2 novembre 2020

Quanto siamo cambiati da marzo ad oggi? Quanto le nostre vite sono state stravolte dal Covid? A quante abitudini abbiamo dovuto rinunciare? Ci pensavo oggi, mentre il pensiero andava ai “miei” defunti. Parenti e amici che non ho potuto salutare come facevo ogni anno, lasciando sulle loro tombe un fiore o un lumino. Ho ripercorso mentalmente il percorso che faccio quando entro nel cimitero, in una sorta di appello degli assenti. Ci sono tutti.

La pandemia ci ha rinchiusi nelle nostre case, costringendoci ad una solitudine che diventa più acuta in occasione di una ricorrenza. Avvertiamo lontana e rimpiangiamo la tradizione dei “morti”, quando da piccoli andavamo a bussare alle porte delle case per ricevere qualche soldino, frutta e dolcini. In quelle castagne, in quei cioccolatini si realizzava il miracolo dell’incontro simbolico con l’aldilà, poiché i questuanti – sostiene l’antropologo Vito Teti – non erano altro che “vicari” dei defunti. I bambini rappresentavano le anime dei propri cari, che avrebbero sofferto molto in caso di rifiuto.
Nelle fotografie delle lapidi cerchiamo occhi e lineamenti che ci riconducano ad una storia ininterrotta, nonostante la morte: “le tessere giganti di un domino che non avrà mai fine” (De Andrè). Cerchiamo il calore di parole che abbiamo ascoltato, di gesti che ci hanno fatto sentire amati. Oggi, tutto questo non c’è stato: sono mancate le visite e, con esse, un aspetto profondo del rapporto con la morte nella nostra cultura religiosa e popolare.
Non potendomi recare al cimitero, ho deposto un lumino ai piedi del Crocifisso del monumento dei caduti. A quel Cristo che, per chi crede, è risorto dalla morte e, per chi non crede, è comunque il simbolo della lotta non violenta contro gli abusi del potere e delle autorità. Il predicatore dell’egualitarismo e della fratellanza universale. Il volto degli “ultimi” della Terra, di tutti coloro che soffrono nel fisico o portano sul cuore cicatrici impresse come solchi.

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Parole

Parole come in un sogno ora vivace ora dai
contorni sfumati, dimenticate all’alba, quando si rintanano nella cuccia
onirica dei fantasmi della mente.

Parole da appuntare sul bloc notes del
comodino sforzando la vista, disegnando nel buio il gancio al quale rimanere sospesi
per non precipitare nel gorgo.

Parole di un matto, intrappolate nel cuore.

Parole dure come il silenzio, come le urla.

Parole altre, osservate dal molo mentre
scivolano nella tasca dell’orizzonte, come le stagioni.

Parole come sirene che violentano la notte.

Parole a tutta pagina, definitive come
fede incrollabile.

Parole impastate dalla frana che va a
valle.

Parole conficcate come chiodi sulla bara.

Parole da tenere in tasca per farsi
compagnia.

Parole come la carezza di un’eco lontana.

Parole incastonate negli occhi.

Parole come unguento per medicare l’anima.

Parole come un diritto per il quale vivere
e morire.

Parole come una liberazione.

Parole da affidare al vento, come il bacio
di Pablo Neruda.    

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Antonio Manucra, il geriatra eufemiese in trincea contro il Covid

Tutti ricorderanno la bella storia di Emma e Adriano (79 anni lei, 86 lui), i coniugi sposati da 60 anni che guarirono dal Covid-19 a due mesi dal contagio. Le immagini della loro uscita dall’ospedale di Bobbio, comune della Val Trebbia (Piacenza) eletto Borgo dei Borghi nel 2019, fecero il giro dei telegiornali e guadagnarono le prime pagine dei giornali. Accanto a loro il medico che li aveva seguiti sin dall’ingresso in ospedale, Antonio Manucra, sottolineava quanto quella vicenda fosse un segnale di speranza, “una piccola lucina nel buio degli ultimi due mesi”, pur non nascondendo “i momenti brutti e pesanti”, per superare i quali “è stato fondamentale l’aiuto di tutti, il conforto di tutti, le carezze e i sorrisi di ciascuno di noi”.

Diploma al liceo “Fermi” di Sant’Eufemia d’Aspromonte, una specializzazione e un master in geriatria dopo il conseguimento della laurea in medicina presso l’Università di Messina, da quindici anni Manucra è dirigente medico presso l’AUSL di Piacenza, in forze al presidio ospedaliero di Bobbio, dove svolge attività di reparto: responsabile del centro demenze e disturbi cognitivi, referente aziendale del centro Terapia Anticoagulante Orale e Nuovi Anticoagulanti Orali, referente delegato ambulatorio di angiologia, attualmente è inoltre facente funzioni di Direttore del nosocomio bobbiese.
L’Emilia Romagna (42.000 contagi) è seconda solo alla Lombardia per numero di decessi: 4.500, dei quali circa 1.000 nella sola provincia di Piacenza, la più colpita.
Per questo motivo crediamo possa essere utile ascoltare la voce di chi combatte sul campo il nemico subdolo che sta cambiando la vita di noi tutti. La voce di chi, mentre affrontava quel buio, scriveva per sé stesso una sorta di vademecum: «Una nuova maschera da indossare, una nuova giornata da affrontare. Solidi, sicuri, sempre… L’uomo prima di tutto, la dignità da preservare, sempre… Parole che confortano, sorrisi che riscaldano il cuore, carezze che allontanano la solitudine imposta. Gesti da ripetere, tornare, per ripartire. Il cuore che si riempie di emozioni, di tristezza di senso di impotenza. La pioggia dirompe e tutto vacilla, ma solo per un attimo, è umano! Poi la forza di reagire e di proseguire su una via impervia e sconosciuta, ma con la consapevolezza di proseguire e non fermarsi».
D – L’emergenza Covid ha messo a dura prova anche la tenuta emotiva del personale medico ed ospedaliero. Come si affronta un nemico “sconosciuto”?
R – «Il sentimento prevalente, dominante, di quei tristi giorni (mi riferisco all’ultima settimana di febbraio e al mese di marzo e poi, in misura minore, di aprile) era di incertezza, di disorientamento. Ci siamo trovati, nel giro di pochi giorni, dal pensare al virus come a qualcosa di lontano ad avercelo in casa (Lodi e Codogno sono molto più vicini a Piacenza che non a Milano): è stato come assistere alla deflagrazione di una bomba con conseguenze che sembravano non dover finire mai. Avevamo di fronte un nemico invisibile, sconosciuto e molto insidioso. Non conoscevamo nulla di questa infezione da Covid-19 (coronarivirus desease 2019). Non sapevamo, oltre ai problemi respiratori, cos’altro potesse interessare e intaccare. Né quali potessero essere i “reliquati” (conseguenze di una malattia passata, n.d.r.). Soltanto in un secondo momento si è visto, da uno studio sulle microembolie condotto presso l’ospedale di Castel San Giovanni (altro ospedale della nostra rete, che è stato il primo ospedale Covid in tutta Europa) che l’eparina poteva essere utile; si è visto che veniva interessato il microcircolo; si è visto che veniva interessato il sistema nervoso centrale e periferico (ecco il perché del sintomo della perdita dell’olfatto e del gusto). Insomma, ci siamo trovati spiazzati».
D – Detto in maniera un po’ brusca, il tuo lavoro e la “tipologia” dei tuoi pazienti ti porta ad avere una certa familiarità con i decessi. In che cosa il Covid è stato diverso?
R – «Da medico, ma soprattutto da uomo, credo che non ci si abitui mai alla morte. Il nostro reparto (internistico), come tutte le medicine, ospita in prevalenza pazienti in età avanzata e per questo fragili per definizione. Ovviamente ci siamo trovati di fronte ad una situazione straordinaria. Il momento peggiore del maledetto mese di marzo sono state le ore tra le 11.10 circa del 21 e le 14.00 del 22: abbiamo avuto 5 decessi, in un reparto che conta 24 posti. Nei mesi di marzo e aprile abbiamo avuto il numero di decessi che in genere contiamo in un anno e mezzo. Ma l’aspetto più angosciante è stata la solitudine dei pazienti, nonostante la fascia oraria dedicata alla videochiamata con i familiari. Pensare anche alla mancanza del conforto dei propri cari… Qualcosa di tremendo».
Un’esperienza professionale estrema, per le continue assenze di colleghi, infermieri ed operatori sanitari (a volte il 50% del personale), come ha successivamente sottolineato Manucra nel ringraziare il personale sanitario: «Siamo stati pronti a rivedere la nostra organizzazione interna, anche a causa delle numerose assenze tra il personale sanitario, e lo abbiamo fatto senza battere ciglio. Ognuno di noi ha rinunciato ai propri riposi per poter garantire l’assistenza ai nostri degenti, impedendo quindi che la “macchina” si fermasse. Molti di noi si sono ammalati, alcuni sono ad oggi ricoverati ed in serie condizioni cliniche e a loro va il nostro pensiero e le nostre quotidiane preghiere. Il tasso di mortalità, tra i degenti, di queste ultime settimane è stato spaventoso. Abbiamo visto morire molti anziani soli e senza il conforto dei propri cari. Tutti voi, infermieri e OSS, avete contribuito a mantenere operativo il nostro ospedale, sobbarcandovi di compiti difficili e pesanti. Avete saputo gestire con competenza e professionalità i ricoveri ed i decessi occorsi in questi giorni, anche in assenza del medico di reparto. A tutti voi, che avete accettato le “novità” organizzative, imposte dallo stato di necessità, a tutti voi dico GRAZIE!!!».
Assenze che per 16 giorni, come ricorda un servizio giornalistico del quotidiano di Piacenza “Libertà” (21 aprile), hanno fatto del geriatra eufemiese l’unico medico presente in ospedale. Mentre il virus si portava via gli amici ed entrava nella sua abitazione di Rivergaro, contagiando la moglie Mariana Iofrida – anche lei medico in servizio presso l’ospedale di Bobbio – e causando il trasferimento dei tre figli (Francesco, Marco, Matteo) presso nonna Carmela: «Il virus era ovunque. Mi viene da pensare quanto fosse complicato anche solo abbozzare un sorriso, comunicare ai figli che avevo la situazione in mano quando invece non era sempre così. Per me il mese di marzo del 2020 è un brivido che ancora mi insegue». Le salme che non si potevano portare nella camera mortuaria e venivano sistemate nel primo piano dell’ospedale, con la mascherina e avvolte da un telo disinfettato. Scene atroci, difficili da dimenticare perché “non siamo delle macchine”.
D – Cos’è cambiato rispetto a marzo, sotto il profilo organizzativo e nella capacità di dare risposte più efficaci e tempestive? 
R – Nella nostra realtà, mi riferisco all’AUSL di Piacenza, è cambiato molto rispetto alla routine lavorativa dell’era pre-covid. Sono stati creati protocolli che regolano il flusso dei pazienti dal Pronto soccorso ai reparti e tra reparti. Le visite ai degenti erano state contingentate, ma dal 15 ottobre sono state nuovamente sospese a causa dell’aumento dei casi di positività. Sono stati creati nuovi posti di terapia intensiva e subintensiva (questi ultimi, nel giro di poche ore possono essere trasformati in posti letto di terapia intensiva), sono stati assunti più infermieri (77) per il territorio. In Emilia sono nate le USCA (Unità speciali di continuità assistenziale) che fanno i tamponi casa per casa allo scopo di isolare e limitare la diffusione del virus: nella solo AUSL di Piacenza esistono, ad oggi, 18 squadre. Le attività ambulatoriali sono riprese, ma gli orari sono stati aumentati per evitare assembramenti.
D – L’emergenza sanitaria ci ha insegnato qualcosa?
R – L’emergenza sanitaria ci ha insegnato che deve essere la medicina a cercare i malati e non viceversa. Ci ha insegnato che la tendenza a centralizzare attorno agli ospedali “grandi” (i cosiddetti HUB), in una visione ospedalocentrica, non va bene. Occorre invece rafforzare il territorio. Ci ha insegnato che la sanità deve essere pubblica ed universale, in modo da consentire l’accesso alle cure a tutti. I tagli degli ultimi dieci anni sono stati pagati tutti e con gli interessi: tagli sugli ospedali (più di 200), riduzione dei posti letto inseguendo una media assurda, tagli agli investimenti…
D – Torneremo alla vita di prima? “Andrà tutto bene”?
R – Contrariamente a ciò che qualche incosciente sostiene, non siamo di fronte ad una “banale” influenza. Abbiamo a che fare con un virus insidioso, che purtroppo circola. Occorre comprendere che più aumentano i positivi e più aumenteranno gli ammalati; di conseguenza, crescerà il numero di coloro che avranno bisogno di cure e, anche, di cure intensive. Per questo è necessario un maggiore impegno delle istituzioni nel settore degli investimenti nella sanità pubblica. Ma per tornare alla vita di prima, per far sì che tutto vada bene, occorre uno sforzo di responsabilità e di senso civico. Dipende da noi. Ne usciremo, se riusciremo a superare individualismo; se, e solo, tutti insieme adotteremo le cautele del caso e ci adegueremo a indicazioni molto semplici: mascherina, distanziamento e igiene delle mani.
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Deve passare la nottata

Niente sarà più come prima o tornerà tutto come prima? Me lo chiedo spesso in queste giornate a volte lunghe, a volte corte: in fondo uguali. Vuote. Ma è questa la domanda da porsi o, piuttosto, dovremmo chiederci cosa si potrebbe fare per soffiare lontano l’aria da Bisanzio che opprime i polmoni di noi che viviamo “sospesi tra due mondi e tra due ere”?

Siamo soli, impauriti, smarriti. L’uomo è per definizione un animale sociale, tende naturalmente a rapportarsi con gli altri, a instaurare rapporti empatici. Si esprime con un linguaggio che non è soltanto verbale, ma è fatto di tanti altri strumenti di comunicazione, oggi dolorosamente compressi. Viviamo nel chiuso delle nostre case, abbiamo quasi azzerato le nostre uscite: ed è giusto così. Però ci manca “la vita di prima”: gli incontri, la spensieratezza di una partita a calcetto, gli abbracci per manifestare l’adesione alla gioia e al dolore altrui. Matrimoni e feste senza invitati, funerali senza partecipanti. Piccoli momenti di una vita quotidiana vissuta in maniera corale dalla comunità che oggi, per il forzato disimpegno dai propri doveri, per il distacco dalla propria natura, appare sfilacciata.
Tutt’intorno si avverte un deprimente tanfo di decadenza, accompagnato dall’apatica rassegnazione ad una realtà che si immagina asfittica per chissà quanto ancora. In queste condizioni, serve molto coraggio per puntare una fiche sul tavolo verde del futuro, per fare progetti, per coltivare una visione di lungo periodo, per tirare fuori dai cassetti i sogni e farli volare.
Siamo diventati fragili e precari, la paura del domani è un freno a mano tirato che pietrifica. Tutto sembra essere stato messo in pausa. Si vive ripiegati su sé stessi: in attesa di tempi migliori, si dice quasi giustificandosi. Ma i tempi migliori arriveranno mai, se non saremo noi a creare le condizioni affinché possano maturare, invece di restare inerti? La rassegnazione e la demotivazione sono patologie degenerative, che vanno combattute con forti dosi di passione e di creatività.
Deve passare la nottata. Eppure l’alba arriva prima, o almeno se ne ha questa incoraggiante percezione, se si corre incontro al sole. Se si ricomincerà dalla bellezza della vita, che è sempre a portata di mano e che può dare un indirizzo anche a questo tempo in bilico.
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Ciro Meravigliao

Mi chiamo Ciro e dei miei sessant’anni ho poco da salvare. Nel posto dove vivo da quattro anni c’è gente che va e gente che viene. Con i nuovi arrivati costruisco un fragile castello di amicizia, che crollerà quando andranno via. Ci ricorderemo per qualche tempo, poi i nostri cuori precari continueranno a battere ognuno per conto proprio, come se non ci fossimo mai conosciuti. E pensare che trascorriamo diverse ore insieme, quelle che ogni giorno ci vengono concesse al di fuori delle nostre celle, nel cortile o nella saletta. Un paio, quattro o anche cinque, in base all’umore. Ché a volte non hai tutta questa gran voglia di parlare, di ascoltare sempre le stesse parole. Già, le parole. Alla fine le dimentichi: a forza di discutere continuamente di processi e di procedure, i vocaboli della quotidianità familiare diventano un’immagine sfocata, che si fa fatica a recuperare dal pozzo scuro dell’anima.

Per i miei compagni sono Ciro Meravigliao. Una vita fa, con il pallone me la cavavo bene. Anche oggi, nel giorno in cui ci portano nel campo di gioco, faccio la differenza. In quelle due ore, con la testa voliamo altrove: corriamo come ragazzini spensierati, sbattiamo le nostre ali ferite come farfalle gaie nello spazio libero. Poi, è andata male: cioè, non lo so se è andata male o se sono stato io a farla andare male. Fatto sta che, da questi posti, entro ed esco da quando avevo quindici anni. A Napoli diciamo “magnate o’ limone” ed io ne ho mangiati tanti nella mia vita. Ormai non mi fanno più effetto. Quel sapore aspro è parte di me, smorfia nascosta di una vita consumata, come gli occhi chiari o i capelli che mi ostino a tenere lunghi, nonostante siano diventati grigi e radi.
Ho talmente tante cose da fare, che a volte il tempo non mi basta, anche se non rinuncio mai alla partita di Burraco e alla soap opera “Un posto al sole”. Sono infatti un lavorante, una figura che non ha il prestigio degli addetti alla cucina o dello spesino, ma che vale più del barbiere e del bibliotecario ed è pur sempre una spanna sopra il resto della massa indistinta. Lavo per terra, nella sezione e negli uffici; carico la lavatrice; faccio il “postino” da una cella all’altra quando ci si divide il cibo o il giornale. Insomma, mi sposto per la sezione con una certa libertà e resto fuori dalla mia cella più degli altri. Tutti mi vogliono bene e mi porgono un caffè o qualcosa da mangiare. Quando mi è possibile, ricambio con i guanti monouso che qua non si possono acquistare, anche se devo stare attento. Se vengo beccato da qualche guardia, mi tocca un rapporto disciplinare, quindici giorni di isolamento e la perdita del lavoro. Perché per loro è normale che si debba utilizzare la candeggina e lavare il cesso a mani nude. Per me, non lo è. Come tante altre cose, che accadono e sulle quali ho smesso di farmi domande dopo il consiglio di un anziano, decenni fa: «Non chiederti dov’è la logica, perché qua dentro niente ha una logica». Se ce l’ha, è sadica come le parole riportate sul quadrante dell’unico modello di orologio che ci è consentito tenere, dopo averlo acquistato dalla lista della spesa: “Libero” e “Tutto passa”.
Da pochi giorni ho come dirimpettaio di cella un ingegnere che si è subito dimostrato molto gentile. Gli ho chiesto se era disposto a darmi ripetizioni di matematica ed ha accettato ben volentieri. Quando mia figlia frequentava la scuola elementare, spesso mi chiedeva di aiutarla a fare i compiti, ma io non ne ero capace perché non sapevo fare nemmeno una “O” con il bicchiere. Ora ho una nipotina che, quando finirò di scontare la pena, andrà a scuola: ecco, non vorrei ritrovarmi nella stessa situazione e credo che l’ingegnere potrà darmi una grossa mano. Imparo le tabelline e il giorno dopo le dimentico, ma lui ha molta pazienza. Ricominciamo daccapo e già riesco a svolgere benino qualche operazione, espressioni semplici. Lui stesso mi ha detto che c’è un suo amico bravo a scrivere e ne ho approfittato per prendere pure lezioni di grammatica, sintassi e ortografia. Vorrei essere in grado di mandare a mia moglie una lettera appena appena corretta, ma non so se mai ce la farò. Ho capito quando la “e” va accentata, quando mettere l’acca e quando no, però con il dettato ancora non ci siamo. I miei due professori stanno sempre insieme, nel cortile e nella saletta, dove per mezz’ora a testa si dedicano a me. Chi arriva per primo attende l’altro, come vecchi compagni di liceo naufragati e aggrappati allo stesso legno. Chissà se resteranno qua per tutto il tempo che mi sarà necessario.

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Forza Peppe

Perché proprio a te, Peppe? Perché? Me lo sono chiesto dentro quella chiesa vuota di te. Di te che c’eri sempre, ogni anno, per la ricorrenza dei santi Cosma e Damiano: i santi medici, i santi delle guarigioni. Non sono riuscito a darmi una risposta, come mi succede con tante altre domande ultimamente. È un 2020 di interrogativi angoscianti e dentro ci sei finito pure tu, tuo malgrado.

Penso che sia ingiusto, ma poi chi lo sa più cos’è che non dovrebbe mai accadere. Accade e basta, come un fulmine scagliato da un dio malvagio che brucia ogni cosa, anche le scarne convinzioni di un tempo. E quando colpisce, la vita cambia in un attimo.
Viviamo insieme a te questo tempo sospeso, in apnea, accostandoci al mistero della vita in punta di piedi, senza fare rumore. Come te, che hai sempre vissuto delle tue piccole e semplici cose: quelle che, in fondo, sono le uniche a contare qualcosa in questo caravanserraglio. Passi silenziosi che fanno rumore proprio quando si bloccano.
Il Paese Vecchio è un microcosmo dentro un microcosmo. Lo era in particolare negli anni della tua infanzia: concentrato tra il Calvario, la piazza e la Matrice, l’orfanotrofio e la chiesa, la scuola elementare. Già, la scuola elementare con i suoi mitici maestri, dei quali ancora si parla con affetto e riverenza. Gli anni del maestro unico e del saluto della classe in piedi, della preghiera e dei giochi dei mimi o dell’elastico, del pigiama indossato sotto la tuta per stare più caldi, delle merende divise con i compagni di classe, del refettorio e del dolce preparato per i bambini dalla moglie del bidello, della condivisione di gioie e dolori, come in un’unica grande famiglia. Dove sono finiti tutti quei bambini? Dove siamo finiti?
E cosa fai ora, tu che macinavi chilometri a piedi o in bicicletta? Eppure “c’è un’altra salita da fare”, ci sono “cento e più chilometri alle spalle e cento da fare”. Ci sono i tuoi genitori da assistere, come hai sempre fatto. Ricordi? Ti chiamavamo “Peppe due chilometri”, perché la distanza della tua abitazione dal liceo era tanta: tu la percorrevi ogni mattina a piedi ed eri il più puntuale di tutti.
Sai, tempo fa avevo deciso di intervistare tuo padre, uno dei pochi che ricorda la Varia che si organizzava a Sant’Eufemia. Grazie ad un amico comune ero riuscito a fissare un incontro che poi non c’è stato. La vita è così: quando ti sembra che vada da una parte, svolta all’improvviso.
Però spero di riuscire a raccoglierla questa testimonianza, a patto che tu sia presente.
Ad ogni notte segue il giorno, ad ogni temporale la schiarita: ti aspetto.

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Tito Fedele: Ricordanze e riflessioni

La mia prefazione alla ristampa del libro di Tito Fedele: Ricordanze e riflessioni (2020)

A cosa servono i ricordi? Qual è la loro natura? Perché nascono e si incastonano
nella mente, a volte sfidando anche la nostra stessa volontà? Se ha ragione
Cesare Pavese nel considerare che delle nostre vite ricordiamo gli attimi, non
i giorni, può rivelarsi utile imitare il clown di Heinrich Böll e farne “collezione”.
È ciò che fa Annunziato Fedele in Ricordanze
e riflessioni
, compiendo un’operazione che non sempre cede al rimpianto,
nemmeno quando prevale la nostalgia per persone, luoghi, storie lontane.

Esiste una sottile distinzione tra questi due sentimenti. Il rimpianto è causato da un
passato che opprime, un passato che è ancora presente perché avremmo voluto
fare qualcosa e vi abbiamo rinunciato o perché abbiamo compiuto un’azione che,
nel presente, consideriamo un errore. La nostalgia può invece avere anche un’accezione
positiva, nonostante la sua etimologia (nostos: ritorno; algos: sofferenza) indichi –
ad esempio in Milan Kundera – il dolore suscitato dal desiderio inesaudito di “ritornare”
ad una condizione di felicità perduta. È il caso dei ricordi piacevoli, che
provocano uno stato d’animo di serenità interiore.  

I ricordi e le riflessioni di Fedele confermano l’immagine popolare, strettamente
connessa alla molteplicità dei rapporti interpersonali che comporta lo
svolgimento della professione di “medico di paese”, di un uomo dal vasto sapere
e dalla grande umiltà. La familiarità con la quale riesce a “colloquiare” con gli
scrittori classici conferisce alla sua formazione la solidità delle radici nodose
e robuste di quei vecchi ulivi più volte richiamati nel libro. Letture
preziose, certamente favorite dalla presenza, in casa, della fornitissima
libreria appartenuta allo zio sacerdote: tomi “pergamenati”, testi sacri, libri
di storia e di diritto ecclesiastico, grandi classici e poeti latini minori. Ma
anche Shakespeare, Goethe, Hugo: raffinatissimo il rimando a I miserabili per descrivere la malattia
che in gioventù lo tiene “stretto come Jean Valjean quando cadde in mano ai
vili Thenardier”.

I riferimenti letterari di Ricordanze e
riflessioni
impreziosiscono i ricordi di Fedele rivestendoli di un’aurea nobile,
così come i ricorrenti “intermezzi musicali”, dotte citazioni da musicofilo con
la passione per le sinfonie dei grandi compositori, ereditata dal padre. Quel
padre che suona il violino in chiesa e che si diletta a pizzicare le corde del
suo mandolino per i figli raccolti attorno al braciere, la sera dopo avere
consumato la cena. Spesso sono proprio le melodie del grammofono a mettere in
moto la macchina dei ricordi, a fare da sottofondo musicale alle conversazioni
dell’autore con la propria anima e con la vita fuggita, a illuminare i visi degli
amati congiunti.

I ricordi di Fedele sono istantanee che fissano sul foglio immagini suggestive,
paradigmatiche della realtà eufemiese nella prima metà del XX secolo. Una
società rurale composta da uomini e donne semplici che vivono all’interno di un
sistema produttivo di pura sussistenza, fondato per lo più sull’autoconsumo e nel
quale il baratto svolge ancora una funzione economica rilevante. Quella in cui
Fedele nasce e cresce è la Sant’Eufemia della ricostruzione avvenuta dopo il
terremoto del 1908, caratterizzata dall’urbanizzazione degli anni Venti e
Trenta nell’area denominata “Pezzagrande”, che però mantiene il centro
propulsore nel vecchio sito (Paese Vecchio o Vecchio Abitato), dove continua a
risiedere il ceto storicamente dominante sotto il profilo culturale, politico
ed economico. Un universo popolato da gente umile, scomparsa tra le pieghe del
tempo, i cui “racconti costituivano meravigliose pagine di inedite storie”. Agricoltori,
pastori, lavoratori a giornata, calzolai, sarti, falegnami e artigiani che oggi
sopravvivono nei racconti di Nino Zucco e nella memoria collettiva.

Sono tempi di stalle, di asini e di muli: tempi di mercanti provenienti dai paesi
ionici della provincia reggina che pernottano a Sant’Eufemia, per poi ripartire
all’alba. Molte famiglie vivono nelle baracche senza acqua, prive di corrente
elettrica e dei servizi igienici. L’alimentazione è povera, la carne quasi
sconosciuta, mentre molto praticata è la tecnica dell’essicazione degli
alimenti. I fratelli piccoli ereditano gli indumenti dei fratelli più grandi,
ma può anche capitare che un cappotto passi dal figlio al padre. La mortalità
infantile è alta, così come il tasso di analfabetismo. La vita dei contadini è
duro lavoro dalla mattina alla sera, quando – scrive il poeta eufemiese
Domenico Cutrì – “seduti scalzi sull’acciottolato/ davanti alla porta di casa/
farfugliavano nel vuoto/ aspettando pensierosi il domani/ per chi riusciva a
vederlo”: loro unico svago, la cantina nei giorni di festa. Le donne sono
raccoglitrici di olive (“partivano molto presto la mattina, silenziose, mobili
ombre nel buio della notte”), braccianti agricole che a casa devono anche
badare a nidiate di figli affamati e sporchi.

In questo contesto socio-economico vanno inseriti i “brevi scritti” di Fedele, nei
quali le vicende familiari assurgono a paradigma della storia di un’intera
comunità. Nel libro scorrono i volti di congiunti e di conoscenti; si avverte
il respiro di un secolo trascorso troppo rapidamente, che induce alla
malinconia. Un po’ quel che accade leggendo i titoli di coda di un film che
affascina e che si desidererebbe non finisse mai: si vorrebbe riavvolgere il
nastro per farlo ripartire ancora, dall’inizio. Allo stesso modo, al tramonto
della propria esistenza, Fedele rimette in ordine pensieri, ricordi e persone che
hanno accompagnato il suo cammino, affinché volti e fatti siano cornice pregiata
del suo testamento spirituale: “gli anni seguirono agli anni, innumerevoli
tramonti ed altrettante aurore”.

Ricordanze e riflessioni
si compone di tre parti, che hanno come filo rosso l’attenzione bozzettistica
dell’autore, la precisione nella descrizione di paesaggi, colori e voci della
natura, sui quali posa uno sguardo indulgente e paterno. O delicato, come
quando “dipinge” l’amata dimora, edificata negli anni Trenta sopra i ruderi di
un’antica abitazione patrizia distrutta dai terremoti succedutisi nel tempo a
Sant’Eufemia.

Colpisce l’incastro del registro lirico con quello scientifico, che spesso convivono senza
stonare. Il linguaggio letterario, elegiaco e a tratti raro, caratterizzato da
un ampio ricorso alla figura retorica della similitudine, richiama lo spirito
di Omero, Virgilio, Lucrezio, Euripide, Eschilo, Tacito, Esiodo, Ovidio e di tutti
i grandi classici latini e greci. Così, il mare viene presentato come il “ponto
profondo” del mito greco e, per descriverlo, Fedele declama un repertorio inesauribile
di aggettivi qualificativi. A volte, è la stessa costruzione della frase a
riprodurre lo stile latino, in particolare nella posizione del complemento di specificazione,
posto dinanzi al sostantivo: “i cui rami pendenti lambivano del fiume le acque
loquaci”.

L’Arcadia di Fedele ha i suoni e i colori di “Campanella”, che egli paragona alla Pieria:
il luogo della mitologia greca dove, secondo Esiodo, furono generate le Muse. La
“ridente conca” nella quale il genitore costruisce una piccola casa, che
diventerà la residenza estiva della famiglia, è il suo posto delle fragole, il
luogo incantato della sua spensierata fanciullezza.

Tra la nebbia del tempo prendono forma e si fanno largo, squarciandola, le figure
dei propri cari. Il padre scampato al terremoto del 1908 soltanto perché alle
5.20 di quell’infausto 28 dicembre era già uscito di casa per recarsi negli
uliveti. La madre, originaria di Bagnara Calabra e figlia di un capitano di
lungo corso morto durante un viaggio verso l’Argentina. I fratelli: Nino, nella
seconda guerra mondiale tenente pilota e subito dopo emigrato negli Stati
Uniti, dove si afferma come critico musicale per “Il progresso italo-americano”,
il più diffuso quotidiano statunitense in lingua italiana nel Novecento. Mimì,
che sul fronte greco-albanese contrae una malattia pleuropolmonare che presto lo
porterà alla morte. Diego, più volte sindaco di Sant’Eufemia tra gli anni
Sessanta e gli anni Ottanta, con il quale ha un rapporto di affetto
particolare, definito dal ricorso alla similitudine con i Dioscuri: “Forse,
nell’infinito spazio percorrendo le eterne vie degli astri e delle comete, ci
accosteremo, brillando, con smarriti occhi, ai luoghi dove transitò, con la
durata di un sogno, la nostra vita, dove fuggirono le nostre stagioni”.
Celestina, che muore tra le sue braccia (“ho poggiato la mia mano sinistra
sulla tua fronte e la destra sulle tue mani diafane, per far fluire in te un poco
del mio calore e della mia stessa vita”). Sarino, con il quale da adolescente scavalca
la cinta del cimitero per portare fiori sulla tomba di Mimì. Marietta,
“modellatrice fine di antica oggettistica muraria dal sinistro aspetto”.
Ancora: lo zio Diego, “abile oratore” e podestà in epoca fascista: è lui, nel
1926, il gran cerimoniere dell’inaugurazione del nuovo palazzo comunale e
dell’acquedotto, alla presenza del gerarca e deputato di origine paolana
Maurizio Maraviglia, al quale viene conferita la cittadinanza onoraria; lo
scrittore, pittore e scultore Nino Zucco; il pittore Carmelo Tripodi e il
figlio Domenico Antonio, che “dipinge pure il soave” poiché è riuscito a
trasferire sulla tela i versi della Divina Commedia; Francesca, ragazza di
umilissime origini accolta in casa che, dopo la morte, viene tumulata nella
cappella di famiglia.

Le riflessioni di Fedele toccano gli arcani temi dell’esistenza, gli interrogativi
che gli uomini si pongono, spesso senza riuscire a darsi una risposta, sin
dalla notte dei tempi: contemplando la volta celeste o rimanendo incantati
davanti alle innumerevoli prove della perfezione del creato. Soltanto il mito e
la Bibbia (“ambedue storie sacre”) sono in grado di dare risposte al mistero
della vita e della morte, a rassicurare sull’esistenza dell’Aldilà, dove sarà
possibile rivivere in eterno i momenti felici della vita terrena.

I pensatori dell’inizio della civiltà alleviano la sete di conoscenza, stimolata
dalla consapevolezza dei limiti che gravano la condizione umana come pesante e
intollerabile fardello. Un esercizio emozionante e crudele nello stesso tempo,
che però consente all’autore di visitare le dimensioni più intime e arcane dell’esistenza
umana. Ad esempio, quella onirica: il sogno è il luogo dell’incontro metafisico
con i defunti, che si materializzano portando con sé messaggi che Fedele si
sforza di interpretare. E se la figura del padre svanisce come l’anima di
Patroclo alla vista di Achille, gonfi di lacrime sono gli occhi dei pazienti
che, da lontano, scrutano il loro vecchio medico curante.  

I ricordi tengono insieme tutto: passato e presente, il senso stesso della vita.
Riscattano l’uomo dalle sue miserie quotidiane e lo elevano a un piano di
eternità. Quei ricordi che – ci insegna Enzo Biagi – sono la nostra fortuna,
perché contengono tutta la bellezza del mondo.

Ecco la ragione per la quale è necessario conservarli con cura e tramandarli:
affinché non svaniscano come le stelle alle quali Fedele li paragona, puntini
luminosi posti al di sotto della costellazione di Andromeda che nel volgere di
poco tempo si dissolvono nel mare. 

 

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Giornata mondiale del malato

Dal 1992, quando fu istituita da Papa Giovanni Paolo II, l’11 febbraio ricorre la Giornata mondiale del malato. Il tema di questa XXVIII edizione è tutto nelle parole del Vangelo di Matteo: «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro». Papa Francesco ha invocato occhi che vedano l’umanità ferita perché capaci di guardare in profondità, occhi che “non corrono indifferenti, ma si fermano e accolgono tutto l’uomo, ogni uomo nella sua condizione di salute, senza scartare nessuno, invitando ciascuno ad entrare nella sua vita per fare esperienza di tenerezza”. Spesso sappiamo tutto di quello che succede nel mondo, ma non ci accorgiamo della sofferenza del nostro vicino di casa. E di sofferenza ce n’è tanta: basta entrare nelle case, soffermarsi, non passare oltre; lottare contro uno dei mali più gravi di questi nostri tempi: l’indifferenza.
La Giornata del malato è tra le iniziative più significative che l’Associazione di volontariato cristiano “Agape” celebra ogni anno, articolandola in tre momenti. Durante la mattina sono state effettuate le visite domiciliari agli ammalati e la consegna di una statuetta della Madonna di Lourdes. Il pomeriggio è stato invece dedicato alla preghiera, sotto la guida del parroco don Marco Larosa. Presso la struttura residenziale per anziani “Mons. Prof. Antonino Messina” (alla quale l’Associazione ha donato un rosario), don Marco ha condotto la recita del Santo Rosario e impartito il sacramento dell’unzione degli infermi, alla presenza della statua della Madonna di Lourdes, portata all’interno della RSA dai volontari dell’Agape. Infine, la celebrazione della Santa Messa nella chiesa di Sant’Eufemia, conclusa con la “Preghiera per la XXVIII Giornata Mondiale del Malato”, nel corso della quale il presidente dell’Agape Iole Luppino ha ricordato i volontari dell’Associazione che non sono più tra di noi: «Signore, noi volontari Ti ringraziamo per quello che Anna, Adelina, Antonella e Marco ci hanno dato e insegnato in tanti anni di amicizia e di condivisione. Ti chiediamo che dal tuo Paradiso essi possano vegliare sulle loro famiglie e sull’Agape, di rafforzare in ogni volontario il desiderio di impegnarsi per gli altri e di risvegliare nei giovani il desiderio di scoprire la bellezza del donarsi».

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Lettera ai vertici di Poste Italiane

Sulla Gazzetta del Sud di oggi, la mia segnalazione a Poste Italiane del disagio patito dall’utenza di Sant’Eufemia a causa dell’elevato numero di operazioni svolte quotidianamente dall’Ufficio, a fronte della presenza di due soli sportelli, attivi con turni di lavoro antimeridiani. Ho scritto alla direzione centrale Risorse Umane Organizzazione e Servizi di Roma, a quella per il Sud di Napoli e a quella di Reggio Calabria. Ho chiesto pertanto l’adozione di opportuni provvedimenti, in particolare l’apertura di un terzo sportello e la collocazione del “totem giallo” all’interno dell’Ufficio postale, essendo il “numerino” inidoneo allo smistamento del lavoro sulla base delle diverse tipologie di servizio richiesto dagli utenti.

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Rosario Lalà

La storia di Sant’Eufemia è fatta da tantissimi personaggi anonimi, gente poverissima e affamata che a fatica, negli anni della grande miseria, riusciva a racimolare tutti i giorni un misero boccone. Tra le due guerre e nei primi anni del secondo dopoguerra non era inusuale che nelle numerosissime famiglie del tempo si saltasse più di un pasto, o che questo si riducesse a un po’ di pane accompagnato da qualche oliva. Molto triste era poi la condizione di chi viveva da solo e non svolgeva nessun mestiere. A questi poveracci non restava che affidarsi alla carità altrui. Potrebbe sembrare paradossale, ma non lo è: in una condizione di indigenza generale, slanci di umanità alleviavano la fatica del vivere di questi sfortunati. Si divideva il poco che si aveva.
Lalà (al secolo, Rosario Sabino) era “un innocuo vagabondo”. Così lo definisce Nino Zucco nell’omonimo racconto (Fuoco a Diambra, Bonacci Editore, Roma 1956). Un randagio senza parenti e senza un tetto, che dormiva sopra un giaciglio di “mattoni e pietre con calcinacci” in una vecchia casa terremotata. Indossava vestiti laceri, spesso sacchi rattoppati, i baffi sporchi e la barba ispida. Era letteralmente “a brandelli” e aveva i piedi spaccati dal gelo: «Sembrava che nei talloni gli avessero dato dei colpi d’accetta».
Raccoglieva per terra i mozziconi di sigaretta per alimentare la sua pipa e “si nutriva con il piatto della carità umana”, oppure con la frutta che rubava negli orti. Quando poi la fame diventava troppa, non disdegnava le galline morte “con il morbo”, che arrostiva nella forgia di mastro Rocco il maniscalco.
Il suo era per lo più un parlare senza senso: «Non sapeva fare altro che ridere e dire parole sconnesse». Il massimo del suo divertimento era attendere alla fermata della corriera l’arrivo delle bagnarote “cariche di mercanzie, che vendevano o barattavano con olio e ortaggi”: le seguiva attendendo il momento propizio per sollevare le loro vesti esclamando: «Bella Madonna!», ma spesso finiva inseguito e picchiato dalle possenti donne del mare.
Le buscava spesso Lalà. Era infatti il bersaglio preferito dei ragazzi del paese, che lo prendevano a colpi di pietra per strada oppure si introducevano di notte nel suo nascondiglio, per svegliarlo di soprassalto. Quegli stessi ragazzi che però si presero cura di lui quando si beccò la polmonite: «Rantolava rincantucciato in un angolo umido e fetido», eppure «voleva vicino i suoi ragazzi, e ad essi chiedeva un po’ di cibo e un po’ di vino, soprattutto vino».
Quella volta si salvò, ma una seconda polmonite gli fu fatale. Finiva così la vita di Lalà, il cui corpo, benedetto dal parroco (“che ebbe sempre pietà di lui”), fu portato via dagli spazzini.

A Lalà, tipico “personaggio” di paese, dedicò un suo componimento il poeta eufemiese Domenico Cutrì:

Parivi scemu, ma scemu non eri,
armenu a modu toi, tu ragiunavi,
si ’ncunu ti parrava l’ascurtavi
’mpocu sedutu e ’mpocu standu ’mperi.
Cu eri? Chi facivi? Chi speravi?
La to testa paria senza penseri,
non avivi famigghia, né mugghieri,
ridivi sempri e sempri caminavi.
Tenivi stritta ’nmanu na cortara
di crita, vecchia, rutta e nigru e lordu
tu eri sempri di ’n testa a li peri.
Na cosa avivi bona, lu ricordu,
ca ringraziavi tantu volenteri
cu ti stindiva ndi la manu ’n sordu!

*La fotografia è tratta dal libro di Domenico Cutrì, Cascami. Poesie dialettali, Tipografia La Cartografica, Palermo 1965, p. 90 (a pagina 91, la poesia).

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