Due mondi lontanissimi

Ancor più che per la grave affermazione (“questa è la peggiore Italia”), il ministro Brunetta dovrebbe provare vergogna per la successiva autoassoluzione, una colossale menzogna sbugiardata dal video del convegno. Per il resto, potrebbe anche avere ragione: se uno ha voglia di lavorare, si alza alle cinque di mattina e va a scaricare cassette ai mercati generali. Verissimo, ma c’è gente che già si regola più o meno così, nonostante per il proprio futuro avesse investito in altri campi, rimettendoci tempo e soldi. Perché il conseguimento di una laurea – persino Brunetta dovrebbe saperlo – costa anni di fatica e denaro. Per poi ritrovarsi, nella migliore delle ipotesi, precari costretti a subire gli insulti di un ministro arrogante e rancoroso.

Che la politica in generale appaia sideralmente distante dai problemi della gente comune, in particolare da quelli di famiglie sempre più impoverite e di giovani che vivono il dramma della disoccupazione, della precarietà e della dequalificazione, non è un mistero. Per incapacità di dare risposte, per difficoltà a volte dovute a una situazione di crisi globale. Non si vuole per forza dare la croce addosso a chi ha responsabilità di governo. Eppure, c’è qualcosa che non torna, non può essere sempre colpa di quattro provocatori se da un po’ di tempo le bordate di fischi e le contestazioni si sprecano. Forse perché il “governo del fare” ha fatto solo promesse rimaste imprigionate nelle quattro mura delle stanze del potere, mentre fuori una realtà di macelleria sociale è sotto gli occhi di tutti.
Un lavoro dignitoso è un miraggio, a meno che non si abbia qualche santo in paradiso. Gira e rigira, il problema al quale nessuno riesce a dare una risposta convincente è sempre lo stesso. Quello dell’uguaglianza delle opportunità e del diritto a costruirsi un futuro, che vanno garantiti a tutti. Non quello di andare a scaricare cassette alle cinque di mattina. Ci possiamo andare tutti, senza perderne in dignità. Però con noi devono venirci anche i figli di quelli come Brunetta, quelli che prendono incarichi e consulenze in strutture pubbliche senza avere nessun merito particolare, i “figli di”, i “parenti di” e le “amanti di” che scalano rapidamente le carriere universitarie. L’indignazione nasce dalla certezza che i figli di quelli come Brunetta non andranno mai ai mercati generali, neanche per farci la spesa. Perché anche se bocciati tre volte all’esame di maturità, hanno pronto il posto da collaboratore del deputato europeo di turno, in attesa di qualcosa di meglio. Mentre chi ha lauree e dottorati non riesce ad assicurarsi neanche uno straccio di contratto atipico.
Sono tanti i giovani che sanno di non potere pretendere, nella situazione attuale, il posto fisso. Aspirano soltanto (è troppo?) a un’occupazione che consenta un progetto sull’avvenire, farsi una famiglia, avere un minimo di garanzie economiche e di tutela sociale. Si può e si deve accettare qualsiasi tipo di lavoro. Lo facciamo tutti. Ma non chiedeteci anche di applaudirvi perché avete ucciso i nostri sogni.
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27 milioni di sberle

Non può che essere accolta con favore la resurrezione dell’istituto referendario, talmente bistrattato negli ultimi sedici anni e fino a ieri da provocare fastidio ogni qual volta se ne annunciava la riproposizione: “tanto il quorum non verrà raggiunto neanche in questa occasione”. Dopo 24 quesiti affossati, finalmente la fatidica soglia è stata superata. Ed è stata una valanga di sì. La percentuale dei votanti (57%), confrontata con il massiccio astensionismo del secondo turno delle amministrative, è stata imponente, anche perché raggiunta al termine di una battaglia impari contro tentativi di azzoppare i referendum al limite della decenza. La scelta dell’ultima data utile, nella speranza che l’avvicinarsi dell’estate incoraggiasse la diserzione; gli espliciti inviti all’astensione di gran parte dell’esecutivo; la scarsissima informazione televisiva. Con la menzione particolare guadagnata dal tg1, grazie alla chicca dell’invito ad “organizzare una giornata al mare”. La scientifica campagna di oscuramento è stata però stracciata dall’insistente passaparola su internet, che ha sancito la vittoria della rete sul mezzo televisivo. L’azione del movimento pro-referendum, tambureggiante e coinvolgente, ha incrociato la volontà degli elettori di non delegare le decisioni riguardanti i grandi temi, per non vedere mortificata l’aspirazione ad essere artefici del proprio destino e per sentirsi protagonisti in una stagione che annuncia grandi cambiamenti.

Sì alla politica, no ai politici. Si potrebbe sintetizzare così il significato di un voto che riconsegna al popolo quel potere decisionale leso dall’attuale vergognosa legge elettorale. Politica energetica “verde”, gestione pubblica dell’acqua, giustizia giusta per tutti. Il merito dei quesiti aiuta a spiegare il dato dell’affluenza e la partecipazione di tanti elettori che hanno sentito il dovere civico di esprimersi sullo specifico dei referendum, ma anche – per esempio – su una questione di principio: quando il pubblico non funziona, occorre fare in modo che sprechi e inefficienze vengano superati, non procedere allo smantellamento e alla cessione ai privati. Un ragionamento che ovviamente vale per l’acqua, ma anche per quei comparti spesso finiti sotto accusa (scuola, sanità, trasporti).
L’altro messaggio stampato sulle schede imbucate nelle urne, la bocciatura del governo Berlusconi e la fine della sintonia del premier con la maggioranza degli italiani, conferma il trend delle recenti elezioni amministrative. Un tramonto che molti hanno accostato all’epilogo del craxismo per l’invito ad andare al mare, ignorato dagli elettori ora come nel 1991, quando il referendum sulla preferenza unica diede il via alla fine di un’epoca. Sarebbe però esiziale abbandonarsi a facili entusiasmi. La vera sfida, per i partiti e per la società civile, è riuscire ad incanalare in una proposta politica alternativa l’energia sprigionata il 12 e il 13 giugno. Perché l’antiberlusconismo può bastare per fare passare un referendum, ma per governare l’Italia occorre altro.
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La sentinella del bidone

Secondo la propaganda fascista, si poteva servire la patria anche montando di guardia a un bidone di benzina. Occorre aggiornare la metafora: è possibile rendersi utili pure se il bidone è un partito politico, purché se ne accetti la nomina a segretario.
Se da un lato la decisione di affidare il Pdl alle cure di Angelino Alfano va nella direzione di un ricambio generazionale e di un fisiologico svecchiamento della politica, non può che lasciare perplessi il metodo dell’investitura medievale scelto per consentire al partito del predellino di sopravvivere al dopo-Berlusconi. L’imperatore ha scelto il delfino, a ulteriore riprova, per chi ancora nutrisse qualche dubbio, del concetto berlusconiano di democrazia. Un’operazione di maquillage e poco altro. Perché non si capisce il senso di una figura che va a sovrapporsi ai tre coordinatori (Verdini, La Russa, Bondi) già esistenti, che conserveranno le rispettive poltrone. Provocando – non è difficile prevederlo – ulteriori tensioni in una situazione già caratterizzata da costante fibrillazione. Ma soprattutto perché bisognerebbe spiegare cosa mai potrà significare “assumere i pieni poteri” in un partito in cui a comandare è notoriamente un altro (Berlusconi). Non è un caso che nel Pdl la figura del segretario non sia neanche contemplata, per cui prima di procedere alla sua elezione (sic) il Consiglio nazionale dovrà approvare la modifica delle norme statutarie.
Qualcuno intuisce una sorta di exit strategy del premier, il famoso passo indietro. Ma nonostante i tentativi in zona Cesarini, il Pdl non sembra in grado di sfuggire alla logica dell’uomo solo al comando che – come si è visto anche di recente – non è in grado di risolvere alcunché. In ogni caso, dietro potrà esserci la terra ferma o il baratro. L’esito della verifica non è affatto scontato.
Per quanto il Pdl sia un partito fortemente carismatico, al suo interno è infatti possibile cogliere sensibilità e accenti diversi. C’è chi, come Formigoni, smania per giocare da protagonista la partita della successione a Berlusconi; chi, come La Russa, teme le insidie del futuro e una probabile deminutio capitis; chi, come Alessandra Mussolini, contesta il metodo dell’investitura: “non si può nominare un segretario politico in una nottata di convivialità, senza aver convocato l’ufficio di presidenza e senza un congresso”. Il segretario in pectore si è affrettato a dichiarare che “si devono aprire le finestre per fare entrare un po’ di aria fresca”. Ancor più radicale Claudio Scajola: “buttiamo via nome e simbolo e facciamo qualcosa di nuovo”. Magari ricorrendo al sistema delle primarie, quanto di più lontano possa esistere dalla mentalità aziendalista del presidente del consiglio, che infatti non ha aspettato molto per avvisare i naviganti sui rischi di un metodo non controllabile al cento per cento. Fare la fine del Pd, costretto a subire i Vendola e i Pisapia di turno, sarebbe davvero troppo.
Ecco perché questa svolta non appare convincente. C’è sempre il timore di trovarsi di fronte a uno spot pubblicitario. Il solito ammiccamento a favore di telecamera.
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Viale del tramonto

Non è vero che si trattava “soltanto” di elezioni amministrative. Non lo è perché Berlusconi per primo ha voluto dare alla consultazione elettorale una dimensione nazionale, mettendoci la faccia e chiamando a raccolta i suoi elettori per la crociata del bene contro il male. Milano invasa dall’Islam, i talebani a Porta Sempione, piazza Duomo trasformata in una zingaropoli. Forse il premier ha avvertito l’arrivo della bufera e ha reagito nell’unico modo che gli è congeniale, attaccando a testa bassa, contro tutto e tutti, per vincere o morire sul campo di battaglia e lasciare dietro di sé il deserto, in eredità soltanto cocci che qualcuno, forse, tenterà di ricomporre. Ha voluto il referendum sulla sua persona e l’ha perso. Questo è il dato principale. Di certo, niente sarà più come prima. Una stagione lunghissima, durata quasi un ventennio, è giunta al capolinea. Crisi di governo o meno, il dopo-Berlusconi è già iniziato. E i topi cominciano ad abbandonare la nave prima che affondi.

A tempo di record – e a urne ancora chiuse – Daniela Melchiorre, nominata sottosegretario il 6 maggio, che aveva visto premiato il suo rientro tra i ranghi della maggioranza dopo un breve pit-stop al box del Terzo polo. Ma anche tra diversi pretoriani del presidente del consiglio prevale l’insofferenza per scandali e ossessioni giudiziarie, mista all’imbarazzo per alcune discutibilissime uscite internazionali: di recente, l’incredibile piagnisteo e l’attacco ai giudici durante il G8 in Normandia, di fronte ai potenti della terra. Exploit che – per inciso – ha spinto alla fuoriuscita dalla maggioranza la deputata dei Liberaldemocratici, una sorta di marziano spedito da poco sul nostro pianeta, se ha compreso soltanto adesso l’idea della giustizia che alberga nella testa del leader pidiellino.
Il fuoco incrociato di avversari e alleati sul premier, barricato dentro Palazzo Chigi mentre attorno tutto scricchiola, ha accelerato lo smarcamento da un abbraccio che sta diventando soffocante. Si è visto in queste amministrative: l’effetto-traino è evaporato e l’eccessiva esposizione del premier ha nuociuto ai candidati a sindaco del centrodestra. Sono finiti i tempi in cui Berlusconi poteva candidare a governatore della Sardegna uno sconosciuto che vinceva grazie alla sua sola presenza sul palco in chiusura di campagna elettorale. Sta invece accadendo un fatto inedito per il fronte berlusconiano: l’esplosione del correntismo, come nella peggiore tradizione primorepubblicana. Un contrappasso davvero amaro per colui che si era presentato come la novità capace di sconfiggere il vecchio teatrino della politica. E che si ritrova a tirare, ora da una parte ora dall’altra, una coperta diventata cortissima. Non ci sono soltanto i casi Polverini, Micciché, Scajola, Alemanno, sgomitanti e impegnati nel radunare truppe personali per riposizionarsi al meglio quando la slavina travolgerà tutti. Ci sono anche i malpancisti che non si riesce più a rabbonire singolarmente perché, accontentatone uno, si suscita la rabbia degli altri, sempre più numerosi e sempre più famelici, un esercito di pretendenti a poltrone ministeriali.
Senza ricercare congiure che non esistono, Berlusconi paga l’inconcludenza di tutti questi anni su fisco, liberalizzazioni, piano Sud, giustizia stessa. Stringi stringi, l’uomo del fare si è rivelato una promessa non mantenuta.
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I furbetti del quorum

Ora che i toni della campagna elettorale si sono abbassati – si fa per dire, visti gli spot a reti unificate del Cavaliere e l’asprezza del ballottaggio meneghino –, si può spendere un po’ d’inchiostro per l’appuntamento referendario del 12-13 giugno. Non prima però di avere denunciato i sotterfugi del governo per fare saltare il quorum della metà più uno degli elettori richiesto per rendere valida la consultazione. Che il governo giochi sporco lo si è capito sin da subito, dalla decisione, economicamente dannosa per le casse dello Stato, di non accorpare i referendum alle amministrative e dalla scelta dell’ultima data utile, nella speranza che gli elettori, in una domenica quasi estiva, preferiscano concedersi una gita fuori porta. D’altronde, da tempo l’elettorato si dimostra refrattario ai referendum. L’ultima volta in cui è stato raggiunto il quorum risale al 1995. Da allora, sei appuntamenti e 24 quesiti sono stati annullati, l’ultimo con il record negativo di percentuale di votanti (poco più del 23% nel 2009).

Il referendum che realmente interessa Berlusconi è quello promosso da Idv per cancellare la legge del 2010 sul “legittimo impedimento”, l’istituto giuridico che consente di giustificare l’assenza dell’imputato dall’aula del processo. Non occorre essere particolarmente perspicaci per intuire la logica della legge (o meglio, la “linea difensiva” del premier). Difendersi “dal” processo e non “nel” processo, utilizzando qualsiasi mezzo per sottrarsi al giudizio di un tribunale. Da una parte si allungano i tempi del processo, dall’altra si accorciano i tempi della prescrizione con ripetuti interventi legislativi, e il gioco è fatto.
L’altro quesito promosso da Idv vuole impedire la realizzazione sul territorio nazionale di impianti di produzione nucleare. Un tema caldissimo, dopo il disastro di Fukushima, per le perplessità non infondate sulla sicurezza degli impianti, sul problema dello smaltimento delle scorie radioattive, sulla valutazione del rapporto costi/benefici. Che Berlusconi ha però pensato bene di depotenziare con un ragionamento democraticamente impeccabile: poiché l’onda emotiva del momento non farebbe passare il nucleare, è meglio rimandare la questione per evitare una bocciatura definitiva. Come? Semplice. Facendo saltare il referendum con la moratoria di un anno sull’avvio del programma nucleare italiano contenuta nel decreto Omnibus, sul quale il governo ha posto la questione di fiducia. A fine mese, toccherà alla Corte di Cassazione stabilire se si dovrà votare anche sul nucleare. Se così non dovesse essere, più in là, a babbo morto, si potrebbe riprendere il discorso da dove ora è stato interrotto.
I due quesiti promossi dal comitato referendario “2 Sì per l’Acqua Bene Comune” al grido di “vogliamo l’acqua e il sole, mica la luna”, vogliono invece scongiurare la privatizzazione dell’acqua, di fatto realizzata con le norme che ne regolamentano la distribuzione. Ma l’acqua è un bene della collettività, non una merce che il gestore del servizio idrico può sfruttare come un bene privato. Anche in questo caso, il governo ha disinnescato il referendum istituendo un’Autorità di vigilanza e regolazione dell’acqua che dovrebbe rendere superfluo il referendum.
Il “massaggio” governativo ai quesiti su acqua e nucleare punta sfacciatamente a incoraggiare l’astensionismo per impedire l’abrogazione della legge sul legittimo impedimento, l’unica questione che davvero sta a cuore al premier. È però evidente che, in queste condizioni, c’è chi picchia con due mani e chi con un braccio legato dietro la schiena. Per avere una lotta ad armi pari sarebbe necessario eliminare il quorum di validità. Gli oppositori dell’abrogazione di una legge sarebbero costretti ad andare a votare e si metterebbe così fine alle furbate di chi, unendo i propri voti all’astensionismo fisiologico, ricorre al trucco per vincere la partita. Da un buon funzionamento dell’istituto referendario, la democrazia del Paese avrebbe soltanto da guadagnarci. Una ragione in più per votare sì, contro il nucleare, contro la privatizzazione dell’acqua e contro l’ennesima legge ad personam.
 
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La fiera del voto

L’analisi del risultato elettorale da una prospettiva comunale offre interessanti spunti di riflessione. In primo luogo, va rilevata la crescente disaffezione per l’esercizio del voto, nonostante la presenza di tematiche e attori prossimi alla cittadinanza. Su 3.852 elettori, si sono recati alle urne 2.277 eufemiesi (59,11%). Dieci punti percentuali in meno rispetto al 2006 (69,18%), quando i votanti furono 2.546 su 3.680. Se a questo dato si aggiunge il “partito” composto da coloro che hanno annullato il voto (2,98%) o hanno optato per la scheda bianca (1,62%), il livello di partecipazione si riduce ulteriormente, consegnando la fotografia di un elettorato scarsamente mobilitato.
Non è inutile interrogarsi sui motivi di questo fenomeno. Una prima considerazione: a Sant’Eufemia, la capacità aggregativa è patrimonio esclusivo dei due uomini forti della politica cittadina, il capogruppo regionale del Pdl, Luigi Fedele, e il sindaco Vincenzo Saccà, che però hanno preferito il basso profilo e sono rimasti dietro le quinte, osservatori interessati degli scenari che potrebbero schiudersi tra un anno, quando si voterà per il rinnovo dell’amministrazione comunale. Nelle passate consultazioni provinciali, entrambi avevano un candidato sul quale misurare la rispettiva forza: il fratello dell’esponente pidiellino, Giovanni Fedele, e l’allora braccio destro di Saccà, Giuseppe Gelardi. Nell’agone c’era pure l’outsider Carmine Alvaro, che alla fine la spuntò e fu eletto consigliere per i socialisti della Rosa nel pugno. Apparentemente, tutti e tre hanno assistito alla contesa comodamente seduti in poltrona. Il candidato del Pdl, Domenico Giannetta, ha infatti ottenuto il minimo sindacale (115 voti, pari al 5,34%), mentre sia Saccà che Alvaro non hanno ufficialmente sostenuto alcun candidato. Le contrade eufemiesi si sono pertanto trasformate in terra di conquista per coloro che hanno potuto contare su qualche simpatia locale. Si spiegano così i 237 voti ottenuti dal deliese Domenico Fedele, i 121 del varapodiese Orlando Fazzolari, i 78 del sindaco di Oppido, Bruno Barillaro.
Contrariamente agli umori raccolti a spoglio ultimato, non valuto negativamente la performance dei due candidati eufemiesi (non considero ovviamente Carmela Forgione, che era un riempitivo). Pietro Violi, supportato da una squadra più folta, ha ottenuto 762 preferenze (966 in tutto il collegio); Saverio Garzo, che si è mosso un po’ fuori dagli schemi tradizionali, è arrivato a 511 (734 in totale). Per entrambi era obiettivamente difficile l’approdo a Palazzo Foti. E qui si impone un’ulteriore considerazione. Fatte salve le legittime ambizioni di chiunque, sono un segno dei tempi le candidature estemporanee, non legate allo svolgimento di un’attività politica. I partiti si riducono a comitati elettorali scelti in base alle possibilità di successo che offrono, taxi sui quali consumare il viaggio della campagna elettorale prima di finire dallo sfasciacarrozze. Socialisti uniti (Violi) e Sud (Garzo) sono due simboli privi di alcun radicamento o presenza a Sant’Eufemia, fatalmente destinati a scomparire con la stessa rapidità con la quale sono apparsi qualche mese fa. I luoghi della politica, specialmente nei piccoli centri, sono ormai fuori dalle segreterie dei partiti, che neanche esistono. Sono lontani i tempi in cui si potevano contare le sedi di tutte le forze presenti nell’arco costituzionale, le palestre in cui venivano formati e selezionati i futuri amministratori, al termine di un indispensabile apprendistato. Oggi prevale l’autocandidatura: basta avere un po’ di euro da investire in manifesti, santini e incontri con gli elettori e il gioco è fatto. Ripeto: legittimo. E però viene da rimpiangere la Prima Repubblica.
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È arrivato il temporale

Nonostante il ricorso ai soliti artifici contabili per camuffare in vittorie le disfatte, questa volta c’è poco da fare. Il trucco c’è e si vede, come nelle peggiori esibizioni del mago Casanova. Il grande sconfitto è lui, Berlusconi. Ha voluto trasformare le elezioni amministrative in un referendum sulla sua persona, ha innalzato i toni dello scontro ben al di sopra del limite di guardia, ha aizzato i giornali di proprietà e l’ala oltranzista del suo schieramento. Ha incoraggiato la metamorfosi di Letizia Moratti da nobildonna milanese a incendiaria sanfedista. Ha chiesto il plebiscito, il superamento delle 53.000 preferenze ottenute nelle passate elezioni comunali a Milano, ed è stato sonoramente battuto. Consensi personali dimezzati e Moratti costretta a inseguire nel ballottaggio che si terrà tra due settimane.

Ad affondare ulteriormente l’umore del premier, il gelo nei rapporti con Bossi e il timore sempre più forte di un complotto per eliminarlo dalla scena politica. Il leader padano si è affrettato a scaricare sull’alleato la responsabilità della sconfitta, confermando così quanto aveva anticipato in campagna elettorale (“se si perde a Milano, perde Berlusconi”). Non è poi un segreto che il Pdl dell’ultimo periodo è tutt’altro che una monade. Le diverse anime del partito hanno digerito malvolentieri l’operazione che ha portato i Responsabili al governo, sia perché il numero delle poltrone assegnate è stato giudicato sproporzionato, sia perché sono state frustrate le ambizioni di parecchi parlamentari pidiellini. Il correntismo si è così ringalluzzito, determinando l’accentuazione dell’instabilità interna e il rabbocco di carburante nei serbatoi degli scontenti. Su tutti, Scajola e Miccichè danno apertamente segni di insofferenza e reclamano maggiore considerazione.
In alcune realtà, l’analisi del risultato elettorale accentua i motivi di inquietudine. A Reggio Calabria, l’affermazione del centrodestra ha infatti il sapore lievemente aspro di una vittoria personale del governatore Scopelliti sui maggiorenti romani, primo fra tutti il deputato Nino Foti. Da questo punto di vista, il dato del Pdl al Comune, superiore di circa nove punti percentuali rispetto a quello della Provincia, è l’indizio inequivocabile del riemergere del contrasto già manifestatosi al momento della scelta di Raffa a candidato e accantonato per le esigenze della campagna elettorale.
Diversi opinionisti hanno rilevato che il berlusconismo potrebbe tramontare laddove ha avuto origine. E forse non è casuale che a decretarne la fine sia una coalizione guidata da un candidato con il curriculum di Giuliano Pisapia, il quale, prima di imporsi sulla destra, come capitò a suo tempo a Nichi Vendola, ha dovuto conquistare le primarie e superare la diffidenza del Partito democratico.
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Il silenzio è d’oro

E ora silenzio. Finalmente! Non se ne poteva più. Il circo sta per smontare le tende, le curve dello stadio si stanno svuotando, i protagonisti si prenderanno un paio di giorni di riposo. Da lunedì, si ricomincia con i commenti post-elettorali. Le consuete dichiarazioni con le quali tutti si dichiareranno vincitori e nessuno ammetterà la sconfitta. Nell’attesa, abbiamo assistito all’ennesima conferma di quanto triviale sia diventato il dibattito politico in Italia. In barba alle quotidiane esortazioni al fair play fatte dal presidente della Repubblica. È proprio il caso di dirlo: in cauda venenum. Lo ha sperimentato sulla propria pelle il candidato a sindaco di Milano per il centrosinistra, Giuliano Pisapia, per bocca della rivale Letizia Moratti, trasformatasi in una Santanché qualsiasi pur di sputare fango e falsità sull’avversario, all’ultimo secondo per impedirne la controreplica. Da manuale. Talmente abnorme nelle accuse da suscitare l’imbarazzo e i distinguo di diversi esponenti del suo stesso schieramento.
L’impressione è che l’unico a godere nel clima arroventato di questa chiusura di campagna elettorale sia proprio Berlusconi, che da anni trascina imperterrito il Paese nel gorgo in cui soltanto lui riesce a sguazzare beato. Prima ha riproposto il tema sempreverde della spazzatura napoletana, per la quale sarebbero colpevoli nientemeno i giudici. Un buffetto, in confronto alla dichiarazione che qualche giorno addietro aveva scatenato un putiferio (“un cancro da estirpare”). Quindi si è catapultato a Crotone per tirare la volata a Dorina Bianchi e ha sferrato l’ennesimo attacco alla costituzione, rea di prevedere pochi poteri per il presidente del consiglio e molti per il capo dello Stato. Le considerazioni politiche si sono concentrate sulla scarsa cura dell’igiene personale tipica dei comunisti, ma non hanno toccato l’arcinota barbarie della preferenza dei rossi per lo stufatino di bambini innocenti. Ha inoltre squadernato l’abusato libro dei sogni, anzi delle ricette cucinate in salsa pitagorica: aeroporto, statale 106, porto. Per ripetere la cantilena già sentita a L’Aquila e a Lampedusa mancavano il casinò, l’ospedale, il campo da golf e l’acquisto di un palazzo storico. Ribadita, ovviamente, la responsabilità di Fini e di Casini sull’inazione dei suoi governi, per il tripudio del Palamilone e l’imperturbabilità della candidata a sindaco. D’altronde, quella vecchia volpe di Loiero, uno che di migrazioni se ne intende, ha vaticinato il prossimo approdo della deputata Udc al Pdl. Per comprendere a cosa si sia ridotta la politica è sufficiente leggere il “fuori onda” riportato da Fabrizio Ronconi sul Corriere della Sera: “Siamo fuori intervista, no? Beh, allora, scusi: tra Cesa e Berlusconi, secondo lei, chi è che mi riempie un palazzetto dello sport, eh?”. Chissà, tra qualche anno si potrebbe arrivare a tenere le elezioni con il televoto, dopo tre mesi di convivenza dei candidati all’interno della casa del Grande Fratello.
La campagna elettorale rappresenta uno dei rari momenti in cui i politici, ricordandosi che in fondo allo stivale esiste una regione, fanno un po’ di ipocrita passerella. Per dire, hanno fatto la loro apparizione anche il ministro dell’economia Tremonti, finito dietro la lavagna dopo essere stato colto impreparato sulla questione del porto di Gioia Tauro, e quello della pubblica amministrazione, Brunetta, che addirittura si è autoproclamato “ministro della Calabria”, senza che nessuno degli astanti scoppiasse in una fragorosa risata. Osservazione finale (e scontata): le vicende locali sono per lo più passate in secondo piano e il voto, da amministrativo, si è trasformato in una verifica politica del governo (la ricerca di un nuovo equilibrio tra Pdl e Lega), ma soprattutto nel solito referendum pro o contro Berlusconi. Il terreno sul quale il premier riesce a dare il meglio di sé. O il peggio.
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C’è posto per te

Nel Parlamento subalpino prima e in quello italiano dopo, il ricorso a infornate senatoriali per rafforzare maggioranze traballanti costituiva una tecnica di governo ricorrente poiché, essendo il Senato di nomina regia e la Camera elettiva, non erano infrequenti i contrasti tra i due rami dell’assemblea legislativa. Soltanto nei tre governi preunitari guidati da Cavour tra il 1852 e il 1861 furono ben 158 le nomine di nuovi senatori, un esercito indispensabile per schivare il rischio di imboscate parlamentari, ma anche l’inizio di una tradizione istituzionale che in seguito avrebbe avuto largo successo. È stato Pierferdinando Casini a ridare attualità al termine “infornata”, commentando l’allargamento dell’esecutivo realizzato nell’ultimo consiglio dei ministri. Anche se là si trattava di nuovi senatori e qua di new entry al governo, il fine è analogo. Assicurare all’esecutivo una maggiore stabilità.
Alla Calabria è andata di lusso, con due sottosegretari da esibire come prova dell’attenzione del governo per la nostra martoriata regione: Antonio Gentile, noto per la candidatura di Berlusconi al premio Nobel per la pace, e Aurelio Misiti, ex tutto (Pci, Cgil scuola-università, assessore regionale con Chiaravalloti, Idv, Mpa). E gli altri? Luca Bellotti, Roberto Rosso, Catia Polidori e Gianpiero Catone sono pidiellini “di ritorno”, pentiti dell’iniziale adesione alla svolta finiana e rapidamente rientrati all’ovile. Meritavano un premio. Daniela Melchiorre, già sottosegretario con Prodi, il 14 dicembre aveva votato per fare cadere il governo, ma si sa: i tempi della politica sono velocissimi. Anche le conversioni. Roberto Villari e Bruno Cesario provengono invece dal Pd, così come Massimo Calearo, neo consigliere personale del presidente del consiglio per il commercio estero. Nessuna sorpresa, soprattutto per Calearo, la cui “nomina” in Parlamento, fortemente voluta da Veltroni, aveva fatto storcere il muso alla base dei democratici, per nulla convinta di essere rappresentata dall’imprenditore vicentino.
La ratio delle nomine è stata spiegata dal premier: era necessario sostituire i membri del governo dimessisi dopo il passaggio all’opposizione ed “era logico assegnare quei posti al gruppo che ha sostituito Fli”. Un così elevato numero di poltrone assegnato ad un gruppo dall’indefinita forza elettorale induce però inevitabilmente alla malizia, di certo non stemperata dall’ulteriore infornata preannunciata per soddisfare gli appetiti degli esclusi. Affinché il governo duri, occorre accontentarli uno ad uno. C’è poi un piccolo dettaglio da considerare: tra i cosiddetti “responsabili”, alcuni provengono da formazioni diverse rispetto a quelle presentatesi agli elettori. Proprio per questo Napolitano ha invitato il Parlamento ad esprimersi sulla nuova situazione. Non un voto di fiducia (ce ne sono stati diversi dal 14 dicembre scorso), ma un passaggio necessario perché, per il funzionamento degli istituti democratici, la forma vale quanto la sostanza e occorre chiarire nella sede opportuna quali sono i limiti della maggioranza.
Berlusconi sta attraversando la sua fase di maggiore debolezza. Lo si evince anche dalla scomposta reazione all’invito del capo dello Stato. Tuttavia, è desolante l’inconsistenza dell’opposizione, capace di dividersi su tutto, come la recente vicenda delle mozioni sull’intervento in Libia ha confermato. Lo scollamento tra Pd e società, il massimalismo dipietrista, Vendola-Calimero, l’ambiguità di Casini (all’opposizione a Roma, al governo in molte realtà locali) e l’incognita Fli. In un contesto del genere, i pericoli per il presidente del consiglio possono venire soltanto da una congiura interna. Gli altri possono soltanto fare il tifo per Bruto.
 
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