Nel nome di Sant’Ambrogio

Da ragazzino mi chiedevo le ragioni dell’esistenza, a Sant’Eufemia d’Aspromonte, di una via dedicata a Milano, che percorrevo quasi quotidianamente per recarmi al campo sportivo, ma anche della chiesa intitolata a Sant’Ambrogio e, addirittura, di un’associazione culturale che portava il nome del patrono della città meneghina. Proprio grazie all’attività culturale della “Sant’Ambrogio”, in particolare gli articoli sulla storia di Sant’Eufemia pubblicati dalla rivista “Incontri”, venni a conoscenza di come la storia del nostro paese sia legata a filo doppio all’umanità dimostrata dal popolo milanese in occasione del terremoto del 28 dicembre del 1908. Una tragedia di dimensioni colossali che provocò circa 700 morti, più di 2000 feriti e la distruzione dell’85% del patrimonio edilizio.
Nell’immane tragedia, come spesso accade in Italia, si scatenò una gara di solidarietà senza precedenti. Comitati di soccorso sorsero un po’ in tutta la Penisola e, già il 2 gennaio 1909, giunsero a Sant’Eufemia i volontari del Comitato Lombardo di Soccorso. L’arciprete Luigi Bagnato, autore della “Luttuosa narrazione del grande terremoto che il 28 dicembre 1908 distrusse tutta questa città”, nel descrivere i lutti e la distruzione prodotti dal sisma, consegnò alla storia la riconoscenza degli eufemiesi: «Ci siamo tenuti in vita per qualche tempo con la pubblica carità e siamo maggiormente grati alla città di Milano che mandò a noi alcuni suoi egregi concittadini, cibi e casette di legno, o baracche, che furono erette in Pezzagrande per comune designazione».
Nei terreni dell’area denominata “Pezza Grande”, dove già sorgeva il baraccamento edificato in seguito al terremoto del 1894 e dove inizialmente erano state sistemate le tende della Croce Rossa, tra febbraio e aprile del 1909 furono infatti realizzate 54 costruzioni, suddivise in 216 vani e in grado di ospitare oltre 750 persone, ai bordi di tre strade lunghe 140 metri e larghe 10. A marzo fu inaugurato l’ospedale “Milano”, così denominato in segno di gratitudine nei confronti dei soccorritori. Al termine dei lavori, nel nuovissimo rione “Città di Milano” (che contava 759 baracche) si trasferirono oltre 2.000 eufemiesi. Il comitato lombardo di soccorso costruì inoltre l’acquedotto, tre fontane pubbliche, un lavatoio coperto e una piccola chiesa (6 metri per 16), al cui interno fu collocata la statua di Sant’Ambrogio, donata alla comunità eufemiese dall’allora cardinale meneghino, Andrea Carlo Ferrari.
Il vincolo di solidarietà e di amicizia che lega Milano e Sant’Eufemia è stato per quasi quattro decenni rinvigorito dall’attività dell’Associazione culturale “Sant’Ambrogio”, promotrice sul finire degli anni Settanta del gemellaggio tra le due città, stipulato formalmente il 7 aprile 1980. Più volte una delegazione dell’Associazione ha partecipato come “ospite d’onore” alle celebrazioni ambrosiane che si tengono a Milano presso la Basilica di Sant’Ambrogio e, nell’edizione del 2001, il presidente Vincenzino Fedele ritirò, a nome dell’associazione, il prestigioso “Ambrogino d’Oro”.

*L’immagine è tratta da Antonio Pellegrini, “La rinascita d’un paese devastato dal terremoto”, ora in Terremoto Calabro-Siculo del 28 dicembre 1908. L’opera della Croce Rossa Italiana e del gruppo indipendente fiorentino, Nuove edizioni Barbaro, Delianuova 2008, p. 228.

*Per una ricostruzione completa delle vicende relative al terremoto del 1908 e alla riedificazione della città, si veda: Domenico Forgione, Sant’Eufemia d’Aspromonte nell’età contemporanea. Storia, società, biografie, Il Rifugio Editore 2021, pp. 55-73.

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La giornata internazionale del volontariato

“Solidarietà attraverso il volontariato” è il tema della Giornata internazionale del volontariato, istituita dalle Nazioni Unite nel 1985 e celebrata ogni 5 dicembre, che quest’anno guarda alle emergenze globali e ai cambiamenti climatici. Nella sua dichiarazione, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha rimarcato il “valore inestimabile” del volontariato, che è “espressione della solidarietà basata sulla consapevolezza di un destino comune a tutta l’umanità”: «Offrire soccorso a chi è in difficoltà con altruismo e abnegazione genera comunità inclusive, robuste, fondate sulla tutela dei diritti fondamentali. L’ampia e spontanea mobilitazione in aiuto delle comunità colpite da eventi calamitosi ne è testimonianza».
Ma qual è lo stato di salute del volontariato e delle associazioni no profit? È inutile negarlo: la pandemia ha lasciato il segno, attestato da un calo del 20% delle associazioni attive, prevalentemente tra quelle che si occupavano di attività ricreative e che si sono ritrovate senza sedi e senza mezzi, messe in ginocchio anche dal caro bollette.
Nel suo messaggio Mattarella ha ribadito che il volontariato costituisce “una risorsa preziosa per le istituzioni”. Ne sono convinto da quando ho iniziato a frequentare questa realtà. Le associazioni di volontariato si occupano di assistenza ad anziani, disabili, soggetti che vivono in condizione di disagio sociale ed economico. Si occupano degli invisibili, di coloro che molti non vedono o fingono di non vedere, sono presenti in posti nei quali lo Stato spesso non riesce ad arrivare, perché distratto o perché privo di risorse adeguate. Il volontario ha una visione della vita fondata sulla religione del dovere nei confronti della propria comunità, che si traduce in senso di responsabilità e nell’impegno per rendere migliore il luogo in cui si vive: ad esempio, promuovendo la cultura e la tutela dell’ambiente.
Sant’Eufemia ha una tradizione consolidata nel campo del volontariato sociale, culturale e di promozione del territorio. Anche qua il contraccolpo della pandemia è stato duro. Tuttavia, credo che sia possibile cogliere alcuni segnali positivi, ai quali aggrapparsi con fiducia.
L’associazione di volontariato cristiano “Agape” ha ripreso a svolgere qualche attività e ha già programmato le iniziative del suo tradizionale “Natale di solidarietà”. L’associazione “Terzo millennio” ha chiuso con numeri confortanti il nuovo tesseramento e sta programmando le manifestazioni da realizzare nel 2023. Sodalizi sportivi quali il “Team Bike Sant’Eufemia 1000 km” e “ASD Kratos Red” hanno dimostrato una vivacità sorprendente in un periodo di stallo generale.
Il ritorno alla normalità politico-amministrativa a Sant’Eufemia – questa è la mia speranza e il mio augurio – può certamente ridurre la distanza tra associazioni e istituzioni e riavviare quel rapporto sinergico che nella comunità eufemiese è sempre stato un costante e invidiabile punto di forza.

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Totò, ci manchi

Con il trascorrere del tempo, inevitabilmente Facebook diventa un luogo di nostalgia. La funzione “ricordi”, con i vecchi post che il social ogni mattina consiglia di condividere, riproponendo avvenimenti e persone ci riporta indietro negli anni. Come eravamo, cosa facevamo, con chi eravamo in quel preciso giorno. Nostalgia che aumenta quando Facebook ci segnala il compleanno di amici che purtroppo non sono più tra di noi, ma il cui profilo risulta ancora attivo.
Mentre si è impegnati a vivere, non si pensa alla morte. Per cui in pochi utilizzano l’opzione che predispone la cancellazione automatica dell’account dopo un periodo di inutilizzazione. Certamente non ci aveva pensato Totò Ligato, il quale oggi – mi ricorda appunto Facebook – avrebbe compiuto 75 anni.
Totò, purtroppo, manca da sette anni. Per il dizionario della Treccani, mancare significa: “essere meno di quanto sarebbe necessario o conveniente o desiderabile; o non esserci affatto, di cosa che invece dovrebbe esserci”. Necessario, desiderabile, dovrebbe esserci: il verbo definisce in maniera esauriente il vuoto lasciato da Totò.
Sono tra i tanti che gli hanno voluto bene. Apprezzavo le sue corrispondenze per la Gazzetta del Sud da Melicuccà, Seminara, Sinopoli e San Procopio, rigorosamente firmate a.l.: Antonio Ligato. Ma per tutti noi è sempre stato “Totòligato”, tutto attaccato. L’avevo conosciuto intorno al 2000, lui corrispondente per la «Gazzetta del Sud», io per «Il Quotidiano della Calabria». Da allora e fino alla sua morte non abbiamo mai smesso di “frequentarci”, di scandagliare quelle piccole storie che affascinavano entrambi, che io ho finito per raccontare sul blog e nei libri, lui sulle pagine della Gazzetta, in un esercizio appassionante di custodia della memoria dei nostri luoghi.
Conservo con orgoglio le sue recensioni ai miei primi due libri sulla storia di Sant’Eufemia: Sant’Eufemia d’Aspromonte. Politica e amministrazione nei documenti dell’Archivio di Stato di Reggio Calabria. 1861-1922 (2008) e Il cavallo di Chiuminatto. Strade e storie di Sant’Eufemia d’Aspromonte (2013).
I corrispondenti locali danno visibilità a posti dei quali spesso, se non ci fossero loro a scriverne, non si saprebbe niente. Sono la voce dei territori che non hanno voce e di coloro che ci vivono. Svolgono una funzione sociale e civile tanto preziosa quanto misconosciuta.
Totò Ligato ha svolto questa “missione” in maniera alta. Nella sua lunga attività di cronista curioso del mondo e dell’infinita varietà umana, ha regalato ai lettori della “Gazzetta del Sud” ritratti indimenticabili di personaggi di paese, in particolare della sua Melicuccà nel Novecento: protagonisti di vicende paradigmatiche di un’epoca ricordata con la nostalgia che naturalmente si prova per gli anni che furono. A quelle storie ha dedicato anche un romanzo breve: Sabbia, uno scritto introvabile che qualche anno fa ho avuto la fortuna di recuperare in formato pdf e che meriterebbe di essere ripubblicato, insieme ad una selezione dei suoi articoli più significativi.
Totò era un giornalista romantico, al quale la dimensione di corrispondente locale andava bene, nonostante avesse una solidità culturale e uno stile di scrittura da cronista di razza. Mi mancano le sue osservazioni mai banali e la sua capacità di analisi, il suo amore per i nostri territori e per le storie delle umili genti, che soltanto nella penna di chi ha una sensibilità particolare trovano riscatto.

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16 novembre 1894

Casa diroccata

Il terremoto che il 16 novembre 1894 colpì il circondario di Palmi provocò 98 vittime e danni ingentissimi. Una scossa di sedici lunghissimi secondi rase al suolo cittadine e villaggi, con il triste primato di San Procopio, che ebbe 48 vittime: sette furono inoltre registrate a Bagnara (alle quali vanno aggiunte le sei della frazione Solano), otto a Seminara e altrettante a Palmi, epicentro del sisma del 6.1 grado della scala Richter; altre a Melicuccà, Sinopoli, Santa Cristina e Delianuova. Un numero che per Palmi sarebbe stato ben più elevato se in quei giorni la città non fosse stata teatro di un avvenimento successivamente riconosciuto dalla Chiesa come miracolo: il movimento degli occhi della statua della Madonna del Carmine. Grazie alla processione organizzata il 16 novembre, la popolazione si trovava per strada quando la terra tremò e le case cominciarono a crollare.
Sant’Eufemia fu semidistrutta. Delle sette vittime, cinque risiedevano nel Paese Vecchio, le altre due al Petto: Concetta Bagnato, 37 anni; Grazia Maria Monterosso, 72 anni; Antonino Condina, 36 anni; Maria Antonia Cutrì, 3 anni; Angela Nocito, 88 anni; Natale Occhiuto, 2 anni; Carmina Zagari, 95 anni. Più di 200 furono i feriti. La chiesa Matrice subì lesioni molto gravi, quella del Purgatorio rovinò parzialmente, quella del Petto crollò quasi completamente; 212 abitazioni crollarono totalmente, 326 parzialmente, 432 furono gravemente danneggiate e 188 lesionate in modo lieve. I danni furono quantificati in circa due milioni di lire.
La rivista “Fata Morgana” pubblicò la testimonianza dello storico eufemiese Vittorio Visalli, che dal 1892 era vicedirettore della scuola normale di Messina, città nella quale risiedette fino al terremoto del 1908, nel quale perirono la moglie Giuseppina Augimeri e la figlia Maddalena: «Eran quasi le sette di sera, quando un ruggito sotterraneo, lungo sibilante, annunziò la catastrofe: ed ecco un urto immane, una rapida vibrazione di sotto in sopra, da sinistra a destra, e le case oscillano, sbattono le imposte, i quadri si staccano dalle pareti, le travi scricchiolano come i fianchi di una nave in tempesta. Perdo l’equilibrio, mi appoggio allo stipite di un balcone, e vedo turbinare in un vortice i palazzi, i fanali accesi, la gente nella strada, e un vento caldo e furioso m’investe tutta la persona. Corro a prendere nelle braccia la mia bambina che dormiva, e preceduto dalle donne di case allibite e singhiozzanti, scendo all’aperto».
Il giorno successivo, Visalli attraversò lo Stretto e giunse nel paese natio: «Sant’Eufemia è distrutta. Un’ansia affannosa deprime l’energia dei superstiti, erranti per le campagne, senza lavoro, senza cibo, mentre le piogge cadono dirotte e la neve già si affaccia dai culmini dell’Aspromonte. Addio, mia povera e cara dolce casetta nativa! Quando mio nonno ti fece costruire e mio padre ingrandire, quando io bambino tornava di scuola a ricevere in te il premio d’un bacio materno, eri tanto lieta e graziosa che non avrei sognato mai di doverti un giorno rimirare in così misero stato. Il mio piccolo nido sembra oggi un sepolcro abbandonato; ed i muri esterni incombono sovr’esso come scheletri minacciosi o crollanti».
Sui luoghi colpiti dal disastro giunsero reparti di truppa e squadre di operai sottoposti agli ordini del maggiore del Genio civile Angelo Chiarle, i quali si occuparono della demolizione delle case diroccate, della rimozione delle macerie, del puntellamento delle abitazioni recuperabili, della costruzione delle baracche, della distribuzione di indumenti e di alimenti, dello svolgimento di servizi di pubblica sicurezza. A fine febbraio 1895 furono consegnate 64 baracche: la chiesa, l’ospedale, le scuole femminili, il municipio, l’ufficio telegrafico e l’ufficio postale, oltre alle “baracche varie”. Furono inoltre puntellate 32 case, demoliti totalmente 5 fabbricati e parzialmente 64. Un anno dopo, l’area denominata “Pezza Grande” risultava così occupata da un vasto baraccamento strutturato con strade, piazze, una chiesa e una rivendita di privativa, che ospitava più di 200 famiglie e che costituì il primo nucleo urbano dell’assetto che Sant’Eufemia avrebbe definitivamente assunto dopo il terremoto del 1908, quando fu edificato l’intero omonimo rione.

Campanile Chiesa del Purgatorio
Chiesa S. Eufemia V.M.
Chiesa del Purgatorio

Foto tratte da: “Il terremoto del 16 novembre 1894 in Calabria e Sicilia. Relazione scientifica della Commissione incaricata degli studi dal Regio Governo”, Roma 1907.

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Once upon a time in Calabria: stories of Sant’Eufemia

Qualche anno fa scrissi del poema-diario di Giuseppe Ciccone (Trough the circles of hell: a soldier’s saga, Relicum Press 2016), un preziosissimo documento sulla prima guerra mondiale pubblicato a cura della figlia Tina (Fortunata) e del nipote Joseph Richard Ciccone, professore di Psichiatria presso l’Università di Rochester.
La storia di Tina è singolare. Dopo un’intera esistenza trascorsa negli Stati Uniti (l’ultimo suo viaggio in Italia risale a mezzo secolo fa), che ne aveva quasi cancellato il passato italiano, calabrese ed eufemiese, giunta alla terza età si è dedicata al recupero delle proprie radici. L’ultimo frutto di questo esercizio della memoria è un omaggio a figli, nipoti e pronipoti: Once upon a time in Calabria: stories of Sant’Eufemia, uno spaccato degli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso a Sant’Eufemia d’Aspromonte.
Il capofamiglia va avanti e indietro dagli Usa e ogni volta che lascia il paesino ha un figlio in più: Luigi, Nino, Orsola, Rosa e Tina. Gradualmente, tutta la famiglia raggiunge il genitore, tranne Orsola, che si trasferisce a Roma dopo il matrimonio con il ragazzo che per cinque anni percorre in bicicletta la strada da Delianuova per poterla corteggiare mentre si approvvigiona d’acqua in una fontana pubblica. Nel 1950 giungono infine negli Stati Uniti la diciannovenne Tina e la mamma, Francesca Pillari.
L’emigrazione era allora un fenomeno caratterizzato da mesi, anni di silenzi. Quando arrivava una lettera, per tutto il giorno era festa tra le mura di casa Ciccone, un’abitazione con giardino che era stata residenza estiva dei Ruffo e nella quale, secondo una leggenda locale non riscontrata, aveva addirittura pernottato Garibaldi.
Francesca, che da bambina aveva casualmente incontrato il brigante Giuseppe Musolino, è una sorta di autorità medica, in virtù della frequentazione dello studio del medico condotto Bruno Gioffré-Napoli, la cui immensa libreria è per Tina un luogo magico oltre che di formazione. Emblematico l’episodio del parto podalico, portato a termine senza procurare danni né alla neonata né alla partoriente.
Sono tempi difficili, caratterizzati da un’alta mortalità infantile. Tina conosce presto il volto della morte, quando perde una compagna di scuola per una malattia sconosciuta che la consuma nel giro di pochi giorni. Ogni tanto in paese si sviluppa un incendio che distrugge le baracche in legno. Ninuzzo, il primo ad accorrere ovunque quando si trattava di domare le fiamme, muore mentre tenta di spegnere il fuoco che divora la sua abitazione.
I “quadri” storici di Tina sono popolati dagli artigiani del tempo, veri e propri “artisti”: scultori, orafi, ebanisti, calzolai, sarti. Sono gli anni del consenso al regime fascista: «Non avevamo idee politiche, ma eravamo felici di indossare le uniformi, di marciare, di fare gli esercizi ginnici». Tina stessa partecipa e vince un concorso, per il quale viene premiata a Reggio Calabria, sviluppando la traccia “Cosa significa per te essere un balilla o una giovane italiana?”.
Molte ragazze vanno dalle suore e imparano a cucire, a lavorare a maglia, a ricamare, a stirare: tutto ciò che serve per diventare brave donne di casa. La società è patriarcale e non priva di pregiudizi. Domenico, il figlio del fornaio, viene appellato “il poeta” perché porta i capelli lunghi e veste in modo eccentrico. La sua omosessualità è “una vergogna per la sua famiglia”, tanto che il padre perde i clienti e le sorelle non riescono a trovare marito. Maria non viene assunta come domestica dai Gioffré–Napoli perché è una ragazza madre. Un’altra giovane è molto chiacchierata perché troppo “moderna” e la stessa Tina viene rimproverata dalla madre quando prova il rossetto: «Cosa direbbe tuo padre se ti vedesse?». Quel padre lontano ma presente, in posa nella foto incorniciata e tenuta accanto a quella del presidente statunitense Franklyn Delano Roosvelt, che precauzionalmente finirà in fondo al baule della biancheria negli anni del secondo conflitto mondiale.
I ricordi più dolorosi sono legati alla guerra, il cui andamento Tina e la mamma seguono alla radio. Alcuni eufemiesi ospitano gli sfollati dei paesi vicini colpiti dai bombardamenti e, quando fa buio, scatta l’ordine di oscurare le finestre con i vestiti del lutto, per non dare punti di riferimento all’aviazione alleata. La popolazione si rifugia nella galleria o in tunnel scavati sui costoni della montagna. La prima volta Tina avverte un forte senso di claustrofobia, stringe forte la mano della mamma, non riesce a dormire.
Ma poi la guerra finisce e si può tirare un sospiro di sollievo. Non avendo altro, la popolazione festante regala ai liberatori frutta di stagione, ma ci sono anche strascichi negativi. Le armi abbandonate dai tedeschi in fuga finiscono nelle mani sbagliate e delinquenti terrorizzano il paese con furti, richieste di soldi e soprusi. Bruno torna traumatizzato dai campi di prigionia in Germania, pronuncia parole senza senso e ripete ossessivamente nome, numero di matricola, plotone di appartenenza. A Cosimo, compagno di giochi di Tina, un ordigno trovato nei campi dell’Aspromonte strappa un braccio.
I ricordi di Tina sono stati messi nero su bianco, in lingua inglese, per una diffusione “familiare”. Eppure, nonostante qualche inesattezza storica e l’inevitabile ripetitività di alcuni passaggi, il libro ha il pregio di ricostruire con dovizia di particolari un periodo storico importante anche per la piccola comunità eufemiese.
La storia, quella grande così come quella piccola, risulta di difficile comprensione se non si segue la raccomandazione storicistica dell’autrice: non si può giudicare ciò che è stato utilizzando i valori di oggi; non si può guardare al passato indossando gli occhiali del presente.

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Angeli in camice

«Io so che gli angeli sono milioni di milioni/ E non li vedi nei cieli ma tra gli uomini». Pensavo ai versi di Lucio Dalla (“Se fossi un angelo”), mentre oggi pomeriggio con altri volontari dell’Agape e con il parroco don Marco mi trovavo all’interno della RSA “Mons. Prof. Antonino Messina”.
Di recente, in due circostanze siamo riusciti a recarci presso la struttura per anziani di via Silvio Pellico, con le dovute precauzioni. Indossiamo la mascherina e, dopo la rilevazione della temperatura corporea all’ingresso, ci fermiamo nelle scale che portano alla sala destinata alle attività comuni e alle visite familiari. Dai gradini, guidati da don Marco, recitiamo insieme ad alcune operatrici il Santo Rosario per gli anziani radunati al centro della sala, sotto.
Vorremmo fare di più, ma per il momento non si può e credo sia giusto così.
Alla struttura, agli anziani che in oltre due decenni vi hanno trascorso il loro ultimo tratto di vita e a tutti coloro che vi lavorano siamo particolarmente legati. Molte delle cose che abbiamo imparato sono di difficile spiegazione, come quella capitata oggi. Appena una signora affetta da Alzheimer ha cominciato ad agitarsi sulla poltrona e a gridare, le si è accostata un’operatrice che le ha preso la mano e, tenendola stretta alla sua e accarezzandola, in pochi secondi è riuscita a calmarla.
Vorrei mettere da parte ogni accento retorico, ma credo che “miracoli” del genere ci riportano ad una dimensione umana alta ed essenziale, che lascia a terra giornate spesso pienissime di niente.
L’angelo di Lucio Dalla oggi indossava una divisa da Oss.

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Tesseramento Associazione Terzo Millennio

Venticinque anni di attività costituiscono un traguardo importante, significativo. Dicono molto sull’impegno di soci e volontari, sulla loro determinazione e sulla loro generosità, sull’amore per il proprio paese e sulla convinzione che, per rendere migliore il posto in cui si vive, occorre sporcarsi le mani. Darsi letteralmente da fare. Sembra semplice, ma non è così, perché se non si ha dentro di sé una forte motivazione, risulta complicato trovare il tempo per contribuire all’organizzazione di qualsiasi iniziativa.
Dal 1997 ad oggi l’Associazione Terzo Millennio ha incarnato lo spirito più nobile dell’associazionismo, inserendosi con pieno merito tra le realtà aggregative e propositive più vivaci nella storia della nostra comunità. Sant’Eufemia, da sempre, ha avuto nelle sue associazioni culturali, di volontariato e sportive un formidabile punto di forza. Un patrimonio straordinario, che va tutelato e sostenuto, ancor di più in questo particolare momento storico, caratterizzato da un preoccupante disimpegno.
Gli ultimi tre anni sono stati molto duri: la pandemia ha provocato una inevitabile flessione delle attività delle varie associazioni eufemiesi e, di conseguenza, il paese ha perso quella sua caratteristica dinamicità sociale e culturale. Ora occorre però reagire e sono convinto che toccherà alle associazioni riannodare il filo di un discorso interrotto, lavorando in sinergia con la prossima amministrazione comunale.
Lo slogan scelto dall’Associazione presieduta da Francesco Luppino per lanciare la campagna di tesseramento è “Andiamo avanti… io ci sono”. In passato ho avuto modo di partecipare a diverse iniziative del Terzo Millennio: convegni, presentazione di libri, escursioni naturalistiche. Da oltre 20 anni presto il mio tempo alle attività dell’Associazione di volontariato cristiano “Agape”, ma dall’anno scorso sono a tutti gli effetti socio anche del Terzo Millennio. Mi sono iscritto perché ritengo che, per risollevarsi, Sant’Eufemia ha bisogno di mettere insieme le proprie energie. Spero di riuscire a rendermi utile anche nelle iniziative che in futuro il Terzo Millennio realizzerà.
Si riparte, dunque. L’appuntamento è presso la sede dell’Associazione, domenica 6 novembre, dalle ore 16.00 alle 19.00. Sarà anche l’occasione per stare insieme e godere dei sapori dell’Autunno.

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Parlami dentro

Un murales realizzato dal celebre street artist Banksy raffigura l’evasione di un carcerato, che si cala dal muro di cinta dell’ex prigione di Reading utilizzando una corda di lenzuola annodate e legate, nel tratto finale, a una macchina da scrivere. L’opera fa riferimento alla reclusione dello scrittore Oscar Wilde nel carcere della cittadina del Berkshire tra il 1895 e il 1897, che ispirò il componimento “The Ballad of Reading Gaol”, incentrato sui temi della pena di morte e del senso di alienazione generato dalla ripetitività delle azioni compiute quotidianamente da un detenuto.
I carcerati vivono un tempo sospeso, regolato da orologi privi di lancette che scandiscono il nulla. Quando si esce, al termine di una detenzione più o meno lunga, ci si rende conto che non si è vissuto, che una mano ha lavorato di gomma sopra un tratto della propria vita. Che un blackout ha spento la luce. Dove c’era vita, resta un buco nero.
La scrittura è una forma di evasione, ma è soprattutto una strada che può portare alla salvezza. Nel carcere, scrive Erri De Luca in “A grandezza naturale”, «…si scrivono ancora le lettere, carta, penna, inchiostro, busta, francobollo e giorni di viaggio tra mittente e destinatario. Si farebbe prima coi piccioni viaggiatori. Al prigioniero serve almeno un indirizzo oltre le mura. Chi non ne ha sta in una penitenza più profonda. L’ora d’aria basta da sola a dire che le altre ventitré sono asfissia».
Le lettere prendono in braccio il detenuto e lo sollevano al di sopra della recinzione, sono un ponte di umanità tra il dentro e il fuori. Nella realtà odierna, caratterizzata dall’immediatezza della comunicazione e dell’interconnessione con gli altri, tutto ciò può sembrare anacronistico. Le relazioni sociali del carcerato conservano il ritmo lento di un’epoca che oggi ci appare lontanissima, con attese di giorni o di settimane per fare sapere come si sta e cosa si fa, per avere notizie su ciò che fuori accade.
Per tale ragione è meritorio il progetto natalizio “Parlami dentro”, della “Fondazione Vincenzo Casillo” e di “Liberi dentro – Eduradio&TV”: un invito (“una chiamata alle parole”) a scrivere entro l’11 dicembre una lettera ad una persona detenuta sconosciuta, indirizzandola all’indirizzo email parlamidentro@gmail.com.
Spesso si hanno delle remore a scrivere a soggetti carcerati, anche quando si tratta di familiari o di conoscenti. Per lo più perché non si sa “cosa” scrivere. In realtà non occorrerebbe un grande sforzo di fantasia. Il detenuto lotta per sentirsi ancora vivo e, pertanto, è della vita che bisogna scrivergli. Di quel progetto che si ha in animo di realizzare. Del libro letto e del film guardato. Dell’ultimo viaggio. Della corsa di un cane. Dei progressi di un bambino. Del paesaggio che muta al cambiare delle stagioni. Dei funghi trovati. Delle imprese sportive che ci hanno emozionato. Di una ricetta sperimentata con successo. Della rosa sbocciata nel giardino. Del nuovo taglio di capelli. Si potrebbe continuare all’infinito, con tutte le azioni e le emozioni che riempiono le nostre esistenze.
In galera i giorni più pesanti sono quelli festivi. Il recluso sa che non riceverà nessuna lettera, mentre negli altri giorni della settimana può sperare che qualcuno si sia ricordato di lui. Quando si avvicina l’orario della consegna delle lettere, viene preso da una sorta d’ansia (“chissà se c’è qualche lettera per me?”), attende il passaggio dell’agente con il cuore in gola, torna sconsolato sulla branda se il suo nome non viene chiamato.
Sentire che fuori c’è qualcuno che lo pensa è per il detenuto un’iniezione di forza e ragione di vita, antidoto potente contro lo scoramento che in alcuni casi può portare a gesti estremi, come purtroppo conferma il dato drammatico dei suicidi in carcere, 71 dall’inizio dell’anno.

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Per fatto quasi personale

Insisto con una mia vecchia proposta, presentata a tutte le amministrazioni comunali che si sono succedute negli ultimi venti anni in occasione di convegni, presentazioni di libri, incontri con gli amministratori. Tra poco più di un mese si voterà, per cui non credo di andare fuori traccia se, senza alcuna intenzione prevaricatrice del ruolo che andranno a ricoprire il prossimo sindaco e i futuri consiglieri comunali, mi permetto di sottolineare quanto sarebbe importante l’istituzione dell’Archivio storico comunale.
Chi ama la storia e ha familiarità con gli archivi, sa che essi costituiscono una fonte di primaria importanza per la storia di un territorio e per la ricostruzione dei processi sociali, storici e istituzionali di un comune. Un patrimonio di documenti, pergamene, carte e volumi fondamentali per riscoprire le proprie radici e per comprendere le ragioni dello stare insieme, l’identità di un popolo. Per individuare il filo rosso che lega il presente di una comunità al passato, teso verso l’avvenire.
Dal punto di vista documentario e storiografico, gli ultimi cento anni (esattamente a partire dall’anno 1922) della storia di Sant’Eufemia d’Aspromonte rappresentano una terra pressoché incognita, ma – proprio per questa ragione – anche un fertilissimo campo da arare. Servono però gli strumenti per poterlo fare e gli strumenti, per gli studiosi di storia, sono le fonti.
Accanto al motivo ideale c’è poi l’esigenza immediata di salvare dal progressivo e ineluttabile deterioramento un patrimonio che giace negli scantinati del palazzo municipale in registri e documenti privi di catalogazione, non consultabili, esposti all’umidità e alla polvere.
Sul piano pratico, si tratterebbe di riordinare, catalogare e inventariare il materiale documentario del comune: registri dell’anagrafe; verbali dei consigli comunali e delle giunte municipali; atti ufficiali e corrispondenza con enti politici, uffici burocratici, personalità politiche di rilievo. Ma anche il recupero, in originale o in fotocopia, di tutte le opere pubblicate da autori eufemiesi negli ultimi due secoli. Sparsi negli archivi e nelle biblioteche di tutta Italia vi sono libri, scritti da eufemiesi, dei quali noi stessi non abbiamo completa cognizione. Senza dimenticare che la realizzazione di un progetto del genere necessiterebbe del coinvolgimento di un discreto numero di ragazzi.
Da cittadino comune mi rendo conto che, in generale, le amministrazioni comunali si trovano ad affrontare quasi a mani nude problematiche sociali, economiche e strutturali molto urgenti. La questione dell’Archivio storico comunale potrebbe apparire di secondaria rilevanza.
Tuttavia, la cultura può svolgere un’importante funzione sociale. La coesione di una comunità dipende molto dalla conoscenza della storia del posto in cui essa vive. La consapevolezza dell’esistenza di radici, identità e destino comuni spingono ad amare il proprio paese e ad averne maggiore cura. A guardare con fiducia, tutti insieme, al futuro che verrà.

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Buon compleanno, professore Coloprisco

Un appuntamento fisso delle mie estati è l’abbraccio con Aldo Coloprisco, ex insegnante di lettere nella scuola media “Vittorio Visalli”, che oggi ha tagliato il traguardo degli ottant’anni.
Stento a crederci. La mia impressione è che la sua età sia rimasta ferma al periodo del nostro “incontro”, nella metà degli anni Ottanta. Ed è molto probabile che sia così, visto che ancora oggi scrive libri, organizza eventi culturali, fa teatro con la sua “Compagnia dei Capocotti” a Frascati (e non solo), dove risiede da tre decenni.
Il segreto dell’eterna giovinezza sta nel dedicarsi alle attività che più si amano. Coloprisco lo sa e si regola di conseguenza, potendo oltretutto contare sulla complicità della moglie Carmelita Tripodi, un vulcano di iniziative culturali e sociali.
Professore “bizzarro”, faceva sistemare i banchi a ferro di cavallo lungo il perimetro dell’aula e, in terza media, ci trasmise i rudimenti della lingua latina: «Serviranno a chi deciderà di iscriversi al classico o allo scientifico». Nella scampagnata di fine anno guidava la fila che a piedi percorreva i sentieri verso l’Aspromonte, dove ci raggiungeva Carmelita con l’auto carica di ogni ben di Dio.
Sono molti coloro che devono qualcosa a quest’uomo mite ma determinato, coerente con i valori della sua vita. Aldo Coloprisco è stato per lunghi anni un solidissimo punto di riferimento culturale, non soltanto per la libreria che gestiva e che, da allora, Sant’Eufemia non ha più avuto. La recitazione, da occasione di aggregazione e di responsabilizzazione, si è rivelata per molti ragazzi un potente strumento di liberazione. Le rappresentazioni non erano affatto una “pacchia”, per via del tempo che le prove sottraevano alle lezioni, nel teatro di “confine” con le file delle sedie dell’ex cinema, trasportate a scuola da noi studenti. Generazioni di eufemiesi hanno avuto modo di maturare una coscienza civile e di comprendere quanto sia nobile impegnarsi per migliorare, migliorando sé stessi, il posto in cui si vive. Buon cittadino è colui che si spende per contribuire alla crescita socio-culturale della sua comunità.
L’attività teatrale esaltava la funzione emancipatrice della cultura, nel solco di quel socialismo umanitario che ha costituito il fulcro della sua formazione politica. Se chiudo gli occhi, mi appare davanti il cofanetto della Laterza contenente i sette volumi giallo ocra della Storia del pensiero socialista di George D.H. Cole, che per la prima volta vidi nel suo studio. Non a caso, uno dei libri di narrativa adottati nel triennio scolastico, Tibi e Tascia di Saverio Strati, racconta il sogno di evasione dei protagonisti dal contesto angusto della realtà contadina calabrese. Coloprisco ci ha insegnato che i sogni sono parte importante della vita. Ma soprattutto ci ha insegnato il valore della libertà, un bene non negoziabile per nessuna ragione al mondo.
Buon compleanno, mio caro professore.

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