
Il dolore corre sul filo dei ricordi ed è lotta impari quando si viene svegliati da una notizia così tragica. Nonostante la bellezza di ciò che è stato, la felicità rivissuta punge il cuore e lo fa sanguinare.
Non è facile accettare che Aldo Coloprisco ci abbia lasciati così, di colpo. Che abbia abbandonato i suoi alunni, aprendo nei cuori una voragine che cerchiamo di colmare con le immagini del nostro personale posto delle fragole: tra i banchi della scuola media “Vittorio Visalli”, tra le quinte di un teatro che per molti è stato romanzo di formazione.
Il professore Coloprisco sapeva che dedicarsi alle cose che più si amano mantiene giovani. Per questo, fino alla fine, ha continuato a scrivere, a organizzare eventi culturali e a fare teatro con la sua Compagnia dei Capocotti, dopo il trasferimento a Frascati negli anni Novanta. Senza però mai recidere il filo che lo legava a Sant’Eufemia, suo paese d’adozione grazie alla splendida Carmelita Tripodi: moglie, complice, musa ispiratrice.
Gli allievi di un tempo erano nel tempo diventati amici, i ruoli sublimati in un rapporto paritario e solido. Coloprisco rimaneva così il professore trentenne o quarantenne, dal quale diverse generazioni di eufemiesi hanno ricevuto l’affetto e l’attenzione di un genitore. In tanti sono passati dai banchi di scuola alle rappresentazioni teatrali più mature, hanno partecipato all’esperimento del circolo “Mistra”, hanno contribuito alla realizzazione delle iniziative culturali promosse da quest’uomo mite, ma determinato. In tanti, ogni estate, venivano convocati a casa sua, per una chiacchierata e per la consegna di un suo premuroso omaggio.
Coloprisco non ha mai lasciato indietro nessuno, coerente nella vita di tutti i giorni ai valori che hanno improntato l’unicità del suo essere docente. Che non era soltanto l’insegnamento, in terza media, dei rudimenti del latino, perché “potrebbe servire a chi deciderà di iscriversi al Classico o allo Scientifico”; né la scampagnata di fine anno sull’Aspromonte, che raggiungevamo a piedi lungo i sentieri e dove ci aspettava Carmelita, con l’auto carica di ogni ben di Dio.
In aula abbiamo conosciuto la democrazia della sistemazione dei banchi a ferro di cavallo: la dimostrazione plastica che, tra quelle pareti, non esistevano i primi e gli ultimi della classe, né i “figli di”. Eravamo tutti uguali.
Il suo teatro di confine, le cui sedie noi studenti avevamo trasportato a scuola dall’ex cinema, è stato lotta sul campo e pratica concreta di inclusione, che ha offerto la possibilità di uscire dall’isolamento a chi generalmente viveva ai margini della società. Le sue commedie dialettali, così come Pirandello (“La patente”, “La giara”) o Corrado Alvaro (“Gente in Aspromonte”), sono state occasione di aggregazione e di responsabilizzazione, oltre che un potente strumento di liberazione dal pregiudizio e dalla discriminazione. Generazioni di eufemiesi hanno avuto modo di maturare una coscienza civile, di comprendere quanto sia nobile impegnarsi per migliorare, migliorando sé stessi, la realtà circostante.
Fuori dal nozionismo delle lezioni di italiano abbiamo imparato a vivere. L’attività teatrale esaltava la funzione liberatrice della cultura, nel solco di quel socialismo umanitario che ha costituito il fulcro della formazione politica di Coloprisco. Il quale, tanto per inquadrare lo spessore del personaggio, svolgeva gratuitamente le ore dedicate nel pomeriggio alle prove, in tempi che non contemplavano ancora l’attuale miriade di progetti didattici.
Aldo Coloprisco era un idealista e odiava la guerra: «Maledetti gli uomini che vogliono la guerra, bestie più delle bestie» (“L’uomo e la regina”). Nei suoi romanzi ha trattato temi di grande interesse: i nostri microcosmi destinati a scomparire a causa dell’emorragia costante di giovani che emigrano in cerca di lavoro, la violenza che governa la natura e la società, la libertà, il potere dei media e la condizione dell’uomo nella società dei consumi, la forza emancipatrice dei libri.
Non a caso, dopo il suo trasferimento a Frascati, Sant’Eufemia non ha più avuto una libreria. Quella libreria con i volumi esposti nella vetrinetta all’esterno, tanto cara al suo alter ego Giovanni Florio (“Il libraio di Meladoro”), il quale fa giungere in uno sperduto paese dell’Aspromonte le edizioni economiche degli autori italiani e stranieri più famosi, organizza la “settimana del libro”, ne fa un punto d’incontro nel quale si può parlare di scrittori e poeti, ma anche scambiare esperienze e riflettere sul passato e sul presente. Florio crede nella potenza salvifica della parola e non perde occasione per ribadire la strettissima relazione che intercorre tra sogni, libri e libertà: “i sogni sono libertà”. Si definisce “un venditore di sogni, non di morte” ed esorta i suoi concittadini a comprare libri ai figli, per farli sognare e per sottrarli ad un destino criminale. D’altronde, la vera antimafia è quella esercitata dai buoni educatori: l’“esercito di maestre elementari” che nelle parole di Gesualdo Bufalino sconfiggerà la mafia.
A tutti noi Coloprisco ha fatto comprendere che i sogni sono parte importante della vita, perché – per dirla con De André: «Un uomo senza utopia, senza sogno, senza ideali, vale a dire senza passioni e senza slanci, sarebbe un mostruoso animale fatto semplicemente di istinto e di raziocinio, una specie di cinghiale laureato in matematica pura».
Ma soprattutto – anche con le sue vicende personali – ci ha insegnato che la libertà è un bene non negoziabile per nessuna ragione al mondo.