Reddito di cittadinanza, c’è poco da fare ironia

La manifestazione sindacale unitaria di Reggio Calabria mi ha spinto ad una riflessione sulla sinistra di oggi in relazione alla questione del reddito di cittadinanza e, più in generale, sul rapporto tra sinistra e “periferie”.

La coda della manifestazione sindacale unitaria a Reggio Calabria ha presentato lo scambio di battute tra il ministro dello Sviluppo economico Di Maio e il segretario della Cgil Landini sui dati dell’occupazione e sulla “bontà” del reddito di cittadinanza, provvedimento-simbolo dell’esperienza governativa pentastellata.
Non nutro particolare simpatia per il Movimento, rozzo nei modi e incapace nei fatti, oltretutto permeato da quei vizi della “vecchia politica” contro i quali si è scagliato per un decennio: prima di andare a sua volta al governo, si capisce. Nonostante la generosità e, oserei dire, l’idealismo di molti attivisti, la sensazione è di avere a che fare con carrieristi consapevoli di avere vinto un superenalotto che mai più si riproporrà.
Ma il M5S è l’effetto, non la causa, del livello infimo della lotta politica e del desolante quadro culturale in questo che, ahinoi, non è un momento particolarmente favorevole per chi è capace di ragionamenti più complessi di un tweet, è solito approfondire le questioni ed esprimersi con pacatezza, non abbocca alle fake news più improbabili.
Non credo che esista una società civile “buona” e un ceto politico “cattivo”. Il secondo è espressione diretta della prima, la contrapposizione tra due mondi è autoassolutoria, deresponsabilizzante, consolatoria.
Fatta questa premessa, vorrei esprimere il mio disorientamento per le voci che, da sinistra, si sono in questi mesi levate contro il reddito di cittadinanza.
Sono d’accordo quando si sostiene che c’è bisogno di lavoro e non di assistenzialismo. Un grande piano di investimenti pubblici per il Sud, ad esempio.
Tuttavia, ritengo sia un grosso errore politico trattare un problema gravissimo con il sorrisino di chi, come si dice dalle nostre parti, “avi i barchi ’o sciuttu”. È un’offesa al bisogno, sbagliata concettualmente e politicamente. Alla base c’è una mancata percezione del paese reale. D’altronde, se la sinistra perde nelle periferie, ciò accade perché ha abbandonato quei luoghi. La ragione sociale della sinistra deve essere il lavoro, le sue politiche devono investire con forza sul contrasto al disagio socio-economico di una larghissima fetta di popolazione.
Ho suggerito di fare la richiesta per il reddito di cittadinanza ad un mio conoscente che, nonostante si dia da fare in qualsiasi modo, non riesce ad affrontare le spese primarie (bollette, pranzo e cena). La sua domanda è stata accolta e nei suoi occhi ho visto una scintilla di speranza.
La povertà va toccata con mano, non ci si può limitare a qualche ipocrita post di circostanza. In periferia e nelle famiglie con forte disagio socioeconomico si entra se si ha un rapporto e, purtroppo, la sinistra ha sperperato un patrimonio storico, sociale e politico.
Eppure da lì bisogna ricominciare, ricostruendo con pazienza.

*Il Quotidiano del Sud, 25 giugno 2019

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