Perché la Liberazione non sia solo una data cerchiata di rosso

Condannato, dopo diversi anni di esilio e di fuga, a undici anni di reclusione dal tribunale speciale per la difesa dello Stato, Sandro Pertini si trova nel carcere dell’isola di Pianosa quando le sue condizioni di salute si aggravano. Incitata dagli amici del figlio, la madre scrive alle autorità per chiedere la grazia, ma Pertini si dissocia immediatamente dalla richiesta con una sconfessione dai toni durissimi e carica di dignità: “mi sento umiliato – scrive Pertini – al pensiero che tu, sia pure per un solo istante, abbia potuto supporre che io potessi abiurare la mia fede politica pur di riacquistare la libertà”: 

Mamma,
con quale animo hai potuto fare questo? Non
ho più pace da quando mi hanno comunicato, che tu hai presentato domanda di
grazia per me. Se tu potessi immaginare tutto il male che mi hai fatto ti
pentiresti amaramente di aver scritto una simile domanda.
Debbo frenare lo
sdegno del mio animo, perché sei mia madre e questo non debba mai dimenticarlo.
Dimmi mamma, perché hai voluto offendere la mia fede? Lo sai bene, che è tutto
per me, questa mia fede, che ho sempre amato tanto. Tutto me stesso ho offerto
ad essa e per essa con anima lieto ho accettato la condanna e serenamente ho
sempre sopportate la prigione. E’ l’unica cosa di veramente grande e puro, che
io porti in me e tu, proprio tu, hai voluto offenderla così? Perché mamma,
perché? Qui nella mia cella di nascosto, ho pianto lacrime di amarezza e di
vergogna – quale smarrimento ti ha sorpreso, perché tu abbia potuto compiere un
simile atto di debolezza?
È mi sento umiliato al pensiero che tu, sia pure
per un solo istante, abbia potuto supporre che io potessi abiurare la mia fede
politica pur di riacquistare la libertà. Tu che mi hai sempre compreso, che
tanto andavi orgogliosa di me, hai potuto pensare questo? Ma, dunque, ti sei
improvvisamente cosi allontanata da me, da non intendere più l’amore, che io
sento per la mia idea?
Come si può pensare, che io, pur di tornare libero,
sarei pronto a rinnegare la mia fede? E privo della mia fede, cosa può
importarmene della libertà? La libertà, questo bene prezioso tanto caro agli
uomini, diventa un sudicio straccio da gettar via, acquistato al prezzo di
questo tradimento, che si è osato proporre a me.
Nulla può giustificare
questo tuo imperdonabile atto.
Lo so, più di te sono colpevoli coloro che ti
hanno consigliata di compierlo. Vi sono stati spinti dall’amicizia che per me
sentono e dalla pietà che provano per le mie condizioni di salute?
Ma pietà
ed amicizia diventano sentimenti falsi e disprezzabili, quando fanno compiere
simili azioni. Mi si lasci in pace, con la mia condanna, che è il mio orgoglio e
con la mia fede, che è tutta la mia vita. Non ho chiesto mai pietà a nessuno e
non ne voglio. Ma mi sono lagnato di essere in carcere e perché, dunque,
propormi un cosi vergognoso mercato? E tu povera mamma ti sei lasciata
persuadere, perché troppo ti tormenta il pensiero, che io non ti trovi più al
mio ritorno. Ma dimmi, mamma, come potresti abbracciare tuo figlio, se a te
tornasse macchiato di un così basso tradimento? Come potrei vivere vicino, dopo
aver venduto la mia fede, che tu hai sempre tanto ammirata?
No mamma, meglio
che tu continui a pensarlo qui, in carcere, ma puro d’ogni macchia, questo tuo
figliuolo, che vederlo vicino colpevole, però, d’una vergognosa viltà.
Che
male ho fatto per meritarmi questa offesa?
Forse ho peccato di orgoglio,
quando andavo superbo di te, che con fiera rassegnazione sopportavi il dolore di
sapermi in carcere. E ne parlavo con orgoglio ai miei compagni. E adesso non
posso più pensarti, come sempre ti ho pensata: qualche cosa hai distrutto in me,
mamma, e per sempre. È bene che tu conosca la dichiarazione da me scritta
all’invito se mi associavo alla domanda da te presentata. Eccola: “ La
comunicazione, che mia madre ha presentato domanda di grazia in mio favore, mi
umilia profondamente.
Non mi associo, quindi, ad una simile domanda, perché
sento che macchierei la mia fede politica, che più d’ogni altra cosa, della mia
stessa vita, mi preme”.
Per questo mio reciso rifiuto la tua domanda sarà
respinta. Ed adesso non mi rimane che chiudermi in questo amore, che porto alla
mia fede e vivere di esso. Lo sento più forte di me, dopo questo tuo atto.
E
mi auguro di soffrire pene maggiori di quelle sofferte fino ad aggi, di fare
altri sacrifici, per scontare io questo male che tu hai fatto. Solo così
riparata sarà l’offesa, che è stata recata alla mia fede ed il mio spirito
ritroverà finalmente la sua pace. Ti bacio tuo Sandro.
P.S. Non ti
preoccupare della mia salute, se starai molto priva di mie lettere.
Pianosa,
23 febbraio 1933

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