Quel vecchio tanfo di fascismo

Il grande giurista Piero Calamandrei amava ripetere che “la libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare”. Ma c’è di più: all’inizio uno neanche se ne accorge, perché continua a respirare lo stesso, pur con sempre maggiore difficoltà. Fino a quando non soffoca.
Stanno tentando di fare questo: asfissiarci poco alla volta, sopprimendo i diritti conquistati con anni di lotte, di esilio e di galera. Lo stanno facendo scientificamente. Un diritto in meno oggi, un altro ancora domani. Quando, finalmente, il popolo si sveglierà dal torpore in cui è sprofondato, si ritroverà con la catena al collo.
È un’esagerazione? Siamo i soliti comunisti catastrofisti? Non sono mai stato comunista. E comunque, non credo sia neanche questo ormai il problema, a meno che non si voglia considerare pure Gianfranco Fini (distante anni luce dalle mie convinzioni politiche) un pericoloso e sovversivo trinariciuto.
Il disegno di legge sulle intercettazioni, che il Parlamento si sta affrettando ad approvare con una lena inusuale (e sospetta), va esattamente in quella direzione. Tra i primi provvedimenti (1923) adottati dal fascismo prima ancora che diventasse regime, ci fu proprio la limitazione della libertà di stampa. Ora vogliono fare passare come dettato dalla necessità di difendere la privacy dei cittadini (un’esigenza sacrosanta) un ddl che in realtà punta a mettere il bavaglio all’informazione non allineata e scomoda, quella che – tanto per essere chiari – ha consentito di scoperchiare i tanti pentoloni dell’affarismo di cricche e consorterie varie.
Ancora: in pochi si sono accorti che, con la motivazione della lotta all’immigrazione clandestina, si stanno introducendo delle vere e proprie leggi razziali, come quella che prevedeva l’aggravante per i reati commessi dai clandestini e che la Consulta di recente ha cassato. Per chi l’avesse dimenticato, l’articolo 3 della Costituzione recita: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. Strano che proprio il presidente della Repubblica, che dovrebbe essere il custode della nostra Carta fondamentale, se ne fosse scordato e avesse dato il via libera.
Quando le camicie nere furono alle porte di Roma, il presidente del consiglio Luigi Facta e il ministro dell’Interno Paolino Taddei sottoposero al re Vittorio Emanuele III il decreto di stato d’assedio approvato in piena notte dal consiglio dei ministri. Dapprima d’accordo, il re si rifiutò di firmare e le cose andarono come sappiamo. Ora, il presidente non è soltanto un notaio che firma qualsiasi foglio gli mettano davanti. Ha anche un potere rilevantissimo, quello di rinviare alle Camere le leggi in cui ravvisa profili di incostituzionalità. Lo eserciti.
E l’uso vergognoso e strumentale delle cariche pubbliche? Quale altra finalità potrebbe avere la nomina di Aldo Brancher a ministro (non si sa bene neanche di cosa, visto che Bossi si è infuriato quando ha sentito di un ministero per il federalismo, che è roba sua) se non quella di eludere – grazie al legittimo impedimento – il filone collaterale del processo sulla scalata all’Antonveneta che lo vede coinvolto? Difatti, un quarto d’ora dopo l’accettazione dell’incarico si era subito avvalso di questa facoltà (che sarebbe più corretto definire artificio) per evitare il processo. D’altronde, il maestro (guarda caso, suo capo sin dai tempi di Pubblitalia) l’ha avuto di prima scelta. Fortunatamente, in questo caso Napolitano ha mostrato segnali di resipiscenza: non c’è niente da organizzare in un ministero senza portafoglio. Resta comunque il disinvolto, strumentale e inverecondo uso delle cariche pubbliche per fini personali, la strafottenza e l’arroganza di chi si sente al di sopra della legge.
Da ultimo, l’accordo di Pomigliano, che la Fiat ha potuto imporre anche in virtù del sostegno governativo. Certo, come si fa a dire a più di 5.000 operai con famiglie da mantenere che quell’accordo non andava firmato perché non si possono barattare i diritti dei lavoratori con il posto di lavoro? La libertà però è un bene indisponibile e ciò che è avvenuto nello stabilimento Fiat rappresenta un pericoloso campanello d’allarme.
Non sono per niente d’accordo sul fatto che – come si dice da più parti – occorra “abbassare i toni”. A furia di abbassare i toni, ci siamo abituati a sopportare qualsiasi porcata. Occorre invece alzare i toni, fare sentire la voce di chi considera la libertà il bene più prezioso.

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2 risposte a “Quel vecchio tanfo di fascismo”

  1. Caro domenico, le tue esternazioni mettono sotto la lente d'ingrandimento l'operazione di anestesia intellutuale alla quale ci sta sottoponendo la nostra classe politica (non esonero assolutamente l'opposizione cagna -come direbbe il grande Albanese!!- colpevole di una apatia vomitevole) aspettando giorni migliori tanti cari saluti dal sempre TUO GIOIELLO

  2. Caro gioiello taroccato (sei come il vetro di murano "made in china"), bob dylan cantava "i tempi stanno per cambiare"… in bocca al lupo!! Intelligenti pauca

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