L’allenatore delle notti magiche

C’è stato un tempo in cui il mio personale calendario procedeva a intervalli regolari di quattro anni, un tempo scandito dall’appuntamento con i mondiali di calcio. Quello del 1990 è stato il mio ultimo mondiale da minorenne. Andavo per i diciassette ed ero un ragazzo tutto casa, scuola e calcio. Finivamo di allenarci e scendevamo in piazza per giocare ancora a pallone (che a volte era una pallina o una lattina schiacciata), o in pineta, per le strade, ovunque. Qualche anno prima, categoria esordienti, pur di disputare la partita il giorno dopo un’abbondante nevicata, tra ragazzini facemmo una colletta per comprare sale grosso da spargere sul campo di prima mattina. Ne uscì fuori un incontro epico in un pantano che quello famigerato di Perugia in confronto è una barzelletta. Ricordo con tenerezza quella passione smisurata, ora che qualche capello bianco e un calcio completamente cambiato da quello ancora romantico della mia giovinezza mi fanno seguire questo sport con minore passione. Ma il calcio per me sarà sempre una vecchia fidanzata che mi ha fatto sognare e che mi ha trasmesso emozioni fortissime, sia sul rettangolo di gioco che con l’orecchio attaccato alla radiolina o seduto davanti allo schermo della televisione.
Il 1990 è stato l’anno della mia prima, fortissima, delusione calcistica. Sì, c’erano già state le due eliminazioni dell’Inter in Coppa Uefa contro il Real Madrid (quella della biglia lanciata dagli spalti che colpì Bergomi e l’altra ai supplementari), ma un mondiale è un mondiale: qualcosa di indescrivibile per tutto ciò che può provare un tifoso in novanta minuti di pura trance agonistica. Nel 1982 avevo già vinto un mondiale, insomma a nove anni vantavo già un palmares di tutto rispetto. Quello del 1986 aveva un destino segnato, lo capimmo da subito. Era una squadra di reduci che si erano coperti abbondantemente di gloria, una sorta di ringraziamento finale che Bearzot aveva voluto tributare agli eroi del Bernabeu: ma il destino di quella squadra era segnato, per cui la delusione non fu cocente.
Nel 1990 fu diverso. Mondiali giocati in casa e una nazione intera che sembrava di vivere dentro una favola, quella delle “notti magiche” cantate da Edoardo Bennato e Gianna Nannini, degli ormoni giovanili impazziti per le gambe di Alba Parietti, arrampicata con le sue provocanti minigonne sullo sgabello dal quale conduceva una trasmissione sportiva.
Una nazionale figlia di Azeglio Vicini, tecnico federale a lungo selezionatore dell’Under 21, che l’aveva plasmata a sua immagine e somiglianza. Un esercito di fedelissimi che macinava gioco e risultati con la sicurezza di chi è consapevole di essere il più forte. Difesa granitica con Bergomi, Ferri, Baresi e il giovane Maldini, l’astro nascente Baggio, la fantasia di Donadoni e la forza fisica di Berti e Vialli. E poi lui: Totò Schillaci. I suoi occhi spiritati sembravano usciti da una favola bella, fatta di sacrifici, fame e tanta gavetta. In quell’estate del 1990 tutti gli dei del mondo si erano messi d’accordo, ogni volta che Totò toccava palla faceva gol. A ogni triplice fischio, tutti nelle strade per sfilare, protagonisti anche noi di un sogno dal quale non avremmo mai voluto svegliarci.
E invece. L’uscita sciagurata di Zenga, allora il più forte portiere del mondo, fu una secchiata d’acqua gelida. Uscimmo dal mondiale in semifinale, senza perdere una partita. La mia fu un’amarezza doppia, perché Zenga era l’idolo dell’Inter dei record. Un doppio tradimento.
Salì sul tetto del Bar Mario, allora nei locali dell’ex cinema di via Carusa. Il ferro al quale era attaccata la bandiera della nazionale è ancora piegato: e furono lacrime amare, lacrime di rabbia, lacrime che solo per amore si possono versare.

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