La fiera del voto

L’analisi del risultato elettorale da una prospettiva comunale offre interessanti spunti di riflessione. In primo luogo, va rilevata la crescente disaffezione per l’esercizio del voto, nonostante la presenza di tematiche e attori prossimi alla cittadinanza. Su 3.852 elettori, si sono recati alle urne 2.277 eufemiesi (59,11%). Dieci punti percentuali in meno rispetto al 2006 (69,18%), quando i votanti furono 2.546 su 3.680. Se a questo dato si aggiunge il “partito” composto da coloro che hanno annullato il voto (2,98%) o hanno optato per la scheda bianca (1,62%), il livello di partecipazione si riduce ulteriormente, consegnando la fotografia di un elettorato scarsamente mobilitato.
Non è inutile interrogarsi sui motivi di questo fenomeno. Una prima considerazione: a Sant’Eufemia, la capacità aggregativa è patrimonio esclusivo dei due uomini forti della politica cittadina, il capogruppo regionale del Pdl, Luigi Fedele, e il sindaco Vincenzo Saccà, che però hanno preferito il basso profilo e sono rimasti dietro le quinte, osservatori interessati degli scenari che potrebbero schiudersi tra un anno, quando si voterà per il rinnovo dell’amministrazione comunale. Nelle passate consultazioni provinciali, entrambi avevano un candidato sul quale misurare la rispettiva forza: il fratello dell’esponente pidiellino, Giovanni Fedele, e l’allora braccio destro di Saccà, Giuseppe Gelardi. Nell’agone c’era pure l’outsider Carmine Alvaro, che alla fine la spuntò e fu eletto consigliere per i socialisti della Rosa nel pugno. Apparentemente, tutti e tre hanno assistito alla contesa comodamente seduti in poltrona. Il candidato del Pdl, Domenico Giannetta, ha infatti ottenuto il minimo sindacale (115 voti, pari al 5,34%), mentre sia Saccà che Alvaro non hanno ufficialmente sostenuto alcun candidato. Le contrade eufemiesi si sono pertanto trasformate in terra di conquista per coloro che hanno potuto contare su qualche simpatia locale. Si spiegano così i 237 voti ottenuti dal deliese Domenico Fedele, i 121 del varapodiese Orlando Fazzolari, i 78 del sindaco di Oppido, Bruno Barillaro.
Contrariamente agli umori raccolti a spoglio ultimato, non valuto negativamente la performance dei due candidati eufemiesi (non considero ovviamente Carmela Forgione, che era un riempitivo). Pietro Violi, supportato da una squadra più folta, ha ottenuto 762 preferenze (966 in tutto il collegio); Saverio Garzo, che si è mosso un po’ fuori dagli schemi tradizionali, è arrivato a 511 (734 in totale). Per entrambi era obiettivamente difficile l’approdo a Palazzo Foti. E qui si impone un’ulteriore considerazione. Fatte salve le legittime ambizioni di chiunque, sono un segno dei tempi le candidature estemporanee, non legate allo svolgimento di un’attività politica. I partiti si riducono a comitati elettorali scelti in base alle possibilità di successo che offrono, taxi sui quali consumare il viaggio della campagna elettorale prima di finire dallo sfasciacarrozze. Socialisti uniti (Violi) e Sud (Garzo) sono due simboli privi di alcun radicamento o presenza a Sant’Eufemia, fatalmente destinati a scomparire con la stessa rapidità con la quale sono apparsi qualche mese fa. I luoghi della politica, specialmente nei piccoli centri, sono ormai fuori dalle segreterie dei partiti, che neanche esistono. Sono lontani i tempi in cui si potevano contare le sedi di tutte le forze presenti nell’arco costituzionale, le palestre in cui venivano formati e selezionati i futuri amministratori, al termine di un indispensabile apprendistato. Oggi prevale l’autocandidatura: basta avere un po’ di euro da investire in manifesti, santini e incontri con gli elettori e il gioco è fatto. Ripeto: legittimo. E però viene da rimpiangere la Prima Repubblica.
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