
Nel volume I figli di nessuno tornano a casa. Internati Militari Italiani: diecimila calabresi nei lager nazisti (I Coribanti, 2025), Letizia Cuzzola ricostruisce una pagina poco conosciuta della seconda guerra mondiale, che si inserisce nella vicenda più ampia dei circa 650.000 soldati internati nei lager nazisti dopo l’armistizio dell’8 settembre.
Un aspetto comune alla maggior parte dei prigionieri di guerra è la ritrosia nel raccontare il dramma vissuto. I motivi possono essere molteplici: il timore di non essere creduti, l’imbarazzo a riferire quanto subito, un modo per esorcizzare il dolore. Ad ogni modo, come scrive Francesco “Kento” Carlo nella prefazione, “molti, tornati a casa, non hanno raccontato nulla”. In alcuni casi il riserbo viene superato all’avvicinarsi della morte, quando – più o meno coscientemente – prende il sopravvento il dovere della memoria, l’imperativo etico che trasforma il racconto in impegno civile contro l’oblio e l’indifferenza.
È ciò che accade a Gaetano Marafioti, nato il 18 luglio 1919 a Canandaigua, nell’Ontario (Stato di New York), dove i genitori Fortunato e Rosa Ascrizzi, originari di San Procopio, per un decennio gestiscono una drogheria al civico 45 di Niagara Street, prima del rientro in patria nella metà degli anni Venti.

Soltanto pochi anni prima di morire (2002), Marafioti decide infatti di dettare alla figlia Pina il ricordo della sua partecipazione alla seconda guerra mondiale, successivo allo svolgimento del servizio di leva, iniziato a marzo del 1940: poco prima dell’ingresso in guerra dell’Italia (10 giugno) e undici mesi dopo l’occupazione e l’annessione italiana dell’Albania, dove arriva quando viene richiamato e mandato al fronte: a Durazzo, che nei piani del comando militare doveva fungere da avamposto per la conquista della Grecia.
La campagna militare inizia il 28 ottobre 1940, ma il proposito mussoliniano di “spezzare le reni alla Grecia” si rivelerà velleitario. L’azione, ideata come prova di forza da esibire presso l’alleato nazista, si impantana fino a quando (aprile 1941) l’esercito del Terzo Reich non prende l’iniziativa e, in tre settimane, costringe alla resa l’esercito greco.
Marafioti è di stanza a Kastoria, al confine con l’Albania, e poi a Lamia, nell’entroterra della Grecia centrale. Le condizioni climatiche in inverno sono proibitive, anche a causa dell’inadeguato equipaggiamento: «Faceva così freddo – ricorda Marafioti – che eravamo costretti a legare dei sacchi ai piedi per evitare il congelamento». Ancora più drammatico è il ricordo della trincea, con la morte che sibila a pochi centimetri dalle orecchie.

Fino all’8 settembre 1943, le truppe italiane svolgono compiti di presidio e occupazione di un territorio caratterizzato da aree particolarmente insalubri. Ne risente anche la salute di Marafioti, il quale – secondo quanto riportato sul foglio matricolare – contrae la malaria e, il 6 luglio 1942, viene ricoverato presso l’ospedale da campo n. 450.
L’armistizio che getta l’Italia nel caos ha conseguenze disastrose, poiché lascia alla mercé dell’ex alleato nazista i soldati italiani, i quali vengono catturati, fatti prigionieri e deportati nei campi di lavoro: «Dopo l’8 settembre – racconta Marafioti – fummo catturati dai tedeschi. Ci fecero salire sui vagoni piombati, che erano privi di aperture. Eravamo almeno 70-80 prigionieri stipati in ogni vagone. Il viaggio verso la Germania durò quattro giorni, che trascorremmo senza cibo né acqua, senza aria né luce. Alcuni soldati bevevano l’acqua che scorreva lungo le pareti del vagone quando pioveva, altri bevevano la propria urina. Durante una sosta in Romania barattai la mia coperta con due pani. La donna che aveva accettato lo scambio mi aveva anche indicato la strada per tentare la fuga, ma fui immediatamente bloccato».
Marafioti viene deportato a Buchenwald, nell’area destinata ai prigionieri impiegati come manodopera: «Non eravamo considerati prigionieri bensì internati, quindi privi della protezione della Croce Rossa Internazionale. A me andò meglio rispetto ad alcuni miei compagni che furono fucilati, anche se il doppio status di “traditore” e di nativo negli Stati Uniti d’America mi valse un trattamento speciale: percosse e razione di cibo dimezzata. Ogni tanto l’aria era ammorbata dal fumo e dal puzzo dei forni crematori in funzione».
L’artificio lessicale, che classifica come “Italienische Militärinternierte” (Internati Militari Italiani) i soldati fatti prigionieri, ha una conseguenza sostanziale perché – sottolinea Letizia Cuzzola – consente ad Hitler di “tenere buono” il Duce (da poco liberato dai nazisti a Campo Imperatore e messo a capo della Repubblica Sociale Italiana): «[Mussolini] poté considerarli come il proprio esercito momentaneamente “ospitato” in Germania in attesa di intervenire e, soprattutto, [permise] di aggirare quanto stabilito dalla Convenzione di Ginevra del 1929 sul trattamento dei prigionieri di guerra. Ed è così che i soldati catturati fra la Francia e i Balcani iniziarono il loro calvario nei lager nazisti».
Un mese dopo Marafioti viene trasferito a Singen, al confine con la Svizzera, che ospitava diciassette campi di lavoro forzato gestiti dalle industrie del luogo. Vi rimane per quasi 19 mesi, lavoratore coatto nella fabbrica Georg Fischer A.G., la cui produzione era stata convertita per sostenere lo sforzo bellico tedesco.

Gli internati militari italiani dormono in baracche in legno prive di servizi igienici e di acqua corrente, con al centro una grande stufa alimentata a carbone. La razione di cibo quotidiana consiste nella “suppe”: mezzo litro di zuppa di verdure (rape, carote, bucce di patate, cavolo) bollite con 8 grammi di grasso a testa, più circa 200 grammi di pane, contenente solo in minima parte farina, che viene “appesantito” con cenere e segatura.
Nei ricordi di Marafioti la quantità di pane è di gran lunga inferiore e il brodo più scarso: «Tanta era la fame, che alcuni internati mangiavano le ortiche, che crescevano rigogliose sulle fosse comuni, dove venivano seppelliti i corpi dei prigionieri fucilati o morti per altre ragioni».
Dopo due infelici tentativi di fuga, per i quali viene pestato a sangue per tre giorni, riesce a scappare quando la guerra sta per finire. Impietosito dalle penose condizioni del prigioniero, la sentinella che inizialmente vorrebbe riportarlo al campo, in uno slancio di umanità e lo tiene nascosto per due giorni. Lo rifocilla con pane e cioccolato, poi lo lascia andare.
Marafioti ripara nella vicina Svizzera e da lì raggiunge a piedi l’Italia. Giunto a Milano, il 29 agosto 1945 assiste all’esposizione dei corpi di Benito Mussolini, di Claretta Petacci e dei gerarchi fascisti, appesi a testa in giù alla tettoia del distributore di carburante di Piazzale Loreto, in quella che Ferruccio Parri definirà “esibizione da macelleria messicana”: «A Milano – racconta Marafioti – vidi gente correre tutta nella stessa direzione e chiesi cosa stesse succedendo. Mi unì al fiume di persone e mi ritrovai a Piazzale Loreto, dove assistetti allo spettacolo raccapricciante dei corpi di Mussolini, Claretta Petacci e i gerarchi appesi a testa in giù. Non dimenticherò mai quella scena».
Vive da sbandato e quotidianamente si reca nel sotterraneo della stazione, dove alcune suore distribuiscono qualcosa da mangiare. Alla religiosa che un giorno lo rimprovera perché si accorge che aveva fatto tre volte la fila, risponde che ha bisogno di una scorta di scatolette da portare con sé per potere affrontare il viaggio verso la Calabria. Infine parte: «Riuscì alla fine a salire a bordo di un camion degli americani e raggiunsi così Palmi, dove casualmente incontrai un mio zio farmacista. Non mi riconobbe, tanto ero dimagrito, con la barba incolta e malvestito. Dopo qualche mese fecero ritorno a casa anche altri due miei fratelli, i quali fortunatamente non avevano patito l’esperienza della prigionia».
L’orrore della guerra e dei campi di concentramento lascia ferite profonde, che il tempo non cancella: «Mio padre – ricorda la figlia Pina – non elabora questo trauma nemmeno dopo molti anni di ritorno alla normalità. Vive con crisi di panico ricorrenti ed è costretto ad assumere psicofarmaci per il resto dei suoi giorni. Negli anni Sessanta viene anche sottoposto a dieci sedute di elettroshock».
Marafioti continua a vivere con un macigno sul cuore e un dolore da tenere nascosto, per non provocare sofferenza agli affetti più cari. Fino al giorno in cui, al tramonto della sua vita, decide di raccontare, con parole che fanno riecheggiare il monito di Primo Levi: “meditate che questo è stato”.
