Se gli “apprendisti Ciceroni” sono dei veri professionisti

Si sa, è impresa facilissima accendere i riflettori su quanto di negativo caratterizza la nostra società. Non c’è neanche bisogno di affannarsi più di tanto per individuare una casistica sterminata. È un vizio insano, perverso e anche un po’ masochista. Soprattutto dalle nostre parti, dove si fatica ad ammettere l’ottima riuscita di iniziative realizzate da altri: “bravi, però questo non andava e qua hanno proprio toppato: avrebbero dovuto fare così”, col timbro grave e solenne di chi ha sempre una risposta definitiva. L’arte della ricerca del pelo nell’uovo celata dietro la logica del campanile.
Riflettevo su questo ieri, mentre ammiravo la bravura di alcuni ragazzi del nostro liceo, tutt’altro che improvvisati Ciceroni della “giornata FAI di Primavera”, manifestazione giunta alla 19ᵃ edizione e quest’anno dedicata al centocinquantesimo anniversario dell’unità d’Italia. Ho pensato anche che chi vuole smantellare la scuola pubblica è un criminale da contrastare con forza, perché quanto i visitatori hanno potuto apprezzare è il frutto della dedizione e della passione di tanti insegnanti che riescono a trasmettere alle giovani generazioni l’amore per la bellezza del patrimonio artistico, culturale, naturalistico e storico del nostro Paese.
Sotto l’alto patronato del Presidente della Repubblica, con il patrocinio del Ministero per i beni e le attività culturali e del Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca, e con la collaborazione della Presidenza del consiglio dei ministri – Dipartimento protezione civile, il Fondo ambientale italiano ha predisposto l’apertura straordinaria di 660 beni in tutte le regioni italiane (26-27 marzo). A Sant’Eufemia d’Aspromonte, la collaborazione con il liceo scientifico “Enrico Fermi” – in particolare con la professoressa Carmela Cutrì – ha portato alla presentazione di un itinerario storico-artistico completo, interessante e poco noto ai più, che si è sviluppato in due sedi. Il museo della civiltà contadina, diretto dall’infaticabile Caterina Iero, ha ospitato diverse sezioni: i documenti sul Risorgimento e sulla storia locale; l’esposizione dei quadri di Saverio Carbone su Garibaldi e le camicie rosse; i pannelli informativi sulla storia, le tradizioni, le arti e i mestieri; i vestiti dei nostri avi; il lavoro (attrezzi agricoli, apparecchi e arnesi tessili) e gli oggetti delle abitazioni; il tempo libero (strumenti musicali e giochi per bambini del secolo scorso). All’interno della chiesa di San Giuseppe sono stati invece allestiti dei pannelli divulgativi su alcuni artisti eufemiesi dell’Ottocento e del Novecento, tra i quali Carmelo Tripodi, Rocco e Paolino Visalli. Sono state esposte opere scovate in dimenticati ripostigli che andrebbero restaurate per essere meglio valorizzate, così come alcuni pregiati oggetti di arte sacra in oro e argento realizzati dagli antichi cesellatori del posto. In ogni sezione, la garbata presenza degli “apprendisti Ciceroni” del liceo ha costituito il valore aggiunto di un’iniziativa che meriterebbe di essere riproposta durante l’estate, in favore di un pubblico più numeroso. Preparati, spigliati, cordiali: una bella iniezione di fiducia per il futuro della nostra comunità.

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L’Unità d’Italia tra mito e controstorie

L’Italia del 1861 non era certamente una democrazia compiuta, ma era pur sempre uno Stato che consentiva al Sud, tanto per entrare a piedi uniti nelle polemiche di questi giorni, di uscire da una realtà per certi versi ancora feudale. Il revisionismo storiografico degli ultimi tempi e, soprattutto, la strumentalizzazione politica che con molta malizia viene da più parti fatta, sembrano condurre invece alla conclusione che quasi ci si debba vergognare del Risorgimento e che forse sarebbe stato meglio non unificare il Paese. Per essere chiari, io non credo che il revisionismo in sé costituisca un male. I fatti storici sono sempre rivisitabili ed è naturale che più carte inedite escono dagli archivi, più la storia va riscritta alla luce delle nuove fonti. Ma su alcune questioni di fondo non ci dovrebbero essere dubbi. Giampaolo Pansa, per esempio. I suoi lavori sugli eccessi della Resistenza vanno bene se si vuole dire che anche tra chi fece la Resistenza vi furono dei criminali, non vanno bene se si vogliono mettere tutti sullo stesso piano, perché è innegabile che da una parte si lottava per la libertà, dall’altra per la dittatura nazifascista. Su questo non si può transigere: il giudizio storico è definitivo, né può essere messo in discussione. Con le luci e le ombre che sono inevitabili in processi tanto straordinari quanto complessi.
Purtroppo, spesso a prevalere è la bassa strumentalizzazione politica. Ho letto pure io Terroni, di Pino Aprile. Non c’è dubbio che il libro aiuti a comprendere le ingiustizie e i crimini commessi contro il Mezzogiorno. Ma ha ragione Vittorio Cappelli, quando precisa che “dire che una fantomatica storia ufficiale abbia trascurato o nascosto la drammaticità e il peso del brigantaggio e della questione meridionale è una sonora sciocchezza”. Senza dire che il metodo di Aprile, dal punto di vista scientifico, non è correttissimo. Le testimonianze “si parlava di 1.000 morti” non sono verità storiche. Se dai registri parrocchiali di Pontelandolfo risultano 150 vittime, mentre per la tradizione orale si arriva anche a 9.000 e si utilizza il dato più alto, si vuole sostenere una tesi polemica (e forse politica), non certo fare storia.
Giordano Bruno Guerri, autore di un libro, Il sangue del Sud, che si inserisce anch’esso nel filone “revisionista” premette che “occorre continuare a considerare il Risorgimento un atto fondamentale, necessario e benigno, della storia d’Italia, pur con tutti gli errori e le colpe che accompagnano gli eventi epocali”. Condivido in pieno.
Non è intellettualmente onesto insinuare, dietro il legittimo tentativo di ricostruire anche le pagine più oscure della nostra storia, un giudizio di valore sull’unificazione che, diciamolo chiaramente, serve soltanto per fare il gioco della Lega. Si poteva fare di meglio? Certamente. Ecco perché non giovano le mitizzazioni e la retorica risorgimentale, ma neanche alcune improbabili “controstorie”. Per quanto mi riguarda, risolvo la questione “all’inglese”: giusto o sbagliato, questo è il mio Paese.

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Convegno sull’Unità d’Italia

In collaborazione con l’Istituto superiore “Enrico Fermi” di Bagnara Calabra, l’associazione “Terzo Millennio” ha organizzato un convegno che si svolgerà domenica 20 marzo alle 17.00, presso il teatro della scuola media “Vittorio Visalli”: 1861-2011. Risorgimento nazionale e Risorgimento locale nel 150° anniversario dell’Unità d’Italia. Introdurranno i lavori Francesco Luppino, presidente dell’associazione e coordinatore dell’iniziativa, e Angela Maria Palazzolo, dirigente scolastico dell’Istituto “Fermi”. Seguiranno poi i saluti delle autorità: il sindaco di Sant’Eufemia, Vincenzo Saccà; il dirigente scolastico dell’Istituto comprensivo di Sant’Eufemia, Giuseppe Gelardi; il coordinatore dell’ambito territoriale del Miur per Reggio Calabria, Vincenzo Geria; il consigliere provinciale Carmine Alvaro; il consigliere regionale Luigi Fedele. Quindi, avrà inizio il convegno vero e proprio, moderato da Rosario Monterosso, professore di Storia e Filosofia legato a Sant’Eufemia dai tanti anni di insegnamento nel locale liceo. Il primo intervento sarà “Il Risorgimento e la parola. L’identità nel linguaggio dell’altro”, di Francesco Idotta, professore di Storia e Filosofia al “Fermi”. Seguirà la mia riflessione su “Accentramento o decentramento? L’unificazione amministrativa dello Stato”; quindi, “Vittorio Visalli e il Risorgimento in Sant’Eufemia d’Aspromonte”, di Carmela Cutrì, professoressa di lettere al “Fermi”; infine, la relazione di Giuseppe Caridi, professore ordinario di Storia moderna all’Università di Messina e presidente della Deputazione di storia patria: “Il Risorgimento a Reggio e in Calabria”. È previsto inoltre un intermezzo musicale, eseguito dal soprano Giuseppina Violani, dal maestro di violino Francesco Russo e dalla professoressa di pianoforte Melania Scappatura.
La celebrazione del 150º anniversario dell’Unità d’Italia può aiutare a riscoprire il valore dell’identità nazionale che le risse quotidiane dell’ultimo ventennio hanno parecchio infiacchito. Ma rappresenta anche un’occasione unica per portare alla luce fatti e circostanze del Risorgimento locale purtroppo noti soltanto a pochi appassionati, e che invece meriterebbero una più ampia divulgazione.
A volte sembra che il nostro paese non abbia storia, ma basterebbe soltanto uno studio della toponomastica eufemiese per capire da dove veniamo, cosa siamo stati e quanto abbiamo amato la libertà. Carlo Muscari, uno dei 15 calabresi giustiziati in piazza Mercato a Napoli il 6 marzo 1800, alla caduta del Repubblica Napoletana; Ferdinando De Angelis Grimaldi, comandante della Terza divisone siculo-calabra durante i moti del 1848, condannato a morte dal tribunale borbonico; Francesco Pentimalli, condannato a 19 anni per gli stessi avvenimenti. Tre grandi eufemiesi, tre vie, ma anche tre martiri della libertà pressoché sconosciuti. Così come la trentina di condannati a pene dai tre ai diciannove anni per i moti risorgimentali che non sono ricordati neanche con una minuscola lapide.
Il fatto che nessuno ci abbia mai pensato non è un buon segnale. Le belle pagine della nostra storia andrebbero ricordate, ma per coltivare la memoria e avvicinare le giovani generazioni allo studio delle proprie radici occorre anche l’impegno delle istituzioni. La realizzazione di un archivio storico comunale, tanto per fare un esempio concreto, consentirebbe la consultazione di moltissimi documenti (altrimenti visionabili soltanto presso l’archivio di Stato di Reggio Calabria) che sono “custoditi” anche nel nostro comune, sepolti sotto la polvere negli scantinati del palazzo municipale.

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La scuola ai tempi di B.

Come gli “strumentisti sessionmen” di Enrico Ruggeri, anche Berlusconi ha “già sviluppato il refrain”. Lo fa ormai da diversi anni, ma ancora funziona. Prima, parte lancia in resta; poi, verifica la reazione ai suoi attacchi; infine, se le cose si mettono male, è colpa dei giornalisti che “travisano” il suo pensiero. Per una forma di captatio benevolentiae, al congresso dei cristiano-riformisti il premier ha pensato bene di sferrare un attacco sommario al “relativismo etico” della sinistra “che non difende la sacralità della vita, inneggia alle coppie di fatto e cerca di imporre la cultura della morte e dell’eutanasia”. Dimentico, ovviamente, della giustificazione “dentro le mura di casa mia faccio quello che voglio”, uno dei massimi esempi di relativismo etico. Una performance bollata da Anna Finocchiaro come il solito “stanco repertorio”, nel quale non poteva mancare l’attacco ai comunisti italiani, gli unici ad essere rimasti uguali ai sovietici delle purghe staliniane.
Si sa che il presidente del consiglio è imbattibile nella capacità di conformarsi all’interlocutore che ha di fronte. È di pochi giorni fa – discorso tenuto nell’inaugurazione dell’anno accademico della Scuola ufficiali – la sortita sul sogno giovanile di diventare carabiniere. D’altronde, in materia di rapidità nel cambio degli abiti di scena, l’Italia ha una storica tradizione, dal mitico Leopoldo Fregoli ad Arturo Brachetti, “l’uomo dai mille volti”. Ma questa volta Berlusconi è andato addirittura oltre la semplice strizzata d’occhio al Vaticano, dettata dall’esigenza di dare una lustratina all’immagine appannata e ammaccata dalle rivelazioni sulle sue poco morigerate abitudini. È arrivato così l’affondo contro la scuola pubblica, accusata di inculcare “idee diverse da quelle che vengono trasmesse nelle famiglie”. Una sorta di spot per le scuole private (in gran parte cattoliche), ma anche un insulto gratuito nei confronti dei tanti che lavorano in condizioni rese oggettivamente più complicate dai tagli della Gelmini. Persino il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza episcopale italiana, deve avere trovato eccessivo il discorso del premier, se ha sentito il bisogno di esprimere la fiducia della Chiesa nella scuola pubblica italiana.
Il problema della scuola non è l’ipoteca ideologica che su di essa eserciterebbe una parte politica. La scuola pubblica non ha niente a che fare con le Frattocchie, tanto per essere chiari. Il dramma sono quegli insegnanti a proprio agio con la grammatica e la sintassi quanto un pastore tibetano con le immersioni subacquee. Laureati che scrivono “qual è” con l’apostrofo, “accelerare” con due elle, “ce ne sono” con un profluvio di apostrofi e accenti, e via strafalcionando. Esiste un problema di preparazione del personale docente, dovuto alle scellerate politiche governative che negli ultimi decenni hanno praticamente concesso a chiunque la possibilità di insegnare. E c’è la questione, per responsabilità non tutte imputabili alla scuola intesa come istituzione, dello scarso riconoscimento (status, autorevolezza, ruolo) attribuito agli insegnanti. Ma le affermazioni irresponsabili non sciolgono i nodi, sono utili soltanto per completare e giustificare lo smantellamento dell’intero sistema scolastico pubblico.

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Berlusconi non è un fungo

Di fronte alle nuove puntate degli scandali che con cadenza giornaliera ci vengono somministrate, è lecito porsi qualche interrogativo, senza per questo essere tacciati di fare del moralismo da quattro soldi. D’altronde, è stato rilevato da diversi sondaggi e la stessa opposizione ne ha dovuto prendere atto, “la rivolta non scatta”. L’opinione pubblica – a parte l’indignazione di una parte – non ha avuto una reazione vigorosa. Anzi, non è minoritaria la convinzione che nel privato ognuno possa fare quel che gli pare. Anche andare a prostitute con minorenni. È questo il dramma della nostra società. Dov’è il limite di quello che un tempo i bacchettoni da sagrestia chiamavano “comune senso del pudore”? Non si vuole certo tornare a quel periodo di integralismo (e bigottismo), però un uomo – che per di più ricopre un incarico pubblico – deve porsi qualche freno.
La rivolta non scatta per diversi motivi, alcuni banali, altri avvilenti. La mancanza di un’alternativa a Berlusconi: il vuoto pneumatico che si scorge dall’altro lato spinge molti cittadini a considerare meno dannoso Berlusconi, con le sue poche virtù pubbliche e i molti vizi privati, di una sinistra incapace di darsi un orizzonte politico credibile. La crisi economica, che rende meno “sentito” il tema della moralità dei politici rispetto alla quotidiana fatica di unire il pranzo con la cena. Ma anche il quadro desolante che emerge dalle intercettazioni. Diventa una comoda giustificazione affermare che Berlusconi è il male assoluto. Come se il presidente del consiglio non sia un prodotto della società italiana. Un mio professore era solito usare una metafora efficace per convincerci che l’avvento del fascismo non fosse un esito obbligato della crisi dello stato liberale. Un’altra strada era possibile, quella fatta intravedere da Francesco Saverio Nitti durante il suo governo, e per rafforzare il concetto di come lo statista lucano rappresentasse la possibilità di uno sbocco democratico, esclamava: “Nitti non era un fungo”. Non fu una parentesi Mussolini (contrariamente a quanto sostenne una frangia della cultura liberale), non è – per aggiornare la metafora – un extraterrestre Berlusconi.
I censurabilissimi e, secondo l’accusa, illeciti comportamenti del premier rispecchiano un diffuso degrado etico che induce a considerare il denaro e il successo i principali parametri per misurare il valore delle persone. Tutto il resto è secondario. Qualsiasi scorciatoia è ammissibile, anche quella che spinge una ragazza a travestirsi da infermiera per “curare” l’attempato potente con qualche prodigioso giochino erotico. E pazienza se Berlusconi “è diventato pure brutto”, “un po’ ingrassato”, “più di là che di qua”; addirittura, “una caricatura del Bagaglino”. L’importante è che sganci. Come confida una delle ragazze coinvolte nell’inchiesta, “un cristiano normale lavora sette mesi” per prendere l’equivalente di quanto si può ottenere (in nero) dopo una notte ad Arcore.
Sono sconcertanti quei parenti che incitano le ragazze a darsi da fare. Un fratello che incoraggia la sorella: “quello ci risolve tanti problemi a tutti, a mamma, a te e a me”; un papà che invita la figlia a svegliarsi per non essere scavalcata nella graduatoria delle preferenze; la mamma che chiede alla figlia quanto denaro è riuscita a scucire; un genitore che esclama: “magari!”, invece di sbranare il giornalista che chiede se la figlia sia fidanzata con un uomo di cinquant’anni più grande; l’altro che al turbamento della figlia per l’orgia cui ha assistito (“te la dico in una parola per essere fini, un puttanaio”) contrappone una comprensibile giustificazione: “davanti a quella cosa lì gli uomini sono tutti uguali”. Tutto questo fa cadere le braccia, ma fa anche riflettere sul fallimento delle principali “agenzie” educative: famiglia, scuola, chiesa. Se queste tre istituzioni non riacquisteranno la credibilità e l’autorevolezza perdute, sarà impossibile riemergere dal gorgo in cui stiamo affondando.

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L’anno che verrà

Dopo avere scacciato la malinconia e la tristezza procurate dalla morte di Sandra Mondaini, Raimondo Vianello, Aldo Giuffré, Dino De Laurentiis e Mario Monicelli, salutiamo il vecchio anno riassumendo gli avvenimenti che possono essere di buon auspicio per il 2011.
Abbiamo appurato che le “rivelazioni” di Wikileaks tanto rivelazioni non erano, ma anche che il problema della riservatezza e della segretezza delle informazioni nell’epoca di internet è una questione che va oltre la vicenda personale di Julian Assange. Altra scoperta: potrebbe esserci un giudice a Berlino. I diciotto anni inflitti a Calisto Tanzi per il crack Parmalat dimostrano, finalmente, che i pescecani della finanza nostrana non sempre la fanno franca. Vanno poi accolte positivamente le condanne inflitte in primo grado per la morte di Federica Monteleone, la ragazza deceduta all’ospedale di Vibo durante un intervento di appendicectomia. Anche se l’aspetto giudiziario non deve sviare l’attenzione da un problema grave e strutturale, quello della scadente preparazione di certo personale presente in alcuni ospedali per meriti non proprio professionali.
La lotta alle mafie deve diventare soprattutto una battaglia culturale. Se si riduce al pur encomiabile sforzo giudiziario e repressivo delle forze dell’ordine e della magistratura, ci ritroveremo sempre ad applaudire nei cortei antimafia e ad eleggere politici che fanno la fila dietro la porta dei malavitosi.
La rivolta degli extracomunitari di Rosarno non è stata soltanto la realizzazione della profezia fatta da Pier Paolo Pasolini in Alì dagli occhi azzurri: tragicamente, ha sferrato un pugno nello stomaco a tutti quelli che avevano rimosso il nostro passato di migranti discriminati e sfruttati, e ha posto con forza l’attualità dei temi dell’integrazione e della convivenza civile come sole ipotesi praticabili.
Il 2010 non è passato invano se i cittadini riusciranno ad avere un sussulto di dignità di fronte alle escort pagate per avere aggiudicati i lavori del G8, agli appartamenti vista Colosseo comprati con i soldi di “sconosciuti”, alle nomine a ministro fatte per scansare qualche processo, al linciaggio mediatico degli avversari politici, all’Italia dei festini, del bunga-bunga e delle nipoti di Mubarak, dei corrotti e dei condannati per mafia tranquillamente seduti in Parlamento. Se non occorrerà di nuovo la guerriglia di Terzigno per accorgersi che l’emergenza rifiuti in realtà non è mai finita a Napoli e in Campania, e se i cittadini si renderanno conto che la questione dei rifiuti dipende anche dal loro senso civico. Se si capirà che i crolli di Pompei e, più in generale, il depauperamento dello straordinario patrimonio culturale italiano non sono più tollerabili. Se per comprendere che la montagna è un bene prezioso, da preservare e non da stuprare, non occorrerà vederla scivolare a valle come è accaduto a Maierato. Se si coglierà il messaggio lanciato dal disastro ambientale causato da una piattaforma petrolifera nel golfo del Messico: il rispetto della natura rappresenta un passaggio obbligato per la sopravvivenza stessa dell’umanità. Se la solita mattanza di vittime sulla statale 106 jonica (nove nel 2010) basterà per indicare quali dovrebbero essere le priorità per il settore dei trasporti nel Mezzogiorno, al di là degli spot propagandistici sull’immaginifico ponte sullo Stretto. Se sarà abolita la tv del dolore; se non si vedranno plastici negli studi televisivi; se le telecamere non saranno mai più puntate giorno e notte davanti alle case delle tragedie; se si avrà il pudore di non rimuovere il lenzuolo bianco dal corpo dei cadaveri per un punto percentuale di share.
Il migliore sms ricevuto (“La vittoria dei mulino a vento è da considerarsi provvisoria. Auguri”) ci ricorda quanto sia importante la capacità di sognare e di coltivare la speranza in un mondo migliore. Sognare non costa molto. Se hai il piano tariffario giusto, è addirittura gratis.

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Caro Presidente

Ill. mo Presidente della Repubblica, On. le Giorgio Napolitano,
mi chiamo Domenico Forgione, sono dottore di ricerca in Storia dell’Europa mediterranea dal 2004 (titolo conseguito presso l’Università di Messina) e sono iscritto all’albo regionale dei giornalisti per la regione Calabria (elenco pubblicisti). Per sei anni ho lavorato come corrispondente locale de “Il Quotidiano della Calabria”, mentre continuo tutt’ora a fare parte del comitato di redazione della rivista di studi internazionali “Grotius” (edita dall’Università di Messina) e del comitato scientifico della rivista di studi sull’emigrazione “Neos” (edita dalla regione Sicilia). Sono stato anche negli Stati Uniti (2002), al seguito di una delegazione di studiosi che ha condotto una ricerca sugli italoamericani di terza generazione. Nel corso degli anni ho pubblicato tre monografie e diversi saggi di storia contemporanea. Seguo con passione gli avvenimenti politici e di attualità, tanto da utilizzare un blog personale (www.forgionedomenic.blogspot.com) per esporre il mio modesto pensiero su ciò che accade nella nostra società. Con soddisfazione sottolineo che molti di questi articoli sono stati pubblicati su diversi quotidiani locali (Calabria Ora, Il Quotidiano della Calabria).
Si sta chiedendo dove sta il problema? Il problema sta proprio in queste competenze, in questa mia attitudine allo studio e alla riflessione che non hanno alcuna utilità dal punto di vista materiale. La mia carriera universitaria si è praticamente arenata. I miei genitori non sono professori universitari, ma onesti e orgogliosi cittadini che hanno trascorso molti anni all’estero (io stesso sono nato in Australia), che hanno soltanto la quinta elementare e che con enormi sacrifici sono riusciti a fare laureare uno dei loro tre figli. Nei giornali o comunque nel mondo dei media vi sono difficoltà non minori. Difatti, una volta conseguito il tesserino di giornalista pubblicista, nessuno ha accettato la mia proposta – che poi era anche coerente con il mio percorso formativo – di assegnarmi un ruolo diverso da quello di corrispondente locale a 5 centesimo a rigo. Per questo motivo ho preferito non collaborare più. Paradossalmente, mentre prima mi facevano scrivere soltanto di cronaca bianca, sagre e feste di paese, ora che non ho neanche quell’avvilente contratto da co.co.co., mi pubblicano articoli di approfondimento politico che prima mi erano tassativamente vietati, perché le gerarchie della redazione vanno rispettate!
A 37 anni, sono un precario che più precario non si può. Terminato il dottorato di ricerca mi sono ritrovato con un pugno di mosche in mano e con poche possibilità di fare fruttare le mie competenze, avendo investito quasi tutto in una carriera universitaria che non riesce ad avere alcuno sbocco proficuo. I miei molteplici tentativi di cercare una qualche sistemazione sbattono contro un’amara realtà: la mia età costituisce ormai un serio ostacolo, così come il fatto che non possiedo alcuna professionalità “manuale” – quella intellettuale evidentemente non serve proprio. Cerco di coltivare i miei interessi intellettuali per quanto può una persona che, con laurea, dottorato e pubblicazioni, si ritrova a fare, ogni tanto (neanche con costanza), lavori per i quali non sarebbe stato necessario alcun titolo, né scolastico, né accademico.
Ill.mo Presidente, il mio è uno sfogo come tanti altri, presumo. Ma uno Stato che non riesce a dare una possibilità ha fallito tanto quanto chi si trova nella mia condizione.
Cordiali saluti
Domenico Forgione

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Resto perché…

Resto perché sono nato in Australia, a più di sedicimila chilometri di distanza dal mio paese;

Resto perché i miei genitori sono andati via e dopo dodici anni sono ritornati: il tempo di fare i lavori più disparati e tre figli;

Resto perché mio fratello Luigi è andato via e dopo dieci anni è ritornato: il tempo di fare anche lui i lavori più disparati e, fortunatamente, nessun figlio;

Resto perché mio fratello Mario è andato via dodici anni fa e non è ancora ritornato, né credo mai lo farà. Ma lui “è figlio unico”;

Resto perché quasi tutti i miei parenti sono andati via e non sono ritornati;

Resto perché non sopporto gli occhi gonfi di ogni partenza;

Resto perché subito dopo la laurea un mio amico mi disse: “fossi in te scapperei di notte da questo paese di merda”. A tredici anni di distanza, per lui non sarebbe neanche una soddisfazione.

Resto perché noi calabresi “avimu a testa dura”.

Resto perché sono stato due mesi a New York, e mi è bastato;

Resto perché penso che qualsiasi lavoro è dignitoso, anche fare il barista con laurea, dottorato di ricerca e un paio di libri scritti;

Resto perché spero che prima o poi finiranno le amanti dei professori universitari da sistemare all’Università;

Resto perché, se andiamo tutti via, a chi lo lasciamo questo paese?

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Buu…oni a nulla/bis

Nella rubrica che cura su “Il Quotidiano della Calabria”, il professore Pietro De Luca, rispondendo al mio intervento su razzismo e violenza negli stadi, scrive oggi:

Non sono proprio sicuro che privatizzando oggi questo e domani quello arriveremo a inscatolare da una parte i buoni e dall’altra i cattivi. E poi, come procedere? Magari con il portafogli in mano? Il privato costa di più, il pubblico di meno. Nel privato andrebbero i migliori, gli intelligenti, i beneducati solo perché portano denaro? È sotto gli occhi di tutti che questo assunto non corrisponde al vero. Direi piuttosto che non esiste propriamente un problema degli stadi che non sia anche problema di umanità. Ultimamente un po’ scesa di livello. Se non si urla, non si aggredisce, non si inveisce contro questi e quegli, quasi non si è: di un partito, di una squadra, di un colore, di una nazione. Siamo tutti un po’ troppo su di giri. Una buona virata verso uno stile di vita più a misura d’uomo non guasterebbe. Anche negli stadi.

Non posso che condividere le considerazioni sulla società attuale. “Urlo, dunque sono”, ha ormai soppiantato la celeberrima locuzione cartesiana. È indiscutibile la violenza di certi linguaggi e atteggiamenti. Esiste una difficoltà evidente nell’accettare il punto di vista dell’altro, anche perché il tono alto delle proprie parole impedisce di ascoltare quelle pronunciate dall’interlocutore. Certo: è una questione di umanità. O di cultura, come mi ha fatto notare un mio carissimo amico. Tutto vero. Però il mio discorso era meno generico. Ci sono settori della nostra società che devono essere “pubblici”. Penso all’istruzione, alla sanità, al welfare in generale. Questi sono campi in cui l’intervento dello Stato è indispensabile per affermare i diritti riconosciuti dalla Costituzione a tutti i cittadini. Nel caso degli stadi, penso che c’entrino meno i diritti costituzionali e più la civiltà e la sicurezza. Non si tratta di “inscatolare da una parte i buoni e dall’altra i cattivi”. Esiste un principio, quello di “responsabilità oggettiva” delle squadre di calcio, che non potrà mai essere affermato, fino a quando la sicurezza e il mantenimento dell’ordine all’interno degli impianti sportivi non saranno di competenza delle stesse società sportive. E questo accadrà fino a quando esse non diventeranno proprietarie degli stadi. Quanto poi al discorso puramente economico, non mi risulta che i prezzi dei biglietti allo stadio siano propriamente accessibili a tutti. Oggi costa meno guardare un partita in pay-tv che allo stadio. Segno che il calcio è nel bel mezzo di una mutazione genetica che lo sta facendo diventare (ahinoi) un fenomeno sempre più televisivo.

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Buu…oni a nulla

Chissà cosa penserebbero i deficienti che hanno fatto largo sfoggio di idiozia, ululando contro un ragazzo di vent’anni “colpevole” di essere un italiano di colore, dei dirigenti del Colosimi, la società di Prima categoria del cosentino che ha tesserato e trovato un lavoro e una casa all’ivoriano Coulibaly Tiemoko, giunto in Calabria al termine di un’odissea costata la vita al padre, a piedi attraverso l’Africa e su un barcone sballottato dalle acque del Mediterraneo.
Pretendere dai sedicenti “Ultras Italia” che hanno fischiato Mario Balotelli l’acume di Albert Einstein alla domanda sulla razza di appartenenza (risposta: “umana”), sarebbe davvero troppo. Per chiarire meglio il pensiero elaborato dall’unico neurone attivo, hanno pure esposto due striscioni significativi: “No alla nazionale multietnica” e “Non ci sono neri italiani”.
Alla base del pregiudizio che alimenta le pulsioni più recondite e abiette dell’animo nei confronti del “diverso” (sia esso nero, omosessuale, ebreo, zingaro e così via), vi è spesso non la mera malvagità, quanto quella che Hannah Arendt ha definito la “banalità del male”, l’inconsapevolezza cioè del valore etico dei comportamenti individuali. Questa considerazione non deve però affatto spingere all’indulgenza. Così come non deve costituire un alibi per attenuare le responsabilità.
Il problema, gira e rigira, è sempre lo stesso: lo stadio è una terra di nessuno dove, nonostante gli innegabili progressi compiuti negli ultimi anni, si può violare la legge con buone probabilità di farla franca. Molte curve sono ormai diventate un covo di beceri che pretendono “onore” e “rispetto”, invece del disprezzo che a ragione va riservato a chi espone striscioni con svastiche e simboli runici, fischia i giocatori di colore, esprime solidarietà per dei delinquenti ai quali è stato giustamente proibito di andare allo stadio.
Da più parti si inneggia al “modello inglese”. D’accordissimo. Ma la repressione, da sola, non può funzionare in un Paese che fa della certezza della pena un optional. Ci vogliono stadi nuovi e privatizzati, con tutti i posti numerati e controllabili con facilità. Solo in questo modo le società sportive diventeranno realmente responsabili della propria tifoseria e gli stessi gruppi ultras sarebbero costretti ad una maggiore attenzione nell’accettare le adesioni, come accade in tutte le associazioni. È per l’insieme di questi motivi che, in Inghilterra, tutti si sentono responsabili di ciò che accade all’interno di uno stadio e se un tifoso urla un insulto, lancia un oggetto, o soltanto si alza dal proprio seggiolino, viene immediatamente bloccato dai suoi stessi vicini.

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