di Emergency – c’è stato l’Afghanistan». Gino Strada se n’è andato proprio mentre i talebani stanno per riconquistare Kabul, in una terra che l’ha visto lungamente impegnato a cucire feriti, ingessare ossa spezzate, operare con il bisturi mentre attorno all’ospedale lo scoppio delle bombe diventava assordante. Nastro adesivo nelle finestre e via, per non interrompere l’opera umanitaria alla quale ha dedicato tutta la vita: la cura e la riabilitazione delle vittime di guerre e delle mine antiuomo. Fedele al principio che tutte le vite hanno uguale valore, “che le guerre, tutte le guerre, sono un orrore. E che non ci si può voltare dall’altra parte, per non vedere le facce di quanti soffrono in silenzio”. Parole scolpite nel libro testimonianza Pappagalli verdi. Cronache di un chirurgo di guerra (Feltrinelli, 1999), che contiene la prefazione di Moni Ovadia: «Gino Strada arriva quando tutti scappano, e mette in piedi ospedali di fortuna, spesso senza l’attrezzatura e le medicine necessarie, quando la guerra esplode nella sua lucida follia. Guerre che per lo più hanno un lungo strascico di sangue dopo la fine ufficiale dei conflitti: quando pastori, bambini e donne vengono dilaniati dalle tante mine antiuomo disseminate per le rotte della transumanza, o quando raccolgono strani oggetti lanciati dagli elicotteri sui loro villaggi. I vecchi afgani li chiamano pappagalli verdi». Morti e feriti privi di dignità, ridotti ad “effetti collaterali” di ogni sporca guerra: «Il 90% dei feriti di una guerra sono civili, molti dei quali bambini: è questo il nemico?».
Strada è stato definito un idealista concreto. Sono 11 milioni le persone curate in 18 paesi diversi a partire dal 1994, quando insieme alla moglie Teresa Sarti fondò Emergency: «Se ciascuno di noi facesse il suo pezzettino – il mantra della cofondatrice, morta nel 2009 – ci troveremmo in un mondo migliore senza neanche accorgercene». Un pezzettino “banale” come l’applicazione della Dichiarazione dei diritti dell’uomo, che Strada ha voluto pubblicare in appendice al suo Buskashì. Viaggio dentro la guerra (Feltrinelli, 2002): «Mi piacerebbe – scrisse in quell’occasione – che ce ne fosse una versione plastificata, di piccolo formato, da tenere nel portafogli con la carta d’identità e la tessera del gruppo sanguigno».
Dopo l’attentato delle Torri Gemelle a New York, lanciò la campagna “uno straccio per la pace”: «Uno straccio di pace appeso alla borsetta o al balcone o all’antenna della macchina o al guinzaglio del cane per chiedere che questa guerra finisca e non ne nascano altre. Volere la pace non significa mancare di rispetto alla memoria di chi è morto negli attentati. Confidare nella pace non significa non aver pianto per le migliaia di vittime innocenti». Io optai per un pezzo di stoffa bianco annodato allo specchietto retrovisore della mia auto: è ancora là.
Chissà come avrebbe reagito all’ipocrisia del cordoglio espresso da gente che mentre era in vita l’ha aspramente criticato, accusandolo neanche tanto velatamente di fare il gioco dei terroristi. Probabilmente avrebbe tirato fuori quel carattere irascibile, richiamato dal cantautore Daniele Silvestri nel suo commosso ricordo: «Gino mio. Gino nostro. Gino di tutti. Gino degli indifesi, dei feriti, Gino in guerra contro ogni guerra, sempre. Lasci un mondo che ti ha fatto incazzare quasi ogni giorno, eppure ’sto mondo di merda è un po’ meno di merda grazie a te e a chi negli anni da te ha imparato e ti ha seguito».

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Benvenuti nella giungla

A seguito delle proteste per la soppressione o scippo (dipende dai punti di vista) dello svincolo autostradale, il Potere, per benevola concessione, acconsentì al mantenimento di un tratto della vecchia autostrada, in modo che i cittadini di Sant’Eufemia non dovessero scendere a Pellegrina e poi risalire da Ceramida, prima di potersi immettere nel nuovo tracciato. Il progetto originario prevedeva infatti proprio questo: fantastico e lungimirante.
Da ciò conseguì il problema della manutenzione di un tratto di strada ignorato anche dal navigatore satellitare: Anas, Città metropolitana, amministrazioni comunali?
Fino ad ora, a seguito delle insistenze delle amministrazioni comunali e dei politici locali, in qualche modo si era ottenuto almeno lo sfalcio estivo da parte della Provincia, poi Città metropolitana. Se non a giugno, ad agosto: in modo, insomma, che i turisti non si dovessero dotare di machete per potere andare al mare.
Noi stanziali invece non abbiamo di questi problemi, essendo specialisti delle gimkane. Se non guidiamo col brivido non ci prendiamo gusto. Abbiamo bisogno delle scariche di adrenalina da rischio di incidente stradale per vivere bene. Per questo motivo, esultiamo nel constatare il trionfo della vegetazione su guard-rail e asfalto.
Benvenuti nella giungla, per dirla con il titolo di una celebre canzone dei Guns N’ Roses.
Purtroppo, non possiamo contare su nessuno. Per me è una magra consolazione essere sempre stato contrario all’abolizione della Provincia, che era l’ente più vicino alle comunità periferiche, delle quali esprimeva i rappresentanti. D’altronde, se i grandi che fecero l’Italia suddivisero la Penisola in province e non in regioni, un motivo doveva esserci. Vuoi vedere che era proprio quello di dare dignità istituzionale e rappresentanza ai territori di ogni singola provincia?

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La terra delle ingiuste detenzioni

Ci sono i dati e c’è l’interpretazione dei freddi numeri. Ma la politica, è notorio, su certi temi preferisce fare lo struzzo. Il dato è quello delle ingiuste detenzioni nell’anno 2020 diffuso dal Sole24Ore, che riporta il contenuto della “Relazione sull’applicazione delle misure cautelari personali e i dati relativi alle sentenze di riconoscimento del diritto al ristoro per ingiusta detenzione” redatta dal Dipartimento per gli Affari di Giustizia: 1108 procedimenti e 46 milioni di euro liquidati, quasi 27 milioni di risarcimenti soltanto nelle Corti d’appello di Bari, Catanzaro, Palermo, Roma e Reggio Calabria. Capolista di questa speciale classifica dei risarcimenti, la Corte d’Appello di Reggio con circa 8 milioni liquidati, seguita da quella di Catanzaro (4 milioni e mezzo). Insomma, il Sud la fa da padrona. Si dirà: certo, c’è la mafia. Più reati uguale più arresti, ma anche maggiore possibilità di errori e di vittime collaterali della sacrosanta lotta al crimine.
E quindi? I numeri di matricola schiacciati dai panzer delle procure meritano un moto di indignazione e la ribalta politica, o basta un risarcimento? Scusate e tanti saluti.
Ancora: c’è una ragione se nonostante i rastrellamenti a tappeto di interi paesi la criminalità è viva e vegeta? Sì, c’è. Un motivo semplicissimo: la repressione da sola non è sufficiente e, anzi, gli errori provocati dalla pesca a strascico (o dal napalm: fate voi) fanno soltanto aumentare la sfiducia dei cittadini nelle istituzioni.
Nel suo pregevole La ’ndrangheta come alibi (Città del sole edizioni, 2019), Ilario Ammendolia con coraggio sostiene che la ’ndrangheta è stato ed è l’alibi di classi dirigenti incapaci, funzionale alla giustificazione del disimpegno dello Stato in Calabria. Stato che dà segnali di vita con interventi repressivi, intercettazioni telefoniche di massa, operazioni mediatiche che coinvolgono migliaia di innocenti, provocano assurdi scioglimenti di consigli comunali e interdittive antimafia contro le imprese. È il paradosso di uno Stato che si manifesta con la sospensione dello Stato di diritto e con il ricorso a una legislazione emergenziale.
Nihil sub sole novum: è storia antica, che non ha neanche il pregio dell’originalità. Già la legge Pica (1863), da applicare alle province del Sud dichiarate in “stato di brigantaggio”, non risolse il problema nonostante le migliaia di arresti, fucilazioni sommarie, condanne ai lavori forzati e al domicilio coatto. Un abuso denunciato subito (3 maggio 1863) dal deputato pugliese Giuseppe Massari, uno dei pochi a comprendere la complessità del fenomeno: «Il brigantaggio è stato considerato come questione di forza, e quindi per combatterlo non si è saputo far altro di meglio se non contrapporre forza a forza. Ma in cosiffatta questione la parte militare è accessoria, è secondaria».
Se l’emergenza non viene mai superata, bisognerebbe almeno porsi qualche dubbio sull’efficacia di uno strumento che evidentemente non va alle radici della questione, principalmente perché mischia fenomeno sociale e reati: da qui gli arresti di massa. Occorrerebbe prendere atto che la criminalità è effetto del sottosviluppo, non causa. Un ribaltamento di prospettiva che metterebbe sul banco degli imputati l’intera classe politica italiana, colpevole (non soltanto per incapacità) della mancanza di lavoro, infrastrutture e servizi in una vasta area del Paese.
Servirebbe l’antimafia dei fatti, che si traduce in politiche di sviluppo. E meno antimafia di parata, quella dei vuoti codici etici, degli ipocriti registri della “cittadinanza consapevole” e delle targhe “Qui la mafia non entra”. Togliete alla criminalità il brodo di coltura della disoccupazione e appassirà da sola.

*Pubblicato su CalabriaPost.net, 30 giugno 2021

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Bene i colloqui in presenza, ma manteniamo anche quelli video

IL DUBBIO, 26 GIUGNO 2021

Gentile direttore,
è stato accolto molto positivamente l’annuncio del ministro della Giustizia Marta Cartabia sulla ripresa dei colloqui in presenza nelle carceri. Come si ricorderà, la sospensione a marzo 2020 aveva scatenato le proteste e le rivolte culminate con i morti di Modena, feriti e pestaggi in diversi penitenziari.
Per attenuare l’isolamento dei detenuti, in una fase caratterizzata inoltre dall’interruzione di ogni attività all’interno delle carceri (lezioni scolastiche, palestra, celebrazioni sacre, ingresso di volontari), il governo dispose l’aumento delle telefonate a casa e introdusse le videochiamate, sostitutive dei colloqui visivi, sebbene in numero variabile da penitenziario a penitenziario. Ad ogni modo, la soluzione contribuì a rasserenare gli animi e, cosa più importante, a garantire quel “diritto all’affettività”, in senso ampio, che va riconosciuto al detenuto quale tutela della sua dignità di essere umano. Una giustizia giusta è infatti incompatibile con la concezione della pena in senso esclusivamente afflittivo, tipica invece della “vendetta pubblica”.
La sentenza 26/1999 della Corte Costituzionale ha stabilito una volta per tutte che «l’esecuzione della pena e la rieducazione che ne è finalità – nel rispetto delle irrinunciabili esigenze di ordine e disciplina – non possono mai consistere in “trattamenti penitenziari” che comportino condizioni incompatibili col riconoscimento della soggettività di quanti si trovano nella restrizione della loro libertà». La detenzione non annulla la titolarità dei diritti del detenuto, tra i quali vi è il diritto al mantenimento delle relazioni affettive con il proprio nucleo familiare. D’altro canto, l’articolo 5 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, richiamato dall’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, afferma che “nessun individuo potrà essere sottoposto a tortura o a trattamento o punizioni crudeli, inumani o degradanti”. Inumana e degradante è la condizione di chi, già privato della libertà personale, non può avere alcun tipo di contatto con le persone care.
Ecco perché sarebbe auspicabile non abbandonare del tutto l’esperienza nata da una situazione di emergenza che si è rivelata tanto utile quanto umana. Non tutti i familiari di un detenuto hanno la possibilità di svolgere i colloqui in presenza, soprattutto se il penitenziario dista centinaia e centinaia di chilometri dal luogo di residenza. Ciò accade ai coniugi anziani (nelle carceri ci sono molti detenuti ultrasettantenni) con problemi di salute che rendono complicato un eventuale viaggio, in presenza di bambini molto piccoli o di familiari con disabilità, ma anche in realtà di disagio economico: non tutti possono permettersi i costi della trasferta e, a volte, del pernottamento.
Mantenendo entrambe le opzioni, una alternativa dell’altra, chi non avesse la possibilità di svolgere i colloqui visivi potrebbe continuare a vedere il volto dei congiunti attraverso il display di un telefonino. Sembra poco, ma non lo è: né per i detenuti, né per i suoi familiari.

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Punto e a capo

Non sono il primo e non sarò l’ultimo caso di malagiustizia. Dovrei quasi ritenermi “fortunato”, visto che la mia posizione è stata archiviata e, pertanto, mi è stata almeno risparmiata l’ulteriore umiliazione di dovere affrontare un processo.
Sono soddisfatto? No. Arrabbiato? Neanche. Sono deluso. Nessuno dovrebbe essere privato della libertà ed essere scaraventato nel “cimitero dei vivi”, prima dell’accertamento della sua colpevolezza.
Non riesco a togliermi dalla testa le immagini di me che scendo per primo le scale della questura di Reggio Calabria il 25 febbraio 2020, giorno dell’operazione “Eyphemos”. Né le sentenze emesse da televisioni, giornali e quotidiani online, locali e nazionali. Sarebbe onesto che gli amanuensi delle procure che si annidano nelle redazioni giornalistiche ammettessero: «Ci siamo sbagliati perché, come sempre, abbiamo considerato dogma l’ipotesi investigativa degli inquirenti; perché, come sempre, abbiamo fatto carne di porco del principio della presunzione d’innocenza».
Non riesco a scacciare via la sensazione d’impotenza suscitata dalla constatazione dell’irrilevanza degli strumenti difensivi: rigetto della comparazione fonica di parte; inutilità delle argomentazioni a discolpa presentate, per me coerenti e logiche sin dal principio di questa assurda storia; mortificazione del diritto alla difesa, fino a quando la procura non ha deciso di affidare al RIS di Messina la perizia che a settembre, 205 giorni dopo l’arresto, ha finalmente portato alla mia scarcerazione poiché, essendo stato accertato lo scambio di persona, non sussistevano più i “gravi indizi di colpevolezza”.
Comprendo l’errore, ma non accetto l’accanimento. Questa amara sensazione ha accompagnato ogni giorno della mia detenzione, martellante come il sostantivo utilizzato dal pubblico ministero e avallato dal tribunale della libertà nel rigettare il ricorso: secondo l’accusa, contro di me risultava un “coacervo” di indizi. Ma io non dovevo giustificarmi per comportamenti o atti considerati penalmente rilevanti da chi ha condotto l’indagine. C’era una questione preliminare, sostanziale, decisiva che andava affrontata subito perché concerneva l’errata attribuzione alla mia persona dell’identità del soggetto intercettato. E invece ci sono voluti sette mesi per accertare quello che ho sostenuto sin dall’interrogatorio di garanzia, due giorni dopo l’ingresso in carcere, senza la necessità di ascoltare la registrazione: «Non sono io. Fate una perizia fonica, perché quella voce non può essere la mia». Sette mesi che ho trascorso in prigione: non a piede libero, né agli arresti domiciliari. Troppi, ritengo, per uno Stato di diritto appena appena decente.
Non ho fiducia nella giustizia italiana. Credo invece nella verità, una forza tenace come la goccia che scava la roccia.
Ora inizia il secondo tempo, che intendo come impegno per una battaglia di civiltà minoritaria e impopolare: contro la gogna del giustizialismo mediatico, contro l’aberrazione della carcerazione preventiva, contro la condizione disumana di molte carceri italiane.
Scarto il buono dal brutto: la presa di coscienza di questioni mai considerate nella loro complessa rilevanza, diventate ora ragione di studio e per le quali credo valga la pena spendersi. Da libero cittadino e da osservatore purtroppo privilegiato.

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Le tre croci

C’è un innocente sulla croce in ogni angolo della terra dove la giustizia diventa arbitrio, dove il giudizio è pregiudizio, dove si tengono gli occhi chiusi. Perché deve essere così. Perché non può essere diversamente. Perché la terra è un marchio di colpa impresso a fuoco sulla carne.
La mela non cade lontano dall’albero e l’albero, in certi posti maledetti, produce sempre frutti velenosi. Viene ripetuto con il tono definitivo dell’essere superiore, verità assoluta sulle labbra di un’entità etica che può permettersi di puntare il dito. Che deve puntare il dito, perché investito di una missione palingenetica. Il moralista che si incarna nella Morale salverà il mondo, dall’alto del suo immacolato trono. Spazzerà strade e piazze dagli scarti umani che la insozzano per il solo motivo di essere nati, qui e non in un altro posto.
Sulla croce pende un uomo in agonia, condannato dal popolo che salva Barabba e condanna l’innocente. Non ci vuole molto. Basta trovare le parole giuste, gli slogan che aizzano la folla al “crucifige”. Dal pulpito, dai giornali, dagli schermi televisivi.
Il pasto è pronto per essere servito: afferrare il proprio brandello di carne e saziarsi è pura catarsi. Il menu della trattoria della gogna offre un’ampia scelta. Persino la carne del ladrone buono, sulla croce alla destra dell’innocente; o quella del cattivo, appeso alla sua sinistra. Ladroni per non avere potuto scegliere un’altra strada o perché decisi ladroni da altri, accanto ai ladroni per indole criminale.
Ai piedi delle tre croci si piange uguale dolore: per gli innocenti, per i buoni e per i cattivi. Sciogliendo il dolore dell’uomo nella metafora di una resurrezione impossibile senza calvario.

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Non voltarti indietro

Al cardinale Richelieu viene attribuita l’affermazione “con due righe scritte da un uomo si può fare un processo al più innocente”. Cinque vittime del sistema giudiziario italiano sono i protagonisti del docufilm “Non voltarti indietro” (2016), diretto da Francesco Del Grosso e prodotto da errorigiudiziari.com, in associazione con Own Air: Daniela Candeloro, commercialista; Vittorio Raffaele Gallo, impiegato alle Poste; Fabrizio Bottaro, designer di moda; Antonio Lattanzi, assessore comunale; Lucia Fiumberti, dipendente di un ente pubblico. Cinque persone le cui vite vengono sconvolte dall’esperienza della giustizia ingiusta e del carcere; cinque vittime uguali ai circa 1000 innocenti che ogni anno, in Italia, finiscono in galera.
Il titolo del film richiama la raccomandazione scaramantica per la quale, una volta liberato, il detenuto non deve mai voltarsi indietro lungo il tragitto che dalla cella lo conduce all’esterno del carcere, se non vuole tornarci.
I cinque protagonisti raccontano i rispettivi calvari personali: l’arresto, il trasferimento in questura, l’ispezione corporale, l’ingresso in carcere. Cosa scatta nella testa di chi viene arrestato? Come ci si adatta a vivere in una realtà della quale non si sa niente? Cosa pensa un innocente mentre è in carcere?
La privazione della libertà è un’esperienza-limite, che lascia ferite profonde. Fino a quando non si attraversa l’ultima porta, si ha la speranza che possa essersi trattato di uno sbaglio al quale si porrà rimedio, magari nella stessa giornata. Ma non funziona così. Scene che erano state viste soltanto nei film diventano incredibilmente realtà: le foto segnaletiche, le impronte digitali e tutte le formalità burocratiche che precedono l’ingresso in carcere.
Trovarsi in galera da innocenti scatena diverse reazioni. La sensazione di impotenza per il muro contro il quale si ha l’impressione di sbattere; la rabbia per un sistema giudiziario che non funziona; la percezione che l’obiettivo dei giudici non sia cercare la verità, ma trovare un colpevole.
«Se la giustizia non portasse una benda sugli occhi, proverebbe orrore per i propri errori», avverte un aforisma del poeta spagnolo Manuel Neila. Eppure, occorre trovare la forza per reagire.
La vita – racconta una protagonista del docufilm – non è fatta soltanto di cose belle e di successo. Il percorso è spesso duro e imprevisto, ma “quello che conta è ciò che sei, non il posto in cui stai”. Ogni esperienza ha un lato positivo e, anche se “la ferita resta”, è necessario “fare in modo che non sanguini più”.

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Il servizio di Report sulle carceri italiane

La puntata di Report di ieri sera ha il merito di avere squarciato il velo dell’ipocrisia e dell’indifferenza sul tema della condizione delle carceri italiane. Vi consiglio di guardarla quest’ora di servizio giornalistico. Anche se non è tutto. Perché il carcere è repubblica a sé: molto poco di ciò che succede là dentro filtra all’esterno. Nessuno vede l’acqua marrone che sgorga da fetide docce comuni, né sente i miasmi della spazzatura sotto la finestra, assaltata da decine e decine di gabbiani stridenti. E se, ad esempio, per venti giorni presenti una domandina per potere telefonare a casa e non vieni autorizzato, devi stare zitto e subire. Mica c’è il protocollo che registra la domanda: il foglio può passare dalle tue mani al cestino della spazzatura; ed è come se non sia mai stata presentata. Non arrivano fuori dal carcere neanche le parole sghignazzate: «Hai lo stesso cognome di Padre Pio. Solo che lui faceva miracoli; mentre tu fai danni, altrimenti non saresti qua».
La questione carceraria è molto impopolare e di facile strumentalizzazione. Chi solleva il tema viene facilmente additato come “amico” dei criminali. Eppure il rispetto dei diritti umani altro non è che la difesa dello stato di diritto e della civiltà giuridica nata con l’illuminismo.
Il carcere è un luogo dove la dignità umana viene quotidianamente calpestata. Che tu sia colpevole o innocente, non fa differenza: dopo averne varcato il cancello, non sei più nessuno. Sei soltanto un delinquente uguale a tutti gli altri. La tua vita precedente viene cancellata. Se non ce la fai a sopportare il peso dell’angoscia personale e la pressione psicologica del regime carcerario, puoi sempre imbottirti di psicofarmaci o impiccarti.
Le vorrei conoscere le statistiche sul consumo di psicofarmaci nelle carceri. Quelle sui suicidi tra le sbarre sono invece note: 56 nel 2020. E se lo Stato si è sbagliato, pazienza. Tutte le guerre registrano “vittime collaterali”: bombardi un deposito di munizioni e muoiono anche gli inquilini di qualche palazzo vicino. Con la giustizia accade la stessa cosa, tanto c’è il risarcimento per ingiusta detenzione. Come se la serenità mentale e fisica si possa davvero misurare in soldi. Per la cronaca, gli ultimi dati disponibili per il 2019 assegnano alla provincia di Reggio Calabria la spesa più alta per risarcimenti: quasi 10 milioni di euro per 120 casi accertati.
Nel 2020 ho capito tre cose. La prima: il carcere serve per nascondere sotto il tappeto la polvere del fallimento dello Stato, delle sue politiche scolastiche, educative ed occupazionali. La seconda: la funzione rieducativa della pena esiste soltanto sulla carta, all’articolo 27 della Costituzione: «Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato». Piccolo paradosso: per i detenuti giudicabili va peggio che per i condannati in via definitiva. La terza: chi è colpevole, dopo avere scontato la pena probabilmente uscirà dal carcere ancora più delinquente; chi sconta una pena da innocente, di certo – se non comincerà a delinquere – vedrà nello Stato un nemico.

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Le palline di carta

Dei miei anni alle scuole elementari ricordo con tenerezza una circostanza che si ripeteva ogni mattina. La classe disposta su due file all’ingresso, i bambini in coppia pronti a recarsi in aula. Se chiudo gli occhi sento ancora la mano calda e sudata di Nino, con il suo caschetto biondo, il grembiulino e il fiocco a pois blu. Quel tenersi stretti per mano faceva parte della complessa crescita di due bambini che si affacciavano alla vita.
La scuola non è soltanto didattica, lo sappiamo tutti che è molto altro. Facevo questa riflessione stamattina, quando per pochi minuti mi sono ritrovato a sbirciare mio nipote, che frequenta la terza elementare, impegnato nelle sue lezioni al computer. Ho provato ammirazione per la fatica che costa agli insegnanti e agli alunni.
Non è facile controllare una classe da dietro un monitor, tenere alta la concentrazione dei bambini, non farsi prendere dallo sconforto e continuare, nonostante tutto, nella magnifica missione educativa e formativa di generazioni che dovranno affrontare un mondo oggi rarefatto, avvolto dall’angoscia e dal mistero.
Ho provato malinconia per mio nipote e per tutti gli altri bambini che immagino seduti al tavolino, da soli. Per loro, che stanno crescendo senza avere contatti fuori dalle mura domestiche e che hanno poche occasioni di interazione: e che si vedono così precluso un aspetto importantissimo di crescita individuale. Perché gli altri ci sono, esistono e da grandi – in qualche modo – bisognerà farci i conti.
Chissà quanto durerà questo vivere a metà: senza potersi lanciare una pallina di carta da un banco all’altro, senza poter condividere con il compagno la merenda, senza poterci litigare. Senza crescere esercitando nella vita di tutti i giorni la dimensione interpersonale. Di meno alle elementari, di più alle superiori, a quanto pare. Bambini e adolescenti sono le “vittime” silenziose della pandemia e, più o meno consciamente, lo sanno anche loro. Infatti preferirebbero le lezioni in presenza.
Ma le polemiche sulla scuola appaiono antipatiche, irrispettose e surreali. Inoltre, non aiutano: mentre ci sarebbe un grande bisogno di aiuto, di collaborazione e di responsabilità tra istituzioni, scuole e genitori per limitare al massimo i danni di un’attività che – oggettivamente – si scontra con mille difficoltà. Meglio non caricarci sopra anche le ubbie di un mondo ideale lontanissimo dalla realtà. Nella speranza di vedere nuovamente volare, presto, le palline di carta appallottolata.

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Domenico Antonio Tripodi e Dante Alighieri

Monte Purgatorio

Cosa lega Dante Alighieri a Sant’Eufemia d’Aspromonte? Posta così, la domanda potrebbe sembrare bizzarra. Eppure la relazione esiste, grazie al genio di Domenico Antonio Tripodi, noto come “L’Aspromontano”, che dal 1995 risiede a Roma, dopo avere vissuto in Toscana e a Corbetta (Milano). Il pittore eufemiese, celebre per il suo dipinto “Il filosofo”, finito anche in un volume della Storia della filosofia e delle religioni – Enciclopedia Tutto sapere (Edizioni Paoline-Saie), ogni estate fa ritorno nell’abitazione di via Nucarabella, dove è nato novant’anni fa. La sua lunga carriera artistica, che gli è valsa riconoscimenti e premi in tutto il mondo, si è sviluppata nei tre cicli del mito e dell’umanesimo, della tematica “ecologica” e, infine, della stagione dantesca. Della “riscoperta” di Dante, prima ancora che si avviassero i preparativi per i 700 anni dalla morte del Sommo Poeta (1321), Tripodi è stato un precursore, visto che all’interpretazione pittorica della Divina Commedia ha dedicato quasi trent’anni di ricerche, studi e sperimentazioni. Il risultato di quest’attività indefessa è un ciclo pittorico monumentale, che si compone di 150 opere tra disegni e pitture e che sono già noti sia in Italia che all’estero: memorabile la presentazione del 2005 presso la biblioteca centrale di Mosca.
Il paragone con gli artisti che nel tempo hanno dato forma alle terzine della Divina Commedia viene quasi naturale. La critica però concorda nell’escludere per Tripodi la qualifica “riduttiva” di illustratore: le sue opere non illustrano, bensì interpretano il pensiero di Dante. Ne è convinto, ad esempio, lo storico e critico dell’arte Claudio Strinati, dal 1991 a 2009 soprintendente per il Polo museale romano: «Nella lunga e complessa vicenda delle letture figurative di Dante, Tripodi ha saputo iscriversi da par suo, con una personalità spiccata e originale. […] Il pittore scende, in effetti, alle radici stesse dell’opera dantesca e ne rintraccia l’immane dottrina e la profonda e autentica spiritualità. Quel singolare equilibrio tra immediatezza e meditazione che caratterizza così bene la poetica dantesca, si rintraccia bene nella impostazione figurativa di Tripodi. A lui mai si potrebbe attribuire la qualifica di illustratore. Egli non illustra, infatti, ma rivive la vicenda dantesca, e la sua pittura è un bell’esempio di vicinanza tra nobili spiriti che pensano la stessa cosa in modi diversi e ritrovano una sintonia profonda a distanza di secoli».

L’indovino Tiresia
La fine di Ulisse
Minosse
La città dolente

*Le immagini dei quadri sono tratte dal Catalogo: Domenico Antonio Tripodi, Il colore nella Divina Commedia (2018).

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